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venerdì 27 febbraio 2026

Sanità

 


Mattina al convegno sulla Sanità organizzato dal PD Lombardia.

mercoledì 4 febbraio 2026

Sanità

 


Altra settimana, altri crediti obbligatori da conquistare. Oggi si parlava di Sanità e di diritto alla Salute.

giovedì 19 marzo 2020

Le persone chiedono di essere salvate

Le drammatiche immagini arrivate da Bergamo sono agghiaccianti e stridono con le polemiche insensate delle scorse ore.
I numeri di malati e deceduti che crescono senza sosta, prendono forma in quelle foto con i camion dell'esercito e non ha senso che si sia discusso piccatamente davanti alle telecamere se era meglio fare un ospedale in una città o in un'altra.
La fatica di medici e infermieri ci sembra pervenire da un mondo lontano nello strano silenzio delle nostre città che si colorano di primavera, dove per alcuni è difficile anche capire perché non si può uscire.
Le persone chiedono di essere aiutate e salvate e vogliono che le istituzioni si attivino per farlo, facendo arrivare le attrezzature e il personale che serve a curarle quando ancora si può fare, prima che la situazione degeneri, per non dover assistere ad altri tristi cortei funebri di camion militari per morti che non si possono neanche salutare.

martedì 11 ottobre 2016

L'eccellenza lombarda

Anche oggi ho buttato via una mattinata (dalle 7:45 alle 13:00) vagando da una sala all’altra di una struttura sanitaria pubblica e, come me, tutti gli altri numerosi presenti. Forse nella sanità pubblica pensano che abbiamo tutti un sacco di tempo da perdere.
Il medico aveva suggerito di far visitare mia madre da un pneumolgo di Villa Marelli (struttura che da qualche tempo dipende dall’Ospedale di Niguarda) perché “lì sono esperti e sono più bravi” e ci aveva suggerito di presentarci là direttamente con le richieste alla mattina verso le 7:30 per fare esami e visita con “accesso diretto”.
Lo abbiamo fatto venerdì scorso: siamo arrivate alle 7:30 a Villa Marelli (con grande fatica di mia madre per essere sveglia e pronta presto) e ci hanno detto che gli accessi diretti di quel giorno erano solo 10 e li avevano già terminati, con numeri distribuiti appena aperto il portone alle 7:00 a persone in coda fuori dalle 6:30. Una cosa folle.
Qualche anziana tra le presenti ci ha spiegato che è la prassi e che, essendo venerdì, tanti medici erano già via per il week end e, quindi, i numeri per l’accesso diretto erano pochi e ci ha consigliate di metterci in coda per un appuntamento ma “pubblico” perché “privato” poteva costare anche 200 euro e comunque l’esame non lo avrebbero fatto lo stesso quel giorno perché era venerdì e c’era il week end.
A quel punto abbiamo atteso due ore in coda per ottenere una prenotazione che è stata fissata per le 8.20 di questa mattina “ma mi raccomando, venite un po’ prima che dovete passare qui dall’accettazione”, ci ha precisato l’addetto.
Stamattina abbiamo fatto un’altra inutile alzataccia per arrivare a Villa Marelli alle 7:45. Purtroppo l’appuntamento per oggi dovevano averlo dato a tutti quelli che hanno saltato sia il venerdì che il lunedì per consentire ai medici di farsi un bel week end perché la sala di attesa dell’accettazione era affollatissima e gli sportelli lentissimi.
Avevamo 19 numeri davanti e siamo riuscite a superare lo step alle 10:15 ma ci siamo subito fermate nella sala di attesa gelida di aria condizionata per la lastra: un’altra ora e un quarto di attesa per passare pochi numeri (siamo arrivate che il display segnava il 24 e noi avevamo il 31) e, mentre i minuti passavano, anche le persone aumentavano.
Alle 11:35 siamo uscite da radiologia e ci siamo sedute nella sala di attesa del pneumologo. Un’infermiera si è accorta che fotografavo il cartello con scritto che l’orario dell’appuntamento in realtà serviva solo a stabilire l’ordine di chiamata (non che non lo avessi capito visto che il nostro appuntamento era per le 8:20 e alle 11:35 ancora eravamo in attesa) e mi ha chiesto se c’era qualche problema. Alla mia risposta, ha allargato le braccia e ha suggerito di presentare una segnalazione: “abbiamo pochi medici e facciamo fatica, da qualche anno anche noi lavoriamo male ma nessuno raccoglie le segnalazioni che facciamo”.
Abbiamo atteso venti minuti, poi il pnuemologo ci ha ricevute, ci ha chiesto un paio di cose per aggiornare la cartella clinica e ha detto che era necessario fare due esami per verificare il respiro e, quindi, dovevamo tornare all’accettazione con la richiesta che ci avrebbe lasciato e ritornare da lui con i risultati.
All’accettazione era il caos, abbiamo atteso un’altra mezzora e nell’attesa stavano arrivando anche tutte le altre persone che avevano fatto lo stesso nostro percorso. “Sa signorina, qui paghiamo ticket per ogni esame, si vede che hanno convenienza a farci spendere tutti questi soldi perché ogni volta che si viene qui si finisce per passare dall’accettazione tre volte”, mi ha detto un’anziana in attesa che tornasse il figlio che era uscito a allungare il pagamento per l’auto parcheggiata.
Nella sala di attesa per gli esami eravamo di nuovo tutto il gruppo al completo ma molto più incavolato per tutte le ore e i giri persi lì dentro. Siamo salite dal medico che era già ora di pranzo, con gli infermieri di fretta che non vedevano l’ora di andare in pausa. Il medico - persona simpatica, divertente - ha aggiornato la scheda e non ci ha detto niente. Alla fine ci ha detto un generico “va bene, non ci sono novità”. Non una valutazione dei sintomi, non uno sguardo a di che entità era il problema di mia madre o al grado della terapia che sta svolgendo… Nulla. Una mattina buttata per sentirci dire niente.
Con l’aggiunta che quando ho guardato che la scheda che ci hanno consegnato da portare al nostro medico, tra le voci che descrivevano mia madre, c’era scritto “Etnia: Sud Indiana”. Mia madre bionda con gli occhi verdi Sud Indiana?! Dato evidentemente rimasto nel computer dalla paziente precedente ma almeno fare attenzione, no?!
Ovviamente, tutto questo è capitato a me oggi ma capita anche tutti gli altri giorni e capita a tutti perché in quelle strutture (che una volta erano l’eccellenza dal punto di vista medico e chissà se lo sono ancora) ci vanno tutti: anziani affaticati da acciacchi ed età, persone con patologie serie, adulti che avrebbero dovuto essere al lavoro ma che stavano lì ad accompagnare anziani genitori, studenti… è inaccettabile che per fare un esame e una visita si debbano perdere una mattina e mezza.

mercoledì 27 luglio 2016

Un’intera mattina persa all’ospedale

Un’intera mattina persa all’ospedale di Niguarda.
Appuntamento di mamma alle 8.00 per “prelievo + prima visita” ma già avvisate che il medico comunque sarebbe arrivato intorno alle 9:00.
Nel salone pieno, un’infermiera gira come una trottola e un signore vaga in camice bianco. Fermo lui perché fermare lei è difficile, in quanto corre molto. Lui sembra ancora nel mondo dei sogni, a fatica mi dice di andare a prendere il numerino senza dirmi bene per cosa.
Una signora in attesa ci sente, si avvicina e mi spiega lei cosa fare.
Guardo il bigliettino uscito dal totem e penso che siamo fortunate: abbiamo il n.3, dovremmo fare presto.
Non finisco neanche di pensarlo che l’infermiera folletto corre in sala e ci dice che è tutto bloccato: si è piantato il sistema informatico e l’ospedale è in tilt, non si può fare niente finché non viene ripristinato tutto.
Qui comincia una lunga serie di incazzature.
Dopo un po’ ci dicono che sono arrivati i tecnici ma che per ripristinare il sistema ci vorrà un’ora se tutto va bene, nel frattempo l’infermiera folletto chiama i “lavoratori” che, giustamente, hanno diritto di precedenza. E qui già si comincia a capire che il numerino uscito dal totem vale poco.
Dopo un po’ di caos, di gruppi che vengono portati dentro e poi di nuovo fuori, riesco a intercettare l’infermiera folletto e chiedo cosa deve fare mia mamma.
L’infermiera ci spiega che dobbiamo fare tante cose, quindi, ci dobbiamo muovere subito, ci imbuca alla accettazione e poi ci porta via insieme a un gruppo. Prende tutte le nostre carte e sparisce.
Nel frattempo il sistema operativo torna a funzionare ma il caos non si ferma.
Dopo un bel po’ di tempo, l’infermiera torna da noi: il prelievo fatto lunedì non va più bene perché le pastiglie che prende mia mamma possono aver cambiato molte cose, per cui si torna all’accettazione (imbucandosi in mezzo alla fila) e si fa una nuova richiesta, la si riconsegna e poi mia mamma viene imbucata a fare una prova di coagulazione del sangue. Mamma esce ma dimentica di prendersi il foglietto con il risultato. Ci sediamo in corridoio e stiamo lì tutta la mattina.
Davanti ci passano di tutto: lavoratori, anziani, imbucati che devono solo chiedere una informazione e che stanno dentro mezzora… Prima del nostro inutile numero 3 passano il 54, il 63 e molti altri, infilati a caso a seconda di ciò che passa per la testa dei medici presenti (due, uno per le prime visite e uno che prescrive le terapie senza guardare i pazienti di lungo corso).
Mamma non ha fatto colazione ma il bar non è vicino e nessuno sa dirci verso che ora ci chiameranno, per cui è complicato spostarsi. Il corridoio e il salone hanno anche l’aria condizionata piuttosto freddina, per cui chiedo a mamma se vuole qualcosa di caldo dalle macchinette ma dice di no perché se beve le viene voglia di fare pipì e non si sa mai che ci chiamino mentre siamo in bagno.
L’infermiera folletto riappare in tarda mattinata e cerca il foglio del prelievo che mia madre non ha preso. Lo recupera, lo porta dentro alla stanza dei medici e poi scompare con altri gruppi.
Il nostro turno di visita arriva alle 11:40 e dopo svariate lamentele. Entriamo in una stanzetta dal clima polare con una cafona che neanche ci guarda in faccia quando entriamo e continua serenamente a scrivere al computer. Dopo cinque minuti che siamo in quel Polo Nord in cui mancano solo i pinguini, la cafona alla scrivania alza la testa dalla tastiera e chiede a mia mamma il suo percorso medico.
Non riusciamo a dire neanche tre frasi che suona il telefono dello studio e la dottoressa, non solo risponde, ma resta attaccata alla cornetta per 10 minuti a dispensare consigli ad una collega incapace di curare una paziente a cui pare che gli esami vadano male.
Non so cosa mi trattenga dall’urlarle dietro, forse il freddo della stanza che mi ha congelato la lingua, oltre a farmi venire voglia di andare in bagno.
Poi finalmente la telefonata finisce, la maleducata riprende in mano le carte di mia mamma e dice: “mi stava dicendo della recidiva al fegato”…
Io e mia madre ci guardiamo come a chiederci se questa qui è scema: nessuno ha mai nominato il fegato e sulle carte presentate non è mai citato.
Sto per rispondere che il fegato è quello della paziente della sua collega con cui è stata al telefono oltre 10 minuti e che adesso ne abbiamo veramente abbastanza.
Poi la svampita si riprende, rilegge le carte, scrive una terapia valida fino alla prossima settimana e ci saluta. Alle 12:15 usciamo dalla stanza dei pinguini.
Cioè, ci hanno tenute in ospedale dalle 8.00 alle 12.15 per un prelievo di due minuti con esito immediato e una visita di 35 minuti con dentro 10 minuti di telefonata altra.
Se la prossima settimana al controllo succede lo stesso caos, pianto una scenata che rivolto l’ospedale.

lunedì 4 febbraio 2013

Star bene in Lombardia

"Star bene in Lombardia. Per una sanità più equa, efficiente, che garantisca la salute dei cittadini e un sistema di finanziamento trasparente". Questo il tema dell'incontro che ho coordinato e che si è svolto sabato 2 febbraio presso La Casa di Alex, a cui hanno partecipato Sara Valmaggi (candidata Pd al Consiglio Regionale della Lombardia), Franco Bomprezzi (Candidato Pd al Consiglio Regionale della Lombardia), Franco Mirabelli (Candidato Pd al Senato).

 

sabato 24 novembre 2012

San Raffaele e Regione Lombardia

Conferenza stampa di Franco Mirabelli - Milano, 23 novembre 2012
Franco Mirabelli, Presidente della Commissione regionale di inchiesta sul San Raffaele, ha presentato nella mattinata di venerdì a Milano la sua relazione sul lavoro di indagine svolto in questi mesi. Un lavoro, quello della Commissione di inchiesta, ormai giunto alla fase conclusiva, dopo una decina di sedute e di audizioni e incontri con assessori alla Sanità, dirigenti del San Raffaele, docenti universitari, rappresentanti di organizzazioni sindacali. Un lavoro che, tuttavia, a causa della fine prematura della consiliatura della Regione Lombardia non ha potuto trovare una sintesi comune tra i componenti della Commissione di inchiesta ma che Mirabelli ha ritenuto comunque importante presentare, anche in virtù dell’attenzione suscitata dalle vicende del San Raffaele nell’opinione pubblica.
Due sono stati i compiti della Commissione di inchiesta istituita dal Consiglio Regionale e presieduta da Mirabelli: innanzitutto quello di verificare se la normativa regionale avesse delle falle che hanno consentito lo scandalo che è avvenuto, oltre che verificare che davvero al centro delle normative della Regione ci fosse davvero l’interesse pubblico; e poi il cercare di stabilire delle regole affinché non accadano altri episodi del genere.
“La Regione Lombardia ha in essere una convenzione con il San Raffaele derivante dall’accreditamento avvenuto nel 1998 e ha, in questi anni, elargito finanziamenti e contributi a progetti sulla base del riconoscimento dell’esperienza sanitaria e scientifica dell’ospedale e di norme successive finalizzate alle funzioni non tariffate, a progetti e a premiare le eccellenze. Una grande quantità di denaro pubblico ha consentito al San Raffaele di funzionare”, ha scritto Franco Mirabelli nella sua relazione.
Finanziamenti concessi e mai controllati perché, ha spiegato Mirabelli durante la conferenza stampa, “Il San Raffaele non ha mai dovuto fare neanche il bilancio consolidato e ha drenato tra il 4 e il 6% dell'intero fondo regionale per le funzioni non tariffabili: tra il 2002 e il 2004 il finanziamento pubblico all'ospedale è passato da 23 milioni a 37.58 milioni e nel 2009 sono stati assegnati 58 milioni. Tra il 2007 e il 2009 ha ricevuto inoltre circa 54 milioni di finanziamenti sui 176 messi a disposizione da una legge regionale del 2007 per finanziare i progetti dei soggetti no profit in ambito sanitario”.
Finanziamenti pubblici ingenti, dunque, che tuttavia non sono bastati ad evitare al San Raffaele l’oltre un miliardo e mezzo di euro di debito accumulato nel tempo, che ha poi portato al crack. Ecco perché – scrive ancora Mirabelli nel testo della sua relazione - “Seppure non sia riscontrabile una responsabilità diretta della Regione nella vicenda che ha portato al crack del San Raffaele è evidente, da questa ricerca, che l’attuale quadro normativo regionale ha facilitato e non impedito il verificarsi delle distorsioni che hanno portato allo stato di dissesto. La Regione non è stata in grado né di stabilire criteri e requisiti sufficientemente rigidi e chiari per accedere alle risorse pubbliche né di svolgere i necessari controlli per garantire la trasparenza dovuta quando si beneficia di soldi pubblici”.
La Regione, in pratica, secondo Mirabelli, ha finanziato il San Raffaele senza avere chiaro la specificità dei progetti che avrebbe dovuto sostenere con i singoli finanziamenti e l’interesse pubblico che avrebbe dovuto ispirarli, in quanto questi si legavano a funzioni non tariffabili per ospedali con più presidi territoriali (per cui vengono elargiti più soldi a chi fattura di più), alla scelta di finanziare le “eccellenze sanitarie”, e all’assistenza di pazienti extraregionali.
La proposta avanzata da Mirabelli, dopo aver presentato questo quadro - in cui è evidente che servono criteri di accreditamento e controlli più stringenti – è quella ridurre la quota di fondi destinati alle funzioni non tariffabili (spesso assegnati con discrezionalità) e, soprattutto, di chiedere la certificazione esterna dei bilanci e soggetti terzi in grado di controllare ciò che realmente avviene.
La questione politica, invece, posta da Franco Mirabelli riguarda l’utilizzo del finanziamento pubblico per l’ottenimento del pareggio di bilancio delle strutture private. “Il quadro apparso alla commissione mostra come il soggetto regolatore regionale che dovrebbe indirizzare le risorse per il soddisfacimento dei bisogni sanitari e dell’interesse pubblico, in realtà con modalità diverse ha sostenuto una struttura come il San Raffaele, subendo il peso, la forza ed il condizionamento di un’eccellenza sanitaria che però per funzionare ha avuto bisogno di molti soldi pubblici che non hanno comunque consentito di evitare il crack finanziario. In sintesi la vicenda del San Raffaele pone con evidenza il tema delle finalità della contribuzione pubblica: se sia giusto cioè che i finanziamenti pubblici siano destinati a garantire gli equilibri di bilancio delle strutture private o se i finanziamenti pubblici stessi debbano essere finalizzati solo al raggiungimento di finalità sociali di interesse pubblico”, ha scritto Mirabelli nella sua relazione. La Regione, infatti, - ha evidenziato Mirabelli - ha elargito finanziamenti che di fatto sono andati a ripianare il buco dei bilanci di aziende ospedaliere pubbliche e private. Se per i soggetti pubblici, secondo Mirabelli, può accadere, così non può essere per i privati che dovrebbero avere altri investitori a cui sta a cuore il proprio investimento e dovrebbero renderlo competitivo.