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domenica 2 febbraio 2020

La lezione dell'Emilia Romagna e le prospettive per la ricostruzione del centrosinistra

Al Circolo PD Rigoldi di Niguarda abbiamo organizzato un incontro dal titolo “Ripartiamo! Battere questa destra si può! La lezione dell'Emilia Romagna e le prospettive per la ricostruzione del centrosinistra” anche per far seguito alle richieste che ci sono arrivate da parte di alcuni iscritti di discutere un po’ insieme dopo le tante cose che abbiamo letto sui giornali nelle ultime settimane riguardanti il PD (l’annuncio del congresso, la confusione tra scioglimento e apertura del partito alle realtà civiche, il seminario del gruppo dirigente a Rieti da cui sarebbe dovuta uscire l’agenda del PD) e poi ora con l’esito delle elezioni regionali in Emilia Romagna e Calabria.
Abbiamo scelto di soffermarci un po’ sul risultato dell’Emilia Romagna, non solo perché abbiamo vinto – ci davano per morti e invece il PD è risultato essere il primo partito, arrivando al 34,6% in Emilia Romagna (40,7% a Bibbiano!) e al 15,1% in Calabria - ma anche perché forse quello che è successo lì può essere un modello da cui ripartire.
Nel titolo del nostro incontro non è un caso che ho scritto “La lezione dell'Emilia Romagna e le prospettive per la ricostruzione del centrosinistra”: la riconferma a Presidente di Stefano Bonaccini passa da un insieme di fattori di cui dobbiamo tenere conto, che sono il buon governo ma anche una coalizione di centrosinistra larga e trainata dalla partecipazione nelle piazze stimolata dalle Sardine.
Questi elementi sono anche quelli che ha citato spesso Zingaretti quando ha annunciato di voler cambiare il partito, immaginando un PD che andasse un po’ oltre i suoi recinti per aprirsi a una parte di sinistra che sta tornando a guardare noi, al civismo e ai movimenti come quello delle Sardine.
Non è un disegno strano: Zingaretti è un leader riconosciuto da quella parte di centrosinistra; lo hanno guardato con speranza e anche come possibile fattore di ri-aggregazione quando si è presentato alle primarie per diventare il Segretario del PD e, quindi, in questo senso, il risultato emiliano-romagnolo, costruito su quei fattori, può fare da laboratorio per cercare di ricostruire un’area politica, vedremo poi se sarà il nuovo centrosinistra o un nuovo PD più allargato.

C’è la questione del Movimento 5 Stelle, sempre più lacerato e uscito malissimo dalla tornata elettorale. Prima delle elezioni, il giornalista Fabio Massa di Affaritaliani aveva scritto su Facebook “Credere nel voto disgiunto è un po’ come credere ai miracoli”. In Emilia-Romagna allora c’è stato un miracolo perché è anche grazie al voto disgiunto dal Movimento 5 Stelle che Stefano Bonaccini ha potuto vincere.
Resta, però, da vedere se i vertici del Movimento hanno compreso ed elaborato le loro sconfitte e che tipo di percorso pensano di intraprendere a partire da lì.
Di Maio - insieme a Casaleggio - era l’elemento di congiunzione tra M5S e Lega e non voleva saperne del PD. Pensavamo che dopo il suo passo indietro si sarebbe potuto aprire qualche canale di dialogo più proficuo ma la nomina di Bonafede a capodelegazione del Governo (uomo di Di Maio e autore del pasticcio sulla Giustizia) non è certo un segnale che va in quella direzione, anzi, sembra quasi che Di Maio si stia preparando per ritornare con più forza e blindato dai suoi.
La posizione che deciderà di prendere il Movimento 5 Stelle è importante sia sul piano nazionale per la tenuta del Governo che sul piano locale in vista delle prossime tornate elettorali regionali e amministrative.

Inoltre, come abbiamo letto sui giornali dai vari collaboratori alla campagna elettorale di Bonaccini, in Emilia Romagna hanno giocato anche alcuni fattori locali: qualcuno ha detto che “Salvini si è comportato come un invasore”, presentandosi in modo arrogante sui territori senza neanche conoscerli e imponendo se stesso, il suo stile e la sua agenda tutta nazionale che nulla c’entrava con quelle realtà, a maggior ragione in un’elezione volta a eleggere chi avrebbe governato la Regione e non il Paese.
Però, guardando le mappe dei risultati elettorali in Emilia Romagna (poco rassicuranti per noi, nonostante la vittoria) si vedono anche alcune chiare tendenze nazionali se non addirittura mondiali, come la divaricazione tra il voto nelle città (Bologna in particolare) e i territori lontani, isolati, periferici. Questo scenario lo abbiamo già visto tra Milano e il resto della Lombardia ma è simile a quello americano che ha portato all’affermazione di Trump e in parte anche al rapporto tra Londra e il resto della Gran Bretagna.

Dobbiamo, quindi, prendere atto che c’è un problema: le nostre città crescono sempre di più, corrono, diventano luoghi di sviluppo e apertura ma appena un po’ più fuori dai confini inizia il mondo degli altri, che si sentono esclusi da quello sviluppo e hanno paura di non farcela e si ripiegano in loro stessi, si chiudono e lì guadagnano consensi quelli che agitano ancora di più le loro paure.
Qualche settimana fa, infatti, in un convegno, Giovanni Floris ha spiegato che spesso alle persone non interessa che i politici risolvano i problemi, forse un po’ anche perché non si crede più al fatto che la politica possa risolvere qualcosa, ma votano quelli che raccontano i loro problemi perché almeno si sentono compresi e rappresentati.
Se così fosse, le sfide che abbiamo davanti diventano complicatissime e bisogna attrezzarsi per tempo, lavorando alla costruzione di un clima culturale e civile nel Paese, oltre che di un’agenda capace di mettere in campo proposte concrete per migliorare la vita delle persone.
L’esito del voto emiliano-romagnolo ha dimostrato che battere questa destra populista è possibile, ora ci auguriamo che da questo risultato il centrosinistra possa finalmente ripartire e ri-attrezzarsi per vincere le sfide future.
Antonio Scurati, in un articolo sul Corriere della Sera di qualche giorno fa, scriveva che oggi le piazze della paura prevalgono su quelle della speranza e la sinistra attualmente è minoritaria nel Paese.
Il lavoro da fare, quindi, è ancora molto.

sabato 19 ottobre 2019

Le mafie al Nord

Al Circolo PD Quarenghi di Milano si è parlato delle mafie al Nord. 
Claudia Peciotti, responsabile giustizia e lotta alle mafie per il PD regionale, ha tracciato il quadro delle presenze e delle attività mafiose sui nostri territori, ripercorrendo anche le inchieste che si sono susseguite e segnalando la necessità di mettere la legalità al centro dei comportamenti che si tengono. 
Federico Ferri ha focalizzato l'attenzione sul Municipio 8 di Milano e ha chiesto che il PD faccia attenzione a ciò che avviene sui propri territori e sia pronto a cogliere i segnali che possono indicare la presenza di fenomeni mafiosi e dare informazioni e supporto alle possibili vittime. 
Il senatore Mirabelli ha spiegato quanto le mafie siano presenti e pericolose al Nord nonostante si vedano poco e cerchino di darsi una parvenza di rispettabilità, creando scarso allarme sociale, mentre invece è importante che i cittadini acquisiscano consapevolezza per riuscire a sconfiggere le mafie. 

sabato 24 agosto 2019

Gli obiettivi e la volontà politica

M5S vuole farlo un Governo con il PD?
Il PD vuole farlo un Governo con M5S?
Si parte da qui, dalla volontà politica. Se non c’è questo alla base, il resto è aria fritta, prendere tempo e, soprattutto, prendere in giro i cittadini e il Presidente della Repubblica, che si era già mostrato piuttosto irritato per la situazione in essere.

Guardando alle vicende e alle troppe dichiarazioni uscite in questi giorni si evince che tutte le forze politiche stanno giocando una loro partita tattica con due obiettivi principali: 1) uscirne bene, 2) scaricare le colpe di qualunque cosa agli altri.
L’obiettivo di fare un Governo non è emerso in alcun modo.

Il PD in tutte le sue dichiarazioni ufficiali ha sempre parlato di “voto come via maestra” accompagnato da un “provare a vedere se c’è una maggioranza per dar vita a un Governo” per “senso di responsabilità” e su richiesta del Presidente della Repubblica e, dopo aver messo chiari paletti per l’avviare la trattativa, ha parlato di “andare a vedere le carte”, “provare”, “no a un Governo a tutti costi”. Tutte parole che nei fatti implicano che l’obiettivo primario non è il Governo ma valutare le opzioni.

Il PD ha poi chiesto perentoriamente un “Governo di svolta” rispetto al precedente e posto chiari paletti. Tutti legittimi e bene ha fatto il Segretario ad annunciarli prima dell’avvio delle trattative ma è un po’ curioso che vengano ribaditi a trattative in corso perché è segno che qualcosa non va. In generale, Zingaretti fa dichiarazioni importanti che restituiscono forza, dignità e vigore al PD ma sembrano più orientate ad una imminente campagna elettorale che non alla formazione di un Governo.
Del resto, che Zingaretti, il suo stretto giro e anche un altro pezzo del PD ambisse al voto era cosa nota. 

M5S parte da un problema: dopo la fine rovinosa del Governo giallo-verde in conseguenza alla pesante sconfitta alle elezioni europee, il Movimento - in una logica normale - avrebbe dovuto rimuovere Luigi Di Maio e, invece, lo ha confermato e sostenuto. Difficile capire se per incapacità, per calcolo o perché obbligati a farlo ma Di Maio è il primo ostacolo alla trattativa con il PD e di questo gli esponenti del Movimento dovrebbero esserne consci.
Di Maio non vuole il PD, non lo ha mai voluto e ha anche necessità di rilanciare se stesso dopo il disastro precedente per cui è ovvio che insiste ad alzare l’asticella della trattativa fino a renderla vana.
Il problema iniziale era il “taglio dei parlamentari” (e pensare che un Governo si rende necessario per evitare l’aumento dell’IVA che peserebbe sulle tasche dei cittadini, per scrivere una manovra economica che l’Europa sorveglia e gestire i conti pubblici!), superato quello ci si è incartati sulla figura di Giuseppe Conte ma se non ci fosse stato il problema di Conte ne avrebbe creato un altro perché l’impressione è che Di Maio (e parte di M5S) l’accordo con il PD non lo voglia proprio trovare.

Insomma, da queste giornate, pare proprio che l’obiettivo delle forze politiche in campo non sia arrivare a un Governo: al massimo, il Governo è un obiettivo secondario.
Uscire dalle trattative con i paletti uguali a quelli con cui si è entrati (cosa emersa sia dalle dichiarazioni del PD che da quelle di Di Maio) vuol dire che la trattativa non è mai partita o è finta.
Se l’obiettivo fosse davvero quello della formazione di un Governo giallo-rosso si è partiti con interlocutori e argomenti sbagliati da parte di tutti.

Resta sullo sfondo anche un’altra domanda. Ci sarebbero altre forze politiche che si sono dichiarate disponibili a sostenere un eventuale Governo giallo-rosso e che sui social network e nelle agenzie di stampa lanciano appelli a PD e M5S affinché trovino un compromesso.
Perché queste forze politiche non sono coinvolte nella trattativa? Perché si è lasciato il pallino in mano esclusivamente a due partiti che, palesemente perseguono obiettivi diversi? Se queste forze politiche hanno la volontà di sostenere un Governo diverso, dovrebbero entrare in campo, infilarsi nella trattativa e provare a determinarne gli esiti, non limitarsi ad appelli via web.

Per arrivare ad un Governo è necessario un confronto con le forze interessate a farlo e la discussione deve proseguire alla ricerca di compromessi e mediazioni per arrivare ad un punto comune.
Altrimenti stiamo perdendo tempo e ci si prende in giro.

giovedì 15 novembre 2012

Ambrosoli e i partiti

La discussione che sta avvenendo su e con Umberto Ambrosoli, in merito alle modalità della sua candidatura alla Presidenza della Regione Lombardia in questi giorni è a dir poco surreale.
Ambrosoli è un candidato autorevole che sicuramente ha la capacità di raccogliere attorno a sé un consenso largo ma che da subito ha posto delle condizioni piuttosto nette per accettare la candidatura, prima fra tutte quella che riguarda la polemica sulle primarie e sui partiti che le avevano indette.
Personalmente, lo avevo già detto tempo fa che c’era qualcosa di anomalo nel modo di porsi di Ambrosoli. Qualcosa che ha lasciato non poco sgomento tra la “base” dei partiti che dovrebbero sostenerlo.
Tutta la discussione – che ad un certo punto è sembrata superata – sulla scelta del lessico (non più “primarie” ma “consultazioni civiche”) è sembrata completamente fuori dalla realtà perché le primarie per loro natura sono civiche in quanto mirano a coinvolgere i cittadini e sono uno strumento utilizzato per favorire la partecipazione, se poi non si vuole che a indirle siano esclusivamente i partiti ma anche movimenti e comitati civici, basta sedersi al tavolo delle trattative senza suscitare tutte queste polemiche. Ma la realtà è un po’ più spinosa di una semplice questione lessicale: la verità è che al candidato Presidente e al suo entourage non piacciono i partiti e ha fatto di tutto per tenerli fuori o all’angolo, o almeno questo è quello che ha lasciato sembrare.
Ad Ambrosoli, dunque, non piacciono i partiti, non vuole essere il candidato dei partiti. Di questi tempi, con quello che si dice dei partiti e della politica è abbastanza comprensibile agli occhi dell’opinione comune. Forse Ambrosoli ritiene che sia più facile vincere "rottamando" i partiti oppure ritiene più logico conquistare un consenso più ampio non legandosi a una coalizione di partiti marcata. Tutti ragionamenti possibili ma non accettabili per uno che si candida alla Presidenza di una Regione e che verrà eletto in prevalenza con i voti portati a lui proprio dai partiti che tanto vuol tenere lontani e che pure andranno a eleggere dei consiglieri regionali che dovranno poi votare in Consiglio anche ciò che il Presidente e la sua giunta fanno.
Oltretutto i candidati consiglieri che faranno campagna elettorale per far eleggere se stessi e il Presidente cosa dovranno dire agli elettori? “Votate per me ma il mio partito fa schifo”? “Votate per me e il mio partito ma poi non conteremo niente sulle decisioni della Regione perché il Presidente ci lascerà senza niente in mano perché ha deciso che i partiti non li considera”?
L’impostazione della discussione come è stata avviata da Ambrosoli o dal suo entourage per come è stata riportata dai giornali è pessima e questo, alla “base” dei partiti, è ancora meno digeribile della questione delle primarie.
Senza contare che in questo modo i partiti sono apparsi all’opinione pubblica come nettamente subalterni alle idee bizzarre del candidato Presidente: poche sono state le dichiarazioni ufficiali in cui si rivendicava la decisione stabilita e quasi tutte smentite il giorno successivo dallo staff di Ambrosoli. Forse una conferenza stampa congiunta aiuterebbe ad appianare le polemiche e gli smarrimenti ma è chiaro che, ad oggi, non si è giunti ad alcun accordo definitivo, altrimenti tutto questo vespaio non esisterebbe.

A questo punto, però, tre sono i temi da affrontare: il primo riguarda il rapporto tra Ambrosoli e i partiti che vorrebbero sostenerlo. Quando si gioca insieme, le regole si stabiliscono insieme, non le fa uno da solo e, da questo punto di vista, mi pare che le premesse non promettano bene perché se già il candidato e i suoi fedelissimi vogliono tenere all’angolo i partiti prima ancora che sia cominciata la campagna elettorale, cosa mai potrà succedere una volta che sarà eletto? Ambrosoli è sicuramente il candidato che può vincere, ma il fatto che vinca lui non coincide necessariamente con la vittoria del centrosinistra e questa storia delle primarie già ne è un brutto segnale. Tradotto, non è una buona partenza quella per cui i partiti mettono la faccia per il candidato e il candidato non solo non vuole metterci la faccia per loro ma vuole anche tenerli fuori, anche perché se intende tenerli fuori adesso che c’è la campagna elettorale, a maggior ragione si rischia che voglia poi tenerli fuori anche dalla giunta una volta che il candidato sarà eletto. Il Partito Democratico, così come gli altri della coalizione, metteranno la faccia e l’impegno nella campagna elettorale per far conquistare ad Ambrosoli la Presidenza delle Regione Lombardia e Ambrosoli in cambio cosa mette per questi partiti?
Forse Ambrosoli e il suo entourage farebbero meglio a tenere presente quanto scrive Pippo Civati: “Prima di tutto per rispetto nei confronti di chi milita in quei partiti che tanto dispiacciono a chi si autodefinisce civico: i democratici, ad esempio, sono quasi tutti soggetti che sono «civici» fino alle 18, o le 19, o le 20, perché dedicano il loro tempo libero alla politica (diventando «politici» in serata), ma di giorno lavorano. E, vi giuro, sono in tutto simili ai professionisti del civismo. Anzi, di solito hanno meno potere di loro, nella società in cui vivono. In secondo luogo, perché nel momento stesso in cui si denigrano i partiti, poi si chiede il loro sostegno, la loro organizzazione e il loro voto, senza il quale si andrebbe poco lontano”.
Il secondo punto è la figura di Ambrosoli: sicuramente è un candidato che può vincere, sicuramente prenderà molti voti al centro e magari anche a destra (un po’ lo dimostrano gli attestati di stima e sostegno più disparati che sta ricevendo) e molto probabilmente ciò avviene perché lui non è espressione del centrosinistra e si vede. Si vede moltissimo la diversità di Ambrosoli dalla coalizione di centrosinistra: si vede da come parla e da quel che dice, il suo è un linguaggio altro e la “base” che milita in quei partiti, pur cogliendone l’opportunità di una vittoria quasi certa, questa alterità del candidato la percepisce benissimo. Il dubbio a questo punto sorge sul tipo di cambiamento che una figura del genere può esercitare dentro l’istituzione Regione Lombardia, dopo 17 anni di governo formigoniano e dove Il Celeste ha piazzato suoi uomini (che a questo punto o si andranno a trovare nuovi punti di riferimento o potranno divenire un serio ostacolo a eventuali nuovi modelli che i nuovi eletti vorranno apportare). Sarà un cambiamento vero quello che propone Ambrosoli? Sarà il cambiamento che chiede il centrosinistra da tempo o sarà altro perché altri sostenitori di Ambrosoli hanno altre idee e altri interessi in gioco? Questo non è un dato da poco perché si andrà a determinare il futuro della Regione Lombardia. La “base” dei partiti, che non è tanto ingenua, questo lo capisce bene e non si fida: non si fida di un uomo che non solo non è loro ma che addirittura dice neanche troppo velatamente che non li vuole. Alla fine la “base” si richiama all’ordine e lo voterà, come ha sempre votato qualsiasi cosa o quasi che veniva proposta o imposta e lo farà votare ma questo non significa che gli accorderà la fiducia o che sboccerà l’amore se dall’altra parte non si mostreranno maggiori aperture di quelle mostrate fino ad ora.
Il terzo aspetto riguarda proprio le persone che militano nei partiti. In un tempo in cui prevale la logica dell’antipolitica, del voler eliminare tutto ciò che ha a che fare con i partiti, è sicuramente più facile ottenere successo mandando un messaggio in quel senso, ma non è questo il messaggio che deve mandare una persona seria e autorevole che si candida a guidare un’istituzione. La politica, i partiti e molti esponenti che hanno operato in questo ambito sicuramente devono cambiare, migliorarsi e alcuni anche farsi da parte, tuttavia vale la pena di ricordare che chi si candida lo fa per andare a ricoprire un ruolo politico dentro ad un’istituzione e quindi farà politica e poco importa se lo fa dentro a un contenitore che si chiama “partito” o “movimento” o in qualsiasi altro modo perché comunque nessuno lo può fare per se stesso ma solo e sempre rispondendo ad un ideale e ad un programma condiviso su cui si sono chiesti i voti. Inoltre, all’interno dei partiti e delle organizzazioni politiche non esistono solo gli esponenti di spicco ma esiste anche la “base”, gli iscritti, i militanti, le persone che quotidianamente dedicano una parte del loro tempo e della loro vita a tenere aperti i circoli, distribuire materiale informativo, mettere in piedi delle iniziative… I partiti sono fatti di persone che sono cittadini come gli altri e meritano rispetto per il tempo e la passione che impiegano nelle attività politiche o ad esse correlate. Forse Ambrosoli e il suo entourage farebbero meglio a cercare di aiutare i partiti a far vedere questa realtà e queste persone, invece, di offendere denigrando ciò per cui loro dedicano tanto tempo e impegno. Pisapia ha conquistato la città di Milano uscendo per strada, stando nelle piazze, incontrando le persone vere e non solo i frequentatori dei salotti buoni (che pure servono), Ambrosoli non si illuda di conquistare la Regione solo andando in televisione o scrivendo su internet o sui giornali e con l’appoggio dei salotti.
Ambrosoli e il suo entourage vadano a vedere chi c’è nei “partiti”, non abbiano paura di “sporcarsi le mani”, non facciano quelli che “mi si nota di più se vengo ma sto in disparte”, entrino nei circoli dei partiti, vadano a incontrare le persone che quotidianamente dedicano il loro tempo all’impegno politico, vada a conoscere chi appende i giornali nelle bacheche, che monta i gazebo e li tiene aperti anche se piove e se fa freddo, chi distribuisce i volantini ai mercati, chi cucina e serve ai tavoli nelle feste dei partiti, chi studia il modo di far arrivare un messaggio o di coinvolgere il quartiere su un incontro o su un tema. I circoli del Pd sono aperti in questi giorni per registrare le persone che vogliono votare alle primarie del 25 novembre per la scelta del candidato premier (qui ci sono gli orari del circolo a cui sono iscritta), vada a vedere chi sono quelli che ha lasciato all’angolo con i messaggi che ha lasciato trapelare e che invece sarebbero ben felici di accoglierlo e di poter dedicare un po’ del loro tempo anche a lui e alla sua campagna elettorale ma a patto che il rapporto sia reciproco e paritario.

domenica 28 ottobre 2012

Expo 2015: dai Navigli una nuova idea di città

Venerdì 26 ottobre, nella Sala Alessi di Palazzo Marino a Milano, si è svolto l’incontro a cura del Partito Democratico della Zona 6 sul tema “Expo 2015: dai Navigli una nuova idea di città. Il distretto dell’economia sostenibile”, a cui sono intervenuti gli assessori del Comune di Milano, esperti e consulenti del settore e esponenti del Pd.
Tra gli interventi rilevanti che si sono susseguiti nel corso della serata, da segnalare quello di Giovanni Ucciero del coordinamento del Tavolo Pd “Navigli, Darsena, Via d’Acqua”, che ha presentato – con tanto di slide in cui si mostravano i vari progetti e percorsi – le proposte che il Partito Democratico ha per quelle aree, in termini di riqualificazione ambientale, imprenditoriale e culturale.
Ucciero, nel suo intervento, ha esordito affermando che oggi non ha più senso la contrapposizione tra “bellezza” e “sviluppo” ma, anzi, che la “bellezza” è da considerarsi un valore da incorporare nei servizi.
«Il naviglio è un’area vasta che collega il centro della città con la periferia», ha ricordato Ucciero, segnalando che «in quei territori, oggi, vi sono dei luoghi molto diversi tra loro, alcuni degradati da riqualificare, altri molto innovativi, altri ancora “in cerca d’autore” e poi vi operano molte realtà come, ad esempio, le associazioni sportive o le imprese culturali». Si tratta, insomma, di luoghi attraversati da grandi flussi e grandi problematiche ma che hanno delle enormi potenzialità e, in questo contesto, cade Expo 2015 e avrà un forte impatto su quelle aree.
Expo, secondo Ucciero, è un “acceleratore” dei processi in corso e “sostenibilità” deve essere la parola chiave attorno a cui realizzare investimenti e progetti. Il ruolo della politica, in questo contesto, secondo Ucciero, è quello di dare un indirizzo, di far dialogare i diversi soggetti e orientare i processi in corso. Punto di partenza, per Ucciero, deve essere il riconoscimento del valore della bellezza e fare in modo che sia essa a produrre servizi. In questo senso va orientato il programma di sviluppo urbano, facendo in modo che sia capace di attrarre le imprese (in quei territori già operano il settore della moda, del design, del benessere e del food). Altra cosa fondamentale, per Ucciero, è il fato che occorre cercare di rendere un po’ più omogenei i territori, quindi, andare a realizzare infrastrutture dove servono e riqualificare le aree degradate.
Considerata anche la natura delle aree in oggetto, Ucciero ha segnalato la necessità di «favorire la relazione tra tessuto agricolo e metropolitano», in quanto questo territorio «potrebbe diventare il prototipo della smart cities milanese».
Ucciero ha ricordato la grande domanda di spazi che si verifica oggi da parte di associazioni culturali, sociali o imprese giovanili e di come in questi luoghi vi siano spazi disponibili e ancora non utilizzati, per cui sarebbe opportuno fare incontrare domande e offerte.
Tema da cui, però, dipendono molte cose è quello delle risorse ed è chiaro, secondo Ucciero, che oggi occorre incentivare i meccanismi di partenariato tra pubblico (che può mettere a disposizione luoghi e spazi) e privato (che può mettere a disposizione capitale e creatività) e anche il sociale e il tutto deve avvenire in un contesto di area metropolitana (in queste aree sono presenti molte cascine e parchi). Per cui, il tema non può essere che quello dello sviluppo imprenditoriale sostenibile.

Altro importante intervento è stato quello di Ada De Cesaris, Assessore all’Urbanistica del Comune di Milano che ha illustrato le novità del piano di governo del territorio riguardanti l’area dei navigli e di come si potrebbero andare ad integrare anche con il progetto del Pd.
«Oggi, è già stato avviato il piano di riqualificazione della Darsena, è partito un percorso per quanti riguarda il territorio dei navigli che, però, può ancora essere implementato», ha sottolineato l’assessore, segnalando però che la difficoltà vera è quella di conciliare le esigenze della riqualificazione delle aree con quelle economiche, data la scarsità di fondi pubblici a disposizione.

Pierfrancesco Maran, Assessore alla Mobilità, Ambiente, Arredo Urbano del Comune di Milano, ha ricordato che «quello sui navigli non è un intervento idraulico accompagnato dall’aggiunta di qualche pista ciclabile ma è in corso una grande trasformazione e gli investimenti che si stanno facendo vanno ad inserirsi in un tessuto sociale esistente». L’obiettivo, secondo l’assessore è quello di «far diventare queste aree essenziali e caratterizzanti della città di Milano al pari del centro storico», al fine di una più equa distribuzione della città e della costruzione, quindi, di una città policentrica. Il naviglio, in particolare, ha ricordato Maran, ha molti punti in comune con altre città europee e da queste si possono trarre esperienze utili anche per la riqualificazione di Milano.
Sul tema delle risorse, Maran ha affermato che i 40 milioni di euro stanziati dal Comune di Milano devono essere un investimento partecipato e vissuto sul territorio, non un qualcosa di calato dall’alto.

Gabriele Rabaiotti, Presidente del Consiglio di Zona 6 del Comune di Milano, ha esordito ricordando le cose fatte: «l’isola pedonale dei navigli è la più grande di Milano, si sta chiudendo un accordo con le ferrovie che non riguarderà solo Porta Genova e ci sono molti altri progetti già avviati». Poi Rabaiotti si è concentrato sul tema delle risorse: «serve costruire un rapporto tra il pubblico e il privato ma per farlo è necessario che il pubblico sia in grado di riconquistare la fiducia del privato, a tutti i livelli e deve comunque essere un rapporto di sollecitazione, di spinta in avanti». Per il Presidente del Consiglio di Zona 6 è fondamentale riuscire ad intercettare il contesto in cui si deve operare e su questo progetto «si gioca la capacità di mettere in campo un’immagine in grado di attrarre la città con qualcosa di originale: quella dei navigli può essere l’immagine di una “città leggera” che si dilata e ritrova degli spazi, con infrastrutture dolci e una mobilità alternativa». Su questo territorio, inoltre, secondo Rabaiotti, occorre ragionare in un rapporto con la città metropolitana ma anche con una dimensione internazionale, in quanto, sono luoghi in cui coesistono molte culture e si parlano molte lingue.
Per Rabaiotti i 40 milioni di euro stanziati dal Comune, tuttavia, devono riuscire a mobilitare almeno altrettante risorse da parte dei privati perché non possono essere regalati.
«Il Partito Democratico – ha affermato Rabaiotti, in conclusione del suo discorso – si è dimostrato l’unico valido interlocutore sul tema dei navigli e del destino di queste aree».

Un altro interessante intervento è stato quello di Franco Mirabelli, Consigliere Regionale della Lombardia, (video del suo intervento), il quale, in apertura del suo discorso ha ricordato che «la politica recupera credibilità se riesce a fare il suo dovere. Il compito della politica in una realtà come questa, ad esempio, è quello di governare il territorio costruendo un’idea di città. Questo vuol dire pensare al futuro, vuol dire pensare a quale vocazione vogliamo dare ai territori da tutti i punti di vista e, quindi, come riusciamo a definire una vocazione anche economica dei diversi territori valorizzandone le risorse e le qualità».
Sulla vicenda di Expo, Mirabelli ha denunciato il fatto che troppo spesso «il Partito Democratico si è incartato sulla questione del cosa resterà dopo, considerando come il lascito di Expo la discussione sul che cosa ci sarà sul sito dopo l’esposizione internazionale, mentre, il tema vero è quello che viene posto qui oggi e cioè che cosa lascerà Expo in termini di investimenti sulle infrastrutture, sulle metropolitane, sulla Darsena. Il tema è come si rilanciano, come si costruisce e come si promuove lo sviluppo sostenibile e si pensa al futuro della città a partire da tutto questo».
Pensare ad Expo soltanto come ad un’occasione che ci mobilita per tanti anni, mobilita milioni di risorse e poi, il giorno dopo, lascia il sito da stimare e su cui realizzare qualcosa per evitare di perdere i soldi, secondo l’esponente del Pd, non va bene: «Il lascito di Expo è costruire un distretto sui navigli con le caratteristiche che sono state illustrate prima o costruire al Parco Sud un punto di eccellenza rispetto alle produzioni alimentari e, magari, rispetto alla ricerca sulle questioni ambientali. Questo è il lascito di Expo perché così si lasciano anche i punti su cui si può ricostruire l’economia, su cui si possono creare posti di lavoro, anche dopo Expo». Il punto è che, quindi, per Mirabelli, occorre non guardare indietro ma guardare avanti: «parliamo, dunque, di innovazione, parliamo di settori su cui possiamo competere, su cui possiamo rilanciare l’economia di questa città», ha rilanciato il consigliere, affermando che «questa è la dimensione su cui bisogna lavorare e questo progetto ragiona in questo senso: ragiona su uno sviluppo sostenibile vero, traduce lo sviluppo sostenibile concretamente, che vuol dire valorizzare le idee e le bellezze, raccontare l’inizio di quell’area ma pensiamo al futuro e non solo in termini di agricoltura e di commercio ma pensiamo anche in termini di possibilità di industrie (una parte si ha già intorno a via Tortona - e non sono le grandi fabbriche - quindi si può costruire anche questo dentro ad un sistema bello)».
Mirabelli ha chiarito che si tratta di un progetto complicato, difficile da costruire e richiede tanti interventi molto complessi e ha invitato, così, a ragionare su tre aspetti. Il primo è «la dimensione: non penso che un progetto come questo, che guarda al distretto, si possa pensare stando dentro ai confini della città di Milano», ha affermato Mirabelli, segnalando che si tratta di uno dei primi progetti su cui si sostanzia l’idea di città metropolitana, perché «ha la capacità di coinvolgere anche tutto ciò che c’è sul corso del naviglio. E ci sono, in alcune realtà, esperienze già avviate (ad esempio nel campo della cultura) che possono essere messe bene in rilievo. La dimensione su cui ragionare, dunque, quando discutiamo sulla governance, credo che debba essere quella di città metropolitana e, oggi, quindi, ci debba essere il coinvolgimento dei comuni attorno a Milano».
La seconda questione - secondo Mirabelli - è «quali strumenti abbiamo che possono essere messi in campo». «In Regione Lombardia – ha segnalato il consigliere – c’è un piano d’area sui navigli che, però, riguarda solo l’aspetto urbanistico e credo che il centrosinistra, anche in previsione della prossima campagna elettorale delle regionali, dovrà mettere in campo una proposta di piano d’area che non coinvolga soltanto l’aspetto urbanistico ma che metta attorno a un tavolo tutti i soggetti che possono contribuire a dar vita a questo progetto».
L’ultima questione evidenziata da Mirabelli riguarda le risorse. «Il tema - ha affermato Mirabelli - è come investiamo i 40 milioni di euro e come facciamo in modo che ci siano dei privati che ne mettano altri. Dobbiamo comprendere che probabilmente il pubblico dovrà metterci altro, almeno in termini di incentivi perché, se dobbiamo costruire un distretto economico, dobbiamo incentivare anche le aziende e i privati a insediarsi in quel distretto».
In chiusura del suo intervento, Mirabelli ha ribadito la necessità di guardare alle esperienze che ci sono fuori dai confini di Milano e che vanno messe in rete da subito, «coinvolgendo nella costruzione di questo progetto i sindaci di quest’area dei navigli, che oltretutto sono di centrosinistra».