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domenica 2 febbraio 2020

La lezione dell'Emilia Romagna e le prospettive per la ricostruzione del centrosinistra

Al Circolo PD Rigoldi di Niguarda abbiamo organizzato un incontro dal titolo “Ripartiamo! Battere questa destra si può! La lezione dell'Emilia Romagna e le prospettive per la ricostruzione del centrosinistra” anche per far seguito alle richieste che ci sono arrivate da parte di alcuni iscritti di discutere un po’ insieme dopo le tante cose che abbiamo letto sui giornali nelle ultime settimane riguardanti il PD (l’annuncio del congresso, la confusione tra scioglimento e apertura del partito alle realtà civiche, il seminario del gruppo dirigente a Rieti da cui sarebbe dovuta uscire l’agenda del PD) e poi ora con l’esito delle elezioni regionali in Emilia Romagna e Calabria.
Abbiamo scelto di soffermarci un po’ sul risultato dell’Emilia Romagna, non solo perché abbiamo vinto – ci davano per morti e invece il PD è risultato essere il primo partito, arrivando al 34,6% in Emilia Romagna (40,7% a Bibbiano!) e al 15,1% in Calabria - ma anche perché forse quello che è successo lì può essere un modello da cui ripartire.
Nel titolo del nostro incontro non è un caso che ho scritto “La lezione dell'Emilia Romagna e le prospettive per la ricostruzione del centrosinistra”: la riconferma a Presidente di Stefano Bonaccini passa da un insieme di fattori di cui dobbiamo tenere conto, che sono il buon governo ma anche una coalizione di centrosinistra larga e trainata dalla partecipazione nelle piazze stimolata dalle Sardine.
Questi elementi sono anche quelli che ha citato spesso Zingaretti quando ha annunciato di voler cambiare il partito, immaginando un PD che andasse un po’ oltre i suoi recinti per aprirsi a una parte di sinistra che sta tornando a guardare noi, al civismo e ai movimenti come quello delle Sardine.
Non è un disegno strano: Zingaretti è un leader riconosciuto da quella parte di centrosinistra; lo hanno guardato con speranza e anche come possibile fattore di ri-aggregazione quando si è presentato alle primarie per diventare il Segretario del PD e, quindi, in questo senso, il risultato emiliano-romagnolo, costruito su quei fattori, può fare da laboratorio per cercare di ricostruire un’area politica, vedremo poi se sarà il nuovo centrosinistra o un nuovo PD più allargato.

C’è la questione del Movimento 5 Stelle, sempre più lacerato e uscito malissimo dalla tornata elettorale. Prima delle elezioni, il giornalista Fabio Massa di Affaritaliani aveva scritto su Facebook “Credere nel voto disgiunto è un po’ come credere ai miracoli”. In Emilia-Romagna allora c’è stato un miracolo perché è anche grazie al voto disgiunto dal Movimento 5 Stelle che Stefano Bonaccini ha potuto vincere.
Resta, però, da vedere se i vertici del Movimento hanno compreso ed elaborato le loro sconfitte e che tipo di percorso pensano di intraprendere a partire da lì.
Di Maio - insieme a Casaleggio - era l’elemento di congiunzione tra M5S e Lega e non voleva saperne del PD. Pensavamo che dopo il suo passo indietro si sarebbe potuto aprire qualche canale di dialogo più proficuo ma la nomina di Bonafede a capodelegazione del Governo (uomo di Di Maio e autore del pasticcio sulla Giustizia) non è certo un segnale che va in quella direzione, anzi, sembra quasi che Di Maio si stia preparando per ritornare con più forza e blindato dai suoi.
La posizione che deciderà di prendere il Movimento 5 Stelle è importante sia sul piano nazionale per la tenuta del Governo che sul piano locale in vista delle prossime tornate elettorali regionali e amministrative.

Inoltre, come abbiamo letto sui giornali dai vari collaboratori alla campagna elettorale di Bonaccini, in Emilia Romagna hanno giocato anche alcuni fattori locali: qualcuno ha detto che “Salvini si è comportato come un invasore”, presentandosi in modo arrogante sui territori senza neanche conoscerli e imponendo se stesso, il suo stile e la sua agenda tutta nazionale che nulla c’entrava con quelle realtà, a maggior ragione in un’elezione volta a eleggere chi avrebbe governato la Regione e non il Paese.
Però, guardando le mappe dei risultati elettorali in Emilia Romagna (poco rassicuranti per noi, nonostante la vittoria) si vedono anche alcune chiare tendenze nazionali se non addirittura mondiali, come la divaricazione tra il voto nelle città (Bologna in particolare) e i territori lontani, isolati, periferici. Questo scenario lo abbiamo già visto tra Milano e il resto della Lombardia ma è simile a quello americano che ha portato all’affermazione di Trump e in parte anche al rapporto tra Londra e il resto della Gran Bretagna.

Dobbiamo, quindi, prendere atto che c’è un problema: le nostre città crescono sempre di più, corrono, diventano luoghi di sviluppo e apertura ma appena un po’ più fuori dai confini inizia il mondo degli altri, che si sentono esclusi da quello sviluppo e hanno paura di non farcela e si ripiegano in loro stessi, si chiudono e lì guadagnano consensi quelli che agitano ancora di più le loro paure.
Qualche settimana fa, infatti, in un convegno, Giovanni Floris ha spiegato che spesso alle persone non interessa che i politici risolvano i problemi, forse un po’ anche perché non si crede più al fatto che la politica possa risolvere qualcosa, ma votano quelli che raccontano i loro problemi perché almeno si sentono compresi e rappresentati.
Se così fosse, le sfide che abbiamo davanti diventano complicatissime e bisogna attrezzarsi per tempo, lavorando alla costruzione di un clima culturale e civile nel Paese, oltre che di un’agenda capace di mettere in campo proposte concrete per migliorare la vita delle persone.
L’esito del voto emiliano-romagnolo ha dimostrato che battere questa destra populista è possibile, ora ci auguriamo che da questo risultato il centrosinistra possa finalmente ripartire e ri-attrezzarsi per vincere le sfide future.
Antonio Scurati, in un articolo sul Corriere della Sera di qualche giorno fa, scriveva che oggi le piazze della paura prevalgono su quelle della speranza e la sinistra attualmente è minoritaria nel Paese.
Il lavoro da fare, quindi, è ancora molto.

sabato 5 maggio 2018

La discussione nel PD

Oggi pomeriggio sono andata ad ascoltare un po' dei tanti interventi che si sono susseguito all'incontro organizzato da Majorino all'auditorium di Radio Popolare. 
Tra questi, Massimo Bonini (Segretario della Camera del Lavoro di Milano) che ha ricordato i tanti problemi del mondo del lavoro e dei diritti che sembravano acquisiti e che invece si devono nuovamente riconquistare; il sindaco Beppe Sala che ha chiesto una svolta radicale al PD ma anche l'impegno a partire da Milano per cambiare ciò che non funziona a livello nazionale; di tono diverso Giorgio Gori che ha riproposto le tematiche delle autonomie locali; Carlo Monguzzi che ha ricordato come anche a Milano siamo stati bravissimi ad occuparci degli ultimi ma nel farlo ci siamo dimenticati dei penultimi e di come questi si siano sentiti abbandonati; Diana De Marchi che ha posto con forza il problema dell'accantonamento della parità di genere all'interno del PD; Simonetta D'Amico che si è soffermata sulla questione del rapporto con i 5 Stelle; Franco Mirabelli che ha detto che per ripartire il PD deve tornare a discutere e ricostruire un rapporto forte con il mondo dell'associazionismo e con le intelligenze della società. 
L'incontro era aperto al pubblico ed è stato molto partecipato e tra i partecipanti non c'erano solo persone della sinistra PD (era presente anche il renzianssimo Mattia Mor) e neanche solo del PD (c'erano molti ex, esponenti delle forze della coalizione di centrosinistra a Milano). Tuttavia, forse la location un po' piccola, forse per il tono di molti interventi, assomigliava molto più ad una riunione di corrente che non ad un evento pubblico di discussione e rilancio per un partito che, come vediamo dalla cronache dei giornali, sta facendo molta fatica. 
Tuttavia è stato sicuramente un momento di discussione positivo per un partito in cui troppo spesso mancano occasioni di ritrovarsi e discutere davvero su quanto avviene all'interno e all'esterno.

martedì 14 novembre 2017

Bindi e Serracchiani alla Festa PD del Municipio 9 di Milano

Lo scorso 3, 4, 5 novembre si è svolta la Festa dell’Unità organizzata dai Circoli PD del Municipio 9 che, per l’occasione, hanno ospitato momenti di dibattito politico alternati a musica e convivialità.
Grande partecipazione hanno ottenuto i due appuntamenti politici nei circoli di Affori e di Niguarda che, tra gli altri, hanno avuto come protagoniste due importanti donne del Partito Democratico: la Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Rosy Bindi e la Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani.
Tantissime, infatti, sono state le persone che hanno preso parte ai dibattiti e grande interesse è stato mostrato per un tema non facile come quello della riforma del codice antimafia e della gestione dei beni confiscati (che sono molti anche nell'area milanese), su cui si sono confrontati il pomeriggio del 4 novembre, oltre a Rosy Bindi, il magistrato Fabio Roia (Presidente della Sezione Autonoma Misure di Prevenzione del Tribunale di Milano), il sindacalista Luciano Silvestri (Responsabile Legalità della Cgil nazionale e promotore della legge d’iniziativa popolare “Io riattivo il lavoro” riguardante le aziende confiscate), il senatore Franco Mirabelli (Capogruppo del PD nella Commissione Parlamentare Antimafia) e Beatrice Uguccioni (Vicepresidente del Consiglio Comunale di Milano e componente della Commissione Antimafia milanese).
L’incontro, svoltosi nel Circolo PD ad Affori, è stato introdotto dall’intervento del senatore Mirabelli che ha illustrato i molti provvedimenti in materia di legalità approvati nel corso della legislatura che si sta concludendo, a partire dalle modifiche all’articolo 416 ter del Codice Penale per punire il reato di voto di scambio, inteso come voti in cambio di favori e non più solo in cambio di denaro, alla legge anticorruzione, all’istituzione dell’Autorità Nazionale AntiCorruzione presieduta da Cantone, all’introduzione del reato di autoriciclaggio e di falso in bilancio, fino ad arrivare alla riforma del Codice Antimafia, costruita dopo un lungo lavoro di ascolto di magistrati, forze dell’ordine e associazioni operanti in particolare nella gestione dei beni confiscati e volta a creare regole più efficaci per contrastare la criminalità organizzata.
La riforma del Codice Antimafia, infatti, è arrivata anche dalla spinta delle firme raccolte per la presentazione della proposta di legge di iniziativa popolare riguardante i lavoratori dei beni e delle aziende confiscate alla mafia che, purtroppo, fino ad oggi, spesso sono state fatte fallire mentre, con le nuove norme, si dovrebbe consentire di assicurare maggiore supporto per quelle in grado di stare sul mercato e maggiori garanzie per i lavoratori che vi sono occupati, come ha spiegato Luciano Silvestri.
Un po’ di dati riguardanti i beni confiscati e l’attività della magistratura in termini di misure di prevenzione (sequestri e confische) li ha forniti il magistrato Fabio Roia, mentre sulle novità messe in campo dal Comune di Milano sul fronte della legalità e in supporto a chi si trova a denunciare fatti criminosi è intervenuta Beatrice Uguccioni.
A concludere l’incontro è stato l’intervento della Presidente Bindi, che ha ripercorso le tappe che hanno portato alla riforma del Codice Antimafia e ha risposto alle polemiche circolanti nelle scorse settimane in relazione ad alcune norme contenute nel testo di legge, riguardanti l’estensione della confisca preventiva a chi commette reati contro la Pubblica Amministrazione (corruzione).
«Appena è stato approvato il nuovo Codice Antimafia è partita una campagna denigratoria da parte di alcune testate giornalistiche - ha raccontato Rosy Bindi – ma questa non è stata una riforma improvvisata o fatta di fretta come altre messe in campo nel corso della legislatura, anzi è frutto di un lungo lavoro basato sull’ascolto delle diverse esperienze in materia».
La Presidente della Commissione Antimafia si è soffermata molto sulla questione dei beni confiscati, segnalando che «Si parla di un patrimonio di circa 25 miliardi fatto di terreni, immobili e aziende» e che con le precedenti norme si erano registrati dei gravi malfunzionamenti dell’Agenzia che aveva il compito di gestirli, così come altri problemi erano sorti con gli amministratori giudiziari, come ha mostrato anche il caso di Palermo (che pure non era avvenuto violando la legge esistente).
Le nuove norme, dunque, servirebbero a far funzionare meglio l’Agenzia per i beni sequestrati e confiscati, consentire ad essa di avvalersi di competenze migliori e adeguate ai casi da seguire (lo spostamento della sede a Roma è stato voluto anche in quest’ottica) e a dare regole agli amministratori giudiziari per evitare che si creino situazioni di monopolio, oltre che fornire strumenti di supporto alla magistratura che deve occuparsi delle misure di prevenzione e che non sempre e non in tutte le zone del Paese è attrezzata per questo lavoro.
«La nostra legislazione antimafia è guardata con grande interesse anche dagli altri Paesi europei – ha ricordato Rosy Bindi – e il Codice Antimafia è il principale strumento del nostro ordinamento per contrastare la criminalità organizzata e con le nuove norme, dunque, abbiamo cercato di combattere le mafie in modo più raffinato di prima; del resto anche i mafiosi si sono fatti più raffinitati di prima».
Per Rosy Bindi, dunque, il Codice Antimafia è un buon punto di arrivo per fronteggiare le organizzazioni mafiose e garantire una migliore gestione del patrimonio confiscato ma non è l’unico terreno su cui vi è la necessità di intervenire: «La normativa inerente lo scioglimento dei Comuni è sicuramente da rivedere perché noi dobbiamo ammazzare la mafia ma non dobbiamo ammazzare né la politica né l’economia di questo Paese. I Comuni sciolti per mafia, purtroppo, hanno una serialità di scioglimento».
La Presidente della Commissione Antimafia si è poi soffermata su altre problematiche emerse dagli studi effettuati nel corso della legislatura sull’evoluzione dei fenomeni mafiosi in Italia e ha evidenziato che la forza della mafia oggi sta meno nell’intimidire e più nel creare complicità: «È nello scambio con i professionisti la forza dei mafiosi di oggi. - ha affermato Rosy Bindi - I beni che confischiamo, i mafiosi li hanno avuti anche perché hanno trovato soggetti che li supportavano nelle loro attività. La mafia, quindi, spara meno – soprattutto al Nord - perché fa i suoi affari senza bisogno di sparare e ha trovato un terreno fertile per fare questo».

Tutt’altre questioni quelle poste, invece, la mattina del 5 novembre a Niguarda, dove sono arrivate comunque moltissime persone per ascoltare Debora Serracchiani con il senatore Mirabelli, l’Assessore Granelli e il Segretario Metropolitano del PD Pietro Bussolati sul Partito Democratico e le prospettive future.
Tanti i temi affrontati nel corso del dibattito, sia di carattere nazionale che locale, dove le questioni territoriali si sono intrecciate alle dinamiche relative alle scelte politiche di carattere più generale.
Debora Serracchiani si è soffermata a lungo sulle paure dei cittadini che vengono spesso cavalcate dalle forze populiste e amplificate dalle cosiddette fake news. Un contesto non semplice quello in cui, secondo la Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, si trovano ad agire i politici oggi ma questo deve spingerli a fare uno sforzo ulteriore per agire ancora meglio e comunicare ciò che di positivo si è fatto.
A tutto questo, per la nostra parte politica si aggiunge un problema in più, ha affermato Serracchiani: «Il problema della sinistra sono le divisioni. Noi entriamo in crisi quando dobbiamo governare, quando dobbiamo prendere delle decisioni, discutere, entrare anche in conflitto e mostriamo tutta la nostra fragilità. Sprechiamo anche molto tempo a dover spiegare e giustificare se ciò che facciamo è di sinistra e personalmente sono un po’ stanca di dover fare l’esame del sangue tutti i giorni. Sono di sinistra e lo dimostrano le azioni politiche nella mia Regione. Finiamola qui con questa polemica: il nostro problema è domandarci come governano destra e Cinque Stelle quando sono al governo non se noi siamo più o meno di sinistra. E non può neanche essere che non difendiamo ciò che abbiamo fatto».
Serracchiani ha poi fatto l’esempio della questione immigrazione e di come la affronta il Ministro Minniti rispetto agli annunci rozzi di Matteo Salvini o alle azioni del centrodestra quando era al Governo del Paese.
Affrontando la questione dello Ius Soli, Serracchiani ha messo in luce tutte le contraddizioni di M5S, che prima si è detto favorevole alla norma ma che poi per ragioni di «marketing elettorale» si è tirato indietro al momento di votarlo. Ma sullo stesso tema, secondo Serracchiani, anche il PD sbaglia quando cerca di metterci la bandierina della sinistra sopra invece di andare a spiegare agli italiani di cosa si tratta davvero e del perché è una legge di civiltà per l’Italia.
Un altro tema affrontato nel lungo intervento dell’esponente della Segreteria Nazionale PD è stato quello del cambiamento: «Il cambiamento è fondamentale per un Paese come il nostro che per troppo tempo si è cullato nel rimanere come stava. - ha affermato Serracchiani - Il problema è che, finché il cambiamento è lontano, a parole siamo tutti favorevoli ma man mano che si avvicina, scopriamo che quelli che stanno bene come stanno sono tanti perché il cambiamento significa rimettersi in discussione e far saltare rendite di posizione. Il cambiamento, quindi, spaventa e noi dobbiamo spiegarlo perché non può rimanere a livello di classe dirigente ma deve essere una missione collettiva e ciascuno si deve sentire coinvolto».
In chiusura Serracchiani ha accennato alle questioni dell’autonomia poste dalle forze leghiste che maschera una cultura del dividere e questo è un progetto difficile da contrastare ma molto pericoloso. Le risposte a questo, secondo l’esponente democratica, sono da ricercare nelle due parole lanciate da Jean Paul Fitoussi: «protezione (che è il contrario del protezionismo ma implica il non sottovalutare le paure reali dei cittadini e sapervi far fronte) e apertura (che è il contrario dell’autonomismo)».

venerdì 6 febbraio 2015

Pisapia

Da un po' di tempo, ogni giorno sui quotidiani si leggono dei presunti dubbi di Pisapia sul ricandidarsi o meno. Al momento Pisapia è il sindaco di Milano in carica e ampiamente eletto dai cittadini. A me, da cittadini milanese, in questo momento interessa sapere che il sindaco stia facendo il sindaco e, possibilmente, che lo stia facendo bene. Tutte le altre elucubrazioni su cosa ne sarà del suo futuro politico preferirei se le facesse in privato invece che continuare a doverle leggere quotidianamente sui giornali: da cittadina non è rassicurante leggere di avere un sindaco che pensa di scaricarci appena può e non è nemmeno una mossa utile politicamente nei confronti dello schieramento con cui ha vinto le elezioni.
Il sindaco ora pensi a fare il sindaco e rendere visibili e concreti per tutti i cittadini i miglioramenti prodotti del suo operato a Milano. Della ricandidatura ne parli con chi deve e eviti queste uscite inutili quotidiane sulla stampa.

domenica 24 febbraio 2013

La fine del giro


E così siamo arrivate alla fine di un intenso tour elettorale. Un viaggio avanti e indietro tra Milano e la provincia insieme a Sara Valmaggi, candidata per il Pd al Consiglio Regionale della Lombardia. Sesto San Giovanni, Cinisello, Vimodrone, Carugate, Pessano con Bornago, Vaprio d'Adda, Trezzo d'Adda, Inzago, Cassano d'Adda, Pozzuolo Martesana, Melzo, Vignate, Cologno Monzese, Cusano Milanino, Bresso, Paderno Dugnano, Bollate, Arese, Legnano, Canegrate, Cerro Maggiore, Parabiago, Villa Cortese, San Vittore Olona, Settimo Milanese, Trezzano sul Naviglio, Rozzano, Corsico, Gaggiano... questi i paesi dove siamo state, in giro tra mercati, circoli del Pd (quasi tutti senza riscaldamento), feste, luoghi di lavoro, gazebo, sale comunali. Abbiamo incontrato tantissime persone, visto con i nostri occhi realtà difficili, ascoltato storie e frammenti di vita. Abbiamo riso, ci siamo incazzate, abbiamo preso freddo e neve, abbiamo frequentato bar e autogrill, abbiamo visto sale vuote e sale piene, abbiamo giocato e fatto le foto da mettere in rete e soprattutto, non ci siamo mai fermate. 
Di questa campagna elettorale ricorderò le tante tachipirina prese nel tentativo di non soccombere alla febbre, il freddo gelido delle mattine ai mercati (come quello di Viale Monza e via Pareto a Milano o Cinisello sotto la neve), il mio look da eschimese, le bancarelle della festa a Pessano, i cioccolatini di San Valentino a Vaprio, il calcetto e le moto di Rozzano, i graffiti di Carugate, il carnevale con il tizio vestito da Morte, la via dei negozi belli del centro di Cusano, la domenica del giro di Canegrate coast to coast, gli studi televisivi e i giornalisti che prima vedevo dalla tv di casa visti dal di dentro, il sonno che ogni tanto rendeva faticoso il seguire le discussioni dei dibattiti e delle riunioni, i tantissimi aperitivi fantastici a cui era meglio mangiare in caso non ci fosse stato il tempo di farlo dopo... 
E poi mi ricorderò di Donato che scavalca il cancello chiuso dietro cui ha lasciato la macchina con l'agilità di un ladro, di Nicola che ogni tanto ci ha accompagnate "in gita", del "rapinatore" e del "poco sveglio", delle nostre corse in macchina da un capo all'altro della provincia, di come le sale in provincia utilizzate dal Pd siano molto più belle di quelle di Milano (ma con la stessa ostinazione a tenerle senza riscaldamento), del gruppo di Sesto sempre presente e indaffarato al Comitato elettorale.
Mi ricorderò dell'affetto con cui ci hanno accolte in alcuni circoli, dei sorrisi di alcuni elettori del Pd, di amici conosciuti prima su facebook e poi incontrati di persona e viceversa. Mi ricorderò di mercati affollati di candidati in cerca di voti, delle mie incazzature pesanti prevalentemente per motivi personali ma anche per il modo assurdo in cui erano collocati gli appuntamenti.
Ma soprattutto mi ricorderò degli incontri con i medici degli ospedali e del personale di alcuni centri anziani che ci hanno parlato delle loro problematiche lavorative, ma anche dei medici che si occupano della cura dei detenuti sia in carcere che fuori e del loro racconto angosciante su come queste persone siano totalmente private di quelli che per noi sono cose elementari, oppure la visita in casa delle persone hanno nel giardino i tralicci dell'elettrodotto che pare abbia provocato una serie di gravi malattie, e poi il signore anziano che mi ha raccontato la storia della sua vita e di come sia stato difficile restare puliti e tenere lontani i signori della criminalità organizzata in alcune realtà del Sud Milano, e ancora il ritorno sui banchi dell'Università per un incontro con gli operatori della scuola e dei sindacati e l'assemblea con i lavoratori di un ramo della Nokia che aspettano di sapere quale sarà il loro futuro.
Il viaggio insieme a Sara Valmaggi è stato tutto questo e lei è stata una super-candidata: sempre attenta, precisa nel rispondere alle domande dei cittadini, competente nelle tematiche che si è trovate ad affrontare (prevalentemente sanità, scuola, donne, lavoro) anche forte della sua esperienza fatta in Regione nella consigliatura appena conclusa, sempre presente ovunque sia stata richiesta. Adesso è il momento di dare forza a tutto il suo percorso e domenica e lunedì smacchiamo il giaguaro anche in Lombardia e, sulla scheda elettorale verde per le elezioni regionali, a Milano e provincia, votate per lei, barrando il simbolo del PD e scrivendo VALMAGGI sulla riga accanto.

lunedì 4 febbraio 2013

Star bene in Lombardia

"Star bene in Lombardia. Per una sanità più equa, efficiente, che garantisca la salute dei cittadini e un sistema di finanziamento trasparente". Questo il tema dell'incontro che ho coordinato e che si è svolto sabato 2 febbraio presso La Casa di Alex, a cui hanno partecipato Sara Valmaggi (candidata Pd al Consiglio Regionale della Lombardia), Franco Bomprezzi (Candidato Pd al Consiglio Regionale della Lombardia), Franco Mirabelli (Candidato Pd al Senato).

 

sabato 1 dicembre 2012

Le anti-regole di Renzi

Che ci fosse qualche dubbio sulle regole delle primarie del centrosinistra, personalmente, l'ho sempre pensato e anche espresso, così come non ho mai nascosto le mie perplessità sul doppio turno e sul come sia stato pensato, però, a lato che la partita è cominciata e, vista l'enorme partecipazione dei cittadini al primo turno (oltre tre milioni di elettori), ritengo anche che la discussione sulle regole avrebbe potuto essere serenamente archiviata e i candidati in campo avrebbero potuto concentrati a giocare la partita sui contenuti. Purtroppo, così non è: evidentemente, uno dei due candidati non ha contenuti da presentare e allora continua a straparlare di regole. Che Renzi fosse un candidato "di rottura" lo si sapeva e, girando un po' per i seggi domenica 25 novembre, era chiarissimo che chi è venuto a votarlo, principalmente lo faceva inneggiando alla "rottamazione" (di tutto, dell'apparato, dei burocrati, di D'Alema e della Bindi, del Pd) e, quindi, era ovvio che anche la settimana del ballottaggio se la sarebbe giocata su questo tema - in fondo è più facile parlare "contro" che non parlare "per" - tuttavia, qualche riflessione è il caso di farla.
I "renziani" non iscritti al Pd che sono venuti a votare alle primarie, nella maggior parte dei casi, non sono venuti a registrarsi prima del 25 novembre ma si sono presentati direttamente il giorno stesso, oppure hanno fatto la preregistrazione online (che, però, doveva poi essere convalidata comunque da chi registrava). La maggior parte di questi, una volta arrivati, si sono anche lamentati delle code protestando vivacemente (al circolo Prato Bicocca di Milano, dove mi trovavo, abbiamo avuto 1129 elettori e la coda era al massimo di 5-7 minuti nell'ora di punta, cioè dalle 10:30 alle 12:00 e dalle 16:00 alle 17:30) e qualcuno si è anche lamentato di dover lasciare il contributo di 2 euro.
Capisco che la società moderna va di corsa, capisco che si ha sempre fretta di qualsiasi cosa, però, era una domenica e chi ha segnalato di avere problemi di tempo particolari è stato fatto passare senza problemi. Tutti gli altri che fretta avevano di non saper aspettare 5 minuti? Quando si va alle poste o dal medico non si attende pazientemente il proprio turno? Quando si va a votare alle elezioni vere, nei seggi istituiti dentro ai plessi scolastici, e capita di trovare un po' di coda, ci si mette ad imprecare contro scrutatori e presidenti perché non si ha voglia di fare la fila? Credo proprio di no e allora mi domando per quale ragione, chi è entrato nei nostri circoli o nelle sedi affittate per fare da seggi, sia arrivato con tanta aggressività verso i volontari che cercavano di farli funzionare?
Forse, se fossero venuti a registrarsi prima, come era stato più volte segnalato, avrebbero fatto meno coda. Forse, se anziché imprecare contro chi era lì a impiegare il proprio tempo e giornate intere per far funzionare le primarie, si fossero messi a dare una mano e ad aggiungersi ai volontari, le code si sarebbero smaltite prima.
Quello che è accaduto è offensivo nei confronti di chi a queste giornate così belle e partecipate ha dedicato tanto tempo e passione e Renzi e suoi supporter farebbero meglio a tenerne conto invece di incattivire la gente con problematiche inesistenti.
Il buttarla in caciara subito dopo che tre milioni di persone sono venute a votare è stato un altro errore.
La polemica sollevata da Renzi e dai renziani sulle regole del ballottaggio è demenziale: che gusto c'è a continuare a incattivire la gente, a volerci fare apparire a tutti i costi come chiusi, a voler far venire le persone a votare non a favore suo ma contro gli altri? Mi pare che i toni usati negli ultimi giorni sono stati davvero fuori luogo. Le regole stabilite da queste primarie - per quanto non piacciano neanche a me - sono state approvate e accettate da tutti i candidati e allora non si capisce perché serve fare tutto questo casino a metà della partita. Quando si va a votare alle elezioni vere si contestano le regole? A me non sembra.
Votare alle primarie non è né un diritto né un obbligo, è una libera scelta. Il tutto è messo in piedi grazie alle strutture dei partiti promotori (e questo dovrebbero tenerlo ben presente anche i signori della società civile che tanto schifano i partiti e i loro apparati ma poi vengono ad appoggiarsi proprio ad essi) e forse un po' meno insulti sarebbero graditi. Chi sceglie di votare alle primarie, sceglie di stare alle regole (che, in questo caso, prevedevano preregistrazione e pagamento di 2 euro). Sicuramente ci sono stati molti aspetti da migliorare in queste primarie (ad esempio la questione delle preregistrazioni online che, di fatto, erano inutili), ma non si migliorano ridicolizzando tutto quanto.
Renzi - che sembra tanto bravo a parlare fuori dai recinti del centrosinistra - avrebbe dovuto invitare i cittadini a votare per lui e per le idee che lui portava nel Pd, avrebbe dovuto provare a portarli dentro e non contro. Questo non lo ha saputo fare e, dai toni usati dai suoi sostenitori che venivano ai seggi, si intuiva molto chiaramente.
Nel 2009, durante la campagna congressuale, anche per Franceschini si sono fatte battaglie dai toni accesi, anche lì c'era una richiesta forte di innovazione e cambiamento rispetto a certi modi antichi di fare politica e certe persone che li incarnavano, ma Franceschini ci invitava a venire dentro al Pd e a votare per costruire insieme un partito più nuovo e moderno.
A Renzi manca totalmente l'aspetto costruttivo (che è la parte più difficile), invita a prendere a martellate quello che c'è, dice di volere il futuro ma per farlo continua a richiamarsi al passato, contestando tutta la storia di governo del centrosinistra (e mai quella del centrodestra) mentre della sua idea di cosa vuole per il futuro anche del Pd ha detto pochissimo (a parte questa ossessione del mettere tutto online, senza capire che la modernità va oltre ben la rete). A Renzi manca l'inclusività, la costruttività, il far sentire parte di un progetto comune e anche la sua visione di società non è chiara: dice frasette a spot e cambia idea a seconda di chi lo sponsorizza. Questo si riflette sui suoi elettori e il risultato è l'insulto continuo che vediamo in questi giorni. Ne avremmo fatto tutti volentieri a meno, anche perché uscite come quelle delle pagine comprate sui giornali per spingere persone non registrate a farlo, violando il regolamento stabilito, costringono l'altra parte a rispondergli e a perpetrare una discussione tutta interna che agli italiani non interessa minimamente.

giovedì 15 novembre 2012

Ambrosoli e i partiti

La discussione che sta avvenendo su e con Umberto Ambrosoli, in merito alle modalità della sua candidatura alla Presidenza della Regione Lombardia in questi giorni è a dir poco surreale.
Ambrosoli è un candidato autorevole che sicuramente ha la capacità di raccogliere attorno a sé un consenso largo ma che da subito ha posto delle condizioni piuttosto nette per accettare la candidatura, prima fra tutte quella che riguarda la polemica sulle primarie e sui partiti che le avevano indette.
Personalmente, lo avevo già detto tempo fa che c’era qualcosa di anomalo nel modo di porsi di Ambrosoli. Qualcosa che ha lasciato non poco sgomento tra la “base” dei partiti che dovrebbero sostenerlo.
Tutta la discussione – che ad un certo punto è sembrata superata – sulla scelta del lessico (non più “primarie” ma “consultazioni civiche”) è sembrata completamente fuori dalla realtà perché le primarie per loro natura sono civiche in quanto mirano a coinvolgere i cittadini e sono uno strumento utilizzato per favorire la partecipazione, se poi non si vuole che a indirle siano esclusivamente i partiti ma anche movimenti e comitati civici, basta sedersi al tavolo delle trattative senza suscitare tutte queste polemiche. Ma la realtà è un po’ più spinosa di una semplice questione lessicale: la verità è che al candidato Presidente e al suo entourage non piacciono i partiti e ha fatto di tutto per tenerli fuori o all’angolo, o almeno questo è quello che ha lasciato sembrare.
Ad Ambrosoli, dunque, non piacciono i partiti, non vuole essere il candidato dei partiti. Di questi tempi, con quello che si dice dei partiti e della politica è abbastanza comprensibile agli occhi dell’opinione comune. Forse Ambrosoli ritiene che sia più facile vincere "rottamando" i partiti oppure ritiene più logico conquistare un consenso più ampio non legandosi a una coalizione di partiti marcata. Tutti ragionamenti possibili ma non accettabili per uno che si candida alla Presidenza di una Regione e che verrà eletto in prevalenza con i voti portati a lui proprio dai partiti che tanto vuol tenere lontani e che pure andranno a eleggere dei consiglieri regionali che dovranno poi votare in Consiglio anche ciò che il Presidente e la sua giunta fanno.
Oltretutto i candidati consiglieri che faranno campagna elettorale per far eleggere se stessi e il Presidente cosa dovranno dire agli elettori? “Votate per me ma il mio partito fa schifo”? “Votate per me e il mio partito ma poi non conteremo niente sulle decisioni della Regione perché il Presidente ci lascerà senza niente in mano perché ha deciso che i partiti non li considera”?
L’impostazione della discussione come è stata avviata da Ambrosoli o dal suo entourage per come è stata riportata dai giornali è pessima e questo, alla “base” dei partiti, è ancora meno digeribile della questione delle primarie.
Senza contare che in questo modo i partiti sono apparsi all’opinione pubblica come nettamente subalterni alle idee bizzarre del candidato Presidente: poche sono state le dichiarazioni ufficiali in cui si rivendicava la decisione stabilita e quasi tutte smentite il giorno successivo dallo staff di Ambrosoli. Forse una conferenza stampa congiunta aiuterebbe ad appianare le polemiche e gli smarrimenti ma è chiaro che, ad oggi, non si è giunti ad alcun accordo definitivo, altrimenti tutto questo vespaio non esisterebbe.

A questo punto, però, tre sono i temi da affrontare: il primo riguarda il rapporto tra Ambrosoli e i partiti che vorrebbero sostenerlo. Quando si gioca insieme, le regole si stabiliscono insieme, non le fa uno da solo e, da questo punto di vista, mi pare che le premesse non promettano bene perché se già il candidato e i suoi fedelissimi vogliono tenere all’angolo i partiti prima ancora che sia cominciata la campagna elettorale, cosa mai potrà succedere una volta che sarà eletto? Ambrosoli è sicuramente il candidato che può vincere, ma il fatto che vinca lui non coincide necessariamente con la vittoria del centrosinistra e questa storia delle primarie già ne è un brutto segnale. Tradotto, non è una buona partenza quella per cui i partiti mettono la faccia per il candidato e il candidato non solo non vuole metterci la faccia per loro ma vuole anche tenerli fuori, anche perché se intende tenerli fuori adesso che c’è la campagna elettorale, a maggior ragione si rischia che voglia poi tenerli fuori anche dalla giunta una volta che il candidato sarà eletto. Il Partito Democratico, così come gli altri della coalizione, metteranno la faccia e l’impegno nella campagna elettorale per far conquistare ad Ambrosoli la Presidenza delle Regione Lombardia e Ambrosoli in cambio cosa mette per questi partiti?
Forse Ambrosoli e il suo entourage farebbero meglio a tenere presente quanto scrive Pippo Civati: “Prima di tutto per rispetto nei confronti di chi milita in quei partiti che tanto dispiacciono a chi si autodefinisce civico: i democratici, ad esempio, sono quasi tutti soggetti che sono «civici» fino alle 18, o le 19, o le 20, perché dedicano il loro tempo libero alla politica (diventando «politici» in serata), ma di giorno lavorano. E, vi giuro, sono in tutto simili ai professionisti del civismo. Anzi, di solito hanno meno potere di loro, nella società in cui vivono. In secondo luogo, perché nel momento stesso in cui si denigrano i partiti, poi si chiede il loro sostegno, la loro organizzazione e il loro voto, senza il quale si andrebbe poco lontano”.
Il secondo punto è la figura di Ambrosoli: sicuramente è un candidato che può vincere, sicuramente prenderà molti voti al centro e magari anche a destra (un po’ lo dimostrano gli attestati di stima e sostegno più disparati che sta ricevendo) e molto probabilmente ciò avviene perché lui non è espressione del centrosinistra e si vede. Si vede moltissimo la diversità di Ambrosoli dalla coalizione di centrosinistra: si vede da come parla e da quel che dice, il suo è un linguaggio altro e la “base” che milita in quei partiti, pur cogliendone l’opportunità di una vittoria quasi certa, questa alterità del candidato la percepisce benissimo. Il dubbio a questo punto sorge sul tipo di cambiamento che una figura del genere può esercitare dentro l’istituzione Regione Lombardia, dopo 17 anni di governo formigoniano e dove Il Celeste ha piazzato suoi uomini (che a questo punto o si andranno a trovare nuovi punti di riferimento o potranno divenire un serio ostacolo a eventuali nuovi modelli che i nuovi eletti vorranno apportare). Sarà un cambiamento vero quello che propone Ambrosoli? Sarà il cambiamento che chiede il centrosinistra da tempo o sarà altro perché altri sostenitori di Ambrosoli hanno altre idee e altri interessi in gioco? Questo non è un dato da poco perché si andrà a determinare il futuro della Regione Lombardia. La “base” dei partiti, che non è tanto ingenua, questo lo capisce bene e non si fida: non si fida di un uomo che non solo non è loro ma che addirittura dice neanche troppo velatamente che non li vuole. Alla fine la “base” si richiama all’ordine e lo voterà, come ha sempre votato qualsiasi cosa o quasi che veniva proposta o imposta e lo farà votare ma questo non significa che gli accorderà la fiducia o che sboccerà l’amore se dall’altra parte non si mostreranno maggiori aperture di quelle mostrate fino ad ora.
Il terzo aspetto riguarda proprio le persone che militano nei partiti. In un tempo in cui prevale la logica dell’antipolitica, del voler eliminare tutto ciò che ha a che fare con i partiti, è sicuramente più facile ottenere successo mandando un messaggio in quel senso, ma non è questo il messaggio che deve mandare una persona seria e autorevole che si candida a guidare un’istituzione. La politica, i partiti e molti esponenti che hanno operato in questo ambito sicuramente devono cambiare, migliorarsi e alcuni anche farsi da parte, tuttavia vale la pena di ricordare che chi si candida lo fa per andare a ricoprire un ruolo politico dentro ad un’istituzione e quindi farà politica e poco importa se lo fa dentro a un contenitore che si chiama “partito” o “movimento” o in qualsiasi altro modo perché comunque nessuno lo può fare per se stesso ma solo e sempre rispondendo ad un ideale e ad un programma condiviso su cui si sono chiesti i voti. Inoltre, all’interno dei partiti e delle organizzazioni politiche non esistono solo gli esponenti di spicco ma esiste anche la “base”, gli iscritti, i militanti, le persone che quotidianamente dedicano una parte del loro tempo e della loro vita a tenere aperti i circoli, distribuire materiale informativo, mettere in piedi delle iniziative… I partiti sono fatti di persone che sono cittadini come gli altri e meritano rispetto per il tempo e la passione che impiegano nelle attività politiche o ad esse correlate. Forse Ambrosoli e il suo entourage farebbero meglio a cercare di aiutare i partiti a far vedere questa realtà e queste persone, invece, di offendere denigrando ciò per cui loro dedicano tanto tempo e impegno. Pisapia ha conquistato la città di Milano uscendo per strada, stando nelle piazze, incontrando le persone vere e non solo i frequentatori dei salotti buoni (che pure servono), Ambrosoli non si illuda di conquistare la Regione solo andando in televisione o scrivendo su internet o sui giornali e con l’appoggio dei salotti.
Ambrosoli e il suo entourage vadano a vedere chi c’è nei “partiti”, non abbiano paura di “sporcarsi le mani”, non facciano quelli che “mi si nota di più se vengo ma sto in disparte”, entrino nei circoli dei partiti, vadano a incontrare le persone che quotidianamente dedicano il loro tempo all’impegno politico, vada a conoscere chi appende i giornali nelle bacheche, che monta i gazebo e li tiene aperti anche se piove e se fa freddo, chi distribuisce i volantini ai mercati, chi cucina e serve ai tavoli nelle feste dei partiti, chi studia il modo di far arrivare un messaggio o di coinvolgere il quartiere su un incontro o su un tema. I circoli del Pd sono aperti in questi giorni per registrare le persone che vogliono votare alle primarie del 25 novembre per la scelta del candidato premier (qui ci sono gli orari del circolo a cui sono iscritta), vada a vedere chi sono quelli che ha lasciato all’angolo con i messaggi che ha lasciato trapelare e che invece sarebbero ben felici di accoglierlo e di poter dedicare un po’ del loro tempo anche a lui e alla sua campagna elettorale ma a patto che il rapporto sia reciproco e paritario.

martedì 13 novembre 2012

Primarie in Lombardia

Anche stamattina leggo i giornali e mi stupisco di certe dichiarazioni di Ambrosoli in merito alle primarie. Ma siamo sicuri che sia il candidato giusto? Mi pare che le premesse non promettano bene... L'impressione è che abbiamo un candidato che ci voglia tenere all'angolo. Figuriamoci cosa può succedere quando il candidato viene eletto. Qualcuno glielo spieghi a quel signore lì che senza il Pd non va da nessuna parte, perché la campagna elettorale a farla alla fine siamo noi e da noi arriva la maggior parte dei voti.

venerdì 9 novembre 2012

Ambrosoli e le primarie

Ambrosoli dovrebbe essere il candidato di tutti. Spiace che il suo sì alla candidatura arrivi dopo che erano già state indette le primarie e piuttosto condizionato al fatto che le primarie non si facciano. Legittima la sua paura di finire impallinato (a volte succede). Se avesse detto di sì a primarie non ancora indette il problema non si sarebbe posto. Adesso ci sono dei nomi in campo (di cui in molti casi si potrebbe anche fare a meno) e una data indicata per le primarie che una parte della base sembrava gradire. Se le primarie servono per regolare i conti tra gruppi dirigenti e spartirsi correnti e poltrone è chiaro che diventano un problema, se invece servono per coinvolgere i cittadini e attrarre l'attenzione sui progetti e i candidati in campo hanno un senso. La domanda è con che logica si pensava di andare a queste primarie? Con che logica si stavano formando i sostegni ai personaggi in campo? Se la logica era quella della spartizione post-competizione, in cui qualche dirigente pensa di misurare il proprio peso all'interno dei partiti in base ai consensi che sa raccogliere, meglio fermarsi qui e cercare di lavorare unitariamente su Ambrosoli. Se la logica era quella di una sana competizione, senza estremizzazioni e scontri tra tifoserie interessate, forse Ambrosoli farebbe meglio ad accettare le regole del gioco e parteciparvi. Quando si gioca insieme, le regole si stabiliscono insieme, non le fa uno da solo. Anche perché se la partenza è questa, mi domando come sarà il seguito... E dato che la campagna elettorale alla fine la fa il Pd, non vorrei che poi il Pd fosse quello che rimane schiacciato senza niente in mano (con il Comune è accaduto a sinistra, qui potrebbe accadere al centro).

mercoledì 24 ottobre 2012

I candidati alla Regione Lombardia

In questi giorni si fa un gran parlare dei possibili candidati alla presidenza della Regione Lombardia per il centrosinistra. Dopo il no ufficiale di Umberto Ambrosoli, i giornali stanno setacciando tutte le possibili (e a volte anche impossibili) alternative. Si è partiti dai nomi già in campo di Giulio Cavalli, Pippo Civati e Kustermann, fino a Bruno Tabacci (ormai autocandidatosi a qualunque cosa) e si è arrivati a tirar fuori dal cilindro il nome di Fabio Pizzul, giornalista e noto conduttore radiofonico, di area cattolica, attualmente consigliere regionale, eletto con tantissimi voti (cosa non da poco). La discussione principale intorno alle candidature è quella inerente il consenso dei possibili candidati: si tratta, infatti, di trovarne uno capace di ottenere un consenso ampio, non solo a sinistra ma anche al centro dato che l'elettorato lombardo ha votato per anni il centrodestra.  Sembra, infatti, che il solo problema (almeno per i giornalisti che scrivono e commentano quanto avviene) sia quello di avere un candidato in grado di ottenere i voti sufficienti per vincere le elezioni. Sicuramente il problema esiste dati i precedenti esiti elettorali in Lombardia, però, la discussione da fare è un po' più complessa. Ci sono soggetti che sono sicuramente in grado di ottenere un largo consenso per la loro storia personale, perché sono nomi importanti, perché hanno svolto attività che li hanno resi noti al pubblico, ma il punto vero - a parte la simpatia personale che uno può saper suscitare o meno - è per fare cosa si candida e con quale programma? Quello che si andrà ad eleggere in Lombardia è un presidente che dovrà governare una Regione grande, con territori complessi, aziende, infrastrutture... Insomma, al di là del nome noto o di richiamo, serve anche una persona che abbia reali capacità di governare e che lo faccia con un programma chiaro e condiviso con una squadra coesa. Siamo sicuri che tutte le persone  più o meno note che stanno venendo fuori in questi giorni siano portatori di queste qualità e abbiano una reale esperienza che li renda competenti in materia? Personalmente, su molti di loro ho dei seri dubbi. Molti dei nomi tirati fuori sono soggetti che si muovono in solitaria, che hanno anche delle idee brillanti per certi aspetti ma che non sono quasi mai in grado di lavorare in squadra: spesso agiscono soli con dei supporter dietro... si vedano, ad esempio, le trovate comunicative di Civati o le nobili battaglie di Cavalli: belle, interessanti, a volte, utili, ma rigorosamente singole. E' pericoloso candidare un soggetto che agisce da solo e seguendo esclusivamente le idee che gli passano per la testa, senza che prima le abbia confrontate con altri. E' sbagliato votare qualcuno solo perché è più famoso di altri delegando alla sua notorietà (magari ottenuta per altre qualifiche ben diverse dalla capacità politica) anche la possibilità di compiere scelte strategiche decisive che andranno ad incidere sulla vita reale dei cittadini. Ad esempio, qualcuno dei sostenitori di Pizzul ha mai letto o ascoltato i suoi interventi in Consiglio Regionale e si è mai accorto di che collocazione politica hanno e, se sì, la condividono davvero o si fidano solo per il cognome che porta senza entrare nel merito delle questioni? La persona che dovrà essere eletta dovrà essere in grado di rappresentare tutti i cittadini lombardi e non solo se stessa e la rappresentanza non è esclusivamente legata al voto ma anche al cosa saprà fare dopo (si veda quanti milanesi hanno votato Pisapia perché non volevano più vedere Letizia Moratti e ne hanno in parte condiviso l'impostazione iniziale e quanti oggi dicono di riconoscersi nella politiche intraprese dal Comune di Milano da lui guidato...). Al di là di ciò che scrivono i giornali, dei candidati dalla stampa e degli autoproposti o di quelli che sognano la chiamata, si apra una vera discussione sulle idee e si cerchi chi meglio le può rappresentare per esperienza, capacità e impostazione personale perché i consensi raccolti per vincere bisogna anche saperli mantenere.  

sabato 29 settembre 2012

Le regole delle primarie

In questi giorni si fa un gran parlare di Primarie (del Pd o del centrosinistra) e di regole sulla partecipazione. Una discussione importante perché va a toccare alcuni nervi ancora scoperti delle consultazioni organizzate dal Pd ma che sembra essere terribilmente autoreferenziale, soprattutto di fronte alle tante problematiche che la crisi sta facendo emergere in Italia.
Non è una bella immagine da offrire all’opinione pubblica quella che vede il maggior partito politico del panorama italiano (che fino ad ora sembra avere retto abbastanza in quadro di degrado assoluto della politica e di una buona parte della classe dirigente operante nelle istituzioni) impelagato in una lite continua tutta interna su questioni che nulla hanno a che vedere con il come il Pd si candida a cercare di risollevare il Paese dalla crisi e a cercare di risolvere i problemi che questa ha comportato per gli italiani. Gli italiani hanno altri problemi, un po’ più consistenti delle regole sulle primarie e dello scontro – seppur divertente e appassionante – tra le tifoserie di Renzi e Bersani.

Tuttavia, il problema della gestione delle primarie e delle regole di partecipazione esiste da tempo anche se, fino ad ora, è stato ben scarso l’impegno dei dirigenti per mettervi mano.
Personalmente, ritengo che delle regole siano necessarie, in particolare per stabilire chi debbano essere i candidati alla competizione: non esiste che chiunque arrivi e si candidi come gli pare. A Milano, per la scelta del sindaco, si sono fatte primarie di coalizione senza che neanche fosse stata stabilita prima la coazione. Sempre a Milano si è candidato un soggetto (Sacerdoti) che non apparteneva ad alcun partito della presunta coalizione e che non ha nemmeno ricevuto il sostegno (ufficiale o ufficioso) di alcuno di essi. È chiaro che così facendo, chiunque si può presentare alle primarie del centrosinistra, anche solo come “guastatore”. Il recinto entro cui ci si muove andrebbe stabilito prima della presentazione delle candidature (con la coalizione, nel caso di primarie di coalizione o con regolamenti interni, nel caso di primarie di partito).
Diverso è il discorso per le regole che riguardano la partecipazione degli elettori. Personalmente, sugli elettori ci andrei più piano: le primarie non fanno parte della cultura politica italiana ma solo del centrosinistra (a destra non le hanno mai avute). Ai nostri gazebo si sono presentati sempre e solo i militanti, gli iscritti e le persone “di sinistra”. Non ci sono mai stati “infiltrati di destra” che tentavano di inquinare il voto. Caso mai ci sono dei casi di corruzione o altro (si vedano i cinesi in coda a Napoli pagati da qualcuno per votare, gli stranieri in coda a Roma ai tempi di Veltroni).
Fare registri preventivi di elettori è sintomo di chiusura e, come scrive Ivan Scalfarotto (per cui non ho mai avuto simpatie ma che qui condivido) in un articolo su L’Unità, "se lo scopo delle primarie è allargare quanto più possibile la nostra base di consenso in questo particolare momento storico e vincere, come io credo, bisogna allora favorire la più ampia partecipazione". Oggi, infatti, c'è un elettorato mobile, è difficile ipotizzare la fedeltà di un elettore ad uno schieramento: i “delusi dal centrodestra” non sanno ancora se rivoteranno di là, se guarderanno a Grillo, se non voteranno o se si rivolgeranno al Pd. Personalmente ritengo che siano elettori come gli altri e non “infiltrati”: sono persone in cerca di una risposta alla loro domanda politica. “Infiltrati” sono esponenti del centrodestra, persone che hanno incarichi istituzionali o di partito, persone che si sa perfettamente che stanno nell’altra metà del campo. “Infiltrati” sono anche i corrotti, pagati per “infiltrarsi”, ma per bloccare questo fenomeno ci vuole qualcosa di un po’ più consistente di un registro (pubblico o riservato che sia).
I dati dicono che le primarie del centrosinistra hanno anche avuto partecipazione decrescente negli ultimi anni (si è votato in quelle per i sindaci). Il rischio è che, paventando ulteriori chiusure e complicazioni, i cittadini siano ancora meno interessati a partecipare. Insomma, se dobbiamo chiudere, finiamola lì con le primarie: decidiamo che gli iscritti al Pd si scelgano il proprio candidato e con quello si vada dagli elettori. Perché, comunque, a forza di chiudere, a votare si ritroveranno solo gli iscritti ai partiti di riferimento. Ma siamo sicuri che il parere degli iscritti (in questo caso tutti schiacciati, anche giustamente, su Bersani) coincida con quello degli elettori? La domanda di fondo dello Statuto del Pd di Veltroni e della logica delle primarie era questa. La domanda è sicuramente rimasta inevasa comunque, perché a votare alle primarie sono stati sempre e solo gli iscritti al Pd (o ai partiti precedenti) e la parte più “a sinistra” dell'elettorato. Milano, Cagliari, Genova sono primarie che il Pd ha perso perché si presentato con due o più candidati e gli elettori “di sinistra” (anche tra quelli del Pd) hanno scelto un candidato non sostenuto dal partito (di solito il più “a sinistra”), e non perché ci fossero “infiltrati di destra” ad inquinare l’esito della consultazione.

Siccome, però, il problema delle regole, al di là della consultazione attuale, permane; ben vengano le regole ma si stia attenti a farlo adesso perché potrebbero essere strumentalizzate da chi dice che “il Pd non vuol far vincere Renzi” o che “il Pd si chiude”. Le regole vanno fatte in tempi non sospetti: quando il gioco è cominciato non si possono cambiare le regole a piacimento dei giocatori. In questo senso, l'assemblea del 6 ottobre è tardiva e rischia di mettere una pezza peggiore del buco sulla questione delle primarie. Si cerchino, quindi, soluzioni il più possibile condivise, non ci si arrocchi, non ci si blindi e si pensi a qualcosa di utile anche per le consultazioni future perché non si può aspettare di essere a ridosso della competizione, con candidati già in corsa e sondaggi già diffusi sui tipi di elettorato che raccolgono per stabilire come partecipare ai giochi. E, soprattutto, ci si ricordi qual è il vero scopo delle primarie concepite dal Pd: favorire la partecipazione, coinvolgere i potenziali elettori e farli partecipare alla scelta del candidato che dovrà rappresentarli. Se non servono a questo e se si inibisce la partecipazione, le primarie diventano uno strumento inutile, in quanto esse, troppo spesso, non sono affatto buone nel selezionare una valida classe dirigente (chi vince difficilmente è il più bravo ma è sicuramente chi comunica meglio e si impone di più all’opinione pubblica o chi ha una netta connotazione politica) e, allora, tanto vale cambiare strumento o ripensarlo adeguatamente per altri scopi.

martedì 12 giugno 2012

C'è molta agitazione a sinistra del Pd

C’è un gran movimento nei partiti e nelle aggregazioni civiche alla sinistra del Pd.
Qualcosa è cominciato con le elezioni amministrative dello scorso anno, che hanno portato all’affermazione dei sindaci Pisapia a Milano e De Magistris a Napoli. Da lì è partito il “popolo arancione” (che a guardarci bene dentro, in realtà, era più rosso camuffato di arancione che non altro) e in quest’ultima tornata elettorale di qualche settimana fa, ha ripreso slancio.
A dare la spinta forte alla formazione di liste civiche è stata la diffusione dell’idea nell’opinione pubblica che i partiti sono morti, superati, inutili se non addirittura dannosi e, quindi, da avversare. Da qui la necessità di creare forme nuove di aggregazione che hanno trovato terreno fertile nella cosiddetta “società civile” (che poi in realtà sarebbe l’elitè della società, i gruppi di potere o legati a mondi associativi e professionali) ma anche nelle spinte movimentiste più inclini ad una certa sinistra.
Ben vengano, dunque, questi soggetti se hanno saputo rimettere in moto un fermento in quella parte di società più vicina al centrosinistra che da tempo sembrava sopita.
Tuttavia, negli ultimi tempi, non possiamo non notare che le spinte provenienti da questa parte “arancione” o pseudo tale sembrano essere diventate davvero molto irrequiete e lo sono soprattutto a scapito del Pd che, continuano a chiamare in causa ma più per denigrarlo che non per altro.
Il ragionamento di fondo è semplice: questa parte della sinistra, molto gasata per gli esiti elettorali di alcuni suoi illustri candidati e molto avvantaggiata dal clima surriscaldato di antipolitica, ricerca del nuovo, ostilità verso forme partitiche obsolete viste come l’incarnazione di tutti i mali dell’Italia pensano di avere gioco facile e cercano tutte le strade per portare acqua al loro mulino.
Tuttavia, guardando i dati elettorali nel dettaglio, si capisce bene che tutte queste forze, in realtà, sono debolissime e senza il Partito Democratico non possono arrivare da nessuna parte, da qui i continui tentativi di forzare la mano e tirare per la giacca il Pd per spingerlo a vincolarsi in un’alleanza che, in una situazione fluida come quella attuale, è la cosa più sbagliata che il partito di Bersani possa fare.
Unico dato certo, se la legge elettorale resta questa o comunque simile a questa, è che anche il Pd da solo va poco lontano. Giusto, quindi, aprire un dialogo tra le varie forze politiche, giusto provare a costruire un percorso condiviso e una piattaforma comune. Ecco allora spiegato il senso di tutti quegli incontri e dibattiti che vediamo fiorire e che hanno come protagoniste le varie forze politiche o movimentiste del centrosinistra.
Peccato che tutti questi incontri, sempre più spesso, diventano un’occasione per queste forze rosso-arancioni di cercare di sopraffare il Pd. David Sassoli lo scrive chiaramente a Nichi Vendola dalle pagine de L’Unità: “Sul Pd c’è un’OPA ostile lanciata da quanti non vogliono il cambiamento […] Tirarci per la giacchetta non serve. Non serve annunciare partiti unici che non ci saranno; non serve rappresentare gli altri come noi vorremmo che fossero: non serve attribuire ad altri vocazioni a propria immagine e somiglianza”.
L’impressione, infatti, è proprio questa: di una sinistra vivacemente aizzata contro il Pd, che lo cerca per un’alleanza necessaria ma che al tempo stesso lo detesta e cerca in ogni modo di intervenire nella sua rotta, un po’ per sottrargli consenso elettorale e un po’ perché proprio lo vorrebbe diverso da quello che è.
Uno scenario di questo tipo, oltre ad essere vigente sul piano nazionale, in Lombardia e a Milano lo è all’ennesima potenza proprio perché il popolo “rosso-arancione” si sente ancora profondamente galvanizzato dalla conquista del capoluogo lombardo ad opera di Pisapia e si ritiene detentore della formula magica per liberarsi una volta per tutte anche di Formigoni, che ormai è profondamente logorato dai suoi 17 anni di potere assoluto al vertice della Regione e dalle continue inchieste che coinvolgono persone a lui vicine.
Ed è proprio qui, infatti, che l’incontro-scontro tra i “rossi-arancioni” e il Pd si fa più acceso.
Se gli “arancioni” giudicano il Pd come un morto che cammina e che sarebbe meglio estinguere al più presto o scalarlo per inglobarlo al proprio interno e renderlo un loro semplice comitato elettorale; per Sel il Pd è qualcosa che non fa abbastanza o fa male (come si intuisce dai tweet irridenti di Giulio Cavalli, consigliere regionale e attore, noto per le sue battaglie contro la mafia; ma come rende palese anche la sua collega Chiara Cremonesi in una lettera aperta agli altri consiglieri).
La logica in cui entrambe queste forze si muovono, però, è quella secondo cui per vincere le elezioni in Regione Lombardia e in Italia è sufficiente esportare il “modello-Milano”, ovvero una coalizione di sinistra, in cui il partito meno “di sinistra” è il Pd.
Il Pd, invece, si muove con un’altra logica: da tempo ormai si è messo in testa di inseguire o aspettare il centro (sia esso l’Udc o quel che resta del Terzo Polo a livello partitico e le forze moderate, in genere, per quanto riguarda la società civile). Idea questa che, fino ad ora, non ha ottenuto alcun risultato concreto a livello nazionale: Casini, infatti, si è felicemente ricollocato a destra e, probabilmente, spera di recuperare qualcosa dei voti perduti dal Pdl oppure di poter agganciare l’arrivo di nuovi soggetti (ad esempio un eventuale partito di Montezemolo) per pescare consensi neutri. A livello locale, invece, il terzo polo o i partiti che lo compongono hanno quasi sempre preferito presentarsi da soli piuttosto che inserirsi in uno schieramento di centrodestra o centrosinistra, quasi a rimarcare la loro avversione per il bipolarismo. Un ragionamento diverso, invece, va fatto per le forze moderate che compongono la società civile e che scelgono chi appoggiare sulla base di altre valutazioni (a Milano, ad esempio, hanno scelto senza esitazioni Pisapia; in altre realtà più piccole e di provincia le cose non sono andate proprio così).
Il Pd, dunque, ritiene che per vincere in Regione Lombardia e anche in Italia non è possibile senza il voto dell’elettorato moderato, di qui le mosse e le attese per avvicinare quelle forze politiche e civiche che dovrebbero essere i detentori di quei voti. Di fatto, fino ad oggi, le tendenze elettorali dimostravano che spesso nelle gradi città le forze di sinistra andavano bene ma, nelle provincie a prevalere era il centrodestra. Oggi, le cose sono un po’ più complicate e l’elettorato tende comunque ad essere molto più bipolare.
In ogni caso, la direzione nazionale del Pd ha dato una chiara indicazione in questo senso, come ricorda ancora Sassoli nell’articolo sull’Unità: “Il Pd lavora per un’alleanza fra progressisti e moderati perché il compito di ricostruzione è talmente impegnativo da non consentire autosufficienze”.
Vero o falso che sia, la strada scelta è questa (almeno per ora, perché appunto lo scenario politico è molto fluido ed è difficile fissarsi su schemi rigidi).
Una strada complicata perché è ben difficile far andare d’accordo le forze politiche che dovrebbero essere espressione dei moderati con quelle di sinistra, in quanto sono portatrici di idee lontanissime tra loro.
Una strada, comunque, legittima ma che di fatto fino ad ora ha prodotto un certo immobilismo nelle scelte del Partito Democratico (che già è abbastanza immobile di suo, imbrigliato in posizioni troppo divergenti al proprio interno che non consentono l’emergere di posizioni chiare perché un minuto dopo che sono state espresse c’è subito qualcuno dentro al partito che interviene a gran voce per contestarle).
Il risultato è che con questo immobilismo o con questa incertezza, il Pd diventa un facile bersaglio per forze politiche che hanno da sempre posizioni più omogenee e non esitano a cogliere l’occasione per rimarcare le difficoltà del Pd.
Troppe volte il Pd si impantana da solo su delle banalità e questo crea terreno fertile a potenziali alleati o presunti tali per le loro scorribande in campo democratico. Lo si vede sul piano nazionale (dove si scivola sulle nomine dell’Authority, sui continui rinvii alle questioni del taglio dei parlamentari e dei rimborsi elettorali… questioni più complesse di come appaiono ma che l’opinione pubblica osserva con inaudita ferocia e che continuano a dare l’impressione, a volte errata e volte no, di tentennamenti) e lo si vede sul piano regionale (dove il Pd, per costruire anche giustamente un rapporto politico con le cosiddette forze moderate, di fatto non riesce più a parlare all’opinione pubblica e far comprendere in modo chiaro cosa intende fare). Delle tante iniziative messe in campo a livello regionale, infatti, ai cittadini comuni (quelli che si informano leggendo i giornali, guardando la tv, ma anche cercando informazioni su internet) non ne arriva quasi nessuna all’esterno: sembra quasi che siano tutte cose (anche valide e interessanti) messe in piedi per parlare a determinate elitè della città (la cosiddetta società civile, le professioni, le categorie) che vanno benissimo per costruire una rete di rapporti su cui poi poggiare l’alleanza e costruire insieme un progetto ma che al di fuori, ai cittadini comuni per ora non parlano. Probabilmente, occorrerebbe che le forze politiche in campo, invece, si muovessero su entrambi i binari, senza che uno escluda l’altro. Vero è anche, però, che è bene andare a parlare ai cittadini quando si ha un progetto chiaro da presentare piuttosto che raccontare una serie di frammenti ancora troppo incerti e vaghi, solo che le persone hanno anche bisogno di segnali e questi, purtroppo, fino ad ora sono stati insufficienti oppure si sono create delle attese vane con delle mosse politiche giuste ma che si sapeva non avrebbero prodotto risultati. Il tutto infarcito da qualche scivolone e incidente di percorso. Con il risultato che, ancora una volta, per quanto il Pd abbia ben lavorato e costruito, i suoi potenziali alleati di sinistra trovano nuovo spazio per infierire, per premere più forte sull’acceleratore e accusare il Pd di voler correre con il freno a mano tirato.
Lo fanno apposta: è chiaro che lo scopo dei presunti alleati di sinistra del Pd, si sono resi conto che il maggior numero di voti è ancora in mano ai democratici e l’unica possibilità di sottrargliene un po’ è quella di cercare di mettere il Pd in cattiva luce, di farlo apparire come immobile, come troppo blando sulle mosse da intraprendere e pensano anche di avere gioco facile per via del clima acceso e intollerante che c’è nel Paese.
Ecco allora spiegata la loro irrequietezza: cercano uno spazio, una collocazione più chiara, più marcata e più visibile di quanto abbiano avuto fino ad ora.
Lo stesso Pisapia, i primi tempi dopo aver vinto le elezioni era molto equilibrista ed equilibrato, mentre ultimamente ha senza dubbio spostato le sue esternazioni pubbliche più a sinistra. Anche le dimissioni da Commissario all’Expo, pur motivate dalla richiesta di più attenzione da parte del governo che fino ad oggi è mancata, di fatto sono un avvicinamento a quelle parti di sinistra dello schieramento che lo ha eletto che non perdono occasione ancora oggi per ribadire che Expo non lo vogliono. Oltretutto, un’uscita di questo genere, non concordata con il Consiglio Comunale, non espressa in una sede istituzionale, è anche incauta perché spiana la strada a Formigoni che continua a restare un uomo solo al comando, anche di Expo e che, per quanto il centrosinistra invochi anche per lui un passo indietro, è ovvio che il Presidente della Regione Lombardia è ben intenzionato a tenerselo quel ruolo perché può farne occasione di lustro e rilancio personale (sempre che nel frattempo non incappi in qualche altro sgradevole scandalo).
Insomma, la sensazione è quella di un cane che si morde la coda, di una sinistra che mostra le unghie e cerca con forza una nuova affermazione ma nel farlo finisce per tirarsi la zappa sui piedi e riaprire la porta ad un avversario che sarebbe già morto e quasi sepolto. Forse, basterebbe che i potenziali futuri alleati del Pd nel cercare di riemergere evitassero di voler per forza tentare anche di azzoppare i democratici e iniziassero a cercare un dialogo più costruttivo e rispettoso.