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lunedì 26 maggio 2025

Franco

Domenica sono corsa in edicola quasi in pigiama, come tante volte è capitato. Di solito per cose allegre, stavolta per una cosa seria. Il mio senatore preferito e la sua coraggiosa intervista. Franco è tante cose, un bravo politico, un grande dirigente, una bella persona, un uomo capace e coraggioso. Quando l'ho conosciuto era già una persona importante, lo è diventato presto. Lo vedevo da imbucata alle conferenze stampa, ai convegni di partito, su un manifesto elettorale davanti casa e l'ho ritrovato nel circolo del PD a cui ero andata a iscrivermi. Io appena arrivata e lui già il numero uno, quello che sa tutto, quello che prende in mano le situazioni e risolve tutto. Franco, per me, è diventato tante cose in questi anni: il primo dibattito con personalità importanti, tanti posti diversi (sottoscala gelidi dei circoli, feste vivaci dell'unità, luoghi in mezzo al niente che solo chi fa politica a sinistra può trovare), mercati, volantini, persone incontrate, orari saltati, mattine sveglie all'alba per qualche TV, parole da trascrivere (che ormai so a memoria), fotografie, un mestiere difficile e appassionante e anche litigate forti, tanti streaming da seguire per non perdermi niente, tante corse da fare senza sentire la fatica perché tutto aveva un senso. Franco mi ha colpita subito perché è sempre stato coraggioso e lo è anche adesso nell'affrontare tutto questo come lo sta facendo e come racconta nell'intervista. 


Franco Mirabelli, senatore, è prima di tutto una persona che si è spesa per il nostro territorio e per il PD. Si è dato da fare con la politica per migliorare la vita delle persone partendo dalle realtà in cui viviamo e per dare sostegno a soggetti in difficoltà. L’impegno per Milano, Mirabelli lo ha portato avanti quotidianamente anche dal Parlamento, con interventi legislativi utili per la realizzazione di opere e sostegni. Un impegno politico quello di Mirabelli che è cresciuto e si è arricchito di esperienze nazionali, che lo hanno reso protagonista di un grande lavoro per aggiornare la legislazione antimafia e per le riforme della Giustizia. Mirabelli ha dato tantissimo al PD con il suo lavoro. Ha girato i territori (non solo Milano: è stato Commissario a Caserta e provincia per due anni e poi Commissario a Savona), ha partecipato a iniziative, ha organizzato incontri, si è relazionato con mondi associativi non facili. Mirabelli si è speso tantissimo, non si è mai tirato indietro, non si è mai risparmiato quando il partito chiamava. Quello che ha fatto e la dedizione che ci ha messo per il PD e per questo territorio non lo ha fatto nessuno. Credo che la sua dedizione per il PD e per come ha svolto il suo lavoro debbano essere da esempio. Credo che Mirabelli vada ringraziato per ciò che ha fatto in questi anni e per quello che farà ancora con il suo lavoro, dedicando il suo tempo e mettendoci impegno, guardando sempre all’interesse collettivo e non di parte. 

Per me, Franco è quello di sempre e tutto quello che rappresenta.


venerdì 23 novembre 2018

L'insicurezza che si produrrà con il decreto sicurezza

Questa sera al Circolo PD Caponnetto dove si è discusso del decreto-sicurezza, una "legge manifesto - ha spiegato il senatore Franco Mirabelli - voluta dalla Lega per dire che qui non si vogliono immigrati e sperare di scoraggiare le partenze dei disperati semplicemente mettendo regole dure per chi arriva".
Nel testo - è stato spiegato nel corso della serata - non ci sono norme per facilitare i rimpatri a cui si unisce la mancanza di una buona azione diplomatica con i Paesi d'origine dei migranti. Inoltre, il decreto agisce negativamente sulle persone che oggi in Italia sono regolari perché modifica i presupposti per la concessione dei permessi umanitari. Questo farà precipitare molte persone nella clandestinità e nell'irregolarità e questo non agevola la sicurezza ma anzi crea terreno fertile per i criminali.
"In Italia abbiamo le mafie ma il decreto individua come problemi per la sicurezza solo immigrati, mendicanti, posteggiatori abusivi, negozi etnici. - ha detto ancora Mirabelli - Di mafie si parla solo per vendere i beni confiscati per reperire risorse, rischiando che i criminali se li ricomprino e soprattutto facendo venire meno il principio della Legge Pio Latorre che prevede la restituzione del bene alla collettività".
"Che la lotta alla mafia non sia la priorità per questo Governo - ha concluso Mirabelli - lo si vede anche dalla vicenda di Corleone, dove il candidato M5S vuole parlare con i parenti dei boss".
Interessanti le riflessioni fatte poi dal consigliere comunale Alessandro Giungi, che ha spiegato le ricadute negative che questo decreto avrà su Milano, su tutto il lavoro avviato per l'integrazione, sugli Sprar e sui centri di accoglienza.

venerdì 25 maggio 2018

Open Day Legalità per il PD Milanese

All'open day del dipartimento legalità del PD Milano e' intervenuto Giuseppe Antoci (responsabile nazionale del dipartimento legalità del PD) e tanti amministratori locali hanno portato la voce dei loro territori e si sono confrontati sulle buone pratiche di contrasto alle mafie, coordinati da Luciana Dambra (Responsabile dei Dipartimenti nella Segreteria Pd Milano Metropolitano). 
 A raccogliere le sollecitazioni, c'erano Ilaria Ramoni (che ha anche raccontato le azioni messe in pratica dal Comune di Milano), Federico Ferri (coordinatore del dipartimento legalità del Pd milanese) e il senatore Franco Mirabelli (che nella scorsa legislatura ha fatto parte della Commissione Parlamentare Antimafia e recentemente ha presentato un Disegno di Legge affinché venga istituita la Commissione anche in questa nuova legislatura). 
Tra i partecipanti, oltre a rappresentanti del PD, anche Stefano Morara dell'Associazione Civitas Virtus, che ha sede a Niguarda e che da tempo si occupa di legalità.

domenica 25 marzo 2018

L'importanza della mobilitazione della società civile nella lotta alle mafie

Nella Sala Bina di Viale Suzzani 273 a Milano, a cavallo tra la Giornata dell'Impegno e della Memoria in ricordo delle vittime innocenti delle mafie (celebrata il 21 marzo) e il 23° compleanno di Libera, si è svolta la presentazione del libro “In nome del figlio. Saveria Antiochia, una madre contro la mafia” di Jole Garuti (Direttrice del Centro Studi SAO – Saveria Antiochia Osservatorio antimafia).
All’incontro, coordinato da Marco Busseni, oltre all’autrice, è intervenuto il senatore Franco Mirabelli, membro della Commissione Parlamentare Antimafia nella legislatura che si è da poco conclusa.
Jole Garuti, sollecitata dalle domande di Busseni, ha raccontato come è nato il libro che ricorda la vita di Saveria Antiochia e di suo figlio attraverso le testimonianze di persone che li hanno conosciuti e dei documenti riguardanti le vicende di quel periodo. Sono gli anni in cui la mafia uccide, in cui non sono ancora affinati gli strumenti per contrastare i criminali e chi combatte la mafia si trova spesso da solo e sa di rischiare la vita. Il figlio di Saveria Antiochia, da poliziotto, va volontariamente a Palermo a fare da scorta a Ninni Cassarà, dopo l’uccisione di Beppe Montana (entrambi commissari di polizia della squadra mobile, che avevano poi costituito la squadra “catturandi” volta proprio a cercare di arrestare i mafiosi) quando non c’erano ancora state le grandi sollevazioni popolari. Soltanto nel 1993, dopo l’uccisione di Falcone e Borsellino, si mobilita la società civile e si comincia a parlare di costituire un’associazione nazionale antimafia e Libera nascerà nel 1995 (tra i fondatori, oltre a Don Luigi Ciotti, figurano anche Jole Garuti e Saveria Antiochia).
«Saveria Antiochia, ancora prima che venisse ucciso suo figlio aveva iniziato la sua attività nelle associazioni impegnate per la legalità - ha raccontato Jole Garuti - e, in seguito all’uccisione del figlio insieme a Cassarà, ha dedicato la vita a parlare dell’impegno di suo figlio e a cercare tra i nomi delle vittime di mafia chi erano le persone innocenti e chi erano coloro che invece erano morti per regolamenti di conti interni alla criminalità organizzata, perché non voleva che fossero tutti accomunati nello stesso ricordo». Anche da questo importante e minuzioso lavoro di ricerca è nata la battaglia di Libera per ottenere l’istituzione di una “Giornata dell'Impegno e della Memoria in ricordo delle vittime innocenti delle mafie” che, grazie ad una legge approvata nella scorsa legislatura, si celebra il 21 marzo.
Il senatore Franco Mirabelli nel suo intervento ha sottolineato che «La lotta alla mafia la fanno le forze dell’ordine, lo Stato ma i colpi più pesanti sono stati subiti dalle mafie nel momento in cui si è mobilitata la società civile, indignandosi e ribellandosi. Libri come “In nome del figlio. Saveria Antiochia, una madre contro la mafia” di Jole Garuti raccontano cosa sono state le mafie in Italia e, quindi, anche cosa possono tornare ad essere. Le mafie, infatti, ci sono ancora: hanno subito colpi durissimi, hanno fatto scelte strategiche diverse ma ci sono. La ‘ndrangheta, ad esempio, per mimetizzarsi meglio nella società ha scelto di abbandonare gli aspetti militari e agire penetrando l’economia legale ma gli arsenali li ha ancora e se servissero verrebbero usati, come hanno raccontato i magistrati che hanno seguito l’inchiesta Aemilia».
«Non dobbiamo perdere la memoria di vicende come quella di Saveria Antiochia e di suo figlio ed è importante che se ne discuta anche nelle scuole. - ha proseguito Mirabelli - Oltre al lavoro di forze dell’ordine, magistrati, carabinieri, nella lotta alla mafia dobbiamo tantissimo alla rivolta della società civile che c’è stata dopo le stragi. Per questo, è importante il lavoro che fanno persone come Jole Garuti, Nando Dalla Chiesa, o le associazioni come Libera: perché fa tenere accesi i riflettori sul problema delle mafie, ricordando che ci sono ancora e che sono molto pericolose anche se non si vedono. Oggi, infatti, in Italia c’è molta preoccupazione per i piccoli reati di strada ma non c’è alcun allarme sociale rispetto al fatto che le mafie ci sono, come esplicita chiaramente anche la Relazione conclusiva della Commissione Parlamentare Antimafia».

martedì 19 settembre 2017

Neanche le basi

A Gr Parlamento il senatore Mirabelli ha spiegato ad una deputata grillina come funziona una commissione parlamentare [video della trasmissione].
La grillina - tra i tanti svarioni fatti - ha mostrato di non sapere (o peggio, fingere di non sapere) che una commissione funziona quando tutte le forze politiche indicano i propri rappresentanti; non sapeva (o fingeva di non sapere) che il presidente viene eletto dalla commissione stessa durante le prime convocazioni e non viene nominato prima; non sapeva (o fingeva di non sapere) che il calendario dei lavori lo decide l'Ufficio di Presidenza di una Commissione - composto dai rappresentanti di tutti i gruppi politici - e non esclusivamente il presidente.
Trovo tutto questo molto grave da qualsiasi lato si guardi la faccenda perché se la grillina - dopo un'intera legislatura trascorsa in Parlamento e, quindi, anche a lavorare nelle commissioni - non ne conosce il funzionamento, viene da chiedersi cos'abbia fatto in questi anni e come abbia lavorato, visto che non conosce nemmeno le basi; se, invece, la grillina sa come funzionano le istituzioni in cui ha il privilegio di sedere e anche ben retribuita ma sceglie di raccontare una versione non veritiera, vuol dire che, alla faccia dell'onestà tanto decantata, preferisce prendere in giro i cittadini (presumibilmente a fine propagandistico).
Pensateci prima di dare credito a questi soggetti.

domenica 22 marzo 2015

Le mafie al Nord raccontate all'Isola

Nelle scorse settimane al Circolo PD Primo Maggio Isola Zara si è svolto un interessante incontro sul tema delle mafie al Nord con il senatore Franco Mirabelli (Capogruppo del Partito Democratico nella Commissione Parlamentare Antimafia) e Roberto Cornelli (Docente di Criminologia e ex segretario metropolitano del PD).
Il senatore Mirabelli, raccontando parte degli approfondimenti svolti con il lavoro in Commissione Antimafia, ha spiegato che dalle numerose inchieste di questi mesi è emerso che l’organizzazione criminale predominante al Nord è la ‘ndrangheta, che non si è semplicemente infiltrata ma è proprio insediata in modo ben radicato in molti territori. Questo radicamento – ha spiegato il senatore (video dell'intervento) – è stato possibile perché troppo spesso nell’opinione pubblica non vi è alcuna percezione della pericolosità della ‘ndrangheta, in quanto non particolarmente è visibile o violenta (non spara, non compie reati predatori che suscitano ansie nei cittadini): “La ‘ndrangheta, infatti, è interessata al potere, al consenso tra la gente, vuole comandare sul territorio. Spesso gli ‘ndranghetisti vogliono essere quelli a cui stringono tutti la mano o a cui si offre il caffè”, ha raccontato Mirabelli.
Puntualizzazione che ha visto concorde anche Roberto Cornelli, che ha sottolineato come molto spesso si hanno infiltrazioni criminali nel settore dello sport perché i mafiosi “cercano un ruolo rispettabile, non appariscente ma che garantisca accesso agli uffici pubblici e li renda interlocutori delle amministrazioni locali e il potersi presentare con il voto buono di chi vuole costruire un campetto per i ragazzi o per la squadra di calcio cittadina li agevola e apre loro le porte”.
Inoltre, la ‘ndrangheta si insedia in prevalenza nei piccoli Comuni perché non ama avere i riflettori puntati, preferisce agire nell’ombra e i territori del Nord – ha affermato Mirabelli – vengono scelti perché ci sono i soldi dei privati e gli ‘ndranghetisti mirano a entrare nell’economia legale privata e a condizionare il mercato.
Mirabelli ha segnalato anche che la ‘ndrangheta è un’organizzazione potente, verticistica, a composizione familiare (e per questo non vi sono pentiti) e, soprattutto, dispone di ingenti quantità di denaro derivanti dal traffico di droga e, per questo, in tempo di crisi, è stata fortemente agevolata ad infiltrarsi nelle aziende che, trovatesi in difficoltà, necessitavano di crediti. “Ma, attenzione, - ha precisato Mirabelli – le mafie non si sono insediate al Nord a causa della crisi economica e non scompariranno quando finirà la crisi”.
Aspetto, questo, su cui si è soffermato anche il criminologo Cornelli, il quale ha ricordato: “Abbiamo esaltato per anni le microimprese a conduzione familiare, che sono una forza del nostro Paese e sono radicate in particolare in Veneto e in Brianza, ma queste sono le prime a soffrire a causa della crisi economica e sono quelle che rischiano di più di mettersi nelle mani dei criminali per trovare capitali per riuscire a non chiudere in tempi difficili”.
Sempre sul tema dei capitali, Cornelli ha segnalato che, lavorando nel traffico di droga, le mafie di fatto entrano in gioco nella politica e nell’economia globale e, per questo, sarebbe importante riproporre nell’agenda politica il tema dei mercati illegali: “Pino Arlacchi, da deputato europeo, aveva cercato di far eliminare anche le sostanze da cui si ricavano le droghe ma non c’era riuscito”, ha ricordato il professore.
Il senatore Mirabelli si è poi soffermato sull’attività svolta dal Parlamento in questi mesi anche sul fronte del contrasto alle mafie: “Lo Stato ha la possibilità di sconfiggere le mafie e sono stati fatti passi in avanti anche in questa legislatura. – ha affermato l’esponente PD – Tra le norme approvate c’è la modifica dell’articolo 416ter del Codice Penale che punisce il voto di scambio, inteso come voto in cambio di favori (che era stato richiesto da Libera e dai magistrati antimafia); è stato introdotto il reato di autoriciclaggio; è stata istituita l’Autorità Nazionale Anticorruzione presieduta da Raffaele Cantone e, infine, sono state proposte delle modifiche al Codice Antimafia (alcune delle quali riguardano l’Agenzia per i Beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata che, fino ad oggi, non ha funzionato particolarmente bene e che deve essere messa nelle condizioni di operare)”.
Sul dibattito politico in corso, Mirabelli ha affermato che è scorretto utilizzare sempre la cultura del sospetto e che ci sono alcune forze politiche che utilizzano la lotta alla mafia contro gli altri mentre, invece, la lotta alla mafia la devono fare tutti. Il Partito Democratico, secondo il senatore, sta facendo bene la propria parte e sta cercando di dare un messaggio forte con i provvedimenti messi in campo in questa legislatura.
Cornelli ha segnalato, comunque, la necessità di riproporre il tema della regolamentazione dei partiti politici per cercare di evitare possibili tentativi di infiltrazioni come quelli che sono stati smascherati anche dalle recenti inchieste.

venerdì 11 luglio 2014

Nuove norme in materia di parchi e aree protette

Grande partecipazione di Associazioni ambientaliste, responsabili degli Enti Parco e amministratori locali all’incontro che si è svolto al Grattacielo e Pirelli e che è stato promosso dagli Eco.Dem della Lombardia in collaborazione con i gruppi parlamentare e consiliare del PD della Regione.
Oggetto della discussione è stata la riforma della Legge 394 del 1991 in materia di parchi nazionali e regionali e aree protette che si sta discutendo in Commissione Ambiente al Senato attraverso la presentazione di tre disegni di legge rispettivamente del Partito Democratico (a firma del senatore Caleo), di Forza Italia (a firma del senatore D’Alì, che aveva già proposto una riforma analoga nella precedente legislatura ma che non era riuscita ad arrivare in porto, in seguito alla caduta del governo) e di Sinistra Ecologia e Libertà (a firma della senatrice De Petris) che stanno trovando una sintesi nella proposta del relatore Marinello (Nuovo Centro Destra) e che dovrebbe approdare in Aula tra settembre e ottobre.

L’incontro si è aperto con la relazione del senatore lombardo Franco Mirabelli (VIDEO), membro della Commissione Ambiente e che già nei mesi scorsi si era attivato per condividere le proposte in discussione con le varie realtà rappresentative dei settori che potevano essere interessati.
Nella sua relazione, il senatore Mirabelli ha esordito raccontando ai presenti i meriti della Legge 394 del 1991 con cui sono stati istituiti i parchi nazionali, regionali, le aree marine protette e che ha consentito al nostro Paese di salvaguardare e valorizzare lo straordinario patrimonio ambientale ma che, però, dopo 23 anni, necessità di un aggiornamento che consenta di migliorare alcuni aspetti e di adeguarla alle norme europee per la tutela della biodiversità e al protocollo “Natura 2000”.
Il senatore Mirabelli si è poi soffermato a descrivere i vari articoli previsti dal nuovo testo di legge (che va modificare le regole in materia di governance, attività economiche e finanziamento, salvaguardia delle aree contigue, norme più stringenti in materia di controllo della fauna), spiegandone i contenuti e la discussione in corso in Commissione sugli emendamenti.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche Giampiero Sammuri (Presidente Nazionale Federparchi) che, attraverso una serie di slide ha presentato un confronto tra le Legge 394 e le proposte di modifica, confermando un sostanziale giudizio positivo per la scelta di effettuare un “tagliando” alla normativa vigente, in particolare sulla questione della salvaguardia delle aree contigue e ha avanzato tre richieste ai parlamentari presenti che avranno poi il compito di discutere e portare a casa il provvedimento definitivo. La prima richiesta di Federparchi riguarda le attività economiche dentro ai parchi e i contributi da esse derivati: il tutto deve riguardare esclusivamente gli impianti già esistenti e non attivare concessioni per nuove opere. La seconda richiesta riguarda la riforma delle competenze paesaggistiche da attribuire ai parchi. La terza questione posta da Federparchi come indispensabile, invece, riguarda la richiesta di finanziamenti ai parchi in base al budget.

Più politico e meno tecnico, invece, è stato l’intervento di Marzio Marzorati, Responsabile Parchi di Legambiente Lombardia, il quale ha contestato durante le scelte intraprese dalla giunta regionale in materia di ambiente e ha denunciato la gravità della situazione in cui versa il Parco dello Stelvio. Sul fronte delle richieste, come Legambiente, ha segnalato l’importanza di connettere la riforma della normativa sulle aree protette alla legge contro il consumo di suolo, in quanto ormai i due temi sono strettamente collegati.

Il punto di vista degli amministratori locali lo ha espresso Massimo Depaoli, nuovo Sindaco di Pavia, che ha evidenziato come l’esperienza dei parchi regionali possa costituire un esempio anche per i parchi nazionali, avendo però l’accortezza di creare ambiti omogenei sui territori per realizzare interventi. Sottolineando l’importanza del ruolo dei Comuni oggi, Depaoli ha però segnalato anche che i sindaci non hanno tutti la stessa opinione e, per questo, sarebbe utile avere delle solide reti di amministratori locali e luoghi di discussione e confronto – quali enti intermedi di governance - che consentano di raggiungere posizioni più omogenee nella gestione dei territori.
Un altro fattore importante, secondo il sindaco di Pavia, riguarda gli agricoltori e il ruolo che hanno svolto in questi anni sempre più collegato ai parchi e alla difesa delle aree protette, contestando un’idea di sviluppo tutta incentrata sull’urbanizzazione. Si tratta di una novità importante che, per Depaoli, merita di essere valorizzata.

Sugli stessi toni anche Renato Aquilani, Presidente dell’Associazione Parco Sud Milano, che ha raccontato l’esperienza del Parco Sud, quale ente di cintura urbana che ha bloccato l’urbanizzazione selvaggia degli anni ’80 ma che è anche parco agricolo e come tale ha svolto un ruolo importante nell’evoluzione del rapporto tra agricoltura e ambientalisti, passato da un inizio burrascoso ad oggi in cui gli agricoltori sono i primi difensori del Parco.
In merito alla riforma della Legge 394/1991, Aquilani ha mostrato di apprezzare le novità introdotte sul fronte delle aree contigue e anche la semplificazione di alcune norme, così come i cambiamenti in materia di governance che vedono un maggiore coinvolgimento delle associazioni perché queste, secondo il Presidente dell’Associazione Parco Sud Milano, svolgono un ruolo di rappresentanza sociale all’interno del Parco.

Giuseppe Manni, Presidente del Parco Nord Milano, nel suo intervento ha sottolineato come sia ormai indispensabile un approccio nuovo verso i temi ambientali ed ecologisti: “Un tempo questi erano temi regalati a strenui fondamentalisti dell’ambiente ma oggi – anche in vista dell’Expo e della materia oggetto della manifestazione – è il momento di cambiare verso davvero anche su questo fronte ed è ora che queste questioni entrino nel dna delle persone”, ha affermato Manni. Partendo dall’esperienza del Parco Nord, in cui ci sono voluti 40 anni di lavoro per ricostruire la biodiversità all’interno, Manni ha lanciato la proposta di rilanciare i parchi periurbani, mettendoli in rete tra loro (come in parte si è già iniziato a fare), in vista della creazione della città metropolitana che come tale deve avere il suo parco e non farsi inglobare tutte queste realtà dalla Regione.
Manni ha concluso, però, lanciando un allarme ai parlamentari presenti che riguarda la situazione economica drammatica dei parchi regionali e per cui è indispensabile che nella nuova legge si trovi il modo di reperire finanziamenti stabili (che non possono essere in carico a Comuni ed Enti Locali, già privi di risorse).

Ultimo esponente dei parchi ascoltato è stato Agostino Agostinelli, Presidente del Parco Adda Nord, il quale ha segnalato l’urgenza delle nuove norme e ha avanzato la richiesta che si faccia il possibile affinché queste vengano approvate presto e diventino operative entro l’anno.
Allo stesso modo di Manni, anche Agostinelli ha sottolineato la necessità di modificare radicalmente la chiave di lettura del sistema dei parchi e la cultura ecologista secondo cui il parco realizzato diventa l’unico baluardo di cui accontentarsi e da difendere mentre al di fuori può avvenire qualsiasi tipo di cementificazione. Oggi, secondo Agostinelli, essendo cambiata la società, questo modo di pensare non ha più senso: “I parchi non rappresentano più la compensazione strutturale ad un capitalismo pesante tutto basato sull’urbanizzazione – ha evidenziato il Presidente del Parco Adda Nord – ma possono essere un perno su cui costruire un nuovo modello di sviluppo sostenibile”.

Serena Righini, membro della Segreteria Regionale del Partito Democratico della Lombardia, giunta a portare un saluto all’iniziativa, ha esposto la necessità di creare un nuovo modello di sviluppo economico più sostenibile perché l’ambiente non può più essere considerato solo come un ostacolo all’economia ma deve, invece, diventare un valore anche dal punto di vista culturale e sociale. Anche per questo motivo, ha contestati duramente la legge regionale recentemente approvata che consente le gare di moto all’interno dei parchi.

A raccogliere le osservazioni e le istanze presentate c’era anche l’onorevole Chiara Braga, Responsabile Ambiente per Segreteria Nazionale del PD, da sempre impegnata sulle questioni ambientali, ha espresso la volontà di portare fino in fondo questo progetto di riforma, frutto di un lavoro di confronto con il mondo dei parchi, le associazioni del settore e gli amministratori locali. La deputata democratica ha segnalato l’urgenza di mettere i parchi nelle condizioni di poter lavorare, fornendo loro gli strumenti necessari in tempi utili e per questo sono già stati attivati dei canali di contatto con il Ministro dell’Ambiente Galletti.
“Con questa nuova legge – ha affermato Chiara Braga – diffondiamo anche un’idea di sviluppo e di ambiente che abbiamo per il Paese. A partire dalle aree protette, serve costruire un nuovo modello di sviluppo locale, serve un’idea di sviluppo che metta l’ambiente tra le questioni su cui puntare. Per questo andrà portata avanti la richiesta che questo Governo abbia un’impronta verde un po’ più riconoscibile rispetto a ciò che è stato fino ad ora. Un passo importante in questa direzione è stato fatto con la presentazione delle norme per fronteggiare il dissesto idrogeologico e la difesa del suolo”.
Con l’occasione, infatti, Chiara Braga ha fatto anche il punto sulla legge per fermare il consumo di suolo che sembrava essere in dirittura d’arrivo con il Governo Letta ma che con il cambio di vertici ha subito una serie di rallentamenti e ora può forse vedere nuova luce per alcuni aspetti.

“L'incontro sulla riforma della legge sui parchi ha dato a tanti soggetti la possibilità di contribuire alla normativa che stiamo discutendo nella Commissione Ambiente del Senato, mentre la trattazione è ancora in corso e non a cose fatte. Faremo tesoro delle proposte e dei suggerimenti che ci sono giunti da associazioni e sindaci”, ha dichiarato il senatore Franco Mirabelli, in conclusione del convegno.
Sulla stessa linea Stefano Facchi, Presidente degli Eco.Dem della Lombardia e coordinatore dell’incontro che ha commentato: “Gran bella iniziativa a cui abbiamo registrato un’ottima presenza e un ottimo livello del dibattito. Mi pare che il metodo di discutere i progetti di legge prima che vengano approvati, avviando un confronto tra parlamentari, consiglieri regionali, sindaci e associazioni, funzioni bene”.

lunedì 3 marzo 2014

Le ragioni della nascita del governo Renzi spiegate ai circoli

Tre giorni in giro per i circoli del PD ad ascoltare il senatore Franco Mirabelli, tra assemblee di iscritti agitati per quanto avvenuto tra Renzi e Letta con l’avvicendamento al governo e bisognosi di capire come sia potuto accadere che ancora una volta i leader del centrosinistra finiscano per mangiare se stessi.
Tre giorni di incontri molto partecipati, in cui tanti hanno voluto intervenire per esprimere la propria opinione sulla fase che è in corso e per porre domande al senatore Mirabelli che, come tanti altri suoi colleghi, si è trovato nella difficile situazione di provare a far comprendere le ragioni di una scelta non semplice da digerire per una base del partito forse ancora troppo legata a schemi di un passato che non c’è più e che fatica ad orientarsi nel brusco cambiamento di stile e di velocità decisionale impresso dal nuovo Segretario del PD. «Siamo dentro ad un passaggio politico molto complicato – ha esordito Mirabelli ad ogni incontro – e aspettiamo di vedere i risultati prima di esprimere giudizi troppo netti. È sbagliato ridurre tutta la vicenda di questi giorni all’aver “fatto fuori Letta”: indubbiamente Letta è stato trattato male ma ci sono delle ragioni politiche dietro al nuovo scenario che si è creato».
Secondo Mirabelli, ci trovavamo oramai in una situazione in cui si rischiava l’immobilismo: «Dobbiamo riconoscenza a Letta per gli 8 mesi di governo e gli dobbiamo anche qualche scusa ma non solo per l’ultima fase. Avremmo dovuto lavorare per valorizzare un po’ di più i risultati positivi che comunque almeno fino a dicembre il Governo Letta ha ottenuto e che oggi si trasferiscono sui numeri, come ad esempio il fatto che l’economia è tornata ad aumentare dopo 9 trimestri in cui scendeva, lo spread è stabile sotto i 200 punti; c’è un merito se ci sono 20 miliardi di giro d’affari prodotti dal decreto legge sul bonus ambientale, se è stato approvato un decreto che da qui al 2017 abolisce il finanziamento pubblico ai partiti. Questi sono risultati dell’azione del Governo Letta e vanno riconosciuti, mentre noi, invece, siamo stati un po’ timidi su queste cose». «Tuttavia, - ha spiegato Mirabelli - da un po’ di tempo la spinta propulsiva del governo si era fermata: dopo l’approvazione della Legge di Stabilità si è registrato un calo di consensi molto forte, lo dicevano i sondaggi ma anche le parti politiche e sociali. Una parte della maggioranza e anche una parte della società italiana aveva smesso di investire sul governo (si ricordino le critiche arrivate dai sindacati e da Confindustria)».
L’azione di governo nel rispondere alle esigenze dei cittadini italiani, dunque, era ritenuta troppo lenta e poco incisiva, per questo, secondo Mirabelli, tutti hanno ritenuto opportuno che si avviasse una nuova fase e tutti hanno chiesto l’impegno diretto del Segretario del PD, a cominciare dalla minoranza interna (che ha spinto affinché la Direzione Nazionale del partito anticipasse la discussione sul rapporto tra partito e governo e si arrivasse ad un chiarimento e ha votato il documento proposto dal Segretario) e sulla stessa linea si sono registrate le dichiarazioni di Alfano e di Scelta Civica.
Mirabelli ha ricordato, quindi, le ragioni per cui all’inizio della legislatura, in seguito al risultato elettorale con cui si è registrato che il 30% circa dei cittadini italiani non è andato a votare e il 25% dei cittadini italiani ha scelto di votare un partito antisistema, si era stati costretti a dare vita ad un governo di larghe intese presieduto da Letta: «C’è un problema democratico in questo Paese e, se noi non siamo capaci di fare le riforme in questa legislatura, il prossimo passaggio potrebbe essere molto pericoloso per la democrazia italiana. Oggi c’è un problema di credibilità della politica e di credibilità delle istituzioni. – ha sottolineato il senatore – e se tornassimo a votare anche con una legge elettorale diversa ma per lo stesso numero di parlamentari e ancora con il bicameralismo, la politica non avrebbe la credibilità che deve invece recuperare. Il problema non è il PD o Renzi, il problema è il Paese, la democrazia e le istituzioni di questo Paese. Se vogliamo ridare credibilità alla politica, abbiamo bisogno di fare delle riforme. Anche Letta, come Renzi oggi, non ha avuto l’investitura popolare, però siamo ancora in un Paese in cui il Presidente del Consiglio lo elegge il Parlamento. Sarebbe meglio avere elezioni in cui i cittadini scelgono chiaramente chi vogliono fare leader, però, sappiamo tutti che se si andasse a votare - in particolare adesso, dopo che c’è stata la sentenza della Corte Costituzionale - avremmo un sistema proporzionale che ci riconsegnerebbe un quadro di ingovernabilità e costringerebbe nuovamente alle larghe intese e, quindi, tutt’altro rispetto alla scelta di chi deve governare il Paese. Per questo, trovo assurda questa idea di andare a votare e di dire che in Italia non si vota mai: abbiamo votato un anno fa e i cittadini, se li si porta a votare una volta all’anno, si disaffezionano alla democrazia».
Questo è il quadro del percorso in cui si inserisce anche quest’ultimo passaggio: il governo Letta rischiava di rimanere imbrigliato e immobile e, quindi, di non riuscire più a portare a casa le riforme per le quali si era deciso di formarlo. Tornare al voto senza aver fatto le riforme promesse avrebbe significato la perdita di credibilità definitiva per la politica e, di fatto, si sarebbe consegnato il Paese alle forze antisistema e populiste. Per evitare tutto questo, per ridare forza alla spinta riformatrice di cui l’Italia ha bisogno, il PD ha compiuto la scelta più difficile e più rischiosa, che è quella di giocare tutto se stesso e il suo Segretario per dare vita ad un nuovo governo che avesse anche la capacità di cambiare i ritmi, di fare delle cose anche sulle questioni politiche e sociali per dare risposte ai cittadini e allo stesso tempo lanciare un messaggio di innovazione e cambiamento.
Questo è il senso dell’operazione che è stata fatta e ora, afferma il senatore Mirabelli, va sostenuto convintamente dal Partito Democratico: «Abbiamo bisogno di un partito che investa consapevolmente su questa fase, perché questa è l’ultima spiaggia non per noi del PD, ma per costruire un processo di riforme in grado di ridare credibilità alle istituzioni e senza le quali la democrazia italiana va in crisi. Matteo Renzi lo ha detto il giorno dopo essere stato eletto che questa è l’ultima occasione ma ce lo hanno detto anche tanti elettori delle primarie che o adesso si cambiava veramente oppure basta. Se ce lo dice il nostro popolo, se ce lo dicono quelli che vengono ancora a votare alle primarie, immaginiamoci che cosa pensano quelli che non vanno neanche più a votare alle elezioni! E, se questa è l’ultima spiaggia, allora, dobbiamo sapere che dobbiamo discutere del Paese, non di noi. Mi preoccupa il fatto che qualcuno, mentre aspettavamo la lista dei Ministri, ha cominciato a mettere in discussione il Segretario del partito, quasi che il partito fosse una cosa autoreferenziale che non c’entra. Il partito adesso si deve assumere a pieno questa responsabilità del governo: non dobbiamo discutere di noi ma dobbiamo discutere del Paese e di quello che possiamo fare per il Paese, anche confrontandoci tra idee diverse».

Tra i dubbi espressi dagli iscritti al PD presenti alle varie assemblee molti riguardavano la giovane età e la presunta inesperienza dei membri del nuovo governo (in particolare delle donne Ministro), altri contestavano il fatto che Renzi nominato premier potesse mantenere anche l’incarico di Segretario o peggio affidare il partito ad un reggente.
Nel rispondere Mirabelli ha sottolineato come «Renzi, per lo stile, risponde a una domanda di cambiamento e di rinnovamento della politica che c’è nel nostro Paese. Per anni abbiamo invocato il rinnovamento e le facce nuove e adesso abbiamo il governo più giovane della storia della Repubblica e va valorizzato, poi li si giudicherà dai risultati. Il fatto che ci siano 8 donne e 8 uomini è un dato importante: anche su questo, non possiamo fare per anni la battaglia perché siano riconosciute le pari opportunità e il valore che possono portare le donne dentro la politica e dentro al governo e poi, quando lo mettiamo in pratica, restiamo subalterni a ragionamenti inaccettabili che si sentono in giro sul fatto che le donne sono solo ornamentali. Ci sono le elezioni europee alle porte e, già in vista di quell’orizzonte, questo Governo dovrà fare delle cose perché bisogna dare dei messaggi forti di capacità di cambiare passo e di capacità di fare delle cose».

Contrario alla riapertura del dibattito sul Segretario, Mirabelli ha segnalato che «Stiamo ancora discutendo del PD. Non possiamo stare in un partito che vive in un congresso permanente: facciamo vedere agli italiani che discutiamo del Paese e non di noi. Il punto non è il PD ma che funzione abbiamo per il Paese. Oggi dobbiamo recuperare credibilità: i cittadini pensano che la politica sia distratta e non si occupi di loro; c’è poi un 25% che ha votato Grillo e che ritiene che tutto il sistema non vada bene e il sistema istituzionale e democratico del Paese è molto debole. Non possiamo fingere di trovarci in una fase di ordinaria amministrazione ma dobbiamo prendere coscienza del quadro il cui ci troviamo e il risultato elettorale avrebbe dovuto farci riflettere e farci cambiare il nostro modo di ragionare: siamo il terzo partito tra gli operai e i giovani non ci votano; in questo contesto una discussione tutta autoreferenziale non ha senso. Così come non ha senso proseguire la lotta tra ex democristiani ed ex comunisti: l’elezione di Renzi a Segretario del PD chiude definitivamente quella discussione, oggi serve confrontarsi sui contenuti indipendentemente dalla cultura di provenienza».

Mirabelli, infine ha evidenziato la necessità di fare lo sforzo di guardare a questa nuova situazione come un’opportunità per il Paese e di impegnare tutto il PD a sostenere l’azione di questo governo affinché si riescano a realizzare le tanto auspicate riforme e non di vivere il tutto come una cosa da sopportare. «Nei partiti si costruiscono i gruppi dirigenti e questi poi sono delegati a dirigere e si assumono le responsabilità delle decisioni prese, il documento proposto da Renzi alla Direzione Nazionale è stato votato da 136 persone e la discussione era stata sollecitata dalla minoranza, non si può far finta di non saperlo», ha replicato Mirabelli alla contestazione quasi unanime che è giunta sulla modalità in cui tutto si è velocemente discusso e deciso «senza consultare la base».

Un’opportunità, secondo Mirabelli, è anche l’ingresso del PD nel PSE: «E’ un fatto importante, che costruiamo da anni e che servirà a far diventare quel luogo la casa di tutti i progressisti europei. Con questa mossa il PD si colloca all’interno di un gruppo importante al Parlamento Europeo e ci presentiamo alle elezioni per la guida dell’Europa con un unico candidato che è Martin Schulz.
Oggi i partiti europei sono cambiati rispetto ad anni fa: il PPE è la casa dei conservatori e i progressisti stanno in prevalenza nel PSE, che non è più solo il partito dei socialisti ma al suo interno vi sono molte forze con culture diverse come è il PD».

Video degli interventi di Franco Mirabelli: Bicocca 22.02.2014, Gratosoglio 23.02.2014 - 1° parte, Gratosoglio 23.02.2014 - 2° parte, Bovisa 03.03.2014 - 1° parte, Bovisa 03.03.2014 - 2° parte, Bovisa 03.03.2014 - 3° parte.

martedì 18 dicembre 2012

Il mio sostegno a Franco Mirabelli alle primarie per i parlamentari Pd

Alle primarie per la scelta delle candidature al Parlamento del Partito Democratico, sono orgogliosa di sostenere Franco Mirabelli.
Sostengo Mirabelli perché, anche alla luce dell'esperienza che ha maturato in questi anni, ha saputo dimostrare competenza sulle questioni che si è trovato ad affrontare, attenzione ai nostri territori e alle persone che necessitavano di aiuto, capacità politiche e qualità umane di grande valore.

Personalmente, ho sempre pensato che in Parlamento dovessero andare a rappresentarci i "più bravi", coloro che meglio di altri hanno dimostrato di avere le competenze necessarie per dare gli indirizzi alla politica dell'Italia e, a maggior ragione in questo momento difficile, coloro che siano in grado di confrontarsi con i  tanti problemi del nostro Paese che la crisi ha accentuato. C'è un'Italia che vuole cambiare, che deve migliorare, che deve rompere con tanti meccanismi innescati da scelte sbagliate del passato e ci vogliono persone in grado di poter valutare correttamente tutto questo e, con il loro apporto, di poter dare finalmente un indirizzo giusto al nostro Paese, affinché il futuro non faccia paura ai cittadini ma sia qualcosa da costruire insieme. Il Parlamento italiano, dunque, non può e non deve essere il punto di approdo delle vanità personali, di improvvisati in cerca di visibilità o del ripiego di carriere giunte al termine, ma è il luogo in cui nasce e prende forma l'Italia. Un'Italia nuova che dobbiamo costruire e per cui è necessario che nei luoghi in cui si prendono le decisioni strategiche vi siano persone oneste, corrette, per bene, preparate, competenti, capaci e in grado di rappresentarci. Per questo scelgo Franco Mirabelli.

Sul sito di Mirabelli (www.francomirabellli.it) potete conoscere meglio il suo profilo e la sua attività, il suo impegno degli ultimi anni da consigliere regionale della Lombardia, le battaglie fatte e i risultati ottenuti. Il circolo PratoBicocca di Milano (in via Moncalieri 5 - Zona 9) a cui siamo iscritti, raccoglie le firme (da consegnare entro venerdì) a sostegno della sua candidatura (qui maggiori informazioni) e altri punti di raccolta ci sono a Milano e provincia.
Da iscritta, voglio sottolineare anche il grande apporto che Franco Mirabelli ha dato al nostro circolo Pd e alla nostra zona di Milano con la sua presenza costante e aiutandoci a mettere in piedi importanti e valide iniziative, con ospiti di rilievo, con cui abbiamo potuto permettere ai cittadini di entrare in dialogo con noi e di confrontarci insieme sui problemi quotidiani locali e sui temi più rilevanti della politica regionale e nazionale.

Personalmente, condivido in modo convinto molte delle idee portate avanti da Franco Mirabelli in questi anni e ritengo che, per noi, sia una grande risorsa e un valido candidato a rappresentare il Partito Democratico e tutti i cittadini in Parlamento e per questo lo sostengo e invito tutti coloro che risiedono a Milano e Provincia (che è il territorio del collegio valido per il voto) a fare altrettanto.

sabato 24 novembre 2012

San Raffaele e Regione Lombardia

Conferenza stampa di Franco Mirabelli - Milano, 23 novembre 2012
Franco Mirabelli, Presidente della Commissione regionale di inchiesta sul San Raffaele, ha presentato nella mattinata di venerdì a Milano la sua relazione sul lavoro di indagine svolto in questi mesi. Un lavoro, quello della Commissione di inchiesta, ormai giunto alla fase conclusiva, dopo una decina di sedute e di audizioni e incontri con assessori alla Sanità, dirigenti del San Raffaele, docenti universitari, rappresentanti di organizzazioni sindacali. Un lavoro che, tuttavia, a causa della fine prematura della consiliatura della Regione Lombardia non ha potuto trovare una sintesi comune tra i componenti della Commissione di inchiesta ma che Mirabelli ha ritenuto comunque importante presentare, anche in virtù dell’attenzione suscitata dalle vicende del San Raffaele nell’opinione pubblica.
Due sono stati i compiti della Commissione di inchiesta istituita dal Consiglio Regionale e presieduta da Mirabelli: innanzitutto quello di verificare se la normativa regionale avesse delle falle che hanno consentito lo scandalo che è avvenuto, oltre che verificare che davvero al centro delle normative della Regione ci fosse davvero l’interesse pubblico; e poi il cercare di stabilire delle regole affinché non accadano altri episodi del genere.
“La Regione Lombardia ha in essere una convenzione con il San Raffaele derivante dall’accreditamento avvenuto nel 1998 e ha, in questi anni, elargito finanziamenti e contributi a progetti sulla base del riconoscimento dell’esperienza sanitaria e scientifica dell’ospedale e di norme successive finalizzate alle funzioni non tariffate, a progetti e a premiare le eccellenze. Una grande quantità di denaro pubblico ha consentito al San Raffaele di funzionare”, ha scritto Franco Mirabelli nella sua relazione.
Finanziamenti concessi e mai controllati perché, ha spiegato Mirabelli durante la conferenza stampa, “Il San Raffaele non ha mai dovuto fare neanche il bilancio consolidato e ha drenato tra il 4 e il 6% dell'intero fondo regionale per le funzioni non tariffabili: tra il 2002 e il 2004 il finanziamento pubblico all'ospedale è passato da 23 milioni a 37.58 milioni e nel 2009 sono stati assegnati 58 milioni. Tra il 2007 e il 2009 ha ricevuto inoltre circa 54 milioni di finanziamenti sui 176 messi a disposizione da una legge regionale del 2007 per finanziare i progetti dei soggetti no profit in ambito sanitario”.
Finanziamenti pubblici ingenti, dunque, che tuttavia non sono bastati ad evitare al San Raffaele l’oltre un miliardo e mezzo di euro di debito accumulato nel tempo, che ha poi portato al crack. Ecco perché – scrive ancora Mirabelli nel testo della sua relazione - “Seppure non sia riscontrabile una responsabilità diretta della Regione nella vicenda che ha portato al crack del San Raffaele è evidente, da questa ricerca, che l’attuale quadro normativo regionale ha facilitato e non impedito il verificarsi delle distorsioni che hanno portato allo stato di dissesto. La Regione non è stata in grado né di stabilire criteri e requisiti sufficientemente rigidi e chiari per accedere alle risorse pubbliche né di svolgere i necessari controlli per garantire la trasparenza dovuta quando si beneficia di soldi pubblici”.
La Regione, in pratica, secondo Mirabelli, ha finanziato il San Raffaele senza avere chiaro la specificità dei progetti che avrebbe dovuto sostenere con i singoli finanziamenti e l’interesse pubblico che avrebbe dovuto ispirarli, in quanto questi si legavano a funzioni non tariffabili per ospedali con più presidi territoriali (per cui vengono elargiti più soldi a chi fattura di più), alla scelta di finanziare le “eccellenze sanitarie”, e all’assistenza di pazienti extraregionali.
La proposta avanzata da Mirabelli, dopo aver presentato questo quadro - in cui è evidente che servono criteri di accreditamento e controlli più stringenti – è quella ridurre la quota di fondi destinati alle funzioni non tariffabili (spesso assegnati con discrezionalità) e, soprattutto, di chiedere la certificazione esterna dei bilanci e soggetti terzi in grado di controllare ciò che realmente avviene.
La questione politica, invece, posta da Franco Mirabelli riguarda l’utilizzo del finanziamento pubblico per l’ottenimento del pareggio di bilancio delle strutture private. “Il quadro apparso alla commissione mostra come il soggetto regolatore regionale che dovrebbe indirizzare le risorse per il soddisfacimento dei bisogni sanitari e dell’interesse pubblico, in realtà con modalità diverse ha sostenuto una struttura come il San Raffaele, subendo il peso, la forza ed il condizionamento di un’eccellenza sanitaria che però per funzionare ha avuto bisogno di molti soldi pubblici che non hanno comunque consentito di evitare il crack finanziario. In sintesi la vicenda del San Raffaele pone con evidenza il tema delle finalità della contribuzione pubblica: se sia giusto cioè che i finanziamenti pubblici siano destinati a garantire gli equilibri di bilancio delle strutture private o se i finanziamenti pubblici stessi debbano essere finalizzati solo al raggiungimento di finalità sociali di interesse pubblico”, ha scritto Mirabelli nella sua relazione. La Regione, infatti, - ha evidenziato Mirabelli - ha elargito finanziamenti che di fatto sono andati a ripianare il buco dei bilanci di aziende ospedaliere pubbliche e private. Se per i soggetti pubblici, secondo Mirabelli, può accadere, così non può essere per i privati che dovrebbero avere altri investitori a cui sta a cuore il proprio investimento e dovrebbero renderlo competitivo.

martedì 4 settembre 2012

Gli elicotteri di Formigoni

Mio articolo pubblicato su Il Nord.
Fine del sogno di Formigoni di trasformare la superficie di Palazzo Lombardia in un centro di servizio pubblico di mobilità in elicottero commerciale e turistica? I residenti del quartiere ci hanno sperato e a fine a luglio sembrava che tutto ciò fosse davvero possibile, almeno per un po’.
A fermare i voli, infatti, è arrivata una sentenza del Tar della Lombardia che ha stabilito che la piattaforma di decollo e atterraggio realizzata all'undicesimo piano del Pirellone bis non è utilizzabile, in quanto il rumore prodotto dagli elicotteri viola i limiti di 50 decibel notturni e 60 diurni previsti dalla legge nazionale per le emissioni sonore. Un elicottero produrrebbe ben 85 decibel, secondo i dati presentati dal comitato “Quartiere Modello, composto da circa 300 famiglie esasperate dagli effetti dei voli e residenti in via Alessandro Paoli (una traversa di via Melchiorre Gioia) che, dal maggio 2011, hanno intrapreso una battaglia legale per fermare il progetto formigoniano.
Chi in Regione si è sempre occupato della questione, sostenendo le battaglie dei cittadini e presentando anche diverse interrogazioni all’assessore che si occupa di mobilità e trasporti, è il consigliere regionale del Partito Democratico Franco Mirabelli, il quale ha così commentato la sentenza: “Era assolutamente evidente che un eliporto costruito in pieno centro abitato violasse i limiti previsti dalla legge per le emissioni sonore. Lo avevamo denunciato più volte ma c’è voluta la giustizia amministrativa per sancire ciò che era chiaro dal principio. Adesso, però, Formigoni deve spiegare ai lombardi quanti soldi pubblici sono stati spesi inutilmente per accontentare le sue dispendiose pretese. Solo la solita arroganza formigoniana ha fatto sì che si portasse fino in fondo questo progetto. Inoltre resta da capire come abbia fatto l'Arpa a rilevare una rumorosità nei livelli consentiti come aveva spiegato l'assessore alle Infrastrutture e Mobilità, Cattaneo”.
Sui dati contestati, Raffaele Cattaneo ha chiarito che i limiti di rumore misurati da Arpa risultano inferiori e rispettosi del piano di zonizzazione acustica adottato dal Comune di Milano che, però, al momento non è ancora stato approvato. Proprio questa mancanza ha permesso al Tribunale amministrativo di accogliere il ricorso presentato dai cittadini, annullando l’autorizzazione rilasciata dall’Enac alla Regione, in quanto la piattaforma sopra al Pirellone bis da utilizzare come base di partenza e arrivo degli elicotteri risulta incompatibile con la classificazione acustica del quartiere attuale.
Una battaglia vinta per ora, dunque, dai residenti che più volte si sono fatti sentire per protestare contro quell’idea di far partire e atterrare gli elicotteri in mezzo alle case. Ma non è finita perché la Regione, infatti, ha già detto che intende presentare ricorso al Consiglio di Stato.
Raffaele Cattaneo ha annunciato anche che “dal 1 giugno 2012 Enac ha rilasciato alla piazzola di Palazzo Lombardia anche la certificazione di eliporto, che consente agli elicotteri di atterrare e decollare indipendentemente dall’autorizzazione come elisuperficie” e, quindi, non ci sarà alcuno stop dei voli, i quali comunque, fino ad oggi, sono stati in numero limitato e hanno utilizzato una rotta meno impattante per il quartiere. Nel frattempo “la Regione ha già messo in campo ulteriori interventi di mitigazione dell’impatto degli impianti tecnologici posti sulle coperture di Palazzo Lombardia, riducendo in modo significativo i rumori”, ha precisato l’assessore ai trasporti. Per fortuna, perché oltre ai rumori assordanti, gli inquilini hanno denunciato anche vibrazioni fortissime, odore di carburante e vortici d'aria. Insomma, se il progetto della giunta formigoniana di realizzare un servizio di elitaxi per collegare gli aeroporti milanesi con i centri nevralgici della città, che prevede come una delle stazioni proprio la superficie di Palazzo Lombardia, andasse in porto per i residenti sarebbe un vero e proprio incubo.
In attesa degli sviluppi della vicenda, resta da capire come mai a nessuno sia venuto in mente che costruire una piattaforma per elicotteri nel cuore della città avrebbe prodotto simili risultati sul fronte dell’inquinamento acustico e come mai non siano emerse prima queste criticità, senza contare la pericolosità che potrebbe derivare da eventuali incidenti dato che il Palazzo Lombardia da cui dovrebbero andare e venire gli elicotteri si trova circondato da abitazioni. Domanda che pone anche il consigliere regionale Mirabelli che sottolinea: “Quello che non si capisce è perché l’assessore Cattaneo pensa che gli elicotteri debbano per forza atterrare nei parchi o sui balconi di cittadini incolpevoli. Se Cattaneo vuole il nostro consenso, basta che costruisca eliporti, come in ogni parte del mondo, in modo che non disturbino la quiete pubblica”.
Intanto, in attesa di nuove sentenze, la mobilitazione dei residenti prosegue.