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martedì 10 dicembre 2019

L'odio non ha futuro

Una grande e bellissima manifestazione quella organizzata oggi dai Sindaci a Milano per Liliana Segre e contro l'odio.
Liliana Segre, sempre con il suo stile sobrio e pacato, ha lasciato un messaggio profondissimo: "Basta odio, parliamo d'amore. Lasciamo l'odio agli anonimi della tastiera. L'odio si combatte anche tenendo viva una memoria condivisa delle tragedie che le generazioni passate hanno vissuto proprio a causa della predicazione dell'odio".
Alla fine, oltre a "Bella Ciao", dalla piazza è stato intonato l'Inno di Mameli e anche questo è stato un bellissimo segnale. Non lasciamo l'inno nazionale sulle bocche dei predicatori di odio o sulle spiagge del Papeete, perché non può essere solo un loro simbolo: c'è un'Italia diversa che chiede di essere rappresentata e vuole emergere.

martedì 16 febbraio 2016

Voci della Resistenza

Qualche tempo fa, Antonio Masi (storico esponente dell'ANPI di Niguarda, Milano) mi ha regalato il suo recente libro "Voci di testimoni. 1943-1945. Da Venafro a Niguarda" che raccoglie, appunto, i racconti e le testimonianze della Resistenza.
Si tratta di un libro importante, per cui Antonio Masi e Vincenzina Scarabeo Di Lullo che lo hanno curato vanno ringraziati per il contributo di riflessione e storia che ci consegnano.
Vanno ringraziati perché dalle pagine del libro e dalle testimonianze che vi sono raccolte emergono importati momenti della storia dei nostri quartieri (Niguarda in particolare ma non solo), delle persone che li hanno abitati e vissuti e ci fanno conoscere meglio luoghi e persone che abbiamo intorno e di cui spesso abbiamo solo una vaga idea di ciò che sono stati.
Per me questo libro è un regalo bellissimo.
Io, in questi quartieri, ci sono stata trapiantata da bambina, così come ci sono stati trapiantati i miei nonni, a cui il Comune di Milano assegnò una casa popolare dopo che fu stabilito che dovevano lasciare quella di Via Larga perché il centro della città doveva essere ricostruito e adibito ad altro.
Questi quartieri li abbiamo un po’ subiti (i miei nonni erano arrivati in queste case quando intorno c’erano solo campi e nebbia) e molto vissuti ma le nostre storie vengono da altrove e, come le nostre, anche molte di quelle persone che – come i miei nonni – furono trapiantati nelle stesse case popolari ma arrivavano da altre zone di Milano.
La loro guerra e la loro Resistenza è stata fatta e vissuta altrove: ha percorso altre vie della città, altre montagne (quella dell’Emilia, dove mia nonna è nata ed è dovuta tornare sfollata).
Leggendo il libro mi sono accorta di quanto poco conoscevamo di questi quartieri, delle storie che li hanno segnati e delle persone di cui commemoriamo ogni anni la scomparsa con lapidi e corone di fiori e anche di quelli che magari sono stati vicini a noi ma non ne abbiamo mai saputo fino in fondo la grandezza del significato dei loro gesti per quanto esternamente potessero sembrare piccoli e quotidiani.
Con questo libro è stato fatto un importante lavoro di ricerca e raccolta di testimonianze: andrebbe fatto leggere a tutti coloro che arrivano in questi luoghi perché sapere dove ci trova, quale passato ha caratterizzato le strade che percorriamo quotidianamente e le fabbriche che ora vediamo chiudere e trasformarsi in altro come reperti di archeologia industriale, è materia preziosa per metterci nella giusta prospettiva per poter elaborare il futuro.
Nel libro c'è anche uno spaccato interessante che sulla Resistenza nelle aree del Centro-Sud (Molise e Campania), ben descritto e un po' diverso da quanto si legge su libri di Storia.
Dalle pagine, dalle voci raccolte emerge la volontà di un Paese che si è mosso per arrivare a costruire in modo stabile e duraturo la pace e la democrazia per riemergere dal buio. Per anni ci è sembrato che tutto questo fosse un dato acquisito, normale, scontato e, invece, oggi se ci guardiamo intorno e ci accorgiamo che c’è una parte di mondo neanche tanto lontana da noi che questa bellissima conquista se l’è dimenticata. Almeno noi, grazie ai racconti di chi ha già attraversato la tempesta, dovremmo provare a non dimenticare e a valorizzare quanto di positivo è stato fatto nel cammino della democrazia, grazie all’apporto di tanti.

venerdì 25 aprile 2014

Il 25 aprile

A me, la manifestazione del 25 aprile di quest'anno a Milano, non è piaciuta.
Vorrei che il 25 aprile tornasse ad essere per tutti la Festa della Liberazione
Negli ultimi anni, in cui al governo dell'Italia, ci sono state forze politiche di centrodestra, ho assistito con un certo stupore al dibattito intorno all'opportunità o meno di alcune partecipazioni alla manifestazione per il 25 aprile, in particolare a quella di Milano.
Ricordo ancora le vivaci polemiche sulle assenze di Berlusconi, ogni volta con delle scuse improbabili, fino a quando non decise di partecipare alla celebrazione di quella ricorrenza ad Onna, in Abruzzo, poche settimane dopo il terremoto, con la scusa di stare accanto alla gente che soffriva per aver perso tutto e tentando addirittura di cambiare il nome alla ricorrenza in "Festa della Libertà", per fini elettorali.
Ricordo gli insulti e i tira e molla di Letizia Moratti.
Ricordo moltissime polemiche inutili perché se il 25 aprile è la Festa della Liberazione la è per tutti gli italiani e gli eletti nelle istituzioni devono essere a celebrarla per rappresentare il Paese, a prescindere dal colore politico a cui appartengono. Si possono non gradire per le loro appartenenze, si possono fischiare o contestare ma il loro dovere di persone delle istituzioni è di essere presente.
Una volta la manifestazione di Milano era "la manifestazione nazionale", in cui venivano il Presidente della Repubblica, un rappresentante del Governo, le autorità cittadine e regionali. Oggi a Milano arrivano solo le autorità locali e i leader sindacali.
E' sbagliato e anche controproducente che la piazza del 25 aprile venga ridotta solo alla piazza di una parte: facendo così si sminuisce il valore di una ricorrenza storica su cui si fonda l'Italia e la nostra Costituzione.
E' anche sbagliato che il corteo del 25 aprile si trasformi in una sorta di succursale di quello del 1 maggio, con tanto di comizio sindacale conclusivo.
Senza nulla togliere ai problemi sempre più gravi dei lavoratori e alle altre esternazioni di vario genere, personalmente non ho gradito le reinterpretazioni "attualizzate" della Resistenza perché le trovo offensive verso chi ha vissuto quella vera e trovo scorretto che si usi il pretesto di quella manifestazione - che è importantissima guardando alla storia dell'Italia - per parlare di cose pure importanti ma che con quella ricorrenza non c'entrano. 
Anche quest'anno, la discussione si attorcigliata sull'opportunità o meno di dare la parola ai politici sul palco e, essendo in fase di campagna elettorale, l'ANPI (che organizza la manifestazione) ha ritenuto opportuno di no.
Al di là della comprensibile esigenza di porre al riparo dallo scontro elettorale di una così importante ricorrenza, a mio avviso, il risultato non è altro che una delegittimazione della politica e un tenerla lontana da quello che realmente è il suo posto. Gli esponenti politici, quando rappresentano le istituzioni, hanno il dovere di esserci, tanto più durante le celebrazioni così importanti e hanno il dovere di intervenire in rappresentanza di ciò che rappresentano perché altrimenti viene meno il loro ruolo. Che senso ha vedere quella sfilata di disoccupati, sindacalisti, No-Tav, centri sociali, pezzi di partiti della sinistra, reduci veri della Resistenza e arrivare in una piazza dove a prendere la parola, oltre al Presidente ANPI, sono soggetti che sono lì non si sa bene a rappresentare chi e cosa? Perché devo sentir parlare un'illustre ricercatrice dal palco del 25 aprile o una leader del sindacato e non posso sentir parlare il capo del Governo o il Presidente della Repubblica o quello della Regione che rappresentano il Paese (o almeno hanno il compito di rappresentarlo)? E pazienza se il discorso della ricercatrice o della sindacalista è più bello o più riuscito ma non è quello il contesto in cui si devono esprimere perché in quella data siamo lì a celebrare altro e a ricordare altro.
E affinché i valori di quello che siamo lì a celebrare siano condivisi, e non restino di una parte sola (per altro un po' litigiosa, dove un pezzo ne insulta un altro, come è avvenuto nell'ultimo corteo milanese), vi è la necessità che quella piazza si apra, sia meno settaria e faccia parlare chi rappresenta la nazione, anche a livello istituzionali.
Non si diffonde il senso della Resistenza se si lascia quella piazza in mano a cortei arrabbiati lontani anni luce dal sentire del Paese. Non si fa il bene dell'Italia se si esclude la politica anche dalle celebrazioni istituzionali che sono le sue sedi proprie, delegittimandola con la scusa che è in corso una campagna elettorale.
Per il prossimo anno, auspico una piazza diversa, più aperta, meno arrabbiata, più attenta a cos'è stata davvero la Resistenza e degli interventi attinenti al tema e di persone che rappresentino l'Italia.