sabato 20 settembre 2014

Renzi e il PD

C'è una cosa che veramente mi fa arrabbiare. Matteo Renzi ha portato il PD a vincere le elezioni con il 40,8% che, - al netto dell'astensionismo alto - resta una cifra mai vista e che probabilmente non rivedremo (a meno che non si passi al bipartitismo). Cito Matteo Renzi non per simpatia (a me non è simpatico per nulla) ma perché credo che il merito di questo grande risultato gli vada riconosciuto. Renzi è stato il fattore innovazione che ha suscitato attenzione e speranza negli italiani. In molti sono venuti a votare dicendoci che votavano PD perché era il partito di Renzi, che piaceva lui e volevano dargli forza affinché portasse avanti i cambiamenti annunciati. Renzi ha portato a votare per il PD anche tutti quei ceti produttivi che da anni non riuscivamo più ad intercettare e questa volta hanno scelto noi perché le risposte e le promesse di Renzi erano in linea con le loro richieste e con le nuove esigenze della società che da tempo si è nettamente trasformata.
Ora, lasciando perdere le tematiche istituzionali (di cui probabilmente alla maggioranza dei cittadini importerà poco o nulla), Renzi sembra aver annunciato che strada intende assumere su temi economici e del lavoro e sono i temi per cui la maggioranza di quel 40% ha votato il PD alle elezioni e la maggioranza del 68% ha votato Renzi alle primarie del PD.
Questo non vuol dire che tutti debbano necessariamente essere d'accordo con la visione che Renzi propone ma che una parte del PD (di cui Renzi è espressione e segretario eletto con il 68%) si metta a fargli la guerra, con l'implicazione che poi ci si costringa a fare accordi con Berlusconi per avere i voti che in Parlamento che altrimenti mancherebbero è una vergogna. E' una vergogna che un partito faccia di tutto per mantenere un congresso permanente nonostante un risultato così netto e così ampiamente confermato. Ed è una vergogna che chi ha fallito per anni perdendo tempo e occasioni e proponendo visioni già allora distanti dalla realtà e lontane dalle richieste dei cittadini (perché se non votavano il centrosinistra era perché le proposte presentate non convincevano e non per altri strani motivi) ora salti fuori a dare lezioni all'unico che ha saputo vincere e interpretare le nuove richieste della società.
Adesso è ora che il PD smetta con i congressi permanenti, con i posizionamenti interni di cui ai cittadini non interessa nulla e che non producono altro che un allontanamento degli elettori. Discuta se serve farlo (nelle opportune sedi) ma poi trovi la sintesi perché è ora che il PD lavori unito e si compatti attorno a delle proposte che devono essere portate avanti da tutti e devono confrontarsi con la società reale di oggi e non con quella di ieri o con quella che ci piacerebbe ma non esiste.

venerdì 19 settembre 2014

L'anacronistica battaglia sull'Art. 18

Quando non si sa più cosa dire, nel centrosinistra si riapre lo scontro intorno all'Art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. Articolo, per altro, anche già oggetto di referendum diversi anni fa e di modifiche in seguito alla legge Fornero (il punto di discussione era su equilibrio tra reintegro e indennizzo).
Oggi la battaglia ricomincia. Lo scontro è tra Governo (a guida di Matteo Renzi) e il sindacato CGIL ma anche all'interno del PD stesso (come su ogni argomento).

"Vogliono abolire l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. - scrive Marco Esposito su Giornalettismo - Ecco, per un trentenne di questo paese, non esiste un evento che regali altrettante indifferenza. E il motivo è semplice: l’articolo 18 è un qualcosa che non ha mai riguardato i giovani italiani. Semplicemente perché esistono almeno un’altra quarantina di contratti alternativi (e tutti più convenienti per il datore di lavoro) , e, pertanto, nella stragrande maggioranza dei casi, nessuno offre un contratto a tempo indeterminato. Diciamolo chiaramente: la battaglia sull’articolo 18 – oggi – appassiona una stretta cerchia di persone, per lo più sopra i 50 anni, e un ristretto giro di giornalisti nostrani. E, ovviamente, i sindacati. Che dell’articolo 18 fanno una bandiera, un punto d’onore, l’ultimo baluardo da non far cadere. Ma la realtà è che anche e soprattutto i sindacati, ad iniziare dalla CGIL, che ha circa il 50% di iscritti tra lo SPI CGIL, il sindacato dei pensionati (ma perché i pensionati hanno bisogno di un sindacato?), dei problemi dei giovani di questo paese se ne è spesso fregato. Ricordiamo come sulla pelle dei più giovani, grazie all’allora ministro Damiano, fu abolito lo scalone voluto da governo Berlusconi, scaricando i costi di quella riforma sull’aliquota pensionistica dei contratti dei co.co.pro e delle partite iva. Un chiaro esempio di come sindacati e centrosinistra fecero una precisa scelta, spostando risorse economiche a favore dei più anziani, e a discapito dei più giovani".
"Quello che non deve sfuggire - continua Esposito - è che il mondo del lavoro per il quale lo statuto dei lavoratori fu pensato, semplicemente, non esiste più. Nel 1970 si entrava in un’azienda da giovani, per rimanerci tutta la vita, o quasi. Il nostro è un sistema di ammortizzatori sociali pensate non per tutelare il lavoratore, ma per conservare il posto di lavoro. Bisogna avere il coraggio di cambiare. Di andare avanti, di accettare la sfida del mondo del lavoro che cambia. Chi scrive nel solo 2014 ha lavorato in tre posti di lavoro diversi. Nessuno ha intenzione di dire che questo sia un fatto positivo, ma questo è il quadro all’interno del quale ci muoviamo. E a questo scenario bisogna adattarsi riscrivendo le garanzie del mondo del lavoro. E’ necessario pensare ad un piano di ammortizzatori sociali che accompagni il lavoratore tra la fine di un lavoro e l’inizio dell’altro. E’ questo il vero obbiettivo sui cui bisogna concentrarsi. Il rischio, senza questo decisivo bagno di realismo, è quello di lottare per mantenere intanto un sistema di regole che non ha più alcun riscontro con la realtà. Basta farsi un giro in qualsiasi realtà lavorativa italiana per rendersi conto che l’articolo 18 oggi come oggi, è una chimera per chi entra in un’azienda e – soprattutto – oggi tutela circa la metà dei lavoratori dipendenti. Cioè chi lavora in una società con almeno 15 dipendenti".

Ed è esattamente così. Come è vero ciò che scrive sul sindacato Paolo Natale su Europa: "I sindacati si occupano solamente dei propri iscritti, di chi il lavoro ce l’ha ed è occupato nelle aziende medio-grandi. Per tutti gli altri, per chi non ha lavoro, per chi è precario, per chi è in nero e cerca qualcosa di meno provvisorio, le loro azioni paiono inesistenti. Se non contro-producenti."

Insomma, spiace dirlo ma ha ragione Fabrizio Forquet che, su Il Sole 24 Ore, scrive: "Oltre l'80 per cento dei nuovi contratti oggi non solo non ha l'articolo 18 ma non ha nessuna delle tutele del contratto a tempo indeterminato. E soprattutto quattro giovani su 10 non trovano alcun lavoro. Questa è la realtà lì fuori. Chi non la vede si illude di difendere i lavoratori ma protegge in realtà una ridotta che sa sempre più di discriminazione. Il diritto che va difeso e sostenuto, oggi, è quello di lavorare e creare lavoro".

Il mondo del lavoro è cambiato. Piaccia o meno, è tutto molto più incentrato sul singolo individuo e il posto fisso (logica per cui si entrava in un'azienda e all'interno di quella si cresceva, ci s formava e si faceva carriera) non esiste quasi più. Oggi occorre una formazione continua e il più aggiornata possibile e anche una certa capacità mentale di adattarsi ai vari e sempre possibili cambiamenti che possono incorrere e, spesso, fare carriera coincide con un cambio di azienda e non con un cambio di ruolo all'interno del posto in cui si lavorava prima. Questo è un problema perché richiede una enorme capacità di competere come individui in un mercato che è spietato e implica una forte dose di stress (oltre che di precarietà e rischi economici se non si hanno le spalle coperte). Su questo nuovo e difficoltoso modo di lavorare mancano tutele e sostegni e vanno creati perché la maggior parte di chi entra nel mondo del lavoro oggi vi entra con queste logiche e si ritroverà sempre di più a fare i conti con questa realtà e su questo sembra che sia la politica che il sindacato non siano particolarmente preparati.

mercoledì 16 luglio 2014

Il lavoro concreto dei parlamentari PD

Ho seguito la diretta streaming dell'Assemblea dei parlamentari PD di Camera e Senato con Renzi. 
Ho apprezzato molto il dibattito e gli interventi dei nostri parlamentari. In sintesi, tutti gli intervenuti (compresi quelli di non "osservanza renziana"), hanno mostrato di voler seguire la rotta tracciata dal segretario e concordano sul percorso intrapreso. 
Però, non sono state fatte sviolinate ma, anzi, da tutti sono state poste puntualizzazioni e sono state presentate richieste serie su temi concreti e di interesse reale dei cittadini (giovani, lavoro, donne, diritti, scuola, insegnanti, Sud, legalità). Insomma, quello che ho ascoltato è stato un confronto vero e serio, costruttivo in cui al centro erano davvero le politiche per il Paese e per i cittadini. 
Complimenti ai parlamentari del PD che, con le argomentazioni espresse stasera, hanno mostrato il loro impegno, la loro attenzione ai problemi veri e il loro lavoro quotidiano nelle Aule parlamentari. 

Su Renzi non ho commenti perché ho scoperto che c'era la diretta quando la sua relazione era già verso la conclusione (per fortuna...).

venerdì 11 luglio 2014

Nuove norme in materia di parchi e aree protette

Grande partecipazione di Associazioni ambientaliste, responsabili degli Enti Parco e amministratori locali all’incontro che si è svolto al Grattacielo e Pirelli e che è stato promosso dagli Eco.Dem della Lombardia in collaborazione con i gruppi parlamentare e consiliare del PD della Regione.
Oggetto della discussione è stata la riforma della Legge 394 del 1991 in materia di parchi nazionali e regionali e aree protette che si sta discutendo in Commissione Ambiente al Senato attraverso la presentazione di tre disegni di legge rispettivamente del Partito Democratico (a firma del senatore Caleo), di Forza Italia (a firma del senatore D’Alì, che aveva già proposto una riforma analoga nella precedente legislatura ma che non era riuscita ad arrivare in porto, in seguito alla caduta del governo) e di Sinistra Ecologia e Libertà (a firma della senatrice De Petris) che stanno trovando una sintesi nella proposta del relatore Marinello (Nuovo Centro Destra) e che dovrebbe approdare in Aula tra settembre e ottobre.

L’incontro si è aperto con la relazione del senatore lombardo Franco Mirabelli (VIDEO), membro della Commissione Ambiente e che già nei mesi scorsi si era attivato per condividere le proposte in discussione con le varie realtà rappresentative dei settori che potevano essere interessati.
Nella sua relazione, il senatore Mirabelli ha esordito raccontando ai presenti i meriti della Legge 394 del 1991 con cui sono stati istituiti i parchi nazionali, regionali, le aree marine protette e che ha consentito al nostro Paese di salvaguardare e valorizzare lo straordinario patrimonio ambientale ma che, però, dopo 23 anni, necessità di un aggiornamento che consenta di migliorare alcuni aspetti e di adeguarla alle norme europee per la tutela della biodiversità e al protocollo “Natura 2000”.
Il senatore Mirabelli si è poi soffermato a descrivere i vari articoli previsti dal nuovo testo di legge (che va modificare le regole in materia di governance, attività economiche e finanziamento, salvaguardia delle aree contigue, norme più stringenti in materia di controllo della fauna), spiegandone i contenuti e la discussione in corso in Commissione sugli emendamenti.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche Giampiero Sammuri (Presidente Nazionale Federparchi) che, attraverso una serie di slide ha presentato un confronto tra le Legge 394 e le proposte di modifica, confermando un sostanziale giudizio positivo per la scelta di effettuare un “tagliando” alla normativa vigente, in particolare sulla questione della salvaguardia delle aree contigue e ha avanzato tre richieste ai parlamentari presenti che avranno poi il compito di discutere e portare a casa il provvedimento definitivo. La prima richiesta di Federparchi riguarda le attività economiche dentro ai parchi e i contributi da esse derivati: il tutto deve riguardare esclusivamente gli impianti già esistenti e non attivare concessioni per nuove opere. La seconda richiesta riguarda la riforma delle competenze paesaggistiche da attribuire ai parchi. La terza questione posta da Federparchi come indispensabile, invece, riguarda la richiesta di finanziamenti ai parchi in base al budget.

Più politico e meno tecnico, invece, è stato l’intervento di Marzio Marzorati, Responsabile Parchi di Legambiente Lombardia, il quale ha contestato durante le scelte intraprese dalla giunta regionale in materia di ambiente e ha denunciato la gravità della situazione in cui versa il Parco dello Stelvio. Sul fronte delle richieste, come Legambiente, ha segnalato l’importanza di connettere la riforma della normativa sulle aree protette alla legge contro il consumo di suolo, in quanto ormai i due temi sono strettamente collegati.

Il punto di vista degli amministratori locali lo ha espresso Massimo Depaoli, nuovo Sindaco di Pavia, che ha evidenziato come l’esperienza dei parchi regionali possa costituire un esempio anche per i parchi nazionali, avendo però l’accortezza di creare ambiti omogenei sui territori per realizzare interventi. Sottolineando l’importanza del ruolo dei Comuni oggi, Depaoli ha però segnalato anche che i sindaci non hanno tutti la stessa opinione e, per questo, sarebbe utile avere delle solide reti di amministratori locali e luoghi di discussione e confronto – quali enti intermedi di governance - che consentano di raggiungere posizioni più omogenee nella gestione dei territori.
Un altro fattore importante, secondo il sindaco di Pavia, riguarda gli agricoltori e il ruolo che hanno svolto in questi anni sempre più collegato ai parchi e alla difesa delle aree protette, contestando un’idea di sviluppo tutta incentrata sull’urbanizzazione. Si tratta di una novità importante che, per Depaoli, merita di essere valorizzata.

Sugli stessi toni anche Renato Aquilani, Presidente dell’Associazione Parco Sud Milano, che ha raccontato l’esperienza del Parco Sud, quale ente di cintura urbana che ha bloccato l’urbanizzazione selvaggia degli anni ’80 ma che è anche parco agricolo e come tale ha svolto un ruolo importante nell’evoluzione del rapporto tra agricoltura e ambientalisti, passato da un inizio burrascoso ad oggi in cui gli agricoltori sono i primi difensori del Parco.
In merito alla riforma della Legge 394/1991, Aquilani ha mostrato di apprezzare le novità introdotte sul fronte delle aree contigue e anche la semplificazione di alcune norme, così come i cambiamenti in materia di governance che vedono un maggiore coinvolgimento delle associazioni perché queste, secondo il Presidente dell’Associazione Parco Sud Milano, svolgono un ruolo di rappresentanza sociale all’interno del Parco.

Giuseppe Manni, Presidente del Parco Nord Milano, nel suo intervento ha sottolineato come sia ormai indispensabile un approccio nuovo verso i temi ambientali ed ecologisti: “Un tempo questi erano temi regalati a strenui fondamentalisti dell’ambiente ma oggi – anche in vista dell’Expo e della materia oggetto della manifestazione – è il momento di cambiare verso davvero anche su questo fronte ed è ora che queste questioni entrino nel dna delle persone”, ha affermato Manni. Partendo dall’esperienza del Parco Nord, in cui ci sono voluti 40 anni di lavoro per ricostruire la biodiversità all’interno, Manni ha lanciato la proposta di rilanciare i parchi periurbani, mettendoli in rete tra loro (come in parte si è già iniziato a fare), in vista della creazione della città metropolitana che come tale deve avere il suo parco e non farsi inglobare tutte queste realtà dalla Regione.
Manni ha concluso, però, lanciando un allarme ai parlamentari presenti che riguarda la situazione economica drammatica dei parchi regionali e per cui è indispensabile che nella nuova legge si trovi il modo di reperire finanziamenti stabili (che non possono essere in carico a Comuni ed Enti Locali, già privi di risorse).

Ultimo esponente dei parchi ascoltato è stato Agostino Agostinelli, Presidente del Parco Adda Nord, il quale ha segnalato l’urgenza delle nuove norme e ha avanzato la richiesta che si faccia il possibile affinché queste vengano approvate presto e diventino operative entro l’anno.
Allo stesso modo di Manni, anche Agostinelli ha sottolineato la necessità di modificare radicalmente la chiave di lettura del sistema dei parchi e la cultura ecologista secondo cui il parco realizzato diventa l’unico baluardo di cui accontentarsi e da difendere mentre al di fuori può avvenire qualsiasi tipo di cementificazione. Oggi, secondo Agostinelli, essendo cambiata la società, questo modo di pensare non ha più senso: “I parchi non rappresentano più la compensazione strutturale ad un capitalismo pesante tutto basato sull’urbanizzazione – ha evidenziato il Presidente del Parco Adda Nord – ma possono essere un perno su cui costruire un nuovo modello di sviluppo sostenibile”.

Serena Righini, membro della Segreteria Regionale del Partito Democratico della Lombardia, giunta a portare un saluto all’iniziativa, ha esposto la necessità di creare un nuovo modello di sviluppo economico più sostenibile perché l’ambiente non può più essere considerato solo come un ostacolo all’economia ma deve, invece, diventare un valore anche dal punto di vista culturale e sociale. Anche per questo motivo, ha contestati duramente la legge regionale recentemente approvata che consente le gare di moto all’interno dei parchi.

A raccogliere le osservazioni e le istanze presentate c’era anche l’onorevole Chiara Braga, Responsabile Ambiente per Segreteria Nazionale del PD, da sempre impegnata sulle questioni ambientali, ha espresso la volontà di portare fino in fondo questo progetto di riforma, frutto di un lavoro di confronto con il mondo dei parchi, le associazioni del settore e gli amministratori locali. La deputata democratica ha segnalato l’urgenza di mettere i parchi nelle condizioni di poter lavorare, fornendo loro gli strumenti necessari in tempi utili e per questo sono già stati attivati dei canali di contatto con il Ministro dell’Ambiente Galletti.
“Con questa nuova legge – ha affermato Chiara Braga – diffondiamo anche un’idea di sviluppo e di ambiente che abbiamo per il Paese. A partire dalle aree protette, serve costruire un nuovo modello di sviluppo locale, serve un’idea di sviluppo che metta l’ambiente tra le questioni su cui puntare. Per questo andrà portata avanti la richiesta che questo Governo abbia un’impronta verde un po’ più riconoscibile rispetto a ciò che è stato fino ad ora. Un passo importante in questa direzione è stato fatto con la presentazione delle norme per fronteggiare il dissesto idrogeologico e la difesa del suolo”.
Con l’occasione, infatti, Chiara Braga ha fatto anche il punto sulla legge per fermare il consumo di suolo che sembrava essere in dirittura d’arrivo con il Governo Letta ma che con il cambio di vertici ha subito una serie di rallentamenti e ora può forse vedere nuova luce per alcuni aspetti.

“L'incontro sulla riforma della legge sui parchi ha dato a tanti soggetti la possibilità di contribuire alla normativa che stiamo discutendo nella Commissione Ambiente del Senato, mentre la trattazione è ancora in corso e non a cose fatte. Faremo tesoro delle proposte e dei suggerimenti che ci sono giunti da associazioni e sindaci”, ha dichiarato il senatore Franco Mirabelli, in conclusione del convegno.
Sulla stessa linea Stefano Facchi, Presidente degli Eco.Dem della Lombardia e coordinatore dell’incontro che ha commentato: “Gran bella iniziativa a cui abbiamo registrato un’ottima presenza e un ottimo livello del dibattito. Mi pare che il metodo di discutere i progetti di legge prima che vengano approvati, avviando un confronto tra parlamentari, consiglieri regionali, sindaci e associazioni, funzioni bene”.

domenica 15 giugno 2014

Il nuovo PD emerso all'Assemblea Nazionale

Ciò che mi ha colpita dell'Assemblea Nazionale del PD di oggi (ma che cominciava già a delinearsi dalle ultime Direzioni Nazionali) è che quello che abbiamo visto e ascoltato è il nuovo PD. Assenti o silenti, lontani da telecamere e microfoni quasi tutti i cosiddetti "big" del partito. 
Da un po' di tempo, il palco di Direzione e Assemblea non è più solo dei soliti noti ma hanno cominciato ad affacciarvisi anche volti nuovi nello scenario nazionale e più legati ai gruppi dirigenti dei territori. 
Oggi questo è stato ancora più evidente: c'è una nuova classe dirigente che è emersa con forza, ci sono altre persone che hanno cominciato ad affermarsi sulla scena nazionale e si è anche visto un forte ricambio generazionale (giovani i ministri come Marianna Madia, giovani i componenti della segreteria, giovani anche i leader di "corrente" che hanno cominciato ad affrancarsi da legami ingombranti per ritagliarsi posizioni diverse come Orfini) e molti dirigenti locali che hanno cominciato ad avere una certa riconoscibilità e un certo peso (ad esempio Richetti). Credo che questo, al di là delle idee e delle posizioni politiche che ciascuno esprime, sia un dato molto positivo.
L'altro dato che ho notato oggi - e che, invece, mi è piaciuto poco - è la gran confusione tra azioni del governo (più volte citate da Renzi e in tutto l'intervento della Madia) e il partito: credo che l'Assemblea Nazionale non sia il luogo per una conferenza stampa sulle scelte del governo, ma il luogo per una riflessione sul partito e caso mai una valutazione sui percorsi politici da intraprendere o già intrapresi anche come governo (in questo, ad esempio, ho apprezzato l'analisi di Fassino che ha saputo tenere insieme i due elementi senza fare confusione dei piani o di Franco Mirabelli che ha discusso del voto e delle vicende del Senato).
Nel complesso, mi è parsa una discussione positiva (pur nelle divergenze anche forti che si sono manifestate) e utile anche a dirimere un po' di vicende che sono esplose negli ultimi giorni e con un Segretario che si è confermato proiettato sul futuro, propositivo e determinato a raggiungere importanti obiettivi e a farlo con una squadra unita e consapevole della responsabilità che il risultato elettorale ha consegnato al PD.

giovedì 12 giugno 2014

Il caso Mineo e il PD

Quanto avvenuto oggi in Senato è pazzesco.
Nel momento migliore per il Partito Democratico, in cui gli elettori ci hanno appena dimostrato il loro sostegno e il loro ampio consenso, al di sopra di ogni nostra aspettativa, qualcuno ha pensato bene di rianimare le polemiche interne dando vita ad uno spettacolo indecoroso.
Personalmente, scinderei la vicenda di Mineo (un po' più lunga e un po' più complessa) dal pasticcio di oggi.
Fin dall'inizio, guardando alla composizione delle Commissioni in Senato, mi sono domandata cosa ci facesse un ex giornalista nella Commissioni Affari Costituzionali: è un luogo importante, nella mia concezione dovrebbero andarci gli esperti del tema, gli "addetti ai lavori", oppure persone con un più rodato "occhio politico", perché i temi che vi passano richiedono maggiori competenze specifiche rispetto ad altri settori. Ma ognuno fa le scelte che ritiene opportune e si vede che al momento della scelta delle Commissioni, si è valutato che fosse giusto così.
Fin dall'inizio, però, Corradino Mineo ha mostrato anche alcune particolarità rispetto al resto del gruppo del PD: si è distinto più volte per dissenso rispetto a vari temi e sempre prescindendo dal fatto che comunque la maggior parte delle decisioni sono state prese dopo che il gruppo ne aveva diffusamente discusso al suo interno. Non ne faccio una questione di allinearsi o meno ma c'è un dato che riguarda il modo di agire di Mineo: si vede che non viene dalla politica, si vede che non sta dentro ad una logica di partito, si vede perché non gli interessa mai come si pone il gruppo che lo ha candidato e a cui ha aderito ma puntualmente si preoccupa della sua personalissima idea delle cose. Nulla di male ma stare in un partito vuol dire stare dentro ad una comunità e le strade imboccate di solito sono quelle condivise con gli altri e non le posizioni dei singoli e, soprattutto, è un po' strano che ci si debba distinguere quasi quotidianamente su qualcosa.
La questione esplosa oggi in seguito alla sua sostituzione in Commissione, insomma, non è una cosa estemporanea ma un episodio che si realizza dopo mesi di problemi e distinguo. La logica e la serietà avrebbero voluto che Mineo avesse fatto da solo un passo indietro dalla Commissione Affari Costituzionali: se una persona non è d'accordo con la decisione presa dalla maggioranza del gruppo a cui appartiene, dopo che si sono fatti mesi di riunioni e assemblee sul caso, non funziona che si mette di traverso e blocca tutto ma ne prende atto e lascia il posto a chi, invece, quel percorso lo condivide.
Purtroppo le cose non sono andate così: Mineo, forte anche di un sostegno trasversale di minoranza PD, M5S e parti di altri partiti, ha scelto di restare al suo posto in Commissione e il PD ha scelto di sostituirlo, facendone un martire della democrazia. In sintesi, un errore dietro l’altro: da una parte Mineo che fa il piccato e resiste, supportato da chi mira a sfasciare il già fragile equilibrio del nuovo PD raggiunto dopo il bellissimo risultato elettorale, dall’altro il nuovo gruppo dirigente PD che, puntando tutto su velocità e denigrazione di ogni possibile intralcio, va giù pesante come un carroarmato, toglie di mezzo l’ostacolo fastidioso e tira dritto come se niente fosse.
Il risultato anche questa volta è una figuraccia esterna, in cui si è mostrato un Partito Democratico che neanche dopo aver preso il 40% alle elezioni è capace di compattarsi e trovare un accordo interno per lavorare per il bene dell’Italia perché, come sempre, tutti sono troppo occupati dal farsi la guerra all’interno. E poco importa se la maggioranza dei cittadini pensa che si sia fatto bene a togliere di mezzo Mineo e quelli come lui che bloccano il Paese e impediscono le riforme tanto invocate al solo scopo di ottenere un po’ di visibilità personale o se invece pensa che abbiano ragione i rivoltosi e non sia quello il modo corretto di risolvere i contenziosi, perché la figuraccia fatta oggi in Senato resta identica.
La domanda che sorge spontanea da una persona iscritta al PD è se era proprio necessario arrivare a una situazione del genere e se non si potevano trovare altre soluzioni o altre forme di accordo con il gruppetto che stava minando il percorso delle riforme. Anche perché, ovviamente, tutto questo non riguarda solo i gruppi dirigenti e parlamentari, ma si ripercuote a cascata anche sui militanti e si va a riaccendere in modo molto forte uno scontro tra tifoserie, che speravamo aver superato dopo gli esiti elettorali così eclatanti.
Visto che la sostituzione di Mineo era nell’aria da un po’, i giornali lo scrivevano da giorni, possibile che questo episodio sia dovuto cadere sulle nostre teste in questo modo? Possibile che non ci fosse un altro modo, meno appariscente e meno dannoso, per contenere il dissenso? Possibile che si debba sempre procedere per strappi suscitando poi infinite polemiche (perché oltretutto la “base” è lentissima a elaborare quanto accade e profondamente incline alla lamentela)?
E, soprattutto, possibile che ancora c’è chi non si rassegna all’idea di avere perso il congresso e vuole trovare tutti i pretesti (e purtroppo ne vengono forniti) per alimentare il malumore invece che lavorare per il bene del PD?

sabato 7 giugno 2014

Dibattito sull'antimafia ad Affori

Sabato al Circolo PD di Affori è stato organizzato un interessante incontro sui temi dell'antimafia moderato da Lorenzo Lodigiani (segretario del circolo) e a cui hanno partecipato il senatore Franco Mirabelli (capogruppo del PD nella Commissione Parlamentare Antimafia), David Gentili (Presidente della Commissione Antimafia del Comune di Milano), Marco Granelli (Assessore alla Sicurezza del Comune di Milano), Beatrice Uguccioni (Presidente del Consiglio di Zona 9 di Milano) e Davide Salluzzo (Referente di Libera Lombardia).
L'incontro, molto partecipato dai cittadini, è stato aperto dal senatore Mirabelli che ha raccontato il lavoro svolto in questi mesi dalla Commissione Parlamentare Antimafia, concentrandosi in particolare sul fenomeno delle infiltrazioni della 'ndrangheta nel Nord Italia, su cui a breve verrà presentato un rapporto elaborato dalla Commissione con la consulenza di Nando Dalla Chiesa. Mirabelli, nel corso del suo intervento (video) ha segnalato la scarsa percezione dell'opinione pubblica rispetto al pericolo delle infiltrazioni criminali nella società e ha mostrato come, invece, nonostante l'assenza di episodi di violenza eclatante, le 'ndrine si siano fortemente radicate all'interno dell'economia, della pubblica amministrazione, nelle aziende e di come sia indispensabile alzare il livello dell'attenzione. 
Un altro tema affrontato dalla Commissione Antimafia - ha raccontato il senatore Mirabelli - è quello dei beni confiscati alla criminalità organizzata e il malfunzionamento dell'Agenzia che avrebbe dovuto gestirli, per cui è stata stilata una relazione che include un progetto di riforma. 
David Gentili ha focalizzato il suo intervento su alcune problematiche legate alla criminalità organizzata nel quartiere di Bruzzano e dei clan operanti nella zona e dediti ad affari nelle sala gioco, nelle società sportive e, infine, ha sollevato il tema degli appalti di Expo, finite sulle cronache di tutti i quotidiani di questo periodo.
Anche Beatrice Uguccioni è rimasta ancorata alle problematiche della zona e ha raccontato la vicenda del centro sportivo Iseo (vittima di più incendi di origine dolosa) e di come i criminali cerchino di entrare in luoghi dove è più facile ottenere un largo consenso sociale e di come spesso anche i comportamenti degli altri lascino spazio a illegalità. Un'altro fattore da tenere sotto controllo, secondo Uguccioni, sono poi le feste di via, in particolar modo dove girino soldi e commercio perché spesso la criminalità tenta di metterci le mani e, per questo, come Consiglio di Zona, ha segnalato che tendono a patrocinare più volentieri le iniziative non commerciali.
L'Assessore Granelli ha illustrato l'ampio sforzo delle forze dell'ordine per contrastare la criminalità e il coordinamento messo in capo tra i vari livelli istituzionali su più fronti, con particolare attenzione alle vicende di Expo. In risposta alla segnalazione del senatore Mirabelli che evidenziava come la 'ndrangheta abbia una struttura organizzata per cellule chiamate "locali" tutte dipendenti dalla casa madre in Calabria ma tutte ramificate sui territori, Granelli ha invocato una maggior cooperazione nell'ambito della legalità tra il Nord e il Sud del Paese, magari attraverso la rete dell'associazionismo, favorendo il commercio di prodotti legali provenienti da luoghi confiscati alla criminalità. 
Salluzzo, invece, ha raccontato l'attività di Libera, la sua organizzazione (composta da circa 1600 associazioni aderenti) e ha anticipato che la prossima campagna sarà dedicata al tema della lotta alla corruzione. Salluzzo è stato molto duro nei confronti della politica, segnalando che non è pensabile  di contrastare la mafia con la solidarietà e con la carità ma servono provvedimenti efficaci e anche ingenti risorse economiche (in particolare per far funzionare i beni che vengono confiscati ai criminali e che poi devono restare patrimonio pubblico ma non devono essere fatti fallire come, invece, troppo spesso accade).
Nel complesso si è trattato di un dibattito interessante, ricco di contenuti informativi importanti su quanto sta avvenendo nel nostro Paese - ma anche più specificatamente a Milano - sul fronte della lotta alla criminalità organizzata. Tante anche le domande e le richieste di ulteriori approfondimenti da parte del pubblico, arrivato numeroso non solo dalla zona 9 di Milano per ascoltare i relatori. 

lunedì 26 maggio 2014

I meriti del trionfo del PD

I meriti del trionfo del PD alle elezioni vanno Matteo Renzi e a Beppe Grillo
Grillo, con la sua campagna elettorale spaventosa - passata per Hitler, la lupara bianca, i processi online e la pubblica gogna fino a buttare in mezzo a tutto questo Enrico Berlinguer - è riuscito in due imprese: 1) far arrabbiare tantissimo le persone di sinistra (che pure inizialmente guardavano a lui per protesta), 2) spaventare tutti gli italiani che hanno così deciso con forza di fargli perdere le elezioni (ai mercati ce lo hanno detto in tanti che sarebbero venuti a votare per fermare Grillo e che, per questo, avevano scelto Renzi).
Renzi è stato il fattore innovazione che ha suscitato attenzione e speranza negli italiani. In molti sono venuti a votare dicendoci che votavano per lui, che piaceva lui e volevano dargli forza affinché portasse avanti i cambiamenti annunciati.
Renzi rappresenta molto della società italiana di oggi e le sue risposte sono in linea con le richieste che arrivano da più parti.
I nostri volantini, la nostra presenza, i nostri discorsi non sarebbero mai stati sufficienti per arrivare ad un risultato elettorale così consistente senza questi due fattori. 
Tutti al PD hanno fatto molto ma devono saperlo che le persone in strada ci chiedevano di Renzi e non del resto. Renzi è stato bravissimo in questa campagna elettorale e anche nei commenti post-voto a valorizzare tutto il PD, adesso è ora che il PD smetta con i congressi permanenti, con le lotte interne di potere (che pure si sono viste in questi giorni, in cui le preferenze sono state usate per contarsi) e che si decida a diventare un grande partito capace di rappresentare quei milioni di cittadini che hanno votato e guardano con fiducia alla nostra parte politica. 
Il cambiamento, con queste elezioni, è cominciato per davvero.

venerdì 25 aprile 2014

Il 25 aprile

A me, la manifestazione del 25 aprile di quest'anno a Milano, non è piaciuta.
Vorrei che il 25 aprile tornasse ad essere per tutti la Festa della Liberazione
Negli ultimi anni, in cui al governo dell'Italia, ci sono state forze politiche di centrodestra, ho assistito con un certo stupore al dibattito intorno all'opportunità o meno di alcune partecipazioni alla manifestazione per il 25 aprile, in particolare a quella di Milano.
Ricordo ancora le vivaci polemiche sulle assenze di Berlusconi, ogni volta con delle scuse improbabili, fino a quando non decise di partecipare alla celebrazione di quella ricorrenza ad Onna, in Abruzzo, poche settimane dopo il terremoto, con la scusa di stare accanto alla gente che soffriva per aver perso tutto e tentando addirittura di cambiare il nome alla ricorrenza in "Festa della Libertà", per fini elettorali.
Ricordo gli insulti e i tira e molla di Letizia Moratti.
Ricordo moltissime polemiche inutili perché se il 25 aprile è la Festa della Liberazione la è per tutti gli italiani e gli eletti nelle istituzioni devono essere a celebrarla per rappresentare il Paese, a prescindere dal colore politico a cui appartengono. Si possono non gradire per le loro appartenenze, si possono fischiare o contestare ma il loro dovere di persone delle istituzioni è di essere presente.
Una volta la manifestazione di Milano era "la manifestazione nazionale", in cui venivano il Presidente della Repubblica, un rappresentante del Governo, le autorità cittadine e regionali. Oggi a Milano arrivano solo le autorità locali e i leader sindacali.
E' sbagliato e anche controproducente che la piazza del 25 aprile venga ridotta solo alla piazza di una parte: facendo così si sminuisce il valore di una ricorrenza storica su cui si fonda l'Italia e la nostra Costituzione.
E' anche sbagliato che il corteo del 25 aprile si trasformi in una sorta di succursale di quello del 1 maggio, con tanto di comizio sindacale conclusivo.
Senza nulla togliere ai problemi sempre più gravi dei lavoratori e alle altre esternazioni di vario genere, personalmente non ho gradito le reinterpretazioni "attualizzate" della Resistenza perché le trovo offensive verso chi ha vissuto quella vera e trovo scorretto che si usi il pretesto di quella manifestazione - che è importantissima guardando alla storia dell'Italia - per parlare di cose pure importanti ma che con quella ricorrenza non c'entrano. 
Anche quest'anno, la discussione si attorcigliata sull'opportunità o meno di dare la parola ai politici sul palco e, essendo in fase di campagna elettorale, l'ANPI (che organizza la manifestazione) ha ritenuto opportuno di no.
Al di là della comprensibile esigenza di porre al riparo dallo scontro elettorale di una così importante ricorrenza, a mio avviso, il risultato non è altro che una delegittimazione della politica e un tenerla lontana da quello che realmente è il suo posto. Gli esponenti politici, quando rappresentano le istituzioni, hanno il dovere di esserci, tanto più durante le celebrazioni così importanti e hanno il dovere di intervenire in rappresentanza di ciò che rappresentano perché altrimenti viene meno il loro ruolo. Che senso ha vedere quella sfilata di disoccupati, sindacalisti, No-Tav, centri sociali, pezzi di partiti della sinistra, reduci veri della Resistenza e arrivare in una piazza dove a prendere la parola, oltre al Presidente ANPI, sono soggetti che sono lì non si sa bene a rappresentare chi e cosa? Perché devo sentir parlare un'illustre ricercatrice dal palco del 25 aprile o una leader del sindacato e non posso sentir parlare il capo del Governo o il Presidente della Repubblica o quello della Regione che rappresentano il Paese (o almeno hanno il compito di rappresentarlo)? E pazienza se il discorso della ricercatrice o della sindacalista è più bello o più riuscito ma non è quello il contesto in cui si devono esprimere perché in quella data siamo lì a celebrare altro e a ricordare altro.
E affinché i valori di quello che siamo lì a celebrare siano condivisi, e non restino di una parte sola (per altro un po' litigiosa, dove un pezzo ne insulta un altro, come è avvenuto nell'ultimo corteo milanese), vi è la necessità che quella piazza si apra, sia meno settaria e faccia parlare chi rappresenta la nazione, anche a livello istituzionali.
Non si diffonde il senso della Resistenza se si lascia quella piazza in mano a cortei arrabbiati lontani anni luce dal sentire del Paese. Non si fa il bene dell'Italia se si esclude la politica anche dalle celebrazioni istituzionali che sono le sue sedi proprie, delegittimandola con la scusa che è in corso una campagna elettorale.
Per il prossimo anno, auspico una piazza diversa, più aperta, meno arrabbiata, più attenta a cos'è stata davvero la Resistenza e degli interventi attinenti al tema e di persone che rappresentino l'Italia. 

venerdì 18 aprile 2014

Incontro con Patrizia Toia

Proseguono gli incontri con i candidati al Parlamento Europeo e giovedì 17 aprile è stata ospite del Circolo PD Prato Bicocca Patrizia Toia. Tanti gli argomenti affrontati nel corso della serata, stimolati anche da alcuni interventi degli iscritti al PD.
"Il declino dell'Europa è iniziato quando è iniziata la crisi economica e tutte le conquiste fatte in anni passati e oggi date per scontate, in realtà, in seguito alla crisi, sono state messe in discussione", ha esordito la candidata al Parlamento Europeo, ricordando che fino a quando le cose andavano bene è stata sufficiente l'Unione monetaria e il pensiero dominante era che l'Unione politica sarebbe arrivata da sola come conseguenza, ma così non è stato. "Abbiamo fatto un progetto a metà - ha spiegato Toia - e adesso siamo arrivati al momento in cui l'Europa deve dire cosa vuole diventare da grande". Questo, secondo Patrizia Toia, è infatti il momento per avviare una riforma delle istituzioni europee e non spaventarsi di fronte all'idea di perdere la sovranità nazionale perché nei fatti è già andata perduta da tempo.
Toia ha sottolineato la necessità del fatto che l'UE inizi ad occuparsi anche di crescita e non più solo di rigore e ha precisato come molti esponenti del centrodestra italiano vadano nelle tv a propagandare anch'essi questa tesi ma poi, quando si sono trovati all'interno del gruppo del PPE, al Parlamento Europeo, hanno lasciato prevalere logiche molto diverse e hanno votato compattamente le misure di austerità.
Tuttavia, secondo la candidata del PD, molte opportunità l'Europa le ha presentate anche in questi anni e l'Italia non sempre le ha colte: "i fondi europei, ad esempio - ha spiegato Toia - hanno cambiato completamente l'aspetto dei Paesi in cui sono stati utilizzati, come la Polonia. Da noi, anche in Lombardia, spesso non si sono presentate neanche le domande per accedervi".
Sul fronte politico, infine, Toia ha raccontato delle difficoltà di ottenere risultati per la ricerca di una maggioranza che poi approvi i provvedimenti e, spesso, per arrivarci si finisce per apportare alle misure una serie di mediazioni che snaturano l'idea da cui erano scaturite e per cambiare l'Europa - obiettivo che si è posto il PD per questa tornata elettorale - è necessario un costante lavoro dei parlamentari all'interno delle commissioni e vedere anche come sarà la nuova composizione del Parlamento Europeo che uscirà dalle urne.