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mercoledì 16 settembre 2020

Il futuro non è facile da ricostruire

Oggi ci siamo ritrovati di persona al Circolo PD di Niguarda, per la prima volta dopo il lockdown, per discutere insieme delle tante cose avvenute in questi mesi.

Ecco una parte del mio intervento di apertura: 

Questa è anche la prima iniziativa che facciamo e abbiamo voluto ricominciare l’attività pubblica facendo un po’ il punto sulle tante cose avvenute nell’arco di questi mesi e, venendo incontro anche alle richieste che ci sono pervenute, di discutere insieme del referendum per cui si andrà a votare domenica e per cui il Partito Democratico, il Segretario Zingaretti, la Direzione Nazionale hanno preso ufficialmente posizione per il sì, come era anche nell’accordo con cui il nostro partito ha accettato di dare vita al Governo in carica. 

Sul referendum, sono per il sì: non sono appassionata di riforme complesse e non credo che abbiamo bisogno di incartare di nuovo tutta la discussione politica sui possibili assetti istituzionali, come già abbiamo fatto in un recente passato. Credo nelle cose semplici, comprensibili (la riduzione del numero dei parlamentari senza altre implicazioni la è) e credo che le persone vogliano che ci si occupi di lavoro, economia, welfare, diritti. 
La democrazia è una conquista importante e non scontata, come si vede da quel che accade in alcuni Paesi dell’Est Europa ma la democrazia si misura nelle cose concrete che caratterizzano la vita di tutti i giorni delle persone. 
Non credo nella finta “democrazia diretta” (o eterodiretta dai click che raccontano i 5 Stelle) e non credo che il tema della rappresentanza sia slegato dalle responsabilità dei partiti politici. 
Io sono favorevole ad una maggior responsabilizzazione dei vertici dei partiti perché scelgano figure adeguate al ruolo istituzionale che devono andare a ricoprire. Gli elettori comuni, i cittadini normali, non appassionati di politica, non conoscono la maggioranza degli eletti e non saprebbero dire se Tizio è meglio di Caio ma chi dirige un partito ha il dovere e la responsabilità di saperlo. 
A me importa poco se eleggono quelli fedeli ai capi di turno (succede anche nelle aziende, non è una tragedia) ma mi interessa che si scelgano quelli bravi, competenti, adeguati.
La responsabilità di chi dirige i partiti c’è sempre e allora se la assumano fino in fondo.
Domenica e lunedì, però, si vota anche per eleggere il sindaco in molti Comuni, anche qui attorno a Milano e, soprattutto si vota per le elezioni regionali in diverse Regioni importanti, dove la campagna elettorale è stata tutta in salita e dove la maggioranza di Governo si è presentata divisa. 
Il dibattito sulle alleanze ci ha accompagnato un po’ per tutta l’estate.
Così come quello sulla tenuta del Governo, del sempre difficile equilibrio da mantenere all’interno della maggioranza, dell’ombra di Draghi che viene fatta incombere come una minaccia su Conte. 

In tutto questo scenario, interessante per gli appassionati di politica, però si gioca anche il futuro del Paese: c’è un’Italia fuori dai Palazzi del potere che sta cercando di rimettersi in piedi. 
Sulle spiagge in tanti parlavano di contratti scaduti durante il lockdown e non più rinnovati, di attività da reinventare, di lavoro arretrato da recuperare affannosamente per non perderci troppo. E ora, se parlate con chi ha ripreso la vita in ufficio dopo mesi di lavoro da casa a cui non era abituato, vi racconteranno della fatica di ritornare ai ritmi della normalità e della difficoltà di confrontarsi con le nuove regole di sicurezza, la paura di prendere i mezzi pubblici.

Qui a Niguarda, nei mesi scorsi, con alcuni di voi, ci siamo mossi per incontrare alcune realtà associative che animano la vita del quartiere (dallo sport, alla cultura, al sociale) e in tantissimi ci hanno raccontato la difficoltà di mantenere l’attività, perché la sicurezza richiede degli adeguamenti di spazi e mezzi e ha dei costi aggiuntivi onerosi e i mesi di chiusura hanno fatto mancare dei contributi preziosi. Alcuni progetti ambiziosi che c’erano sono dovuti rimanere nei cassetti. 
Il futuro, insomma, non è facile da ricostruire e sembra lontano da come lo si era immaginato prima del coronavirus. 

domenica 22 settembre 2019

Giorni di assemblee PD

Tre giorni di assemblee nei circoli PD dove si è discusso e ci si confrontati sugli eventi che si sono susseguiti dall'estate ad oggi e che hanno cambiato completamente il quadro politico.
Tre luoghi diversi - Rogoredo, Sesto San Giovanni e Cinisello Balsamo - con persone diverse e dove le questioni nazionali si sono intrecciate alle problematiche locali.
Ma tre giorni in cui si è ribadito con forza che la priorità del PD in questo momento è quella di comprendere le ragioni per cui si è scelto di dare vita al Governo Conte Bis e la necessità di concentrarsi sulle cose da fare nell'interesse dei cittadini, affinché dall'alleanza di Governo si possa costruire un'alternativa al fronte sovranista, che non è ancora stato sconfitto e che, se non dovesse funzionare il nuovo Governo, potrebbe tornare più forte di prima.
Siamo in una fase difficile, in continua evoluzione, che si può gestire se il PD resta unito. La scissione fatta come una mossa puramente tattica non aiuta ma, anzi, indebolisce il PD e rischia di rendere fragile l'equilibrio su cui si regge il Governo e pregiudicarne il raggiungimento degli obiettivi. Per questo c'è bisogno che il PD non si ripieghi su se stesso e in una discussione tutta autoreferenziale su chi è dentro e chi è fuori ma vada avanti e si occupi di dare risposte alle istanze dei cittadini, rimanendo ciò che voleva essere: un luogo aperto per culture diverse che convivono e si confrontano nell'interesse del Paese.

sabato 24 agosto 2019

Gli obiettivi e la volontà politica

M5S vuole farlo un Governo con il PD?
Il PD vuole farlo un Governo con M5S?
Si parte da qui, dalla volontà politica. Se non c’è questo alla base, il resto è aria fritta, prendere tempo e, soprattutto, prendere in giro i cittadini e il Presidente della Repubblica, che si era già mostrato piuttosto irritato per la situazione in essere.

Guardando alle vicende e alle troppe dichiarazioni uscite in questi giorni si evince che tutte le forze politiche stanno giocando una loro partita tattica con due obiettivi principali: 1) uscirne bene, 2) scaricare le colpe di qualunque cosa agli altri.
L’obiettivo di fare un Governo non è emerso in alcun modo.

Il PD in tutte le sue dichiarazioni ufficiali ha sempre parlato di “voto come via maestra” accompagnato da un “provare a vedere se c’è una maggioranza per dar vita a un Governo” per “senso di responsabilità” e su richiesta del Presidente della Repubblica e, dopo aver messo chiari paletti per l’avviare la trattativa, ha parlato di “andare a vedere le carte”, “provare”, “no a un Governo a tutti costi”. Tutte parole che nei fatti implicano che l’obiettivo primario non è il Governo ma valutare le opzioni.

Il PD ha poi chiesto perentoriamente un “Governo di svolta” rispetto al precedente e posto chiari paletti. Tutti legittimi e bene ha fatto il Segretario ad annunciarli prima dell’avvio delle trattative ma è un po’ curioso che vengano ribaditi a trattative in corso perché è segno che qualcosa non va. In generale, Zingaretti fa dichiarazioni importanti che restituiscono forza, dignità e vigore al PD ma sembrano più orientate ad una imminente campagna elettorale che non alla formazione di un Governo.
Del resto, che Zingaretti, il suo stretto giro e anche un altro pezzo del PD ambisse al voto era cosa nota. 

M5S parte da un problema: dopo la fine rovinosa del Governo giallo-verde in conseguenza alla pesante sconfitta alle elezioni europee, il Movimento - in una logica normale - avrebbe dovuto rimuovere Luigi Di Maio e, invece, lo ha confermato e sostenuto. Difficile capire se per incapacità, per calcolo o perché obbligati a farlo ma Di Maio è il primo ostacolo alla trattativa con il PD e di questo gli esponenti del Movimento dovrebbero esserne consci.
Di Maio non vuole il PD, non lo ha mai voluto e ha anche necessità di rilanciare se stesso dopo il disastro precedente per cui è ovvio che insiste ad alzare l’asticella della trattativa fino a renderla vana.
Il problema iniziale era il “taglio dei parlamentari” (e pensare che un Governo si rende necessario per evitare l’aumento dell’IVA che peserebbe sulle tasche dei cittadini, per scrivere una manovra economica che l’Europa sorveglia e gestire i conti pubblici!), superato quello ci si è incartati sulla figura di Giuseppe Conte ma se non ci fosse stato il problema di Conte ne avrebbe creato un altro perché l’impressione è che Di Maio (e parte di M5S) l’accordo con il PD non lo voglia proprio trovare.

Insomma, da queste giornate, pare proprio che l’obiettivo delle forze politiche in campo non sia arrivare a un Governo: al massimo, il Governo è un obiettivo secondario.
Uscire dalle trattative con i paletti uguali a quelli con cui si è entrati (cosa emersa sia dalle dichiarazioni del PD che da quelle di Di Maio) vuol dire che la trattativa non è mai partita o è finta.
Se l’obiettivo fosse davvero quello della formazione di un Governo giallo-rosso si è partiti con interlocutori e argomenti sbagliati da parte di tutti.

Resta sullo sfondo anche un’altra domanda. Ci sarebbero altre forze politiche che si sono dichiarate disponibili a sostenere un eventuale Governo giallo-rosso e che sui social network e nelle agenzie di stampa lanciano appelli a PD e M5S affinché trovino un compromesso.
Perché queste forze politiche non sono coinvolte nella trattativa? Perché si è lasciato il pallino in mano esclusivamente a due partiti che, palesemente perseguono obiettivi diversi? Se queste forze politiche hanno la volontà di sostenere un Governo diverso, dovrebbero entrare in campo, infilarsi nella trattativa e provare a determinarne gli esiti, non limitarsi ad appelli via web.

Per arrivare ad un Governo è necessario un confronto con le forze interessate a farlo e la discussione deve proseguire alla ricerca di compromessi e mediazioni per arrivare ad un punto comune.
Altrimenti stiamo perdendo tempo e ci si prende in giro.

giovedì 8 agosto 2019

Comanda Salvini e va bene così?

Ma quindi comanda Salvini? È definitivo? Va bene così?
Questo è l’aspetto che più mi lascia perplessa delle vicende politiche di questi giorni.
È Salvini a fare il bello e il cattivo tempo: è lui a decidere che leggi fare e come farle, a stabilire chi è buono e chi è cattivo e nel caso quali pene applicare; è lui a decidere la marginalizzazione dell’Italia in Europa salvo poi pretendere un Commissario “di peso”; ed è lui a decidere se, come e quando deve cadere il Governo e cosa deve avvenire dopo.
Tutto questo senza che nessuno dica alcunché o intervenga per frenare o almeno provare a porre un argine a questa deriva di uno che dovrebbe fare il Ministro dell’Interno andata molto oltre i limiti del buon senso e del rispetto su tutti i fronti.

Il Movimento Cinque Stelle si è ormai suicidato a causa della manifesta incapacità dei suoi esponenti nel fare qualunque cosa: non sono stati all’altezza degli incarichi che si sono trovati a ricoprire e non sono neanche stati sufficientemente accorti sulla tattica politica.
Se già al loro esordio al Governo sembravano un po’ confusi e avevano necessità di celarsi dietro il paravento della piattaforma Rousseau e delle decisioni tutte demandate a Casaleggio, da dopo le elezioni europee sono stati completamente allo sbando e incapaci di gestire qualsiasi situazione.
Di Maio, nel tentativo di salvare il suo posto e il Governo, ha chiuso la porta in faccia al PD (non arrivando a comprendere che l’appello non era per lui, evidentemente troppo compromesso e che comunque una volta archiviato questo Governo di lui si sarebbero perse le tracce) e ha svenduto il Movimento a Salvini, lacerando i rapporti interni in M5S e compromettendo di fatto qualsiasi eventuale possibilità di ripresa del consenso.
La mozione sulla TAV, suggerita da Conte chissà per quale motivo, è stato un clamoroso trappolone in cui i 5 Stelle sono caduti dentro, incastrandosi in un angolo senza possibilità di uscita.
Qualsiasi cosa stiano pensando di fare, adesso è troppo tardi: la frittata si è consumata.
M5S ha perso la faccia sia che scelga di consegnarsi a Salvini con le mani alzate, sia che cerchi disperatamente una sponda nel PD, sia che acconsenta che si torni al voto.
Di sicuro, quindi, non è M5S che può porre un argine all’eccesso di potere che si è preso Salvini.
E pensare che M5S è il gruppo più numeroso in Parlamento, quello che avrebbe dovuto guidare il Governo e invece ha spianato la strada per il trionfo di una forza che era marginale (la Lega era entrata nelle Aule parlamentari con il 17%), lasciando che diventasse il dominus non solo del Governo ma del clima dell’intero Paese.
Un disastro più perfetto non avrebbero potuto farlo.
Altro che uno vale uno: in questi anni M5S ha dimostrato che spesso uno vale zero!

Conte in tutto questo non è pervenuto, del resto era già una figura di secondo piano rispetto ai suoi due vice quando è diventato Presidente del Consiglio; aveva cercato di alzare un po’ la testa e la voce negli ultimi mesi ma era stato immediatamente “rimesso a posto” da Salvini. È, quindi, difficile che possa trovare uno scatto di vitalità in questa fase e mostrarsi in grado di recuperare spazi e autonomia (ammesso che con una situazione così compromessa e con un Parlamento con la composizione di quello in carica ci sia qualcosa da recuperare).

Ma il Presidente della Repubblica non ha proprio niente da dire?
Le decisioni che riguardano il futuro del Paese si prendono tra un mojito al Papeete e un comizio a Sabaudia e va bene così?
Si comprende la pazienza di Mattarella nell’attendere l’evoluzione delle dinamiche interne ai partiti affinché si chiariscano su cosa vogliano fare (anche se pare abbastanza chiaro che la prospettiva sia quella del ritorno alle urne), ma qualche parola di fermezza per richiamare tutti (soprattutto quelli stanno al Governo) al rispetto dei cittadini?
Nelle pagliacciate di questi giorni tra i tira e molla della maggioranza di Governo, non si è capito quale posto occupasse l’interesse del Paese mentre invece i due contraenti dovrebbero avere come obiettivo primario proprio l’occuparsi di questo.

E adesso a Salvini pensiamo di far gestire anche la fase elettorale nella maniera in cui ha agito in queste settimane, tra un giro in spiaggia in infradito e un’ora al Ministero a sbraitare “porti chiusi”?!
Non è forse il caso di provare a fermarlo – ammesso di essere ancora in tempo per riuscirci – prima che sia tardi o ci si arrende così all’ineluttabile flusso del destino avverso?

Ovviamente il Partito Democratico non è immune da questo ragionamento perché lo stare all’opposizione non implica il non avere responsabilità di quanto succede. Il PD non ha ancora finito i pop corn?
Vogliamo continuare così?
Regaliamo definitivamente il Paese a Salvini e alla destra (che i sondaggi danno già al 50% in caso di elezioni) o possiamo cercare di fare qualcosa che non sia esclusivamente litigare dalle pagine dei giornali?

p.s.: Rispetto alle polemiche sulla tattica parlamentare adottata dal PD sulla TAV, il vero sconcerto sta nel fatto che si è scritta una mozione digeribile anche per la Lega ma sullo stare dentro o fuori dall’Aula chi polemizza evidentemente non tiene conto della composizione dei gruppi parlamentari. 
In ogni caso, il Governo si è spaccato lo stesso e, se anziché passare il tempo a mandar fuori litigate interne, il PD si fosse impegnato a diffondere all’esterno solo commenti sulla spaccatura della maggioranza di governo, probabilmente le pagine dei giornali di questa mattina apparirebbero migliori per i cittadini che guardano al Partito Democratico e cercano di capire se può essere una forza politica affidabile per il futuro del Paese.

giovedì 15 dicembre 2016

Renzi ha fretta

“Il Governo Avatar” oppure “Il Governo Fotocopia”: i grillini hanno definito così il nuovo Governo Gentiloni, un governo “avatar di Renzi”, “fotocopia” di quello precedente guidato da Renzi, appunto. La scelta della riconferma di quasi tutta la squadra che lo compone, sembra confermare questa teoria.
Per tutta la scorsa settimana sulle pagine dei giornali si sono rincorse ipotesi e nomi ma la realtà, invece, è stata molto semplice e banale: Renzi vuole andare a votare presto.
Non c’è altro da spiegare. Tutto ciò che si sta vedendo è conseguenza di questa scelta.
Renzi ha promesso che, in caso di sconfitta al referendum, avrebbe lasciato e lo ha fatto ma, non volendo fare anche la figura del perdente, ha cominciato a pensare di voler tornare al voto in fretta per non restare schiacciato dalle urla continue delle forze di opposizione che rivendicano le urne e anche per capitalizzare il “suo” presunto 40% conquistato con i Sì.
Da questo punto Renzi è partito e da questo punto non si è mai mosso.
Nessuna trattativa nel PD per arrivare altrove: altro che i presunti tradimenti di Franceschini e gli accordi. Tutti nel PD sanno che l’unica carta possibile da giocarsi anche per il futuro resta Renzi e, quindi, si sono adeguati. Tutti nel PD sanno che si ottengono risultati migliori se si è uniti e, quindi, perché mai andare contro al Segretario (oltretutto che rivendica una forza del 40% nel Paese) e rompere tutto?
Magari qualcuno ci ha pure provato a dire a Renzi che occorreva agire in modo diverso ma poi deve aver capito che non c’era spazio per altre ipotesi oltre a ciò che Renzi stesso aveva già esplicitato. Lo si è visto anche negli interventi alla Direzione Nazionale. Il PD ha scelto di salvare la faccia di Renzi e poi di salvare la propria unità, convergendo di fatto, su ciò che Renzi aveva deciso.
Il Governo Gentiloni è espressione di questo e serve a questo.
“Gentiloni marionetta di Renzi”, dicono le forze di opposizione, tanto che ne ha mantenuto anche i Ministri, un “Governo Renzi Senza Renzi” scriveva Gramellini su La Stampa e via con commenti analoghi ma è evidente che se la scelta politica di fondo è quella di salvare la faccia di Renzi, tenere unito il PD e andare al voto presto non ci potevano essere altre strade.
E che la scelta di fondo sia proprio quella lo si vede bene anche dalla composizione del nuovo Governo, che sicuramente ricalca quello vecchio: che bisogno c'è, infatti, di mettere persone nuove nei Ministeri, se comunque devono durare poco? Tanto vale lasciare chi c'è già e consentire almeno che si provi a finire ciò che si è iniziato. Restano, tuttavia, alcuni accorgimenti: la Boschi, a dispetto dei commentatori che la volevano fuori in quanto al referendum è stata bocciata la sua riforma, acquista potere e diventa Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e Luca Lotti (altro uomo di Renzi) ha la delega al CIPE (gestisce la distribuzione delle risorse sui vari progetti).
Inoltre, siamo di fronte ad un Governo Elettorale, cioè studiato sulle esigenze della campagna elettorale: nell’analisi del voto del 4 dicembre si è detto che il Sud ha votato No perché scontento del disinteresse per le questioni meridionali e ora arriva un Ministro per il Sud (De Vincenti); nell’analisi del voto è emerso che un gran caos è avvenuto in seguito alla rivolta degli insegnanti scatenata dalla Buona Scuola e allora si è sostituita la Giannini con la Fedeli. Infine, è un governo senza Verdini perché così la sinistra potrà smettere di dire che Renzi va a braccetto con Verdini e poi è un governo a prevalenza netta PD ed è evidente che i voti del PD da soli non sono sufficienti per garantirgli lunga vita, soprattutto al Senato dove i numeri sono sempre traballanti. E Gentiloni stesso lo ha detto: “il Governo non ha scadenza ma dura finché c’è la fiducia” e questa potrebbe venire a mancare molto in fretta.

mercoledì 7 dicembre 2016

Fare politica per qualcosa

Il discorso di Matteo Renzi nella notte della sua sconfitta elettorale è stato molto bello. Nel suo stile, positivo e con il sorriso nonostante la sconfitta, ma dai toni pacati. Fossero stati tutti così i suoi discorsi durante i tanti mesi di campagna elettorale, forse il risultato sarebbe stato un po’ diverso.
«Fare politica andando contro qualcuno è più facile, fare politica per qualcosa è più bello ma più difficile», ha detto Renzi in uno dei passaggi del suo discorso.
È vero: è più facile dire no a tutto, è più facile opporsi a qualunque cosa; è più difficile costruire e cercare di mostrare di aver costruito bene.
Eppure, l’impressione è che uno dei problemi di questo risultato elettorale sia stato proprio il “per qualcosa” che forse non era così chiaro agli occhi degli elettori.

Sul fatto che il referendum costituzionale avesse valenza politica era chiarissimo fin da subito, con Renzi che annunciava “se perdo me ne vado” e il fronte del No che insisteva “votate No per mandare a casa Renzi” ma sul come Renzi volesse cambiare il Paese, invece, c’era molta confusione.
Renzi e i suoi ce l’hanno messa tutta per semplificare il messaggio (anche troppo a volte) ma la realtà è che cambiare la Costituzione di un Paese non è mai cosa semplice e richiede sempre qualche sforzo di chiarimento in più che forse è mancato.
Lo si capiva dal caos di argomentazioni che circolavano: il fronte del Sì e quello del No diffondevano messaggi contraddittori, che si smentivano l’un l’altro e, in un periodo in cui vale tutto, le “bufale” vengono accreditate anche da mezzi di comunicazione autorevoli e amplificate dai social network e nessuno si cura più di approfondire le tesi, è più complicato spiegare qual è la verità. Così come è complicato cercare di far passare per semplice una riforma che semplice non è, oltretutto nell’anno in cui si è festeggiato il 70esimo anniversario della Repubblica Italiana e ci si avvicina proprio al 70esimo della Costituzione.
La Costituzione, nel bene e nel male, è da sempre un punto di riferimento per gli italiani, anche precedenti referendum in materia hanno fatto una brutta fine.
Bisognava pensarci ma è difficile pensare quando si va a tutta velocità.
Così come, da sempre, quando le persone hanno dei dubbi preferiscono tenere ciò che c’è e che conoscono. La logica dell’azzardo non fa ancora parte della mentalità italiana. Di fronte alla scelta tra uno scenario nuovo ipotetico e non chiaro, di fronte all’idea del “non è una riforma perfetta ma intanto cominciano a cambiare poi magari più avanti miglioreremo” senza spiegare come e quando, si preferisce rimanere come si è perché almeno se ne comprende il meccanismo.
A questo, probabilmente, il fronte del sì sperava di rimediare cercando di spiegare nel merito la riforma proposta e di semplificarla agli occhi dei cittadini. Il messaggio, però, evidentemente, non è arrivato.

Succede. Non è grave. Si può vincere e si può perdere.
Il problema di Renzi è stato, però, l’aver legato indissolubilmente il destino del suo Governo all’esito del Referendum.
Il motivo va ricercato nell’idea che si era diffusa che questa fosse una legislatura nata male e, quindi, destinata a fare le riforme per poi farsi da parte. Un’idea nata in realtà con Enrico Letta che, sostituendo Bersani incapace di trovare i numeri per formare un Governo, probabilmente non si sentiva forte di una legittimazione politica e ha preferito puntare sul fronte istituzionale per sentirsi autorizzato a svolgere il ruolo di Presidente del Consiglio. Una spinta in tal senso è arrivata anche da Giorgio Napolitano, il quale, però, se si va a guardare bene, aveva semplicemente sferzato i politici a fare il proprio dovere e a mettersi a lavorare con impegno e serietà per il bene del Paese, che non voleva necessariamente dire fare una riforma costituzionale. La riforma costituzione è il quadro delle regole e si rende necessario cambiarlo quando non si è in grado di cambiare attraverso l’azione politica.
In Italia c’è sicuramente un problema serio dovuto alla burocrazia, agli sprechi e, quindi, al quadro delle regole, che provoca lentezza e sfiducia ma c’è anche un problema serio di scelte politiche finalizzate a bloccare il Paese per miopi giochi di potere piuttosto che a far funzionare le cose.
La scelta del Governo Renzi, però, non è stata solo quella di agire sulle regole: la riforma costituzionale non è l’unica cosa fatta dal Governo Renzi; lui stesso, nel corso del suo intervento di saluto, ha elencato le tante cose realizzate.
«In questi giorni il governo sarà al lavoro per completare l’iter di una buona legge di Stabilità, che deve essere approvata al Senato e per assicurare il massimo impegno ai territori colpiti dal terremoto. Lasceremo a chi prenderà il nostro posto il prezioso progetto di Casa Italia. […] Lasciamo la guida dell’Italia con un Paese che passato dal -2% al +1% di crescita del Pil, che ha 600mila occupati in più con una legge, quella sul mercato del lavoro, che era attesa da anni, con un export che cresce e un deficit che cala. Lasciamo la guida del Paese con un’Italia che ha finalmente una legge sul terzo settore, sul dopo di noi, sulla cooperazione internazionale, sulla sicurezza stradale, sulle dimissioni in bianche, sull’autismo, sulle unioni civili. Una legge contro lo spreco alimentare, contro il caporalato, contro i reati ambientali. Sono leggi con l’anima, quelle di cui si è parlato di meno ma a cui tengo di più. Lasciamo infine l’Italia con un 2017 in cui saremo protagonisti in Europa a marzo con l’appuntamento di Roma per i sessant’anni dell’Unione. Saremo protagonisti a Taormina a maggio per il G7. Saremo protagonisti con la presidenza de consiglio di sicurezza dell’Onu a novembre. Aver vinto le sfide organizzative dell’Expo e del Giubileo non è merito del governo ma di una struttura straordinaria di professionisti a cui va la mia rinnovata gratitudine», aveva detto Renzi nel suo discorso post-sconfitta.

E allora che bisogno c’era di legare il destino di un Governo che stava lavorando bene su tanti fronti ad un referendum tanto difficile e per di più affrontato praticamente da solo contro tutto il resto delle forze politiche?
Per quale ragione ora che Renzi ha perso una battaglia deve crollare anche tutto il resto?
Renzi, purtroppo, soffriva della sindrome della colpa originaria di esser arrivato a Palazzo Chigi senza esser passato dalle elezioni. La legittimazione enorme ottenuta con il risultato del 40% preso alle Europee non gli bastava più, soprattutto, dopo lo sbandamento alle elezioni amministrative di giugno e forse anche per questo ha spinto così tanto sul personalizzare il referendum costituzionale e sul cercare una legittimazione personale attraverso di esso.
Ma la partita era più complicata e Renzi non solo ha perso ma ha perso male. In giro, non c’era la sensazione di una sconfitta così ampia sul piano nazionale: si poteva ipotizzare al massimo un pareggio o una sconfitta di poco, invece, un risultato così, inevitabilmente fa crollare tutto.

Eppure il risultato è complesso.
Il No è stato un insieme di cose: è stato un No a Renzi in prevalenza (lo ha ammesso lui stesso quando a margine della conferenza stampa ha detto “Non credevo che mi odiassero così tanto”), un No all’azione del Governo (prevalentemente da soggetti che non stanno particolarmente bene e che pensano che la politica abbia colpa di qualunque cosa, magari senza neanche sapere cos’ha davvero fatto il Governo in questi anni), un No alla Riforma Costituzionale (perché “la Costituzione è sacra” dicevano oppure perché “la riforma è fatta male”, perché “si va verso la deriva autoritaria dell’uomo solo al comando” ma anche perché “non ho capito”).
Un No arrivato, quindi, da soggetti diversi, legati gruppi elettorali diversi e fondati su motivazioni diverse ma che ha prodotto una percentuale altissima.
Una percentuale che non è certamente raggiungibile in caso di elezioni politiche perché è evidente che il fronte del No è composto da tanti partiti e movimenti (in prevalenza M5S) spesso distantissimi tra loro ma complessivamente resta una bocciatura del 60% per Renzi, parte del suo operato o la sua riforma o tutte le cose insieme.

Il , invece, arrivato al 40%, è prevalentemente legato ad un elettorato vicino al Partito Democratico o a Renzi. Gli altri partitini uniti nel fronte del Sì in questa battaglia hanno dimostrato di contare poco o nulla.
Non è un dato da poco: arrivare da soli a prendere il 40% è moltissimo. Eppure, anche in questo caso, non è detto che sarebbe confermato in caso di elezioni politiche. Come il No, anche il Sì, infatti, ha motivazioni variegate: per alcuni è stato un Sì incondizionato a Renzi perché “mi fido di lui”, per altri un Sì ad una “riforma utile per cambiare il Paese e rendere le sue regole più snelle”, per altri ancora era semplicemente un Sì perché “se vince il No, crolla tutto ed è assurdo fermare l’azione positiva di questo governo”, a prescindere dal merito della riforma.

In ogni caso, questo era un referendum e un referendum è fatto anche così: ci sono due opzioni, si vince o si perde e il PD di Renzi era da solo contro tutti gli altri e ha perso.
Una sconfitta di queste dimensioni, inoltre, ha un peso enorme e non può essere liquidata con qualche battuta (che è giusto che facciano in pubblico i personaggi con ruoli di rilievo per salvare la faccia ma che non può essere anche replicata da soggetti delle retrovie senza incarichi né meriti a cui invece spetta il dovere di far funzionare il cervello e mettersi a pensare per evitare nuovi disastri in futuro).

A mio avviso un altro grande errore è stata la campagna elettorale (tempi e modalità). In alcune città la campagna referendaria è stata lanciata a maggio (il via ufficiale è stato a Bergamo il 21 maggio) mentre nei luoghi in cui si è votato alle elezioni comunali è partita a luglio, poco dopo i ballottaggi. La campagna referendaria si pensava che sarebbe terminata ad ottobre e invece il referendum si è svolto il 4 dicembre. Quasi sei mesi di campagna elettorale sono troppi e poco importa se nel frattempo ci si occupa anche di altre urgenze perché i mass media si focalizzano su un tema e lo fanno diventare dominante. Uno dei momenti peggiori è stato con il terremoto. Era stonato parlare di referendum mentre il Centro Italia crollava sotto il terremoto e poco importa se il Governo si è occupato molto anche dei terremotati.
La campagna elettorale, inoltre, è stata brutta, con dei toni aggressivi e macabri (usati in prevalenza dai sostenitori del No) e con toni da marketing da televendita (usati in prevalenza dai sostenitori del Sì, istruiti con dei format non proprio utili a sembrare naturali).
L’idea di vendere la riforma costituzionale come se fosse un prodotto qualsiasi messa in pratica degli strateghi della comunicazione della campagna del Sì è stata abbastanza penosa.
Il format che pervade il mondo renziano è quello della comunicazione aziendale, tutta puntata al positivo: non esiste il No, non esiste il brutto, non esiste la negatività ma tutto deve diventare esempio di realizzazione riuscita di qualcosa (anche le persone che spesso non rappresentano un bel niente). È una comunicazione ottimistica che assomiglia molto a quella berlusconiana degli anni migliori ma che non tiene conto del fatto che nel frattempo l’Italia è stata attraversata dalla crisi economica e sociale e che l’idea politica non è un prodotto ma qualcosa di diverso. Berlusconi vendeva un sogno agli italiani illusi di poter diventare come lui. Il risveglio è stato l’incubo dello spread e del Governo Monti. Oggi gli italiani sono delusi e arrabbiati e faticano a credere in un altro sogno, soprattutto se non ne vedono le fondamenta e se chi lo propone sta già al Governo e da lui si aspettano miracoli (che ovviamente non sono possibili e dove anche lo fossero non verrebbero percepiti o verrebbero considerati non sufficienti).
Renzi ha vinto il congresso del PD e le elezioni europee da rottamatore e da propulsore del cambiamento e lo ha vinto in prevalenza su quello non sulla sua eventuale idea di Paese. Al Governo Renzi ha fatto molte leggi positive, ricordate tutte nel messaggio di saluto dopo la sconfitta, ma è chiaro che la costruzione di un percorso non ha lo stesso impatto e la stessa forza dell’urlo di rottura. È molto più facile, invece, per le opposizioni urlare contro le cose che non vanno, imputandole al Governo anche quando il Governo non c’entra o quando sono cose palesemente false.
Renzi aveva anche assunto il guru di Obama per la campagna elettorale ma lo stile di Renzi è diverso da quello di Obama. Obama accendeva speranza, lasciava intravedere un percorso di riscatto, dava una visione, non nascondeva i problemi e le cose negative ma invitava a rilanciare e risolvere. Renzi rompeva il sistema, piaceva quando diceva di voler scardinare l’esistente, al resto non faceva caso nessuno ed è evidente che da uomo di governo non può essere percepito come contro il sistema pur avendo uno stile profondamente diverso dai predecessori governativi.

Un altro aspetto è che la campagna elettorale sembra ormai essere prettamente mediatica. I mezzi tradizionali servono a poco: i volantinaggi e gli eventi servono a dare visibilità ma spesso non spostano voti. Lo si era già cominciato a vedere alle elezioni amministrative e con il referendum è stato ancora più chiaro.
Questo può diventare un problema se si andrà verso elezioni con preferenza perché i “non famosi” potrebbero avere grandi difficoltà a raccogliere consenso, anche mettendo in campo uomini e risorse, se non passano dai media.
Inoltre, è stata in prevalenza una campagna elettorale caotica, fatta di piccole cose, di piccoli eventi, di piccoli contatti. Il presupposto – corretto – è che oggi le mobilitazioni di massa funzionano poco, le persone non vengono raggiunte e coinvolte e poi per quelle sono sufficienti le televisioni mentre invece bisogna andare a prendere i singoli e raggiungerli dove si trovano, anche dentro casa. È una teoria. Può anche funzionare. Il dato di fatto che avendo venti micro eventi al giorno si rischiava di non pubblicizzarne neanche uno, di non dare valore a nessuno di essi (quindi non far capire qual era l’evento principale e quali quelli secondari). La strategia, comunque, di per sé non è errata ma può generare confusione e si può fare fatica a raccogliere pubblico.

Ora, però, è andata così e restano tutti i problemi conseguenti al risultato della vittoria del No. E il problema per l’Italia non è che resta il CNEL, che rimangono 315 senatori stipendiati e non si tolgono soldi ai gruppi dei Consigli Regionali.
Il problema è che ora l’Italia è senza governo.
Impiccare l’operato di un Governo che stava lavorando bene e anche velocemente per fare cose utili per i cittadini (magari non sempre con risultati visibili nell’immediato) all’esito del voto su una riforma che piaceva davvero a pochi anche tra i sostenitori del Sì, è stato uno sbaglio terribile.

Così come altrettanto sbagliati sono i discorsi che si sentono fare in questi giorni in prevalenza da esponenti del PD sul PD. In quei discorsi manca esattamente «il fare politica per qualcosa» che citava Renzi nel suo discorso post-referendum.
Ora si parla di elezioni anticipate, di percentuali e di regolamenti di conti in una discussione tutta autoreferenziale in cui in cui contano i destini personali, conta chi comanda, conta portare via il pallone, conta il non restare con il cerino in mano, conta far vedere che si hanno i numeri e non il resto.
Il Paese e i cittadini dove li mettiamo? Vogliamo occuparci di loro e farlo vedere ogni tanto o vogliamo continuare a mandare fuori messaggi su noi stessi?
Perché è vero che le leggi si facevano e si fanno anche su altri temi ma il dibattito sui media era ed è tutto su altro.
Dov’è «il fare politica per qualcosa» nella discussione di questi giorni?
Come andiamo dalla gente a chiedere il voto un'altra volta? A Milano, oltretutto, sarebbe la terza campagna elettorale di seguito. Vero è che fino ad ora in città si è sempre vinto ma i cittadini vogliono vedere anche i risultati dei voti che dànno, non solo i volantini elettorali.

Il Partito Democratico è comprensibilmente agitato per l’esito della consultazione referendaria. È evidente che una sconfitta così eclatante della linea di Renzi pesi anche sul fronte interno, però, ormai il PD era arrivato quasi compatto sul Sì e sarebbe meglio evitare ulteriori drammi.
I comportamenti di alcuni esponenti della minoranza (Bersani, Speranza, D’Alema) sono stati inqualificabili prima e dopo il referendum. Il vederli festeggiare la sconfitta del Segretario del proprio partito e la caduta di un Governo guidato dal proprio partito è ignobile. È evidente, però, che la loro forza numerica è molto scarsa e in quel 60% di No, di loro c’è poco o nulla per cui farebbero più bella figura a stare in silenzio.
L’ambizione della minoranza PD è senza dubbio quella di logorare Renzi: dopo essersi battuti per farlo cadere ora si impegnano per farlo rosolare a fuoco lento in modo che arrivi perdente per la prossima tornata elettorale.
Ragione per cui Renzi e i suoi amici ambiscono ad andare alle urne in fretta.
Di andare alle urne lo chiedono anche gran parte delle opposizioni ma per loro la situazione è più facile: se si andasse al voto dovrebbero iniziare una campagna elettorale e non tutte le forze sono pronte per questo, mentre se si formasse un nuovo Governo avrebbero qualche scusa in più per urlare un po’ più forte e farsi sentire un po’ di più magari accusando il PD di restare ancorato alle poltrone.
È evidente, quindi, che la situazione politica è complessa ma in tutto questo, ancora una volta manca la realtà quotidiana, il Paese, i cittadini, i lavoratori di aziende in crisi che aspettavano gli esiti di trattative governative ora bloccate, le fasce deboli di popolazione a rischio povertà che l’Istat dice essere in aumento e di cui non ci si occupa certo mentre si fa campagna elettorale.

Credo che Renzi possa rimettersi in gioco sul fronte interno, la maggioranza è sicuramente ancora saldamente con lui e forse ora è anche più ampia di prima. Auspicherei, però, che lo facesse con modi e toni diversi rispetto a prima. È, comunque, difficile che Renzi cambi stile: questo è il suo punto di forza e allo stesso tempo il suo punto debole, la ragione per cui piace molto o non piace per niente. Tuttavia, potrebbe almeno scegliersi amici e collaboratori più seri e capaci dei soggetti di cui si è circondato in questi mesi, anche perché andando dritti così si finisce a sbattere.

La politica non è marketing e non deve piegarsi al marketing, anzi, dovrebbe essere il contrario: dovrebbe essere il marketing a trovare formule adeguate ai contenuti dei messaggi politici.
La politica può essere una cosa bella, appassionante, utile al Paese se è un «fare politica per qualcosa» ma occorre riportarla ad un linguaggio di serietà. Questo non vuol dire essere cupi, tristi, pessimisti e complicati ma vuol dire esser seri quando si parla di cose serie. Il linguaggio dei clown va bene al circo, quello delle televendite va bene quando si vendono pentole e materassi. La politica ha bisogno di recuperare un suo linguaggio e un suo spazio. Per riconquistare credibilità, la politica ha bisogno anche di riconquistare autorevolezza. Questo non significa restaurare il grigiore e il politichese ma vuol dire cercare una strada e un linguaggio consono a ciò che il contesto richiede. E vuol dire anche che è il caso di smetterla di dipingere tutti i politici come parte della “casta” ma caso mai far vedere cosa implica il lavoro nelle istituzioni, valorizzare il merito delle competenze acquisite e degli sforzi fatti per arrivare a dei risultati perché quando andiamo a chiedere i voti è difficile ottenerli se lasciamo credere ai cittadini che vogliamo eleggere un pezzo della “casta”.

lunedì 15 giugno 2015

Guerini e Mirabelli a discutere di immigrazione, governo e PD sui territori

Domenica mattina è arrivato a Milano il Vicesegretario Nazionale del Partito Democratico Lorenzo Guerini a discutere – insieme al senatore Franco Mirabelli - dei temi più rilevanti dell’attualità e delle problematiche interne al PD, nell’ambito di un’iniziativa messa in campo da alcuni circoli.
Tanti i temi affrontati, dal problema dell’immigrazione, esploso in tutta evidenza in queste ultime settimane, alle riforme per cambiare il Paese e superare le difficoltà create dalla crisi economica, fino alle dinamiche strettamente di partito, comprese le diatribe interne, emerse con molta forza proprio durante la campagna elettorale e che certamente hanno contribuito a far uscire dalle urne dei risultati un po’ diversi da quelli auspicati.

Ad aprire l’incontro è stato il senatore Franco Mirabelli che, da milanese, non ha potuto evitare di soffermarsi sulla drammatica situazione dei migranti momentaneamente bloccati alla Stazione Centrale di Milano.
«La vicenda dell’ingente flusso dei migranti che sta interessando l’Italia in queste settimane è difficile da governare. - ha affermato il senatore democratico nel suo intervento - È evidente che un problema di questo tipo non lo può risolvere da sola l’Italia. Fa bene, quindi, il Presidente del Consiglio Renzi ad insistere affinché l’Europa si faccia carico fino in fondo del problema perché, ormai, è chiaro a tutti che i problemi che stiamo riscontrando nelle nostre città in queste settimane sono legati a scelte sbagliate dell’Unione Europea e, in particolare, di alcuni Paesi europei: se la Francia non avesse sospeso Schengen e non avesse chiuso la frontiera, non ci sarebbe stato quell’impatto che abbiamo visto sulla Stazione Centrale di Milano oltre che su quella di Ventimiglia. L’Europa, dunque, deve farsi carico insieme del problema, dimostrando di essere capace di affrontare la situazione dei profughi distribuendo gli sforzi e anche distribuendo le presenze».
«Per anni, - ha insistito Mirabelli - hanno spiegato che i migranti arrivavano in Italia perché guardavano la televisione e vedevano che qui si stava bene e c’era una “sinistra buonista” che avrebbe accolto tutti e, quindi, valeva la pena di salire sui barconi e partire. Oggi, dovremmo renderci conto che i migranti, se guardano la televisione, vedono che gran parte delle persone che prendono i barconi rischia la vita; molti muoiono in mare e, nonostante tutto ciò, la situazione da cui scappano è talmente grave a causa di guerra o povertà che preferiscono comunque rischiare la vita piuttosto che restare nei loro Paesi».
Mirabelli si è poi soffermato sulla polemica politica innescata prevalentemente dalla Lega Nord in queste settimane, segnalando che «La riproduzione continua dello scontro politico giocato sulla pelle degli immigrati è assurda. Qui non c’è una “sinistra buonista” che vuole accogliere tutti contrapposta ad una destra che, invece, difende la comunità nazionale. Qui c’è una destra che ha firmato tutte le leggi e tutti i trattati internazionali sull’immigrazione che hanno portato a questa situazione: dalla legge Bossi-Fini al Trattato di Dublino fino al sostegno all’intervento militare in Libia e alle regole – scritte da Maroni quando era Ministro dell’Interno – sulla gestione dei profughi sui territori».
«La situazione in cui si trovano i migranti è drammatica per loro ma anche per le nostre comunità che ne subiscono l’impatto e questa stessa destra che ha firmato tutti gli accordi che hanno contribuito a produrre questa situazione, e in particolare la Lega, non si assume quella responsabilità perché preferisce parlare di “invasione” e speculare su un dramma come quello che stiamo vedendo per portarsi a casa qualche voto in più», ha poi evidenziato il senatore Mirabelli, denunciando che «Nei giorni della campagna elettorale, girando per i territori, i cittadini raccontavano che ogni volta che passava Salvini a fare un comizio, immediatamente dopo nel Comune si diffondeva l’idea che, se in quel luogo avesse vinto il centrosinistra, si sarebbe aperto un campo profughi. Questo è un modo aberrante di affrontare i problemi».
Per l’esponente del PD è importante parlare con i cittadini che di fronte a quanto sta avvenendo, con l’arrivo massiccio dei migranti e le situazioni di degrado e disagio che si creano come quelle viste nella Stazione Centrale di Milano, si trovano dubbiosi e spaventati: «Occorre spiegare che c’è una grande tragedia internazionale di cui non si vede la fine. Nel Nord Africa, gli Stati nazionali che abbiamo conosciuto fino ad oggi stanno scomparendo tutti e, quindi, è anche difficile trovare degli interlocutori ma a maggior ragione occorre che il problema lo si affronti come Europa e in modo serio. Altrimenti, il rischio è che un problema epocale come quello che si sta verificando diventi uno strumento per farsi un po’ di propaganda elettorale e che porta a minare la convivenza civile e i principi fondanti della cultura europea, che è fatta anche di solidarietà. Il Governo sta cercando di lavorare per questo ma si tratta di problematiche difficili che si vanno ad intrecciare a dinamiche nazionali (in alcuni Paesi, ad esempio, ci sono scadenze elettorali vicine che spaventano e forze xenofobe che gettano benzina sul fuoco). Tuttavia, su queste vicende, l’Europa sta misurando davvero la propria capacità di esserci come soggetto politico e di mostrare la propria forza e la propria importanza, al di là dei singoli interessi nazionali».

Sulla questione dei migranti si è soffermato anche Lorenzo Guerini, il quale ha affermato che «L'idea di Europa non può partire da Ventotene per finire a Ventimiglia. Bisogna ragionare sul superamento del Trattato di Dublino. Il blocco dei migranti al confine italo-francese a Ventimiglia rappresenta la negazione dell'idea stessa di Europa». Sul ruolo di Roberto Maroni che, nei giorni scorsi, da Presidente della Regione Lombardia aveva minacciato di tagliare risorse ai Comuni che avessero dato disponibilità di accogliere i migranti sul loro territorio e aveva scritto ai Prefetti per invitarli a non inviare altri migranti sul suolo lombardo, anche Guerini – come il collega Mirabelli – ha segnato che «Il governatore lombardo Maroni non può farci lezione. Fu lui da Ministro dell'Interno a proporre e a far realizzare un piano di ripartizione dei migranti nelle Regioni italiane. Non vedo come, a ruoli invertiti, si rifiuti di applicare le direttive che sono state date da lui qualche anno fa. Così come il Trattato di Dublino II non l'abbiamo firmata noi ma un governo di centrodestra guidato dall’allora Premier Silvio Berlusconi e di cui la Lega era azionista di maggioranza».

Un altro tema che ha tenuto banco nel corso del dibattito è stato quello della legalità e le polemiche attorno alle inchieste romane di “Mafia Capitale”.

«Ciò che è emerso dalla vicenda di Mafia Capitale non è lo specchio del nostro partito, ma una patologia che si può debellare. – ha affermato Lorenzo Guerini - Quello che è avvenuto a Roma è un insulto ai militanti pieni di generosità dei tanti circoli del Partito Democratico. Chi ha sbagliato nel nostro partito non ha più cittadinanza. Inoltre, il governo Renzi sta facendo molto, a partire dall'impulso all'attività anti corruzione dato, per esempio, dalla nomina di Cantone. Ma c'è bisogno di avere le antenne alte su quello che avviene sul territorio e in caso intervenire e salutare chi sbaglia».

Franco Mirabelli ha ribadito che «Le inchieste di questi mesi hanno scoperchiato di nuovo uno scenario indecente fatto di corruzione che spesso ha finito per vanificare il grande lavoro fatto per ricostruire la credibilità della politica. Uno degli obiettivi che c’eravamo dati con le riforme, infatti, era quello di ricostruire un rapporto fecondo e positivo tra i cittadini e le istituzioni e tra i cittadini e la politica, con l’obiettivo di ridare credibilità alle istituzioni e ridare credibilità alla politica. Anche sul fronte della legalità, però, in realtà in questi mesi si è fatto molto in Parlamento. Abbiamo approvato una legge contro la corruzione con cui si reintroduce anche il falso in bilancio (e, quindi, rende più difficile la possibilità di costruirsi i tesoretti in nero per poi corrompere), con cui si aumentano le pene e si mette fine ad un fenomeno italiano per cui siamo il Paese con il più alto grado di corruzione d’Europa ma i corrotti non andavano mai in carcere. Abbiamo approvato una legge per punire i reati ambientali che, se ci fosse stata in precedenza, avrebbe prodotto la condanna dei dirigenti della Eternit o sulle vicende della Terra dei Fuochi. Inoltre, abbiamo fatto una legge contro l’autoriciclaggio. Gli effetti di tutte queste norme, probabilmente, si vedranno nei prossimi anni ma intanto dimostrano l’impegno di questo Governo, sostenuto dal Partito Democratico, anche su questo fronte».

L’altro fronte aperto nel corso del dibattito è stato poi quello riguardante le dinamiche interne al PD e come queste si ripercuotono sul Governo e hanno condizionato anche gli esiti elettorali.

«Le elezioni per il ballottaggio nei Comuni così come le Regionali non sono un test per il Governo e non hanno alcun significato a livello nazionale», si era affrettato a chiarire il Vicesegretario del PD durante la discussione ma anche a margine, parlando con i giornalisti, mentre le urne erano ancora aperte, sottolineando che «Il Partito Democratico non può tirarsi indietro da una riflessione sull'astensione. Il tema del rapporto tra cittadini e politica è fortissimo, ma più in generale bisogna rilanciare la fiducia dei cittadini nella politica».

E proprio sul tema del complicato rapporto tra i cittadini e la politica e la necessità di ridare credibilità alle istituzioni, si è soffermato Franco Mirabelli, il quale ha ricordato come questo fosse il principale obiettivo del Governo e che all’interno di questo ragionamento va collocata la necessità espressa da Renzi di fare subito la riforma costituzionale, la riforma del Senato, così come la legge per abolire il finanziamento pubblico ai partiti era anche un modo per dimostrare che la politica è la prima a rimettersi in discussione.

«Quest’anno abbiamo fatto tantissimo lavoro da questo punto di vista e abbiamo cominciato a cambiare davvero questo Paese su tante questioni importanti. Ma questo lavoro occorre farlo e riportarlo anche sui territori. C’è bisogno di un Governo forte, di un leader capace di comunicare ma abbiamo bisogno anche di un partito che, oltre a discutere, deve essere capace di sostenere e valorizzare l’azione di riforme messe in campo dal PD e dal Governo, grazie a cui il Paese sta cambiando e può continuare a cambiare», ha precisato Mirabelli.

E sulla rappresentanza territoriale ha particolarmente insistito anche Lorenzo Guerini, il quale ha affermato che la comunicazione politica non deve esaurirsi nella televisione, ma deve svilupparsi proprio sul territorio, dove, parallelamente, deve essere incoraggiata la militanza.
Entrambi gli esponenti PD hanno poi messo in luce l'importanza di un dialogo civile all'interno del partito, anche quando si hanno opinioni diverse perché – come ha precisato Guerini – «La politica è anche linguaggio e, dato che ogni sede ha i suoi stili, non è utile applicare il linguaggio da “Curva Sud” alla politica se si vuole instaurare un dialogo». Inoltre, ha sottolineato Mirabelli, «Dovremmo discutere un po’ meno su noi stessi e un po’ di più su quello che serve al Paese ma dobbiamo anche sapere e avere la capacità di sostenere un Governo che sta dando risultati importanti. Le elezioni appena svolte dimostrano che il centrodestra è tornato e, per il centrosinistra, questioni come il fisco o l’immigrazione sono ancora dei problemi: il PD e il centrosinistra vengono ancora vissuti come il “partito delle tasse” (nonostante la manovra per dare gli 80 euro) e, quindi, su questo fronte c’è molto da lavorare non solo sui giornali ma anche sul territorio; traducendo e riportando sul territorio il senso di un lavoro e di un’iniziativa politica che è quella di trasformare l’Italia per migliorare il Paese perché gli italiani se lo meritano».

Un dibattito ampio, dunque, quello svolto a Milano, voluto perché, come ha spiegato il senatore Franco Mirabelli «È importante, ogni tanto, uscire dalle logiche contingenti per fare il punto sulla situazione politica e provare a comprendere quale percorso si è intrapreso e quale strada resta da fare. Il rischio, altrimenti, è quello di restare schiacciati dalle emergenze e di perdere di vista il grande lavoro che sta facendo il Governo, prevalentemente grazie al sostegno del Partito Democratico».

Video del dibattito»

mercoledì 29 aprile 2015

La caccia al deputato

Trovo demenziale che in rete sia scattata la "caccia al deputato" per sapere cosa ha votato sull'Italicum.
A parte che sta scritto sui giornali e non c'è bisogno di andare a cercare chissà dove, ma è demenziale il modo da "caccia alle streghe".
E trovo ancora più demenziale che, in rete, quelli che vengono messi sotto accusa - anziché essere quelli del PD che sono usciti dall'Aula votando contro ciò che la maggioranza del proprio partito ha deciso dopo direzioni e riunioni e contro un governo a guida del proprio segretario - sono coloro che hanno fatto il loro DOVERE, cioè hanno votato la fiducia, rispettando le decisioni prese nelle tante riunioni.
Credo anche che sia demenziale questo nuovo modo di rapportarsi, forse a causa dell'illusione dell'orizzontalità e della vicinanza data dalla rete, secondo cui ogni volta che negli organismi dirigenti (in cui ci vanno persone elette lì per "dirigere" appunto) si decide qualcosa poi scatti il meccanismo dell'assalto da parte di soggetti qualsiasi che pretendono decisioni opposte.
Il PD ha fatto un congresso con un risultato chiarissimo, chi lo ha perso (a tutti i livelli) ne deve prendere atto e consentire a chi lo ha vinto di determinare la linea e portarla avanti.

venerdì 2 gennaio 2015

Le cooperanti, i Marò e politici poco responsabili

Da ieri mattina, Gian Marco Centinaio (capogruppo della Lega Nord al Senato) sta mandando tweet sulle due ragazze rapite in Siria il cui tenore è davvero disgustoso se si pensa che sono due giovani ragazze rapite e ostaggi di pericolosi assassini e se si pensa che a scriverle è un signore che siede nelle nostre istituzioni. Il tenore dei tweet è questo: "Ma non erano così gasate di andare in Siria?", "E adesso? DOBBIAMO salvarle! Ma non era così bella la Siria?" e poi ancora le paragona ai due Marò "E adesso torniamo a dimenticarci di loro? Adesso ci sono le due fenomene da salvare.".
Quello che mi lascia perplessa è l'ignoranza totale che manifesta questo signore nel paragonare due vicende così diverse tra loro oltre che la mancanza di rispetto che va portato a chi sta rischiando la vita e che lui, uomo delle istituzioni, farebbe meglio ad avere insieme ad espressioni più decorose.
La domanda che tutti ci facciamo ogni volta che vengono rapiti soggetti in zone di guerra è: cosa ci facevano là? Non sapevano che era pericoloso starci?
Le risposte ce le aspettiamo sempre e solo dai singoli soggetti spesso finiti ostaggi e ci dimentichiamo che forse dovremmo fare quella domanda a chi ha mandato in quelle zone di guerra i cooperanti. Le due ragazze non erano in Siria per una vacanza di piacere, erano lì a svolgere un'attività per conto di una ONG che avrà qualche progetto sul luogo, magari addirittura finanziato con i soldi del nostro Servizio Civile (come spesso accade, perché ci sono una serie di spese che qualcuno deve sostenere). Le ONG hanno sedi e progetti ovunque e, spesso, capita che catapultino le persone in luoghi non esattamente "sicuri" (per come intendiamo noi qui dalle nostre comode case gli standard di sicurezza) e spesso mandano anche persone senza adeguata esperienza necessaria (ammesso che esista un'esperienza adeguata per stare in certe situazioni). Tuttavia si tratta di attività di cooperazione, di pace, di aiuto alle popolazioni locali a volte anche molto importanti. Forse l'ONG che curava il progetto in Siria non ha valutato adeguatamente la situazione o forse non ha fatto in tempo a far rientrare il suo personale perché la guerra li ha travolti prima o forse se fossero venuti via sarebbe mancato un sostegno troppo importante alla comunità a cui erano di supporto. Tutte domande a cui probabilmente l'ONG dovrebbe rispondere e non gli ostaggi.
Ma quello che più mi disgusta dei messaggi di Centinaio è il fare un paragone tra due giovani ostaggi che erano in una zona di guerra senza armi e per aiutare la popolazione, non per sparare e due soldati della Marina Militare che, invece, erano in zone indiane per una missione antipirateria, armati, che hanno sparato e che sono stati trattenuti perché per sbaglio hanno ucciso dei pescatori (che mantenevano faticosamente delle famiglie) invece che dei criminali. Non è esattamente la stessa cosa e non ha senso paragonare due ostaggi di criminali a due uomini trattenuti perché sotto processo. Questo a prescindere da quello che si può pensare di come è stata mal gestita la vicenda Italia-India e di come sta andando il processo ai nostri due fucilieri di Marina.
Oltre al non vedere la differenza tra un ostaggio a rischio di morte in mano a sequestratori senza scrupoli e un trattenuto dalle autorità in condizioni buone e senza rischi, l'altro aspetto inquietante delle parole di Centinaio è che con il suo ragionamento si finirebbe per fare una classifica dei "prigionieri", come se la vita di una persona potesse valere più o meno di quella di un'altra, come se bisognasse dare la priorità nel salvare uno o l'altro, senza vedere che sono vicende diversissime e che l'impegno dello Stato deve essere quello di riportare a casa tutti ma con gestioni inevitabilmente diverse.
Mi aspetterei un po' più di serietà, di responsabilità e di rispetto da parte di persone elette nelle nostre istituzioni perché per fare ragionamenti del genere possono benissimo rimanere al bar sotto casa, non hanno bisogno di occupare il posto in Senato o altrove.

sabato 25 ottobre 2014

Leopolda

Oggi il PD è alla ‪#Leopolda5‬. Il PD quello nuovo, quello che ha preso il 40% alle elezioni, quello aperto che si confronta con i cittadini e non ha paura di avvicinare i mondi più diversi. Il PD che cerca di cambiare se stesso per rimettersi in linea con la società italiana e riuscire poi a cambiare il Paese. Il PD che guarda al futuro e cerca di costruirlo a partire dalla realtà delle cose. Mi spiace per chi non lo ha capito e si è messo ad organizzare qualcosa contro e mi spiace anche per chi lo ha capito ma ha perso il treno per parteciparvi: alla Leopolda in questi giorni si ricostruisce il PD per far fronte alle sfide future.

sabato 18 ottobre 2014

Gli 80 euro

Quando Renzi ha annunciato che ci sarebbero state 80 euro in più in busta paga per i lavoratori dipendenti sotto un certo reddito, tutti hanno montato un casino pazzesco perché contestavano il fatto che quei soldi venivano dati solo ad una cerchia ristretta di persone, escludendone tante altre (dimenticando che non si trattava di un aumento di stipendio ma di una riduzione dell'IRAP).
Ora che Renzi annuncia che - in forma di detrazione - ci saranno gli 80 euro anche per le mamme entro un certo reddito, lo si contesta perché sarebbero meglio altre misure di aiuto.
A me fa piacere vivere in una nazione in cui ci sono così tanti esperti di economia che potrebbero prendere il posto dei Ministri in carica e mi spiace per loro che sono così poco considerati dai nostri governanti, perché se fosse stato per loro di sicuro avremmo già salvato l'Italia dalla crisi economica, risolto il problema della disoccupazione e magari anche quello della fame nel mondo.
(Una delle contestazioni più carine che ho sentito è che questa è una mossa per far contenti i cattolici perché si incentivano le famiglie a fare figli... come se 80 euro fossero sufficienti a mantenere un figlio).
Io mi limito a valutare le misure che i governi propongono per quello che sono e penso che una persona a cui viene data la possibilità di avere un po' di soldi in più, in tempi difficili come questi, è molto più contenta (fatti suoi se poi vuole spenderli o preferisce tenerli per altre esigenze).
Per anni, non abbiamo fatto altro che parlare di nuove tasse e siamo tutti devastati da una pressione fiscale ormai insostenibile, adesso abbiamo un governo fa delle manovre per lasciarci più soldi in tasca e non va bene lo stesso.
(p.s.: Gli asili nido di solito sono comunali)

domenica 15 giugno 2014

Il nuovo PD emerso all'Assemblea Nazionale

Ciò che mi ha colpita dell'Assemblea Nazionale del PD di oggi (ma che cominciava già a delinearsi dalle ultime Direzioni Nazionali) è che quello che abbiamo visto e ascoltato è il nuovo PD. Assenti o silenti, lontani da telecamere e microfoni quasi tutti i cosiddetti "big" del partito. 
Da un po' di tempo, il palco di Direzione e Assemblea non è più solo dei soliti noti ma hanno cominciato ad affacciarvisi anche volti nuovi nello scenario nazionale e più legati ai gruppi dirigenti dei territori. 
Oggi questo è stato ancora più evidente: c'è una nuova classe dirigente che è emersa con forza, ci sono altre persone che hanno cominciato ad affermarsi sulla scena nazionale e si è anche visto un forte ricambio generazionale (giovani i ministri come Marianna Madia, giovani i componenti della segreteria, giovani anche i leader di "corrente" che hanno cominciato ad affrancarsi da legami ingombranti per ritagliarsi posizioni diverse come Orfini) e molti dirigenti locali che hanno cominciato ad avere una certa riconoscibilità e un certo peso (ad esempio Richetti). Credo che questo, al di là delle idee e delle posizioni politiche che ciascuno esprime, sia un dato molto positivo.
L'altro dato che ho notato oggi - e che, invece, mi è piaciuto poco - è la gran confusione tra azioni del governo (più volte citate da Renzi e in tutto l'intervento della Madia) e il partito: credo che l'Assemblea Nazionale non sia il luogo per una conferenza stampa sulle scelte del governo, ma il luogo per una riflessione sul partito e caso mai una valutazione sui percorsi politici da intraprendere o già intrapresi anche come governo (in questo, ad esempio, ho apprezzato l'analisi di Fassino che ha saputo tenere insieme i due elementi senza fare confusione dei piani o di Franco Mirabelli che ha discusso del voto e delle vicende del Senato).
Nel complesso, mi è parsa una discussione positiva (pur nelle divergenze anche forti che si sono manifestate) e utile anche a dirimere un po' di vicende che sono esplose negli ultimi giorni e con un Segretario che si è confermato proiettato sul futuro, propositivo e determinato a raggiungere importanti obiettivi e a farlo con una squadra unita e consapevole della responsabilità che il risultato elettorale ha consegnato al PD.

sabato 12 aprile 2014

Il Pd che cambia l'Italia

Questa mattina al circolo PD Prato-Bicocca, abbiamo approfittato della disponibilità del senatore Franco Mirabelli, per discutere insieme delle proposte che il PD sta portando avanti al governo per cambiare l’Italia, per comprendere un po’ meglio quale Paese stiamo costruendo.
Il PD si è impegnato su più fronti ed è protagonista dell’accelerazione che c’è stata sul terreno delle riforme. – ha esordito il senatore, interloquendo con gli iscritti - Le riforme sono sempre state una questione centrale per il Partito Democratico anche perché il rapporto tra i cittadini e le istituzioni si è molto logorato e far vedere che si sta finalmente lavorando per riformare il Paese può servire per riavvicinare”. Inoltre, ha ricordato Mirabelli “l’accelerazione che si è prodotta ha creato nel Paese una grande aspettativa”. Era, comunque, un’accelerazione necessaria perché – ha segnalato il senatore PD – l’idea diffusa era ormai quella di essere di fronte all’ultima occasione: “Il risultato elettorale ci ha detto che il 30% circa dei cittadini italiani non sono andati a votare, il 25% ha scelto di votare il Movimento 5 Stelle che è una forza antisistema e altri hanno espresso simpatia per altre forze populiste a fronte del fatto che la politica e le istituzioni hanno raggiunto il livello più basso di credibilità proprio a causa dei ritardi e delle resistenze poste a ogni richiesta di cambiamento. Che è l’ultima occasione ce lo hanno detto anche tanti elettori delle primarie che o adesso si cambiava veramente oppure basta. – ha insistito Mirabelli - Oggi, serve ridare credibilità alla politica e alle istituzioni. Per questo Renzi ha scelto la velocità di azione e la semplificazione del linguaggio, per far vedere che il cambiamento lo si fa davvero. E questa velocità di Renzi ha spiazzato tutti perché nessuno ci era abituato. Ora si è avviata una stagione di riforme importanti, questo crea consenso nei cittadini ma ci sono anche molte forze refrattarie ai cambiamenti perché vedono messi in discussione i loro privilegi e non sarà semplice cambiare. Chi vuole contrastare il cambiamento spesso si inventa cose che non ci sono oppure fa intendere che da qualche parte c’è la fregatura nascosta oppure dice che il problema vero è un altro e si finisce per discutere delle invenzioni e non di cosa si è fatto davvero”.

Venendo alle riforme avviate in questi mesi, Mirabelli ha ricordato l’iter della legge elettorale, già discussa alla Camera dei Deputati e che arriverà in Aula Senato dopo la discussione sulla riforma per superare il bicameralismo perché serve realizzare una riforma costituzionale che abbia un equilibrio complessivo. In ogni caso, si tratta di una legge elettorale maggioritaria in cui chi vince governa (esattamente come aveva chiesto il PD) e si è ottenuto il doppio turno, mentre possibile oggetto di discussione diventeranno la soglia di sbarramento e la questione della percentuale di donne nelle liste che la Camera non ha risolto.

Sul tema delle Riforme costituzionali, Mirabelli ha ricordato che con il Governo Letta si è perso un anno (passando dalla discussione sui saggi alla modifica dell’art. 138 della Costituzione) e non è cambiato nulla mentre con l’arrivo del Governo Renzi tutto è cambiato e sono già stati calendarizzati molti provvedimenti e poi si dovrà lavorare anche per migliorarli e correggere ciò che non va bene.
Sbagliato, però, secondo Mirabelli, parlare delle riforme solo in termini di risparmio economico: “Dobbiamo smettere di dire che si fanno le riforme solo per risparmiare soldi perché si stanno riformando gli assetti istituzionali del Paese. - ha precisato il senatore - Le riforme costituzionali devono servire a far funzionare meglio lo Stato, non solo a ridurre i costi della politica”.
Nel merito della riforma del Senato, di cui molto abbiamo letto sui giornali in questi giorni, Mirabelli ha spiegato che alcuni senatori non sono d’accordo sulla non elezione diretta dei membri del Senato ma, se questo verrà trasformato in una sorta di Camera delle Autonomie Locali diventerà difficile fare l’elezione diretta dei nuovi senatori perché dovranno essere espressioni di rappresentanze locali. “Un ruolo diverso del Senato e dei senatori deve corrispondere anche ad una platea elettorale diversa”, ha ribadito Mirabelli.
I tempi di modifica costituzionale, comunque, saranno lunghi: ci vorranno due letture (una per ogni Camera) a distanza di sei mesi l’una dall’altra e successivamente ci sarà un referendum.

Tra le cose già approvate, invece, Mirabelli ha ricordato la legge che abolisce il finanziamento pubblico ai partiti e contiene anche alcune norme che regolamentano la struttura dei partiti e questo rappresenta un grande cambiamento.
Un altro tassello importante è quello rappresentato dal DDL Delrio con cui si è avviata la costruzione delle città metropolitane. Il DDL prevede che le province in scadenza non torneranno al voto ma diventeranno enti di secondo livello e saranno abolite le giunte provinciali (vale a dire non ci saranno assessori e consiglieri eletti). Entro giugno dovrà essere votato il Consiglio delle città metropolitane, costituito dai sindaci dei vari Comuni che vi appartengono, presieduto dal Sindaco del Comune capoluogo che non percepirà altre indennità aggiuntive, e questo poi varerà lo Statuto entro il mese di novembre.
“Non è una legge perfetta - ha commentato Mirabelli - ma intanto, dopo anni di discussione su questo tema, la città metropolitana si sta concretizzando”.

Mirabelli ha ricordato anche che il Movimento 5 Stelle non ha votato alcuna riforma di quelle portate avanti in Parlamento, con la motivazione che nulla di ciò che viene presentato a loro va bene: “La realtà è che hanno paura di un Parlamento che fa davvero le cose toglie acqua alla loro propaganda”, ha commentato il senatore PD.
Legato a questo argomento, anche la polemica degli ultimi giorni sul voto alla norma 416-ter sul voto di scambio politico-mafioso, per cui M5S ha fatto diverse bagarre in Aula. “I Parlamentari PD si sono impegnati coll’Associazione Libera per fare una legge che punisca il voto di scambio. – ha segnalato Mirabelli - Oggi si contesta il fatto che, dopo il passaggio alla Camera, si sono abbassate le pene. Però quella è una legge che prima non c’era e punisce la promessa di voti scambiati con dei favori e per questo serve farla prima delle elezioni. Spaccare così il quadro politico su questo tema fa il gioco della mafia”.

Infine, Mirabelli ha sottolineato che si stanno facendo passi in avanti anche sulle riforme economiche e sociali. Una particolarmente importante è contenuta il decreto sull’emergenza abitativa (di cui il senatore è relatore) che prevede che vengano raddoppiati i finanziamenti al Fondo Sostegno Affitti e al Fondo per la morosità incolpevole (che il Governo Monti aveva tolto e Letta aveva ripristinato) e poi norme per favorire la possibilità di trovare case a canoni contenuti (come ad esempio l’abbassamento della cedolare secca al 10% per favorire l’emersione dal nero degli affitti e sopperire al fatto che ci sono troppe case sfitte).
Un altro decreto importante sarà quello sul lavoro con cui si andrà a cambiare le condizioni dei contratti flessibili rispetto a quanto prevedeva la legge Fornero e poi arriverà il Job Act per interventi sull’apprendistato, sul contratto unico, sul salario minino e anche sul reddito di cittadinanza.
Anche nel DEF ci saranno cose di impatto economico e sociale importante, come la norma di riduzione dell’impatto fiscale sugli stipendi che consentirà di avere le 80 euro in più in busta paga (che praticamente porteranno ad una mensilità in più alla fine dell’anno) e le coperture sono individuate da alcuni tagli della spending review.
“Oggi - ha sottolineato Mirabelli - c’è un problema drammatico dell’occupazione e della tenuta degli ammortizzatori sociali. La scelta di intervenire sul cuneo fiscale e sul lavoro dipendente è perché si pensa che così si possano far ripartire i consumi”.
Sul metodo, Mirabelli ha spiegato che “Renzi tira dritto, rompe un metodo di concertazione che era considerato da tutti basilare ma oggi c’è una frammentazione tale della rappresentanza che la concertazione è complicata. Le rappresentanze intermedie, spesso, non rappresentano più molto oggi. Per questo il PD, quando fa le riforme, deve guardare all’interesse generale e mettere al centro dei provvedimenti gli interessi dei cittadini”.

Questi, dunque, gli argomenti affrontati nella mattinata, attraverso un proficuo dialogo tra il senatore e gli iscritti del circolo PD Prato-Bicocca di Milano.

lunedì 17 marzo 2014

Pensionati e Precari

Poco fa alla Tv 7Gold, senatore Franco Mirabelli ha spiegato (per quanti non se ne fossero accorti) che Renzi di pensioni non ha parlato e l'argomento non è scritto da nessuna parte del decreto presentato e, anziché perdersi in elucubrazioni inutili, sarebbe meglio attenersi a commentare le cose annunciate. "In questa legislatura, con il Governo Letta, è stato già fatto un adeguamento delle pensioni fino ai 3.000 euro. L'Italia - ha ricordato Mirabelli ai pensionati che telefonavano in trasmissione - ha garantito per molto tempo a tante persone di andare in pensione e di andarci bene e, forse, oggi tutto questo non si riesce più a farlo per i giovani. Oggi, nel nostro Paese, le pensioni spesso svolgono una funzione di welfare e, se si cambia questo meccanismo, dando più soldi alle famiglie, probabilmente si riesce ad alleggerire i pensionati da questo peso. Anche per questo è utile essere partiti dal tema del lavoro dipendente e dall'idea di lasciare più soldi in tasca alle famiglie per alimentare i consumi: le risorse non sono infinite e, nel contesto in cui ci troviamo, è giusto darsi delle priorità".
Sul tema del precariato, Mirabelli ha spiegato che oggi il punto è creare lavoro e aumentare le assunzioni: perché si possano stabilizzare i precari bisogna che prima si creino posti di lavoro e il decreto di Renzi ha questo obiettivo.
Con la riforma Fornero - ha ricordato Mirabelli - accadeva che dopo un contratto a termine occorreva una pausa di diversi mesi prima che questo potesse essere rinnovato e, dopo il terzo rinnovo, o l'azienda assumeva in modo stabile il lavoratore o lo lasciava a casa. Prima della legge Fornero, il contratto a progetto non poteva essere rinnovato per più di due anni, anche in questo caso l'azienda poteva scegliere se assumere il lavoratore o lasciarlo a casa. Per risolvere il problema delle troppe modalità contrattuali, la proposta di Renzi va verso il contratto unico.

Per quelli che non se ne sono accorti, segnalo che di fatto, il più delle volte accadeva che l'azienda modificava il progetto scritto nel contratto e si teneva precariamente il lavoratore fregandosene della legge oppure sostituiva il lavoratore o si avvaleva di stagisti a rotazione. I contratti a progetto sono una realtà da tempo. Fingere di non vederli è ipocrita. Cercare di regolarli ci hanno provato in tanti senza sortire alcun effetto. Cerchiamo di essere concreti invece di parlare a vanvera o di far finta di cadere dalle nuvole.

p.s.: A proposito di pensioni, io sono una di quelle che la pensione non l'avrà mai e sentire pensionati che si lamentano, spesso con pensioni alte e non strettamente legate ai contributi che hanno versato, fa incazzare parecchio.

lunedì 3 marzo 2014

Le ragioni della nascita del governo Renzi spiegate ai circoli

Tre giorni in giro per i circoli del PD ad ascoltare il senatore Franco Mirabelli, tra assemblee di iscritti agitati per quanto avvenuto tra Renzi e Letta con l’avvicendamento al governo e bisognosi di capire come sia potuto accadere che ancora una volta i leader del centrosinistra finiscano per mangiare se stessi.
Tre giorni di incontri molto partecipati, in cui tanti hanno voluto intervenire per esprimere la propria opinione sulla fase che è in corso e per porre domande al senatore Mirabelli che, come tanti altri suoi colleghi, si è trovato nella difficile situazione di provare a far comprendere le ragioni di una scelta non semplice da digerire per una base del partito forse ancora troppo legata a schemi di un passato che non c’è più e che fatica ad orientarsi nel brusco cambiamento di stile e di velocità decisionale impresso dal nuovo Segretario del PD. «Siamo dentro ad un passaggio politico molto complicato – ha esordito Mirabelli ad ogni incontro – e aspettiamo di vedere i risultati prima di esprimere giudizi troppo netti. È sbagliato ridurre tutta la vicenda di questi giorni all’aver “fatto fuori Letta”: indubbiamente Letta è stato trattato male ma ci sono delle ragioni politiche dietro al nuovo scenario che si è creato».
Secondo Mirabelli, ci trovavamo oramai in una situazione in cui si rischiava l’immobilismo: «Dobbiamo riconoscenza a Letta per gli 8 mesi di governo e gli dobbiamo anche qualche scusa ma non solo per l’ultima fase. Avremmo dovuto lavorare per valorizzare un po’ di più i risultati positivi che comunque almeno fino a dicembre il Governo Letta ha ottenuto e che oggi si trasferiscono sui numeri, come ad esempio il fatto che l’economia è tornata ad aumentare dopo 9 trimestri in cui scendeva, lo spread è stabile sotto i 200 punti; c’è un merito se ci sono 20 miliardi di giro d’affari prodotti dal decreto legge sul bonus ambientale, se è stato approvato un decreto che da qui al 2017 abolisce il finanziamento pubblico ai partiti. Questi sono risultati dell’azione del Governo Letta e vanno riconosciuti, mentre noi, invece, siamo stati un po’ timidi su queste cose». «Tuttavia, - ha spiegato Mirabelli - da un po’ di tempo la spinta propulsiva del governo si era fermata: dopo l’approvazione della Legge di Stabilità si è registrato un calo di consensi molto forte, lo dicevano i sondaggi ma anche le parti politiche e sociali. Una parte della maggioranza e anche una parte della società italiana aveva smesso di investire sul governo (si ricordino le critiche arrivate dai sindacati e da Confindustria)».
L’azione di governo nel rispondere alle esigenze dei cittadini italiani, dunque, era ritenuta troppo lenta e poco incisiva, per questo, secondo Mirabelli, tutti hanno ritenuto opportuno che si avviasse una nuova fase e tutti hanno chiesto l’impegno diretto del Segretario del PD, a cominciare dalla minoranza interna (che ha spinto affinché la Direzione Nazionale del partito anticipasse la discussione sul rapporto tra partito e governo e si arrivasse ad un chiarimento e ha votato il documento proposto dal Segretario) e sulla stessa linea si sono registrate le dichiarazioni di Alfano e di Scelta Civica.
Mirabelli ha ricordato, quindi, le ragioni per cui all’inizio della legislatura, in seguito al risultato elettorale con cui si è registrato che il 30% circa dei cittadini italiani non è andato a votare e il 25% dei cittadini italiani ha scelto di votare un partito antisistema, si era stati costretti a dare vita ad un governo di larghe intese presieduto da Letta: «C’è un problema democratico in questo Paese e, se noi non siamo capaci di fare le riforme in questa legislatura, il prossimo passaggio potrebbe essere molto pericoloso per la democrazia italiana. Oggi c’è un problema di credibilità della politica e di credibilità delle istituzioni. – ha sottolineato il senatore – e se tornassimo a votare anche con una legge elettorale diversa ma per lo stesso numero di parlamentari e ancora con il bicameralismo, la politica non avrebbe la credibilità che deve invece recuperare. Il problema non è il PD o Renzi, il problema è il Paese, la democrazia e le istituzioni di questo Paese. Se vogliamo ridare credibilità alla politica, abbiamo bisogno di fare delle riforme. Anche Letta, come Renzi oggi, non ha avuto l’investitura popolare, però siamo ancora in un Paese in cui il Presidente del Consiglio lo elegge il Parlamento. Sarebbe meglio avere elezioni in cui i cittadini scelgono chiaramente chi vogliono fare leader, però, sappiamo tutti che se si andasse a votare - in particolare adesso, dopo che c’è stata la sentenza della Corte Costituzionale - avremmo un sistema proporzionale che ci riconsegnerebbe un quadro di ingovernabilità e costringerebbe nuovamente alle larghe intese e, quindi, tutt’altro rispetto alla scelta di chi deve governare il Paese. Per questo, trovo assurda questa idea di andare a votare e di dire che in Italia non si vota mai: abbiamo votato un anno fa e i cittadini, se li si porta a votare una volta all’anno, si disaffezionano alla democrazia».
Questo è il quadro del percorso in cui si inserisce anche quest’ultimo passaggio: il governo Letta rischiava di rimanere imbrigliato e immobile e, quindi, di non riuscire più a portare a casa le riforme per le quali si era deciso di formarlo. Tornare al voto senza aver fatto le riforme promesse avrebbe significato la perdita di credibilità definitiva per la politica e, di fatto, si sarebbe consegnato il Paese alle forze antisistema e populiste. Per evitare tutto questo, per ridare forza alla spinta riformatrice di cui l’Italia ha bisogno, il PD ha compiuto la scelta più difficile e più rischiosa, che è quella di giocare tutto se stesso e il suo Segretario per dare vita ad un nuovo governo che avesse anche la capacità di cambiare i ritmi, di fare delle cose anche sulle questioni politiche e sociali per dare risposte ai cittadini e allo stesso tempo lanciare un messaggio di innovazione e cambiamento.
Questo è il senso dell’operazione che è stata fatta e ora, afferma il senatore Mirabelli, va sostenuto convintamente dal Partito Democratico: «Abbiamo bisogno di un partito che investa consapevolmente su questa fase, perché questa è l’ultima spiaggia non per noi del PD, ma per costruire un processo di riforme in grado di ridare credibilità alle istituzioni e senza le quali la democrazia italiana va in crisi. Matteo Renzi lo ha detto il giorno dopo essere stato eletto che questa è l’ultima occasione ma ce lo hanno detto anche tanti elettori delle primarie che o adesso si cambiava veramente oppure basta. Se ce lo dice il nostro popolo, se ce lo dicono quelli che vengono ancora a votare alle primarie, immaginiamoci che cosa pensano quelli che non vanno neanche più a votare alle elezioni! E, se questa è l’ultima spiaggia, allora, dobbiamo sapere che dobbiamo discutere del Paese, non di noi. Mi preoccupa il fatto che qualcuno, mentre aspettavamo la lista dei Ministri, ha cominciato a mettere in discussione il Segretario del partito, quasi che il partito fosse una cosa autoreferenziale che non c’entra. Il partito adesso si deve assumere a pieno questa responsabilità del governo: non dobbiamo discutere di noi ma dobbiamo discutere del Paese e di quello che possiamo fare per il Paese, anche confrontandoci tra idee diverse».

Tra i dubbi espressi dagli iscritti al PD presenti alle varie assemblee molti riguardavano la giovane età e la presunta inesperienza dei membri del nuovo governo (in particolare delle donne Ministro), altri contestavano il fatto che Renzi nominato premier potesse mantenere anche l’incarico di Segretario o peggio affidare il partito ad un reggente.
Nel rispondere Mirabelli ha sottolineato come «Renzi, per lo stile, risponde a una domanda di cambiamento e di rinnovamento della politica che c’è nel nostro Paese. Per anni abbiamo invocato il rinnovamento e le facce nuove e adesso abbiamo il governo più giovane della storia della Repubblica e va valorizzato, poi li si giudicherà dai risultati. Il fatto che ci siano 8 donne e 8 uomini è un dato importante: anche su questo, non possiamo fare per anni la battaglia perché siano riconosciute le pari opportunità e il valore che possono portare le donne dentro la politica e dentro al governo e poi, quando lo mettiamo in pratica, restiamo subalterni a ragionamenti inaccettabili che si sentono in giro sul fatto che le donne sono solo ornamentali. Ci sono le elezioni europee alle porte e, già in vista di quell’orizzonte, questo Governo dovrà fare delle cose perché bisogna dare dei messaggi forti di capacità di cambiare passo e di capacità di fare delle cose».

Contrario alla riapertura del dibattito sul Segretario, Mirabelli ha segnalato che «Stiamo ancora discutendo del PD. Non possiamo stare in un partito che vive in un congresso permanente: facciamo vedere agli italiani che discutiamo del Paese e non di noi. Il punto non è il PD ma che funzione abbiamo per il Paese. Oggi dobbiamo recuperare credibilità: i cittadini pensano che la politica sia distratta e non si occupi di loro; c’è poi un 25% che ha votato Grillo e che ritiene che tutto il sistema non vada bene e il sistema istituzionale e democratico del Paese è molto debole. Non possiamo fingere di trovarci in una fase di ordinaria amministrazione ma dobbiamo prendere coscienza del quadro il cui ci troviamo e il risultato elettorale avrebbe dovuto farci riflettere e farci cambiare il nostro modo di ragionare: siamo il terzo partito tra gli operai e i giovani non ci votano; in questo contesto una discussione tutta autoreferenziale non ha senso. Così come non ha senso proseguire la lotta tra ex democristiani ed ex comunisti: l’elezione di Renzi a Segretario del PD chiude definitivamente quella discussione, oggi serve confrontarsi sui contenuti indipendentemente dalla cultura di provenienza».

Mirabelli, infine ha evidenziato la necessità di fare lo sforzo di guardare a questa nuova situazione come un’opportunità per il Paese e di impegnare tutto il PD a sostenere l’azione di questo governo affinché si riescano a realizzare le tanto auspicate riforme e non di vivere il tutto come una cosa da sopportare. «Nei partiti si costruiscono i gruppi dirigenti e questi poi sono delegati a dirigere e si assumono le responsabilità delle decisioni prese, il documento proposto da Renzi alla Direzione Nazionale è stato votato da 136 persone e la discussione era stata sollecitata dalla minoranza, non si può far finta di non saperlo», ha replicato Mirabelli alla contestazione quasi unanime che è giunta sulla modalità in cui tutto si è velocemente discusso e deciso «senza consultare la base».

Un’opportunità, secondo Mirabelli, è anche l’ingresso del PD nel PSE: «E’ un fatto importante, che costruiamo da anni e che servirà a far diventare quel luogo la casa di tutti i progressisti europei. Con questa mossa il PD si colloca all’interno di un gruppo importante al Parlamento Europeo e ci presentiamo alle elezioni per la guida dell’Europa con un unico candidato che è Martin Schulz.
Oggi i partiti europei sono cambiati rispetto ad anni fa: il PPE è la casa dei conservatori e i progressisti stanno in prevalenza nel PSE, che non è più solo il partito dei socialisti ma al suo interno vi sono molte forze con culture diverse come è il PD».

Video degli interventi di Franco Mirabelli: Bicocca 22.02.2014, Gratosoglio 23.02.2014 - 1° parte, Gratosoglio 23.02.2014 - 2° parte, Bovisa 03.03.2014 - 1° parte, Bovisa 03.03.2014 - 2° parte, Bovisa 03.03.2014 - 3° parte.