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mercoledì 21 dicembre 2016

Italia e PD: prospettive dopo il referendum

Lunedì sera al Circolo PD di Niguarda a Milano si è discusso di “Italia e PD: prospettive dopo il referendum” . Un incontro aperto al pubblico, non solo agli iscritti, per confrontarsi sullo scenario politico nazionale dopo l’esito referendario che ha visto la vittoria del No alla Riforma Costituzionale, con uno sguardo al Partito Democratico, impegnato in prima linea sia su quel fronte che nel Governo.
Un incontro pensato e costruito, oltre che con lo scopo di riflettere su quanto sta avvenendo, anche per dare un messaggio chiaro ai simpatizzanti del PD sul fatto che, nonostante la sconfitta, si è ancora in piedi.
L’impresa è riuscita. La discussione, interessante, è stata aperta da Enrico Borg, Segretario del Circolo Pd di Niguarda (video dell’intervento), che ha evidenziato l’impegno di quel Circolo a sostegno del Sì al referendum e di come ora sentano il peso della sconfitta netta subita. Una sconfitta, però, che ha tante ragioni e non può essere riconducibile solamente ad alcuni errori comunicativi e tattici che pure ci sono stati - ha segnalato Borg - ma che va inquadrata in un contesto generale, di cui gli ultimi esempi sono la vittoria della Brexit e la vittoria di Trump.
«Da diversi anni, il Partito Democratico si è assunto l’onere e la responsabilità di farsi carico dei problemi del Paese. - ha proseguito Borg, nella sua analisi - Qualche volta abbiamo assunto dei ruoli di responsabilità anche quando, magari, avremmo potuto fare scelte diverse e più appaganti dal punto di vista elettorale. Per il bene del Paese, quindi, sono state fatte diverse scelte, alcune dall’esito più felice e altre meno. Abbiamo concluso un percorso di Governo con il Presidente del Consiglio che è stato il nostro Segretario Renzi, che ha messo in cantiere e realizzato molte opere importanti. Dal nostro punto di vista, quindi, il segno è più che positivo. Purtroppo, molto di questo lavoro non ha dato i frutti sperati. Questo, a mio avviso, è avvenuto perché oggi esistono dei problemi strutturali di natura mondiale che vanno anche al di là delle responsabilità delle singole forze politiche».
Il Segretario del Circolo di Niguarda ha evidenziato anche come da anni sia in corso una crisi che ha colpito in maniera feroce le nostre società e rispetto alla quale è difficile dare delle risposte. «La stessa sinistra - ha sottolineato Borg - è in crisi a livello mondiale: non ha prodotto altre risposte concrete ai problemi che non fossero quelle valide fino al Secolo scorso ma che oggi risultano insufficienti. È difficile anche trovare nuove risposte: siamo di fronte ad un cambiamento epocale dovuto alla globalizzazione che, se da un lato, ha fatto sì che miliardi di persone abbiano visto migliorare le proprie condizioni di vita, dall’altro lato, coloro che prima erano avvantaggiati dallo scambio ineguale a livello mondiale, si sono trovati in crisi e si tratta soprattutto delle classi medie e povere. C’è, quindi, un problema generale di disuguaglianza. Per la prima volta, ad esempio, le future generazioni non hanno davanti una prospettiva rosea o di miglioramento rispetto alla generazione precedente. Oggi, il vento della protesta e del ribellismo soffia comunque contro chiunque governi. La difficoltà sta nel cercare di capire quali sono le ragioni e molte volte sono ragioni reali. La perdita del potere d’acquisto, la perdita del lavoro, la perdita del futuro per molti sono problemi enormi che chiedono risposte che sono difficili da trovare, soprattutto per chi non vuole porsi sulla scia della demagogia. Sappiamo benissimo, infatti, che non esistono risposte facili. Per chi è abituato soltanto ad urlare e dire No, è sicuramente più facile».
Per quanto riguarda, invece, le prospettive per il futuro, Borg ha detto di auspicare che, in seguito alla vittoria del No al referendum, per l’Italia non ci sia un ritorno indietro, all’epoca del proporzionalismo, della deresponsabilizzazione delle forze politiche, della proliferazione di partitini in cui ciascuno si spartisce il suo e poi nessuno è responsabile di niente e, quindi, del via alla spesa pubblica improduttiva.
Mentre sul fronte del PD, il Segretario del Circolo di Niguarda ha affermato: «Credo che sia giusto mantenere quella che era la ragione fondante del nostro partito: siamo nati come partito che doveva unire, includere sensibilità e anime diverse. Questa era la vocazione maggioritaria, non la presunzione di voler fare da soli ma la giusta visione di ciò che stava avvenendo e la necessità di coagulare attorno a sé altri che la pensavano in modo diverso e che avevano storie diverse ma in grado di trovare poi dei momenti di sintesi comune. Credo, quindi, che vadano anche un po’ ridiscusse le regole del gioco perché in un partito penso che un minimo di regole ci debbano essere e anche coloro che dissentono o hanno opinioni diverse, alla fine, debbano allinearsi alle decisioni prese a maggioranza. Questo, purtroppo, non sempre è avvenuto e auspico, invece, che da qui in avanti ci sia un percorso di grande impegno ma anche di grande responsabilità da parte di tutti».
Prima di lasciare spazio a domande o interventi del pubblico, a chiarire ulteriormente il quadro della situazione è stato il senatore Franco Mirabelli (video dell’intervento), il quale ha segnalato che «C’era bisogno di riscrivere un patto tra i cittadini e la politica perché era in crisi la credibilità delle istituzioni ed erano già arrivati molti segnali in tal senso. Paradossalmente, abbiamo perso il referendum proprio per questa ragione, nel senso che credo che uno dei dati che va a comporre il 60% dei No riguarda persone che hanno votato sull’onda di una spinta che non è né di destra né di sinistra ma di protesta anti-istituzionale, molto simile a quella che ha portato alla vittoria di Trump negli Stati Uniti o della Brexit e che temo potrà portare a risultati positivi anche la Le Pen in Francia. Questo perché oggi, di fronte alla crisi e alle diseguaglianze che si sono formate, la risposta è lo scaricare la rabbia contro le istituzioni. Il PD, in questi anni, ha rappresentato le istituzioni e questo ha influito.
Questo non è stato l’unico aspetto ma ha contribuito a caratterizzare il voto».
Mirabelli ha evidenziato come il clima di sfiducia sia stato alimentato ad arte perché per un’intera settimana a ridosso del referendum si è discusso dei possibili brogli sul voto degli italiani all’estero e poi, in sede referendaria, c’è stata la polemica sulle matite copiative.
«Tutto ciò ha alimentato il clima di sfiducia verso le istituzioni per cui chi governa non appare più credibile. – ha affermato il senatore - Inoltre, quello del referendum è stato anche voto molto politico. La spinta anti-istituzionale si è saldata con una critica al Governo che non ha saputo intervenire sulle diseguaglianze. Personalmente, penso che il Governo Renzi abbia fatto moltissime cose e quei mille giorni non vadano dimenticati e dovremo raccontare quanto abbiano inciso sulla vita di tante persone i provvedimenti e le riforme portate avanti. Credo che dovremo anche continuare a raccontare quanto sia importante il fatto che abbiamo cambiato in meglio i dati economici e occupazionali. Il problema è che probabilmente si è creato un cortocircuito tra una voglia di raccontare questa Italia che ripartiva e otteneva risultati e la vita concreta di una parte di questo Paese che non si ritrovava in quel racconto e, anzi, di fronte a quel racconto si arrabbiava e vedeva rappresentate proprio le diseguaglianze che ci sono nella nostra società. Questo è un dato su cui dovremo riflettere nei prossimi mesi».
Mirabelli ha ribadito ancora che, comunque, non tutto si spiega dentro le dinamiche delle tradizionali contrapposizioni tra destra e sinistra e «oggi c’è uno scontro tra forze anti-istituzionali che spingono contro (e non importa se siano più a destra o a sinistra) e forze riformiste, e questo è un tema su cui dovremo riflettere perché recuperare su questo terreno non è semplice. Così come non sarà semplice recuperare credibilità rispetto alla lotta alle diseguaglianze perché i tempi in cui possiamo rispondere ai problemi aperti dalle diseguaglianze ai disoccupati fino alle famiglie che sono sulla soglia di povertà, non sono rapidi».
Il senatore PD ha sottolineato anche che «Avevamo dato per morte alcune forze, invece, i partiti della destra sono ancora capaci di mobilitare le persone in maniera significativa. Lo stesso Silvio Berlusconi, che consideravamo politicamente morto, in realtà ogni volta che parla riesce a mobilitare una parte importante dell’elettorato».
Alla luce di questo quadro uscito dalle urne, Mirabelli ha segnalato che c’è bisogno di un PD che non rinunci a rivendicare i meriti dei tre anni di Governo Renzi, perché sono state fatte cose importanti, e che non abbandoni la scelta di fare riforme, mettendo in discussione privilegi e rendite di posizione, perché l’Italia ne ha bisogno.
In merito ai dubbi sollevati sulla questione della legge elettorale e della data del voto, Mirabelli ha detto che in Assemblea Nazionale, Renzi ha proposto il Mattarellum perché ha in sé ancora un principio maggioritario (mentre tutto il resto del panorama politico spinge verso il sistema proporzionale), sottolineando anche l’importanza dei collegi perché il tema delle preferenze invece è molto problematico (in particolar modo al Sud). «Non rinunciamo al maggioritario e ad alcune battaglie, sapendo, però, che quell’idea di stabilità secondo cui il giorno successivo alle elezioni si sa con certezza chi ha vinto e chi governa ha fatto dei passi indietro. Resta il bicameralismo paritario che, come abbiamo spiegato per tutta la campagna referendaria, dal punto di vista della stabilità dei Governi è un problema», ha spiegato Mirabelli che, in merito a questo aspetto, ha ricordato anche come l’idea del partito a vocazione maggioritaria non possa più essere interpretata come l’autosufficienza e occorrerà fare un ragionamento sulle alleanze.
«In questo senso - ha detto il senatore PD - il “modello Milano” può essere un punto di riferimento anche a livello nazionale».
Impensabile, secondo Mirabelli, l’ipotesi di andare al voto a febbraio, perché occorre attendere almeno l’esito dell’esame dell’Italicum da parte della Consulta e poi vi è la necessità di armonizzare le leggi elettorali di Camera e Senato, nel tentativo di avvicinarci il più possibile all’obiettivo di garantire governabilità e avere una stessa maggioranza in entrambi i rami del Parlamento. Il voto, comunque, secondo il senatore, sarà sicuramente prima dell’estate, anche per raccogliere la sollecitazione arrivata dai cittadini con il No al Referendum Costituzionale.
Mirabelli ha poi affermato che il PD deve tornare al voto senza alcuna paura, in quanto è l’unica forza politica che ha ancora un consenso e un radicamento molto grande.
Il Governo Gentiloni ha, quindi, la funzione di fare la legge elettorale e affrontare i temi dell’oggi (risolvere la crisi bancaria, la ricostruzione post-terremoto, gli impegni internazionali).
Sul fronte del partito, Mirabelli ha segnalato la necessità di «reimmergerci nella società e ricominciare a stare nelle periferie non solo con la presenza (anche perché in molti luoghi ci siamo già) ma anche con la testa. Questa, a mio avviso, è la priorità e viene prima rispetto al fare un congresso che, oltretutto, diventerebbe un regolamento di conti interno, in cui si parlerebbe di noi solo per le liti dell’uno contro l’altro anziché parlare all’Italia della proposta politica per il Paese e i cittadini. Il congresso lo faremo alla naturale scadenza, in ogni caso, ci occuperemo ugualmente anche del partito. Adesso, dunque, dobbiamo fare un ragionamento serio, mettendo al centro il tema delle diseguaglianze che, nonostante gli sforzi fatti in questi anni, si sono allargate (come si stano allargando in tutto il mondo). Dobbiamo, quindi, ritornare a mostrare che la nostra priorità è essere dove ci sono le persone che soffrono le diseguaglianze e cercare di chiudere la forbice tra ricchi e poveri di questo Paese».
L’incontro è poi proseguito con alcune domande da parte del pubblico, curioso di comprendere in particolare la dinamica del rapporto interno al PD tra maggioranza e minoranza e il come organizzarsi in vista del voto.

mercoledì 7 dicembre 2016

Fare politica per qualcosa

Il discorso di Matteo Renzi nella notte della sua sconfitta elettorale è stato molto bello. Nel suo stile, positivo e con il sorriso nonostante la sconfitta, ma dai toni pacati. Fossero stati tutti così i suoi discorsi durante i tanti mesi di campagna elettorale, forse il risultato sarebbe stato un po’ diverso.
«Fare politica andando contro qualcuno è più facile, fare politica per qualcosa è più bello ma più difficile», ha detto Renzi in uno dei passaggi del suo discorso.
È vero: è più facile dire no a tutto, è più facile opporsi a qualunque cosa; è più difficile costruire e cercare di mostrare di aver costruito bene.
Eppure, l’impressione è che uno dei problemi di questo risultato elettorale sia stato proprio il “per qualcosa” che forse non era così chiaro agli occhi degli elettori.

Sul fatto che il referendum costituzionale avesse valenza politica era chiarissimo fin da subito, con Renzi che annunciava “se perdo me ne vado” e il fronte del No che insisteva “votate No per mandare a casa Renzi” ma sul come Renzi volesse cambiare il Paese, invece, c’era molta confusione.
Renzi e i suoi ce l’hanno messa tutta per semplificare il messaggio (anche troppo a volte) ma la realtà è che cambiare la Costituzione di un Paese non è mai cosa semplice e richiede sempre qualche sforzo di chiarimento in più che forse è mancato.
Lo si capiva dal caos di argomentazioni che circolavano: il fronte del Sì e quello del No diffondevano messaggi contraddittori, che si smentivano l’un l’altro e, in un periodo in cui vale tutto, le “bufale” vengono accreditate anche da mezzi di comunicazione autorevoli e amplificate dai social network e nessuno si cura più di approfondire le tesi, è più complicato spiegare qual è la verità. Così come è complicato cercare di far passare per semplice una riforma che semplice non è, oltretutto nell’anno in cui si è festeggiato il 70esimo anniversario della Repubblica Italiana e ci si avvicina proprio al 70esimo della Costituzione.
La Costituzione, nel bene e nel male, è da sempre un punto di riferimento per gli italiani, anche precedenti referendum in materia hanno fatto una brutta fine.
Bisognava pensarci ma è difficile pensare quando si va a tutta velocità.
Così come, da sempre, quando le persone hanno dei dubbi preferiscono tenere ciò che c’è e che conoscono. La logica dell’azzardo non fa ancora parte della mentalità italiana. Di fronte alla scelta tra uno scenario nuovo ipotetico e non chiaro, di fronte all’idea del “non è una riforma perfetta ma intanto cominciano a cambiare poi magari più avanti miglioreremo” senza spiegare come e quando, si preferisce rimanere come si è perché almeno se ne comprende il meccanismo.
A questo, probabilmente, il fronte del sì sperava di rimediare cercando di spiegare nel merito la riforma proposta e di semplificarla agli occhi dei cittadini. Il messaggio, però, evidentemente, non è arrivato.

Succede. Non è grave. Si può vincere e si può perdere.
Il problema di Renzi è stato, però, l’aver legato indissolubilmente il destino del suo Governo all’esito del Referendum.
Il motivo va ricercato nell’idea che si era diffusa che questa fosse una legislatura nata male e, quindi, destinata a fare le riforme per poi farsi da parte. Un’idea nata in realtà con Enrico Letta che, sostituendo Bersani incapace di trovare i numeri per formare un Governo, probabilmente non si sentiva forte di una legittimazione politica e ha preferito puntare sul fronte istituzionale per sentirsi autorizzato a svolgere il ruolo di Presidente del Consiglio. Una spinta in tal senso è arrivata anche da Giorgio Napolitano, il quale, però, se si va a guardare bene, aveva semplicemente sferzato i politici a fare il proprio dovere e a mettersi a lavorare con impegno e serietà per il bene del Paese, che non voleva necessariamente dire fare una riforma costituzionale. La riforma costituzione è il quadro delle regole e si rende necessario cambiarlo quando non si è in grado di cambiare attraverso l’azione politica.
In Italia c’è sicuramente un problema serio dovuto alla burocrazia, agli sprechi e, quindi, al quadro delle regole, che provoca lentezza e sfiducia ma c’è anche un problema serio di scelte politiche finalizzate a bloccare il Paese per miopi giochi di potere piuttosto che a far funzionare le cose.
La scelta del Governo Renzi, però, non è stata solo quella di agire sulle regole: la riforma costituzionale non è l’unica cosa fatta dal Governo Renzi; lui stesso, nel corso del suo intervento di saluto, ha elencato le tante cose realizzate.
«In questi giorni il governo sarà al lavoro per completare l’iter di una buona legge di Stabilità, che deve essere approvata al Senato e per assicurare il massimo impegno ai territori colpiti dal terremoto. Lasceremo a chi prenderà il nostro posto il prezioso progetto di Casa Italia. […] Lasciamo la guida dell’Italia con un Paese che passato dal -2% al +1% di crescita del Pil, che ha 600mila occupati in più con una legge, quella sul mercato del lavoro, che era attesa da anni, con un export che cresce e un deficit che cala. Lasciamo la guida del Paese con un’Italia che ha finalmente una legge sul terzo settore, sul dopo di noi, sulla cooperazione internazionale, sulla sicurezza stradale, sulle dimissioni in bianche, sull’autismo, sulle unioni civili. Una legge contro lo spreco alimentare, contro il caporalato, contro i reati ambientali. Sono leggi con l’anima, quelle di cui si è parlato di meno ma a cui tengo di più. Lasciamo infine l’Italia con un 2017 in cui saremo protagonisti in Europa a marzo con l’appuntamento di Roma per i sessant’anni dell’Unione. Saremo protagonisti a Taormina a maggio per il G7. Saremo protagonisti con la presidenza de consiglio di sicurezza dell’Onu a novembre. Aver vinto le sfide organizzative dell’Expo e del Giubileo non è merito del governo ma di una struttura straordinaria di professionisti a cui va la mia rinnovata gratitudine», aveva detto Renzi nel suo discorso post-sconfitta.

E allora che bisogno c’era di legare il destino di un Governo che stava lavorando bene su tanti fronti ad un referendum tanto difficile e per di più affrontato praticamente da solo contro tutto il resto delle forze politiche?
Per quale ragione ora che Renzi ha perso una battaglia deve crollare anche tutto il resto?
Renzi, purtroppo, soffriva della sindrome della colpa originaria di esser arrivato a Palazzo Chigi senza esser passato dalle elezioni. La legittimazione enorme ottenuta con il risultato del 40% preso alle Europee non gli bastava più, soprattutto, dopo lo sbandamento alle elezioni amministrative di giugno e forse anche per questo ha spinto così tanto sul personalizzare il referendum costituzionale e sul cercare una legittimazione personale attraverso di esso.
Ma la partita era più complicata e Renzi non solo ha perso ma ha perso male. In giro, non c’era la sensazione di una sconfitta così ampia sul piano nazionale: si poteva ipotizzare al massimo un pareggio o una sconfitta di poco, invece, un risultato così, inevitabilmente fa crollare tutto.

Eppure il risultato è complesso.
Il No è stato un insieme di cose: è stato un No a Renzi in prevalenza (lo ha ammesso lui stesso quando a margine della conferenza stampa ha detto “Non credevo che mi odiassero così tanto”), un No all’azione del Governo (prevalentemente da soggetti che non stanno particolarmente bene e che pensano che la politica abbia colpa di qualunque cosa, magari senza neanche sapere cos’ha davvero fatto il Governo in questi anni), un No alla Riforma Costituzionale (perché “la Costituzione è sacra” dicevano oppure perché “la riforma è fatta male”, perché “si va verso la deriva autoritaria dell’uomo solo al comando” ma anche perché “non ho capito”).
Un No arrivato, quindi, da soggetti diversi, legati gruppi elettorali diversi e fondati su motivazioni diverse ma che ha prodotto una percentuale altissima.
Una percentuale che non è certamente raggiungibile in caso di elezioni politiche perché è evidente che il fronte del No è composto da tanti partiti e movimenti (in prevalenza M5S) spesso distantissimi tra loro ma complessivamente resta una bocciatura del 60% per Renzi, parte del suo operato o la sua riforma o tutte le cose insieme.

Il , invece, arrivato al 40%, è prevalentemente legato ad un elettorato vicino al Partito Democratico o a Renzi. Gli altri partitini uniti nel fronte del Sì in questa battaglia hanno dimostrato di contare poco o nulla.
Non è un dato da poco: arrivare da soli a prendere il 40% è moltissimo. Eppure, anche in questo caso, non è detto che sarebbe confermato in caso di elezioni politiche. Come il No, anche il Sì, infatti, ha motivazioni variegate: per alcuni è stato un Sì incondizionato a Renzi perché “mi fido di lui”, per altri un Sì ad una “riforma utile per cambiare il Paese e rendere le sue regole più snelle”, per altri ancora era semplicemente un Sì perché “se vince il No, crolla tutto ed è assurdo fermare l’azione positiva di questo governo”, a prescindere dal merito della riforma.

In ogni caso, questo era un referendum e un referendum è fatto anche così: ci sono due opzioni, si vince o si perde e il PD di Renzi era da solo contro tutti gli altri e ha perso.
Una sconfitta di queste dimensioni, inoltre, ha un peso enorme e non può essere liquidata con qualche battuta (che è giusto che facciano in pubblico i personaggi con ruoli di rilievo per salvare la faccia ma che non può essere anche replicata da soggetti delle retrovie senza incarichi né meriti a cui invece spetta il dovere di far funzionare il cervello e mettersi a pensare per evitare nuovi disastri in futuro).

A mio avviso un altro grande errore è stata la campagna elettorale (tempi e modalità). In alcune città la campagna referendaria è stata lanciata a maggio (il via ufficiale è stato a Bergamo il 21 maggio) mentre nei luoghi in cui si è votato alle elezioni comunali è partita a luglio, poco dopo i ballottaggi. La campagna referendaria si pensava che sarebbe terminata ad ottobre e invece il referendum si è svolto il 4 dicembre. Quasi sei mesi di campagna elettorale sono troppi e poco importa se nel frattempo ci si occupa anche di altre urgenze perché i mass media si focalizzano su un tema e lo fanno diventare dominante. Uno dei momenti peggiori è stato con il terremoto. Era stonato parlare di referendum mentre il Centro Italia crollava sotto il terremoto e poco importa se il Governo si è occupato molto anche dei terremotati.
La campagna elettorale, inoltre, è stata brutta, con dei toni aggressivi e macabri (usati in prevalenza dai sostenitori del No) e con toni da marketing da televendita (usati in prevalenza dai sostenitori del Sì, istruiti con dei format non proprio utili a sembrare naturali).
L’idea di vendere la riforma costituzionale come se fosse un prodotto qualsiasi messa in pratica degli strateghi della comunicazione della campagna del Sì è stata abbastanza penosa.
Il format che pervade il mondo renziano è quello della comunicazione aziendale, tutta puntata al positivo: non esiste il No, non esiste il brutto, non esiste la negatività ma tutto deve diventare esempio di realizzazione riuscita di qualcosa (anche le persone che spesso non rappresentano un bel niente). È una comunicazione ottimistica che assomiglia molto a quella berlusconiana degli anni migliori ma che non tiene conto del fatto che nel frattempo l’Italia è stata attraversata dalla crisi economica e sociale e che l’idea politica non è un prodotto ma qualcosa di diverso. Berlusconi vendeva un sogno agli italiani illusi di poter diventare come lui. Il risveglio è stato l’incubo dello spread e del Governo Monti. Oggi gli italiani sono delusi e arrabbiati e faticano a credere in un altro sogno, soprattutto se non ne vedono le fondamenta e se chi lo propone sta già al Governo e da lui si aspettano miracoli (che ovviamente non sono possibili e dove anche lo fossero non verrebbero percepiti o verrebbero considerati non sufficienti).
Renzi ha vinto il congresso del PD e le elezioni europee da rottamatore e da propulsore del cambiamento e lo ha vinto in prevalenza su quello non sulla sua eventuale idea di Paese. Al Governo Renzi ha fatto molte leggi positive, ricordate tutte nel messaggio di saluto dopo la sconfitta, ma è chiaro che la costruzione di un percorso non ha lo stesso impatto e la stessa forza dell’urlo di rottura. È molto più facile, invece, per le opposizioni urlare contro le cose che non vanno, imputandole al Governo anche quando il Governo non c’entra o quando sono cose palesemente false.
Renzi aveva anche assunto il guru di Obama per la campagna elettorale ma lo stile di Renzi è diverso da quello di Obama. Obama accendeva speranza, lasciava intravedere un percorso di riscatto, dava una visione, non nascondeva i problemi e le cose negative ma invitava a rilanciare e risolvere. Renzi rompeva il sistema, piaceva quando diceva di voler scardinare l’esistente, al resto non faceva caso nessuno ed è evidente che da uomo di governo non può essere percepito come contro il sistema pur avendo uno stile profondamente diverso dai predecessori governativi.

Un altro aspetto è che la campagna elettorale sembra ormai essere prettamente mediatica. I mezzi tradizionali servono a poco: i volantinaggi e gli eventi servono a dare visibilità ma spesso non spostano voti. Lo si era già cominciato a vedere alle elezioni amministrative e con il referendum è stato ancora più chiaro.
Questo può diventare un problema se si andrà verso elezioni con preferenza perché i “non famosi” potrebbero avere grandi difficoltà a raccogliere consenso, anche mettendo in campo uomini e risorse, se non passano dai media.
Inoltre, è stata in prevalenza una campagna elettorale caotica, fatta di piccole cose, di piccoli eventi, di piccoli contatti. Il presupposto – corretto – è che oggi le mobilitazioni di massa funzionano poco, le persone non vengono raggiunte e coinvolte e poi per quelle sono sufficienti le televisioni mentre invece bisogna andare a prendere i singoli e raggiungerli dove si trovano, anche dentro casa. È una teoria. Può anche funzionare. Il dato di fatto che avendo venti micro eventi al giorno si rischiava di non pubblicizzarne neanche uno, di non dare valore a nessuno di essi (quindi non far capire qual era l’evento principale e quali quelli secondari). La strategia, comunque, di per sé non è errata ma può generare confusione e si può fare fatica a raccogliere pubblico.

Ora, però, è andata così e restano tutti i problemi conseguenti al risultato della vittoria del No. E il problema per l’Italia non è che resta il CNEL, che rimangono 315 senatori stipendiati e non si tolgono soldi ai gruppi dei Consigli Regionali.
Il problema è che ora l’Italia è senza governo.
Impiccare l’operato di un Governo che stava lavorando bene e anche velocemente per fare cose utili per i cittadini (magari non sempre con risultati visibili nell’immediato) all’esito del voto su una riforma che piaceva davvero a pochi anche tra i sostenitori del Sì, è stato uno sbaglio terribile.

Così come altrettanto sbagliati sono i discorsi che si sentono fare in questi giorni in prevalenza da esponenti del PD sul PD. In quei discorsi manca esattamente «il fare politica per qualcosa» che citava Renzi nel suo discorso post-referendum.
Ora si parla di elezioni anticipate, di percentuali e di regolamenti di conti in una discussione tutta autoreferenziale in cui in cui contano i destini personali, conta chi comanda, conta portare via il pallone, conta il non restare con il cerino in mano, conta far vedere che si hanno i numeri e non il resto.
Il Paese e i cittadini dove li mettiamo? Vogliamo occuparci di loro e farlo vedere ogni tanto o vogliamo continuare a mandare fuori messaggi su noi stessi?
Perché è vero che le leggi si facevano e si fanno anche su altri temi ma il dibattito sui media era ed è tutto su altro.
Dov’è «il fare politica per qualcosa» nella discussione di questi giorni?
Come andiamo dalla gente a chiedere il voto un'altra volta? A Milano, oltretutto, sarebbe la terza campagna elettorale di seguito. Vero è che fino ad ora in città si è sempre vinto ma i cittadini vogliono vedere anche i risultati dei voti che dànno, non solo i volantini elettorali.

Il Partito Democratico è comprensibilmente agitato per l’esito della consultazione referendaria. È evidente che una sconfitta così eclatante della linea di Renzi pesi anche sul fronte interno, però, ormai il PD era arrivato quasi compatto sul Sì e sarebbe meglio evitare ulteriori drammi.
I comportamenti di alcuni esponenti della minoranza (Bersani, Speranza, D’Alema) sono stati inqualificabili prima e dopo il referendum. Il vederli festeggiare la sconfitta del Segretario del proprio partito e la caduta di un Governo guidato dal proprio partito è ignobile. È evidente, però, che la loro forza numerica è molto scarsa e in quel 60% di No, di loro c’è poco o nulla per cui farebbero più bella figura a stare in silenzio.
L’ambizione della minoranza PD è senza dubbio quella di logorare Renzi: dopo essersi battuti per farlo cadere ora si impegnano per farlo rosolare a fuoco lento in modo che arrivi perdente per la prossima tornata elettorale.
Ragione per cui Renzi e i suoi amici ambiscono ad andare alle urne in fretta.
Di andare alle urne lo chiedono anche gran parte delle opposizioni ma per loro la situazione è più facile: se si andasse al voto dovrebbero iniziare una campagna elettorale e non tutte le forze sono pronte per questo, mentre se si formasse un nuovo Governo avrebbero qualche scusa in più per urlare un po’ più forte e farsi sentire un po’ di più magari accusando il PD di restare ancorato alle poltrone.
È evidente, quindi, che la situazione politica è complessa ma in tutto questo, ancora una volta manca la realtà quotidiana, il Paese, i cittadini, i lavoratori di aziende in crisi che aspettavano gli esiti di trattative governative ora bloccate, le fasce deboli di popolazione a rischio povertà che l’Istat dice essere in aumento e di cui non ci si occupa certo mentre si fa campagna elettorale.

Credo che Renzi possa rimettersi in gioco sul fronte interno, la maggioranza è sicuramente ancora saldamente con lui e forse ora è anche più ampia di prima. Auspicherei, però, che lo facesse con modi e toni diversi rispetto a prima. È, comunque, difficile che Renzi cambi stile: questo è il suo punto di forza e allo stesso tempo il suo punto debole, la ragione per cui piace molto o non piace per niente. Tuttavia, potrebbe almeno scegliersi amici e collaboratori più seri e capaci dei soggetti di cui si è circondato in questi mesi, anche perché andando dritti così si finisce a sbattere.

La politica non è marketing e non deve piegarsi al marketing, anzi, dovrebbe essere il contrario: dovrebbe essere il marketing a trovare formule adeguate ai contenuti dei messaggi politici.
La politica può essere una cosa bella, appassionante, utile al Paese se è un «fare politica per qualcosa» ma occorre riportarla ad un linguaggio di serietà. Questo non vuol dire essere cupi, tristi, pessimisti e complicati ma vuol dire esser seri quando si parla di cose serie. Il linguaggio dei clown va bene al circo, quello delle televendite va bene quando si vendono pentole e materassi. La politica ha bisogno di recuperare un suo linguaggio e un suo spazio. Per riconquistare credibilità, la politica ha bisogno anche di riconquistare autorevolezza. Questo non significa restaurare il grigiore e il politichese ma vuol dire cercare una strada e un linguaggio consono a ciò che il contesto richiede. E vuol dire anche che è il caso di smetterla di dipingere tutti i politici come parte della “casta” ma caso mai far vedere cosa implica il lavoro nelle istituzioni, valorizzare il merito delle competenze acquisite e degli sforzi fatti per arrivare a dei risultati perché quando andiamo a chiedere i voti è difficile ottenerli se lasciamo credere ai cittadini che vogliamo eleggere un pezzo della “casta”.

mercoledì 9 novembre 2016

Leopolda 7

A questa edizione della Leopolda sono finalmente riuscita ad andare anch’io. Ci sono andata per curiosità, per vedere chi c’è e che si dice lì dentro, quanto c’è del PD e quanto c’è di altro.
L’impressione complessiva è di essere dentro ad un grande show: bello e studiato in ogni suo particolare.
Un format che si è evoluto molto, mi spiegavano persone che sono state presenti fin dagli esordi, per dare vita ad un appuntamento che è cresciuto in partecipazione e in prospettive nel corso del tempo ma che ha anche visto cambiare il ruolo dei propri protagonisti: oggi Renzi non è più un coraggioso esordiente della politica che vuole rovesciare le poltrone agli inamovibili ma è il Presidente del Consiglio e così molti altri suoi amici e compagni di avventura.
Molto positivo e propositivo il clima: sorridenti i presenti, contenti di essere lì; non le facce serie da convegno politico ma i volti allegri di chi partecipa ad un evento festoso.
Dal palco si sono alternati novità (come il medico di Lampedusa Piero Bartolo e l’attore Alessandro Preziosi) e habitué (Farinetti, Nesi), qualche ritorno (Giorgio Gori e Matteo Richetti) e soprattutto molti “nessuno”, in prevalenza giovani e poi rappresentanti dei vari mondi (imprese, mamme, studenti, amministratori locali).
Tutti hanno portato se stessi e le proprie esperienze ponendosi al pubblico come esempio positivo, ciascuno per il proprio ambito e, poi, ovviamente, tutti gli interventi erano volti anche a esplicitare le ragioni del sì alla Riforma Costituzionale, applicandola ciascuno al proprio contesto (molto apprezzata l’appassionata Teresa Bellanova, dal sindacato al Ministero dello Sviluppo Economico, che ovviamente ha parlato delle battaglie portate avanti dal Governo e dei risultati ottenuti in termini di lavoro).
Alla Riforma Costituzionale è stato dedicato anche l’intero pomeriggio del sabato, in cui Boschi e Richetti si sono calati nelle vesti di presentatori e, con l’aiuto di costituzionalisti, hanno smontato le “bufale” che diffondono i sostenitori del No. Sembrava di assistere ad un spettacolo televisivo, con politici perfettamente a loro agio nei panni di intrattenitori.
Nella mattinata, invece, si erano fatti i tavoli di lavoro con esperti e politici, diventati un po’ un must della Leopolda dopo il successo avuto in una passata edizione.
La giornata conclusiva della domenica è stata decisamente presa d’assalto: tutti gli spazi dell’ampia ex stazione erano superaffollati di giornalisti, politici, fans e curiosi ed è stata un continuo di crescendo di interventi a ritmo sostenuto fino all’arrivo del momento di Renzi (preceduto da un black out causato dal temporale).
Non è semplicissimo cogliere tutto in quanto gli spazi della Leopolda sono davvero molto grandi e non tutti sempre accessibili (per ragioni di sicurezza, dato che si era in presenza di Ministri) ma comunque sempre affollati e anche districarsi tra la folla per spostarsi da un punto all’altro dei saloni poteva essere complicato.
Complessivamente si è trattato di un grande evento, con tanto di gadget da poter acquistare, non necessariamente legato al PD ma fortemente legato a Renzi.
Per questo, sbaglia chi si indigna per cori o altro contro esponenti del “partito” perché la Leopolda non è l’Assemblea Nazionale del Partito Democratico, tanto che di politici, pur essendo presenti in massa, hanno parlato in pochissimi dal palco (e il miglior intervento è stato quello di Debora Serracchiani, in conclusione della giornata del sabato) e chi vi partecipa non necessariamente è parte anche del PD o magari ci è entrato da quando c’è Renzi e cercando dentro ciò che trova alla Leopolda. I due contenitori si mischiano a volte ma non sono la stessa cosa.
In generale, al di là delle polemiche uscite sui quotidiani, all’interno si respirava un clima positivo e c’erano persone propositive, con molta voglia di impegnarsi e di mettersi in gioco.

lunedì 15 giugno 2015

Guerini e Mirabelli a discutere di immigrazione, governo e PD sui territori

Domenica mattina è arrivato a Milano il Vicesegretario Nazionale del Partito Democratico Lorenzo Guerini a discutere – insieme al senatore Franco Mirabelli - dei temi più rilevanti dell’attualità e delle problematiche interne al PD, nell’ambito di un’iniziativa messa in campo da alcuni circoli.
Tanti i temi affrontati, dal problema dell’immigrazione, esploso in tutta evidenza in queste ultime settimane, alle riforme per cambiare il Paese e superare le difficoltà create dalla crisi economica, fino alle dinamiche strettamente di partito, comprese le diatribe interne, emerse con molta forza proprio durante la campagna elettorale e che certamente hanno contribuito a far uscire dalle urne dei risultati un po’ diversi da quelli auspicati.

Ad aprire l’incontro è stato il senatore Franco Mirabelli che, da milanese, non ha potuto evitare di soffermarsi sulla drammatica situazione dei migranti momentaneamente bloccati alla Stazione Centrale di Milano.
«La vicenda dell’ingente flusso dei migranti che sta interessando l’Italia in queste settimane è difficile da governare. - ha affermato il senatore democratico nel suo intervento - È evidente che un problema di questo tipo non lo può risolvere da sola l’Italia. Fa bene, quindi, il Presidente del Consiglio Renzi ad insistere affinché l’Europa si faccia carico fino in fondo del problema perché, ormai, è chiaro a tutti che i problemi che stiamo riscontrando nelle nostre città in queste settimane sono legati a scelte sbagliate dell’Unione Europea e, in particolare, di alcuni Paesi europei: se la Francia non avesse sospeso Schengen e non avesse chiuso la frontiera, non ci sarebbe stato quell’impatto che abbiamo visto sulla Stazione Centrale di Milano oltre che su quella di Ventimiglia. L’Europa, dunque, deve farsi carico insieme del problema, dimostrando di essere capace di affrontare la situazione dei profughi distribuendo gli sforzi e anche distribuendo le presenze».
«Per anni, - ha insistito Mirabelli - hanno spiegato che i migranti arrivavano in Italia perché guardavano la televisione e vedevano che qui si stava bene e c’era una “sinistra buonista” che avrebbe accolto tutti e, quindi, valeva la pena di salire sui barconi e partire. Oggi, dovremmo renderci conto che i migranti, se guardano la televisione, vedono che gran parte delle persone che prendono i barconi rischia la vita; molti muoiono in mare e, nonostante tutto ciò, la situazione da cui scappano è talmente grave a causa di guerra o povertà che preferiscono comunque rischiare la vita piuttosto che restare nei loro Paesi».
Mirabelli si è poi soffermato sulla polemica politica innescata prevalentemente dalla Lega Nord in queste settimane, segnalando che «La riproduzione continua dello scontro politico giocato sulla pelle degli immigrati è assurda. Qui non c’è una “sinistra buonista” che vuole accogliere tutti contrapposta ad una destra che, invece, difende la comunità nazionale. Qui c’è una destra che ha firmato tutte le leggi e tutti i trattati internazionali sull’immigrazione che hanno portato a questa situazione: dalla legge Bossi-Fini al Trattato di Dublino fino al sostegno all’intervento militare in Libia e alle regole – scritte da Maroni quando era Ministro dell’Interno – sulla gestione dei profughi sui territori».
«La situazione in cui si trovano i migranti è drammatica per loro ma anche per le nostre comunità che ne subiscono l’impatto e questa stessa destra che ha firmato tutti gli accordi che hanno contribuito a produrre questa situazione, e in particolare la Lega, non si assume quella responsabilità perché preferisce parlare di “invasione” e speculare su un dramma come quello che stiamo vedendo per portarsi a casa qualche voto in più», ha poi evidenziato il senatore Mirabelli, denunciando che «Nei giorni della campagna elettorale, girando per i territori, i cittadini raccontavano che ogni volta che passava Salvini a fare un comizio, immediatamente dopo nel Comune si diffondeva l’idea che, se in quel luogo avesse vinto il centrosinistra, si sarebbe aperto un campo profughi. Questo è un modo aberrante di affrontare i problemi».
Per l’esponente del PD è importante parlare con i cittadini che di fronte a quanto sta avvenendo, con l’arrivo massiccio dei migranti e le situazioni di degrado e disagio che si creano come quelle viste nella Stazione Centrale di Milano, si trovano dubbiosi e spaventati: «Occorre spiegare che c’è una grande tragedia internazionale di cui non si vede la fine. Nel Nord Africa, gli Stati nazionali che abbiamo conosciuto fino ad oggi stanno scomparendo tutti e, quindi, è anche difficile trovare degli interlocutori ma a maggior ragione occorre che il problema lo si affronti come Europa e in modo serio. Altrimenti, il rischio è che un problema epocale come quello che si sta verificando diventi uno strumento per farsi un po’ di propaganda elettorale e che porta a minare la convivenza civile e i principi fondanti della cultura europea, che è fatta anche di solidarietà. Il Governo sta cercando di lavorare per questo ma si tratta di problematiche difficili che si vanno ad intrecciare a dinamiche nazionali (in alcuni Paesi, ad esempio, ci sono scadenze elettorali vicine che spaventano e forze xenofobe che gettano benzina sul fuoco). Tuttavia, su queste vicende, l’Europa sta misurando davvero la propria capacità di esserci come soggetto politico e di mostrare la propria forza e la propria importanza, al di là dei singoli interessi nazionali».

Sulla questione dei migranti si è soffermato anche Lorenzo Guerini, il quale ha affermato che «L'idea di Europa non può partire da Ventotene per finire a Ventimiglia. Bisogna ragionare sul superamento del Trattato di Dublino. Il blocco dei migranti al confine italo-francese a Ventimiglia rappresenta la negazione dell'idea stessa di Europa». Sul ruolo di Roberto Maroni che, nei giorni scorsi, da Presidente della Regione Lombardia aveva minacciato di tagliare risorse ai Comuni che avessero dato disponibilità di accogliere i migranti sul loro territorio e aveva scritto ai Prefetti per invitarli a non inviare altri migranti sul suolo lombardo, anche Guerini – come il collega Mirabelli – ha segnato che «Il governatore lombardo Maroni non può farci lezione. Fu lui da Ministro dell'Interno a proporre e a far realizzare un piano di ripartizione dei migranti nelle Regioni italiane. Non vedo come, a ruoli invertiti, si rifiuti di applicare le direttive che sono state date da lui qualche anno fa. Così come il Trattato di Dublino II non l'abbiamo firmata noi ma un governo di centrodestra guidato dall’allora Premier Silvio Berlusconi e di cui la Lega era azionista di maggioranza».

Un altro tema che ha tenuto banco nel corso del dibattito è stato quello della legalità e le polemiche attorno alle inchieste romane di “Mafia Capitale”.

«Ciò che è emerso dalla vicenda di Mafia Capitale non è lo specchio del nostro partito, ma una patologia che si può debellare. – ha affermato Lorenzo Guerini - Quello che è avvenuto a Roma è un insulto ai militanti pieni di generosità dei tanti circoli del Partito Democratico. Chi ha sbagliato nel nostro partito non ha più cittadinanza. Inoltre, il governo Renzi sta facendo molto, a partire dall'impulso all'attività anti corruzione dato, per esempio, dalla nomina di Cantone. Ma c'è bisogno di avere le antenne alte su quello che avviene sul territorio e in caso intervenire e salutare chi sbaglia».

Franco Mirabelli ha ribadito che «Le inchieste di questi mesi hanno scoperchiato di nuovo uno scenario indecente fatto di corruzione che spesso ha finito per vanificare il grande lavoro fatto per ricostruire la credibilità della politica. Uno degli obiettivi che c’eravamo dati con le riforme, infatti, era quello di ricostruire un rapporto fecondo e positivo tra i cittadini e le istituzioni e tra i cittadini e la politica, con l’obiettivo di ridare credibilità alle istituzioni e ridare credibilità alla politica. Anche sul fronte della legalità, però, in realtà in questi mesi si è fatto molto in Parlamento. Abbiamo approvato una legge contro la corruzione con cui si reintroduce anche il falso in bilancio (e, quindi, rende più difficile la possibilità di costruirsi i tesoretti in nero per poi corrompere), con cui si aumentano le pene e si mette fine ad un fenomeno italiano per cui siamo il Paese con il più alto grado di corruzione d’Europa ma i corrotti non andavano mai in carcere. Abbiamo approvato una legge per punire i reati ambientali che, se ci fosse stata in precedenza, avrebbe prodotto la condanna dei dirigenti della Eternit o sulle vicende della Terra dei Fuochi. Inoltre, abbiamo fatto una legge contro l’autoriciclaggio. Gli effetti di tutte queste norme, probabilmente, si vedranno nei prossimi anni ma intanto dimostrano l’impegno di questo Governo, sostenuto dal Partito Democratico, anche su questo fronte».

L’altro fronte aperto nel corso del dibattito è stato poi quello riguardante le dinamiche interne al PD e come queste si ripercuotono sul Governo e hanno condizionato anche gli esiti elettorali.

«Le elezioni per il ballottaggio nei Comuni così come le Regionali non sono un test per il Governo e non hanno alcun significato a livello nazionale», si era affrettato a chiarire il Vicesegretario del PD durante la discussione ma anche a margine, parlando con i giornalisti, mentre le urne erano ancora aperte, sottolineando che «Il Partito Democratico non può tirarsi indietro da una riflessione sull'astensione. Il tema del rapporto tra cittadini e politica è fortissimo, ma più in generale bisogna rilanciare la fiducia dei cittadini nella politica».

E proprio sul tema del complicato rapporto tra i cittadini e la politica e la necessità di ridare credibilità alle istituzioni, si è soffermato Franco Mirabelli, il quale ha ricordato come questo fosse il principale obiettivo del Governo e che all’interno di questo ragionamento va collocata la necessità espressa da Renzi di fare subito la riforma costituzionale, la riforma del Senato, così come la legge per abolire il finanziamento pubblico ai partiti era anche un modo per dimostrare che la politica è la prima a rimettersi in discussione.

«Quest’anno abbiamo fatto tantissimo lavoro da questo punto di vista e abbiamo cominciato a cambiare davvero questo Paese su tante questioni importanti. Ma questo lavoro occorre farlo e riportarlo anche sui territori. C’è bisogno di un Governo forte, di un leader capace di comunicare ma abbiamo bisogno anche di un partito che, oltre a discutere, deve essere capace di sostenere e valorizzare l’azione di riforme messe in campo dal PD e dal Governo, grazie a cui il Paese sta cambiando e può continuare a cambiare», ha precisato Mirabelli.

E sulla rappresentanza territoriale ha particolarmente insistito anche Lorenzo Guerini, il quale ha affermato che la comunicazione politica non deve esaurirsi nella televisione, ma deve svilupparsi proprio sul territorio, dove, parallelamente, deve essere incoraggiata la militanza.
Entrambi gli esponenti PD hanno poi messo in luce l'importanza di un dialogo civile all'interno del partito, anche quando si hanno opinioni diverse perché – come ha precisato Guerini – «La politica è anche linguaggio e, dato che ogni sede ha i suoi stili, non è utile applicare il linguaggio da “Curva Sud” alla politica se si vuole instaurare un dialogo». Inoltre, ha sottolineato Mirabelli, «Dovremmo discutere un po’ meno su noi stessi e un po’ di più su quello che serve al Paese ma dobbiamo anche sapere e avere la capacità di sostenere un Governo che sta dando risultati importanti. Le elezioni appena svolte dimostrano che il centrodestra è tornato e, per il centrosinistra, questioni come il fisco o l’immigrazione sono ancora dei problemi: il PD e il centrosinistra vengono ancora vissuti come il “partito delle tasse” (nonostante la manovra per dare gli 80 euro) e, quindi, su questo fronte c’è molto da lavorare non solo sui giornali ma anche sul territorio; traducendo e riportando sul territorio il senso di un lavoro e di un’iniziativa politica che è quella di trasformare l’Italia per migliorare il Paese perché gli italiani se lo meritano».

Un dibattito ampio, dunque, quello svolto a Milano, voluto perché, come ha spiegato il senatore Franco Mirabelli «È importante, ogni tanto, uscire dalle logiche contingenti per fare il punto sulla situazione politica e provare a comprendere quale percorso si è intrapreso e quale strada resta da fare. Il rischio, altrimenti, è quello di restare schiacciati dalle emergenze e di perdere di vista il grande lavoro che sta facendo il Governo, prevalentemente grazie al sostegno del Partito Democratico».

Video del dibattito»

mercoledì 16 luglio 2014

Il lavoro concreto dei parlamentari PD

Ho seguito la diretta streaming dell'Assemblea dei parlamentari PD di Camera e Senato con Renzi. 
Ho apprezzato molto il dibattito e gli interventi dei nostri parlamentari. In sintesi, tutti gli intervenuti (compresi quelli di non "osservanza renziana"), hanno mostrato di voler seguire la rotta tracciata dal segretario e concordano sul percorso intrapreso. 
Però, non sono state fatte sviolinate ma, anzi, da tutti sono state poste puntualizzazioni e sono state presentate richieste serie su temi concreti e di interesse reale dei cittadini (giovani, lavoro, donne, diritti, scuola, insegnanti, Sud, legalità). Insomma, quello che ho ascoltato è stato un confronto vero e serio, costruttivo in cui al centro erano davvero le politiche per il Paese e per i cittadini. 
Complimenti ai parlamentari del PD che, con le argomentazioni espresse stasera, hanno mostrato il loro impegno, la loro attenzione ai problemi veri e il loro lavoro quotidiano nelle Aule parlamentari. 

Su Renzi non ho commenti perché ho scoperto che c'era la diretta quando la sua relazione era già verso la conclusione (per fortuna...).

giovedì 12 giugno 2014

Il caso Mineo e il PD

Quanto avvenuto oggi in Senato è pazzesco.
Nel momento migliore per il Partito Democratico, in cui gli elettori ci hanno appena dimostrato il loro sostegno e il loro ampio consenso, al di sopra di ogni nostra aspettativa, qualcuno ha pensato bene di rianimare le polemiche interne dando vita ad uno spettacolo indecoroso.
Personalmente, scinderei la vicenda di Mineo (un po' più lunga e un po' più complessa) dal pasticcio di oggi.
Fin dall'inizio, guardando alla composizione delle Commissioni in Senato, mi sono domandata cosa ci facesse un ex giornalista nella Commissioni Affari Costituzionali: è un luogo importante, nella mia concezione dovrebbero andarci gli esperti del tema, gli "addetti ai lavori", oppure persone con un più rodato "occhio politico", perché i temi che vi passano richiedono maggiori competenze specifiche rispetto ad altri settori. Ma ognuno fa le scelte che ritiene opportune e si vede che al momento della scelta delle Commissioni, si è valutato che fosse giusto così.
Fin dall'inizio, però, Corradino Mineo ha mostrato anche alcune particolarità rispetto al resto del gruppo del PD: si è distinto più volte per dissenso rispetto a vari temi e sempre prescindendo dal fatto che comunque la maggior parte delle decisioni sono state prese dopo che il gruppo ne aveva diffusamente discusso al suo interno. Non ne faccio una questione di allinearsi o meno ma c'è un dato che riguarda il modo di agire di Mineo: si vede che non viene dalla politica, si vede che non sta dentro ad una logica di partito, si vede perché non gli interessa mai come si pone il gruppo che lo ha candidato e a cui ha aderito ma puntualmente si preoccupa della sua personalissima idea delle cose. Nulla di male ma stare in un partito vuol dire stare dentro ad una comunità e le strade imboccate di solito sono quelle condivise con gli altri e non le posizioni dei singoli e, soprattutto, è un po' strano che ci si debba distinguere quasi quotidianamente su qualcosa.
La questione esplosa oggi in seguito alla sua sostituzione in Commissione, insomma, non è una cosa estemporanea ma un episodio che si realizza dopo mesi di problemi e distinguo. La logica e la serietà avrebbero voluto che Mineo avesse fatto da solo un passo indietro dalla Commissione Affari Costituzionali: se una persona non è d'accordo con la decisione presa dalla maggioranza del gruppo a cui appartiene, dopo che si sono fatti mesi di riunioni e assemblee sul caso, non funziona che si mette di traverso e blocca tutto ma ne prende atto e lascia il posto a chi, invece, quel percorso lo condivide.
Purtroppo le cose non sono andate così: Mineo, forte anche di un sostegno trasversale di minoranza PD, M5S e parti di altri partiti, ha scelto di restare al suo posto in Commissione e il PD ha scelto di sostituirlo, facendone un martire della democrazia. In sintesi, un errore dietro l’altro: da una parte Mineo che fa il piccato e resiste, supportato da chi mira a sfasciare il già fragile equilibrio del nuovo PD raggiunto dopo il bellissimo risultato elettorale, dall’altro il nuovo gruppo dirigente PD che, puntando tutto su velocità e denigrazione di ogni possibile intralcio, va giù pesante come un carroarmato, toglie di mezzo l’ostacolo fastidioso e tira dritto come se niente fosse.
Il risultato anche questa volta è una figuraccia esterna, in cui si è mostrato un Partito Democratico che neanche dopo aver preso il 40% alle elezioni è capace di compattarsi e trovare un accordo interno per lavorare per il bene dell’Italia perché, come sempre, tutti sono troppo occupati dal farsi la guerra all’interno. E poco importa se la maggioranza dei cittadini pensa che si sia fatto bene a togliere di mezzo Mineo e quelli come lui che bloccano il Paese e impediscono le riforme tanto invocate al solo scopo di ottenere un po’ di visibilità personale o se invece pensa che abbiano ragione i rivoltosi e non sia quello il modo corretto di risolvere i contenziosi, perché la figuraccia fatta oggi in Senato resta identica.
La domanda che sorge spontanea da una persona iscritta al PD è se era proprio necessario arrivare a una situazione del genere e se non si potevano trovare altre soluzioni o altre forme di accordo con il gruppetto che stava minando il percorso delle riforme. Anche perché, ovviamente, tutto questo non riguarda solo i gruppi dirigenti e parlamentari, ma si ripercuote a cascata anche sui militanti e si va a riaccendere in modo molto forte uno scontro tra tifoserie, che speravamo aver superato dopo gli esiti elettorali così eclatanti.
Visto che la sostituzione di Mineo era nell’aria da un po’, i giornali lo scrivevano da giorni, possibile che questo episodio sia dovuto cadere sulle nostre teste in questo modo? Possibile che non ci fosse un altro modo, meno appariscente e meno dannoso, per contenere il dissenso? Possibile che si debba sempre procedere per strappi suscitando poi infinite polemiche (perché oltretutto la “base” è lentissima a elaborare quanto accade e profondamente incline alla lamentela)?
E, soprattutto, possibile che ancora c’è chi non si rassegna all’idea di avere perso il congresso e vuole trovare tutti i pretesti (e purtroppo ne vengono forniti) per alimentare il malumore invece che lavorare per il bene del PD?

sabato 12 aprile 2014

Il Pd che cambia l'Italia

Questa mattina al circolo PD Prato-Bicocca, abbiamo approfittato della disponibilità del senatore Franco Mirabelli, per discutere insieme delle proposte che il PD sta portando avanti al governo per cambiare l’Italia, per comprendere un po’ meglio quale Paese stiamo costruendo.
Il PD si è impegnato su più fronti ed è protagonista dell’accelerazione che c’è stata sul terreno delle riforme. – ha esordito il senatore, interloquendo con gli iscritti - Le riforme sono sempre state una questione centrale per il Partito Democratico anche perché il rapporto tra i cittadini e le istituzioni si è molto logorato e far vedere che si sta finalmente lavorando per riformare il Paese può servire per riavvicinare”. Inoltre, ha ricordato Mirabelli “l’accelerazione che si è prodotta ha creato nel Paese una grande aspettativa”. Era, comunque, un’accelerazione necessaria perché – ha segnalato il senatore PD – l’idea diffusa era ormai quella di essere di fronte all’ultima occasione: “Il risultato elettorale ci ha detto che il 30% circa dei cittadini italiani non sono andati a votare, il 25% ha scelto di votare il Movimento 5 Stelle che è una forza antisistema e altri hanno espresso simpatia per altre forze populiste a fronte del fatto che la politica e le istituzioni hanno raggiunto il livello più basso di credibilità proprio a causa dei ritardi e delle resistenze poste a ogni richiesta di cambiamento. Che è l’ultima occasione ce lo hanno detto anche tanti elettori delle primarie che o adesso si cambiava veramente oppure basta. – ha insistito Mirabelli - Oggi, serve ridare credibilità alla politica e alle istituzioni. Per questo Renzi ha scelto la velocità di azione e la semplificazione del linguaggio, per far vedere che il cambiamento lo si fa davvero. E questa velocità di Renzi ha spiazzato tutti perché nessuno ci era abituato. Ora si è avviata una stagione di riforme importanti, questo crea consenso nei cittadini ma ci sono anche molte forze refrattarie ai cambiamenti perché vedono messi in discussione i loro privilegi e non sarà semplice cambiare. Chi vuole contrastare il cambiamento spesso si inventa cose che non ci sono oppure fa intendere che da qualche parte c’è la fregatura nascosta oppure dice che il problema vero è un altro e si finisce per discutere delle invenzioni e non di cosa si è fatto davvero”.

Venendo alle riforme avviate in questi mesi, Mirabelli ha ricordato l’iter della legge elettorale, già discussa alla Camera dei Deputati e che arriverà in Aula Senato dopo la discussione sulla riforma per superare il bicameralismo perché serve realizzare una riforma costituzionale che abbia un equilibrio complessivo. In ogni caso, si tratta di una legge elettorale maggioritaria in cui chi vince governa (esattamente come aveva chiesto il PD) e si è ottenuto il doppio turno, mentre possibile oggetto di discussione diventeranno la soglia di sbarramento e la questione della percentuale di donne nelle liste che la Camera non ha risolto.

Sul tema delle Riforme costituzionali, Mirabelli ha ricordato che con il Governo Letta si è perso un anno (passando dalla discussione sui saggi alla modifica dell’art. 138 della Costituzione) e non è cambiato nulla mentre con l’arrivo del Governo Renzi tutto è cambiato e sono già stati calendarizzati molti provvedimenti e poi si dovrà lavorare anche per migliorarli e correggere ciò che non va bene.
Sbagliato, però, secondo Mirabelli, parlare delle riforme solo in termini di risparmio economico: “Dobbiamo smettere di dire che si fanno le riforme solo per risparmiare soldi perché si stanno riformando gli assetti istituzionali del Paese. - ha precisato il senatore - Le riforme costituzionali devono servire a far funzionare meglio lo Stato, non solo a ridurre i costi della politica”.
Nel merito della riforma del Senato, di cui molto abbiamo letto sui giornali in questi giorni, Mirabelli ha spiegato che alcuni senatori non sono d’accordo sulla non elezione diretta dei membri del Senato ma, se questo verrà trasformato in una sorta di Camera delle Autonomie Locali diventerà difficile fare l’elezione diretta dei nuovi senatori perché dovranno essere espressioni di rappresentanze locali. “Un ruolo diverso del Senato e dei senatori deve corrispondere anche ad una platea elettorale diversa”, ha ribadito Mirabelli.
I tempi di modifica costituzionale, comunque, saranno lunghi: ci vorranno due letture (una per ogni Camera) a distanza di sei mesi l’una dall’altra e successivamente ci sarà un referendum.

Tra le cose già approvate, invece, Mirabelli ha ricordato la legge che abolisce il finanziamento pubblico ai partiti e contiene anche alcune norme che regolamentano la struttura dei partiti e questo rappresenta un grande cambiamento.
Un altro tassello importante è quello rappresentato dal DDL Delrio con cui si è avviata la costruzione delle città metropolitane. Il DDL prevede che le province in scadenza non torneranno al voto ma diventeranno enti di secondo livello e saranno abolite le giunte provinciali (vale a dire non ci saranno assessori e consiglieri eletti). Entro giugno dovrà essere votato il Consiglio delle città metropolitane, costituito dai sindaci dei vari Comuni che vi appartengono, presieduto dal Sindaco del Comune capoluogo che non percepirà altre indennità aggiuntive, e questo poi varerà lo Statuto entro il mese di novembre.
“Non è una legge perfetta - ha commentato Mirabelli - ma intanto, dopo anni di discussione su questo tema, la città metropolitana si sta concretizzando”.

Mirabelli ha ricordato anche che il Movimento 5 Stelle non ha votato alcuna riforma di quelle portate avanti in Parlamento, con la motivazione che nulla di ciò che viene presentato a loro va bene: “La realtà è che hanno paura di un Parlamento che fa davvero le cose toglie acqua alla loro propaganda”, ha commentato il senatore PD.
Legato a questo argomento, anche la polemica degli ultimi giorni sul voto alla norma 416-ter sul voto di scambio politico-mafioso, per cui M5S ha fatto diverse bagarre in Aula. “I Parlamentari PD si sono impegnati coll’Associazione Libera per fare una legge che punisca il voto di scambio. – ha segnalato Mirabelli - Oggi si contesta il fatto che, dopo il passaggio alla Camera, si sono abbassate le pene. Però quella è una legge che prima non c’era e punisce la promessa di voti scambiati con dei favori e per questo serve farla prima delle elezioni. Spaccare così il quadro politico su questo tema fa il gioco della mafia”.

Infine, Mirabelli ha sottolineato che si stanno facendo passi in avanti anche sulle riforme economiche e sociali. Una particolarmente importante è contenuta il decreto sull’emergenza abitativa (di cui il senatore è relatore) che prevede che vengano raddoppiati i finanziamenti al Fondo Sostegno Affitti e al Fondo per la morosità incolpevole (che il Governo Monti aveva tolto e Letta aveva ripristinato) e poi norme per favorire la possibilità di trovare case a canoni contenuti (come ad esempio l’abbassamento della cedolare secca al 10% per favorire l’emersione dal nero degli affitti e sopperire al fatto che ci sono troppe case sfitte).
Un altro decreto importante sarà quello sul lavoro con cui si andrà a cambiare le condizioni dei contratti flessibili rispetto a quanto prevedeva la legge Fornero e poi arriverà il Job Act per interventi sull’apprendistato, sul contratto unico, sul salario minino e anche sul reddito di cittadinanza.
Anche nel DEF ci saranno cose di impatto economico e sociale importante, come la norma di riduzione dell’impatto fiscale sugli stipendi che consentirà di avere le 80 euro in più in busta paga (che praticamente porteranno ad una mensilità in più alla fine dell’anno) e le coperture sono individuate da alcuni tagli della spending review.
“Oggi - ha sottolineato Mirabelli - c’è un problema drammatico dell’occupazione e della tenuta degli ammortizzatori sociali. La scelta di intervenire sul cuneo fiscale e sul lavoro dipendente è perché si pensa che così si possano far ripartire i consumi”.
Sul metodo, Mirabelli ha spiegato che “Renzi tira dritto, rompe un metodo di concertazione che era considerato da tutti basilare ma oggi c’è una frammentazione tale della rappresentanza che la concertazione è complicata. Le rappresentanze intermedie, spesso, non rappresentano più molto oggi. Per questo il PD, quando fa le riforme, deve guardare all’interesse generale e mettere al centro dei provvedimenti gli interessi dei cittadini”.

Questi, dunque, gli argomenti affrontati nella mattinata, attraverso un proficuo dialogo tra il senatore e gli iscritti del circolo PD Prato-Bicocca di Milano.

mercoledì 29 maggio 2013

I gruppi dentro al PD

A leggere i comunicati stampa e le bozze di disegni di legge che vengono presentate da esponenti del PD sembra che ad agire non sia un gruppo ma una serie di gruppi, ciascuno facente capo a qualcuno: ci sono i renziani che contestano ogni cosa presentata dagli altri e ogni comunicato che firmano lo fanno evidenziando il capo a cui si riferiscono, ci sono i veltroniani che scrivono pezzi cose rintracciabili nel programma del 2007 e riprese dal nuovo libro di Veltroni, ci sono gli altri che persistono sulla linea impostata prima del risultato elettorale delle politiche e non vedono che nel frattempo è cambiato il mondo. Il risultato di tutto questo è che non appare il lavoro di un gruppo unito e omogeneo ma appare che ciascuno fa di testa sua e spesso contro gli altri.
Ovviamente tutti i comunicati stampa sono riportati tutti insieme sui siti web del partito e dei gruppi parlamentari del partito perché sono tutti ufficiali e tutti validi pur essendo l'uno in contraddizione con l'altro.
Mi chiedo se i gruppi parlamentari facciano delle riunioni per stabilire la linea da seguire e per discutere su cosa lavorare o se ognuno quando si sveglia la mattina decide da sé secondo quello che gli passa per la testa o quello che gli detta il capocorrente. Non è un bello spettacolo da vedere.
Credo che vi sia un reale bisogno di discutere alcune scelte e di trovare un percorso di elaborazione e di sbocco comune delle proposte da portare avanti ma credo anche che, alla fine delle discussioni, le proposte da presentare debbano essere omogenee e rappresentative di tutti: non può essere che ciascuno vada continuamente per la propria strada.