mercoledì 9 novembre 2016

Leopolda 7

A questa edizione della Leopolda sono finalmente riuscita ad andare anch’io. Ci sono andata per curiosità, per vedere chi c’è e che si dice lì dentro, quanto c’è del PD e quanto c’è di altro.
L’impressione complessiva è di essere dentro ad un grande show: bello e studiato in ogni suo particolare.
Un format che si è evoluto molto, mi spiegavano persone che sono state presenti fin dagli esordi, per dare vita ad un appuntamento che è cresciuto in partecipazione e in prospettive nel corso del tempo ma che ha anche visto cambiare il ruolo dei propri protagonisti: oggi Renzi non è più un coraggioso esordiente della politica che vuole rovesciare le poltrone agli inamovibili ma è il Presidente del Consiglio e così molti altri suoi amici e compagni di avventura.
Molto positivo e propositivo il clima: sorridenti i presenti, contenti di essere lì; non le facce serie da convegno politico ma i volti allegri di chi partecipa ad un evento festoso.
Dal palco si sono alternati novità (come il medico di Lampedusa Piero Bartolo e l’attore Alessandro Preziosi) e habitué (Farinetti, Nesi), qualche ritorno (Giorgio Gori e Matteo Richetti) e soprattutto molti “nessuno”, in prevalenza giovani e poi rappresentanti dei vari mondi (imprese, mamme, studenti, amministratori locali).
Tutti hanno portato se stessi e le proprie esperienze ponendosi al pubblico come esempio positivo, ciascuno per il proprio ambito e, poi, ovviamente, tutti gli interventi erano volti anche a esplicitare le ragioni del sì alla Riforma Costituzionale, applicandola ciascuno al proprio contesto (molto apprezzata l’appassionata Teresa Bellanova, dal sindacato al Ministero dello Sviluppo Economico, che ovviamente ha parlato delle battaglie portate avanti dal Governo e dei risultati ottenuti in termini di lavoro).
Alla Riforma Costituzionale è stato dedicato anche l’intero pomeriggio del sabato, in cui Boschi e Richetti si sono calati nelle vesti di presentatori e, con l’aiuto di costituzionalisti, hanno smontato le “bufale” che diffondono i sostenitori del No. Sembrava di assistere ad un spettacolo televisivo, con politici perfettamente a loro agio nei panni di intrattenitori.
Nella mattinata, invece, si erano fatti i tavoli di lavoro con esperti e politici, diventati un po’ un must della Leopolda dopo il successo avuto in una passata edizione.
La giornata conclusiva della domenica è stata decisamente presa d’assalto: tutti gli spazi dell’ampia ex stazione erano superaffollati di giornalisti, politici, fans e curiosi ed è stata un continuo di crescendo di interventi a ritmo sostenuto fino all’arrivo del momento di Renzi (preceduto da un black out causato dal temporale).
Non è semplicissimo cogliere tutto in quanto gli spazi della Leopolda sono davvero molto grandi e non tutti sempre accessibili (per ragioni di sicurezza, dato che si era in presenza di Ministri) ma comunque sempre affollati e anche districarsi tra la folla per spostarsi da un punto all’altro dei saloni poteva essere complicato.
Complessivamente si è trattato di un grande evento, con tanto di gadget da poter acquistare, non necessariamente legato al PD ma fortemente legato a Renzi.
Per questo, sbaglia chi si indigna per cori o altro contro esponenti del “partito” perché la Leopolda non è l’Assemblea Nazionale del Partito Democratico, tanto che di politici, pur essendo presenti in massa, hanno parlato in pochissimi dal palco (e il miglior intervento è stato quello di Debora Serracchiani, in conclusione della giornata del sabato) e chi vi partecipa non necessariamente è parte anche del PD o magari ci è entrato da quando c’è Renzi e cercando dentro ciò che trova alla Leopolda. I due contenitori si mischiano a volte ma non sono la stessa cosa.
In generale, al di là delle polemiche uscite sui quotidiani, all’interno si respirava un clima positivo e c’erano persone propositive, con molta voglia di impegnarsi e di mettersi in gioco.

martedì 1 novembre 2016

Le estetiste cinesi

Le estetiste cinesi sono meravigliose.
Lo hanno capito in tante perché tante sono le donne (giovani e non) che vanno a farsi fare la manicure o altri trattamenti estetici dalle cinesi.
Non è il costo a fare la differenza con le estetiste italiane, anzi, su alcune cose costano di più le cinesi.
E' che le cinesi sono proprio brave!
Non sono improvvisate, non sono parrucchiere prestate alle cerette o alle manicure, non sono svogliate che si sono dovute inventare un lavoro: sono proprio artiste delle manicure e di altri trattamenti, per i quali utilizzano strumenti professionali appositi (in alcuni casi anche più igienici come le cerette con ricambi usa e getta) e i capolavori che compongono sulle unghie delle clienti con smalti e pennellini sono bellissimi.
E poi le estetiste cinesi sono aperte in orari in cui chi esce dagli uffici e finisce di lavorare trova il tempo di andarci.
Ovviamente, auspico che le cinesi possano avere dei giorni di riposo, come tutti i lavoratori. Però, in generale, sono dell'idea che viviamo in una società in cui i ritmi sono cambiati e occorre trovare la formula migliore per garantire a tutti ciò che serve e apprezzo negozianti e professionisti che sono aperti quando altri escono dagli uffici, magari sperando che poi possano restare chiusi in altri momenti.
Ricapitolando, quindi, non è vero che si va dalle cinesi perché costano poco: ci si va perché sono brave e perché sono aperte in orari in cui gli altri sono chiusi.

mercoledì 19 ottobre 2016

La legalità nelle imprese

Questa mattina Assolombarda ha presentato un "toolkit" per aiutare gli imprenditori a riconoscere i tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata nelle imprese e cercare di contrastarli. Il progetto è nato per cercare di far fronte alla preoccupante crescita della presenza delle organizzazioni criminali al Nord, anche in ambiti non tradizionalmente interessati dal fenomeno. La tesi di fondo è che criminalità organizzata ha affinato le proprie tecniche di avvicinamento degli imprenditori e di infiltrazione nelle imprese e non tutti sono in grado di riconoscerli o di rendersi conto del reale pericolo in cui incorrono (compresa la perdita dell'azienda), per cui si è cercato di fornire qualche strumento di supporto.
Oltre al problema etico, stamattina, i relatori hanno posto l'attenzione sul tema economico perché la criminalità organizzata costituisce un elemento di concorrenza pesantissima per le aziende che invece si muovono nell'ambito della legalità.
Due i problemi che sono emersi in modo chiaro: innanzitutto gli imprenditori devono aver chiaro che le mafie non sono agenzie di servizi ma sono elementi pericolosi con cui una volta avviato un rapporto è per sempre e porta alla sottrazione dell'azienda e poi vi è anche la difficoltà degli imprenditori a rapportarsi alle forze dell'ordine, in quanto molto spesso parlano linguaggi diversi e vedono i problemi da ottiche diverse, per questo occorre un po' piu' di supporto in alcune situazioni delicate.

lunedì 17 ottobre 2016

L'America e il suo ruolo nel mondo

Questa sera alla Fonderia Napoleonica si è parlato d'America e della campagna elettorale in corso con giornalisti, politici (italiani e stranieri) e industriali.
Ho apprezzato molto l'intervento del giornalista Paolo Di Giannantonio che ha ricordato che questa campagna elettorale si basa quasi esclusivamente sulla distruzione dell'avversario e non delle idee ma ha segnalato anche che ormai purtroppo tutto cio' avviene in tutti i sistemi democratici. Di Giannantonio ha poi evidenziato che gli Stati Uniti sono sempre stati un faro per tutto il Pianeta ma oggi, come dimostra anche la campagna elettorale in corso, non hanno una visione che possa fare da riferimento al mondo: non c'è un sogno, una speranza o un disegno che possa partire da lì per arrivare a tutti gli altri Paesi, come è più volte avvenuto in passato.
Interessante è stata anche l'analisi dei rapporti internazionali: Di Giannantonio ha chiarito che oggi le economie dei vari Paesi sono interconnesse e non ha senso innescare delle dinamiche da guerra fredda. Come suggerimento per il futuro, Di Giannantonio ha detto che occorre incalzare politici e filosofi affinché ci sia più politica perché è di questo che c'è bisogno.

giovedì 13 ottobre 2016

L'assenza di politica nella campagna elettorale U.S.A.

Da settimane, seguendo la campagna per le elezioni americane sui telegiornali e sui quotidiani italiani, sembra che tutto si giochi sugli scandali sessuali e sessisti di Trump. 
Non che non sia importante un comportamento consono da parte di un futuro Presidente ma mi pare grave se il Paese più importante e più potente del mondo non ha altro da proporre per il suo futuro se non una diatriba a sfondo sessuale. 
Durante la campagna elettorale per Obama si parlava di cambiamento, di speranza, di riscatto sociale per le classi deboli. A prescindere da come sia andato poi davvero il mandato di Obama, oggi c'è un mondo che esplode e che porta con sé un proliferare di conflitti interni ed esterni agli Stati che necessitano di classi dirigenti in grado di gestirli con competenza, correttezza ed equilibrio. 
Mi aspetterei che il Paese più potente del mondo discutesse di questo nella sua campagna elettorale: mi pare che il rapporto tra Stati Uniti, Russia e Europa o quale futuro per la Siria, l'Iraq, l'Afghanistan o il come costruire una crescita globale più rispettosa dell'ambiente o il come evitare che le disuguaglianze producano conflitti sociali o il come globalizzare anche i diritti siano questioni più importanti e più interessanti rispetto alle vicissitudine sessuali di Trump o al fatto che Hillary è la prima candidata donna alla Presidenza. 
Non so cosa si dica sui media americani ma mi piacerebbe che in Italia, quando si parla delle elezioni in U.S.A., si parlasse un po' di più di America e delle scelte politiche dei due candidati (che oltretutto hanno visioni diversissime ma che continuano a essere messe in secondo piano rispetto ad argomenti da gossip).

martedì 11 ottobre 2016

L'eccellenza lombarda

Anche oggi ho buttato via una mattinata (dalle 7:45 alle 13:00) vagando da una sala all’altra di una struttura sanitaria pubblica e, come me, tutti gli altri numerosi presenti. Forse nella sanità pubblica pensano che abbiamo tutti un sacco di tempo da perdere.
Il medico aveva suggerito di far visitare mia madre da un pneumolgo di Villa Marelli (struttura che da qualche tempo dipende dall’Ospedale di Niguarda) perché “lì sono esperti e sono più bravi” e ci aveva suggerito di presentarci là direttamente con le richieste alla mattina verso le 7:30 per fare esami e visita con “accesso diretto”.
Lo abbiamo fatto venerdì scorso: siamo arrivate alle 7:30 a Villa Marelli (con grande fatica di mia madre per essere sveglia e pronta presto) e ci hanno detto che gli accessi diretti di quel giorno erano solo 10 e li avevano già terminati, con numeri distribuiti appena aperto il portone alle 7:00 a persone in coda fuori dalle 6:30. Una cosa folle.
Qualche anziana tra le presenti ci ha spiegato che è la prassi e che, essendo venerdì, tanti medici erano già via per il week end e, quindi, i numeri per l’accesso diretto erano pochi e ci ha consigliate di metterci in coda per un appuntamento ma “pubblico” perché “privato” poteva costare anche 200 euro e comunque l’esame non lo avrebbero fatto lo stesso quel giorno perché era venerdì e c’era il week end.
A quel punto abbiamo atteso due ore in coda per ottenere una prenotazione che è stata fissata per le 8.20 di questa mattina “ma mi raccomando, venite un po’ prima che dovete passare qui dall’accettazione”, ci ha precisato l’addetto.
Stamattina abbiamo fatto un’altra inutile alzataccia per arrivare a Villa Marelli alle 7:45. Purtroppo l’appuntamento per oggi dovevano averlo dato a tutti quelli che hanno saltato sia il venerdì che il lunedì per consentire ai medici di farsi un bel week end perché la sala di attesa dell’accettazione era affollatissima e gli sportelli lentissimi.
Avevamo 19 numeri davanti e siamo riuscite a superare lo step alle 10:15 ma ci siamo subito fermate nella sala di attesa gelida di aria condizionata per la lastra: un’altra ora e un quarto di attesa per passare pochi numeri (siamo arrivate che il display segnava il 24 e noi avevamo il 31) e, mentre i minuti passavano, anche le persone aumentavano.
Alle 11:35 siamo uscite da radiologia e ci siamo sedute nella sala di attesa del pneumologo. Un’infermiera si è accorta che fotografavo il cartello con scritto che l’orario dell’appuntamento in realtà serviva solo a stabilire l’ordine di chiamata (non che non lo avessi capito visto che il nostro appuntamento era per le 8:20 e alle 11:35 ancora eravamo in attesa) e mi ha chiesto se c’era qualche problema. Alla mia risposta, ha allargato le braccia e ha suggerito di presentare una segnalazione: “abbiamo pochi medici e facciamo fatica, da qualche anno anche noi lavoriamo male ma nessuno raccoglie le segnalazioni che facciamo”.
Abbiamo atteso venti minuti, poi il pnuemologo ci ha ricevute, ci ha chiesto un paio di cose per aggiornare la cartella clinica e ha detto che era necessario fare due esami per verificare il respiro e, quindi, dovevamo tornare all’accettazione con la richiesta che ci avrebbe lasciato e ritornare da lui con i risultati.
All’accettazione era il caos, abbiamo atteso un’altra mezzora e nell’attesa stavano arrivando anche tutte le altre persone che avevano fatto lo stesso nostro percorso. “Sa signorina, qui paghiamo ticket per ogni esame, si vede che hanno convenienza a farci spendere tutti questi soldi perché ogni volta che si viene qui si finisce per passare dall’accettazione tre volte”, mi ha detto un’anziana in attesa che tornasse il figlio che era uscito a allungare il pagamento per l’auto parcheggiata.
Nella sala di attesa per gli esami eravamo di nuovo tutto il gruppo al completo ma molto più incavolato per tutte le ore e i giri persi lì dentro. Siamo salite dal medico che era già ora di pranzo, con gli infermieri di fretta che non vedevano l’ora di andare in pausa. Il medico - persona simpatica, divertente - ha aggiornato la scheda e non ci ha detto niente. Alla fine ci ha detto un generico “va bene, non ci sono novità”. Non una valutazione dei sintomi, non uno sguardo a di che entità era il problema di mia madre o al grado della terapia che sta svolgendo… Nulla. Una mattina buttata per sentirci dire niente.
Con l’aggiunta che quando ho guardato che la scheda che ci hanno consegnato da portare al nostro medico, tra le voci che descrivevano mia madre, c’era scritto “Etnia: Sud Indiana”. Mia madre bionda con gli occhi verdi Sud Indiana?! Dato evidentemente rimasto nel computer dalla paziente precedente ma almeno fare attenzione, no?!
Ovviamente, tutto questo è capitato a me oggi ma capita anche tutti gli altri giorni e capita a tutti perché in quelle strutture (che una volta erano l’eccellenza dal punto di vista medico e chissà se lo sono ancora) ci vanno tutti: anziani affaticati da acciacchi ed età, persone con patologie serie, adulti che avrebbero dovuto essere al lavoro ma che stavano lì ad accompagnare anziani genitori, studenti… è inaccettabile che per fare un esame e una visita si debbano perdere una mattina e mezza.

giovedì 6 ottobre 2016

Roma dimenticata

Da un po' di mesi a questa parte leggo sui giornali che a Roma succede di tutto: mezzi pubblici che non arrivano, spazzatura ammassata in ogni posto della città, degrado, stupri di turiste...
Su tutto questo, però, non mi è ancora capitato di leggere sui giornali una parola della Sindaca.
Le uniche cose per cui sento esprimere la Raggi è per parlare di se stessa (il figlio, i giornalisti che la importunano, i suoi impegni, la cellulite...), della difesa della Muraro, degli assessori che doveva nominare "presto" e non trovava mai, del Movimento Cinque Stelle e di problematiche interne a loro...
Mi manca il punto di vista della Raggi su Roma e non parlo del suo affacciarsi in lacrime dal balcone del Campidoglio o della sua pausa sul tetto con vista sul Foro Romano ma parlo della sua visione della città che dovrebbe amministrare. L'unica cosa che ha detto su Roma è stato il No alle Olimpiadi perché sarebbero la vittoria dei palazzinari e della corruzione (come dire che lei non è capace di evitare tutto ciò).
Altro non è pervenuto.
I suoi colleghi di giunta o di Movimento fanno altrettanto: troppo presi dal discutere di nomine, di indagini che li riguardano, di direttorio, di Grillo che torna in scena per distrarre l'attenzione dal loro vuoto cosmico.
Pochi anni fa a Roma il centrosinistra perse le elezioni anche sull'onda emotiva di uno stupro brutale ai danni di una donna avvenuto in periferia; certo era una signora che contava e rincasava la sera non una povera turista sconosciuta o sprovveduta che usciva da una discoteca con un balordo travestito da uomo per bene, però l'indignazione per la gravità dell'accaduto e l'orrore per la brutalità del modo furono unanimi.
Oggi c'è silenzio. Silenzio di tutti e su tutto. Silenzio delle istituzioni, soprattutto, e della Sindaca sul degrado, sulla sicurezza, su Roma.
Come se le uniche cose importanti fossero il Movimento di cui la Sindaca fa parte, la sua giunta e le loro problematiche personali e legali. La città non esiste più, è sparita o forse non è mai entrata nell'agenda.

venerdì 29 luglio 2016

L'aggiornamento di Windows10

Ieri sera, dopo tante segnalazioni, mi sono decisa a scaricare Windows10. Ci sono stata dalle 21.30 alla 1.30 di notte. Oggi scadeva la possibilità di averlo gratuitamente e ho pensato che era meglio farlo e se ci sono riusciti tutti senza problemi perché non avrei dovuto riuscirci io?! Eh... già, perché?!
Il computer ha fatto le sue cose da solo; alla 1.30, quando ha finito di scaricare e si è avviato, ho fatto un rapido giro di perlustrazione e mi sembrava che fosse tutto ok.
Mi sembrava anche più bello di prima. Poi ho chiuso tutto regolarmente.
Stamattina il computer non si avvia più. Segnala un imprecisato errore e non c'è modo di farlo partire.
Premesso che sono contraria a questa mania degli aggiornamenti continui e dell'autogestione dei sistemi operativi e che non capisco perché vengono dati da fare se poi mandano in tilt gli apparecchi anziché farli funzionare meglio, qui proprio non mi capacito del fatto che si è chiuso bene con tutto e ora neanche parte. E' un computer relativamente nuovo (del 2014) e ancora in garanzia, peccato che della garanzia non me ne faccio niente perché quel computer mi serve per lavorare e mi serve in fretta. Lì dentro ho tutto il mio lavoro, compreso un file impostato ieri controvoglia e che avrebbe dovuto farmi da base per le prossime settimane. Cosa me ne faccio di una garanzia (pagata) che si realizza con il riportare il computer nel negozio in cui l'ho preso, il quale lo rimanda alla casa di produzione, dove quando hanno tempo ci guarderanno e poi lo riporteranno al negozio e se sono fortunata mi torna in mano tra un mese?
E' ovvio che garanzie così sono inutili o vanno bene per chi il computer ce l'ha per gioco o per hobby e non per lavoro. A me ora tocca chiamare qualche smanettone a pagamento e sperare che capisca come risolvere il problema.
Sempre che prima non decida di tirare una martellata al computer.

mercoledì 27 luglio 2016

Un’intera mattina persa all’ospedale

Un’intera mattina persa all’ospedale di Niguarda.
Appuntamento di mamma alle 8.00 per “prelievo + prima visita” ma già avvisate che il medico comunque sarebbe arrivato intorno alle 9:00.
Nel salone pieno, un’infermiera gira come una trottola e un signore vaga in camice bianco. Fermo lui perché fermare lei è difficile, in quanto corre molto. Lui sembra ancora nel mondo dei sogni, a fatica mi dice di andare a prendere il numerino senza dirmi bene per cosa.
Una signora in attesa ci sente, si avvicina e mi spiega lei cosa fare.
Guardo il bigliettino uscito dal totem e penso che siamo fortunate: abbiamo il n.3, dovremmo fare presto.
Non finisco neanche di pensarlo che l’infermiera folletto corre in sala e ci dice che è tutto bloccato: si è piantato il sistema informatico e l’ospedale è in tilt, non si può fare niente finché non viene ripristinato tutto.
Qui comincia una lunga serie di incazzature.
Dopo un po’ ci dicono che sono arrivati i tecnici ma che per ripristinare il sistema ci vorrà un’ora se tutto va bene, nel frattempo l’infermiera folletto chiama i “lavoratori” che, giustamente, hanno diritto di precedenza. E qui già si comincia a capire che il numerino uscito dal totem vale poco.
Dopo un po’ di caos, di gruppi che vengono portati dentro e poi di nuovo fuori, riesco a intercettare l’infermiera folletto e chiedo cosa deve fare mia mamma.
L’infermiera ci spiega che dobbiamo fare tante cose, quindi, ci dobbiamo muovere subito, ci imbuca alla accettazione e poi ci porta via insieme a un gruppo. Prende tutte le nostre carte e sparisce.
Nel frattempo il sistema operativo torna a funzionare ma il caos non si ferma.
Dopo un bel po’ di tempo, l’infermiera torna da noi: il prelievo fatto lunedì non va più bene perché le pastiglie che prende mia mamma possono aver cambiato molte cose, per cui si torna all’accettazione (imbucandosi in mezzo alla fila) e si fa una nuova richiesta, la si riconsegna e poi mia mamma viene imbucata a fare una prova di coagulazione del sangue. Mamma esce ma dimentica di prendersi il foglietto con il risultato. Ci sediamo in corridoio e stiamo lì tutta la mattina.
Davanti ci passano di tutto: lavoratori, anziani, imbucati che devono solo chiedere una informazione e che stanno dentro mezzora… Prima del nostro inutile numero 3 passano il 54, il 63 e molti altri, infilati a caso a seconda di ciò che passa per la testa dei medici presenti (due, uno per le prime visite e uno che prescrive le terapie senza guardare i pazienti di lungo corso).
Mamma non ha fatto colazione ma il bar non è vicino e nessuno sa dirci verso che ora ci chiameranno, per cui è complicato spostarsi. Il corridoio e il salone hanno anche l’aria condizionata piuttosto freddina, per cui chiedo a mamma se vuole qualcosa di caldo dalle macchinette ma dice di no perché se beve le viene voglia di fare pipì e non si sa mai che ci chiamino mentre siamo in bagno.
L’infermiera folletto riappare in tarda mattinata e cerca il foglio del prelievo che mia madre non ha preso. Lo recupera, lo porta dentro alla stanza dei medici e poi scompare con altri gruppi.
Il nostro turno di visita arriva alle 11:40 e dopo svariate lamentele. Entriamo in una stanzetta dal clima polare con una cafona che neanche ci guarda in faccia quando entriamo e continua serenamente a scrivere al computer. Dopo cinque minuti che siamo in quel Polo Nord in cui mancano solo i pinguini, la cafona alla scrivania alza la testa dalla tastiera e chiede a mia mamma il suo percorso medico.
Non riusciamo a dire neanche tre frasi che suona il telefono dello studio e la dottoressa, non solo risponde, ma resta attaccata alla cornetta per 10 minuti a dispensare consigli ad una collega incapace di curare una paziente a cui pare che gli esami vadano male.
Non so cosa mi trattenga dall’urlarle dietro, forse il freddo della stanza che mi ha congelato la lingua, oltre a farmi venire voglia di andare in bagno.
Poi finalmente la telefonata finisce, la maleducata riprende in mano le carte di mia mamma e dice: “mi stava dicendo della recidiva al fegato”…
Io e mia madre ci guardiamo come a chiederci se questa qui è scema: nessuno ha mai nominato il fegato e sulle carte presentate non è mai citato.
Sto per rispondere che il fegato è quello della paziente della sua collega con cui è stata al telefono oltre 10 minuti e che adesso ne abbiamo veramente abbastanza.
Poi la svampita si riprende, rilegge le carte, scrive una terapia valida fino alla prossima settimana e ci saluta. Alle 12:15 usciamo dalla stanza dei pinguini.
Cioè, ci hanno tenute in ospedale dalle 8.00 alle 12.15 per un prelievo di due minuti con esito immediato e una visita di 35 minuti con dentro 10 minuti di telefonata altra.
Se la prossima settimana al controllo succede lo stesso caos, pianto una scenata che rivolto l’ospedale.

mercoledì 20 luglio 2016

Dopo Expo, EXPerience

Dopo Expo è arrivata EXPerience.
Il nome è bello, evocativo e promette molto, il sito web anche e annuncia una serie di eventi e aperture programmate di spazi e iniziative.
La realtà è molto diversa.
Gli orfani di Expo ma anche quelli che in Expo non erano riusciti ad arrivare, scoraggiati dalle lunghe code degli ultimi mesi e dai costi alti dei biglietti, ci vanno con la voglia di ritrovare un po’ di ciò che hanno vissuto o visto nelle immagini televisive.
Quello che si trova, però, soprattutto per chi ha vissuto Expo, ha visto i Padiglioni, la gente, il caos, la “festa” e quell’atmosfera un po’ da parco dei divertimenti, ora si trova davanti uno scenario abbastanza desolante e deprimente.
Desolante perché c’è davvero poco niente e anche quello che c’è non sempre è accessibile. Quando si arriva, con tanta emozione e curiosità di rivedere i luoghi che sono stati al centro del mondo per sei mesi, ci si trova davanti il vuoto assoluto: niente folle, varchi aperti, niente musica o annunci dagli altoparlanti che ti invitano a partecipare a qualcosa, nessuna possibilità di ripercorrere alcuni tratti del Decumano (sebbene molte strutture di ex padiglioni siano ancora lì ma transennate). Ci sono solo molti gentilissimi operatori che indicano il percorso esterno o la navetta per arrivare al Cardo, dove ciò che resta aperto si concentra.
Chi si incammina a piedi dall’ingresso della Metropolitana di Rho si affatica inutilmente: la strada che si può percorrere è quella totalmente esterna al sito espositivo. Dalle recinzioni si intravedono il retro di padiglioni, lavori in corso, alberi e canali ma decisamente non ha senso incamminarsi a piedi tra il niente e il cemento: molto meglio sarebbe stato incamminarsi lungo il Decumano ma i cantieri in essere non lo rendono possibile.
Chi arriva dall’ingresso di Roserio, invece, può percorrere a piedi il tratto di Decumano che lo conduce al Cardo. Non c’è molto da vedere: tutto è recintato da teli che preannunciano cose che saranno ma non sono, palizzate con sopra disegni di Street Art, panchine vuote sparse; eppure in quel piccolo tratto di niente in via di smantellamento si ritrova un po’ di ciò che è stato e fa una certa impressione trovarlo così deserto e morto, dopo che è stato vivacissimo e colmo per mesi interi.
Un altro accesso con percorso interno è quello accanto alla Cascina Triulza ma dà sul parcheggio del Carcere di Bollate, quindi, è solo per chi arriva in macchina. Da qui si arriva all’area della Cascina e agli spazi dedicati ai bambini. Per raggiungere il Cardo, si può camminare lungo il retro dei padiglioni, costeggiando il canale (ormai ridotto ovunque a stagno degradato) ed è facile incontrare gli operatori pronti a dare indicazioni o a verificare che qualcuno non tenti di intrufolarsi altrove.
L’area “viva” è quella del Cardo, dunque, e l’ingresso più prossimo è quello di Merlata (ci si arriva con navetta o con l’auto, visto che il parcheggio funziona).
Il primo impatto, comunque, è deprimente: anche qui non ci sono le folle ma non ci sono neanche le attività. Tutto è morto, vuoto, silenzioso. Nessuno spazio ha riaperto: non un bar, non un ristorante… a vendere hamburger e patatine sono posizionati due furgoncini e poco distante ce n’è un altro che vende bibite e gelati. Solo lo scorso week end ha riaperto il Mc Donald (proprio il suo padiglione, sul fondo del Decumano), che offre un po’ più di varietà culinaria e sparge musica nel nulla che c’è intorno.
Sempre sul fondo del Decumano c’è uno spazio “disco” con tre furgoncini reduci dal padiglione americano e musica fantastica (di quella che si sentiva sulla terrazza del Padiglione USA) a tutto volume, ma è un’area imboscata dietro l’ex cluster di Bolivia-Zimbabwe-Togo-Haiti, quasi introvabile e, forse anche per questo, totalmente vuota. Attorno ci dovrebbero essere l’area sportiva e la spiaggia, o almeno questo è ciò che sta scritto sugli striscioni appesi alle recinzioni, in cui viene anche indicata come data di apertura quella del 15 luglio, già passata e senza che quelle aree potessero essere agibili, in quanto ancora con la terra smossa e in rifacimento. Chiedendo agli operatori viene indicata come nuova possibile data di apertura quella del 29 di luglio… un po’ tardi se si considera che l’area doveva essere utile a chi passa le ferie in città ma evidentemente non è semplice portare a compimento i lavori necessari e, forse, qualcuno comincia anche ad avere il sospetto che non ne valga la pena. A dirlo a mezza voce è uno degli operatori: “Non vede signorina? Siamo più noi che visitatori. – mi ha detto, mentre aspettavo la navetta del ritorno, indicando la moltitudine di soggetti con pettorina gialla luminescente seduti attorno al chiosco degli hamburger – Qui tornano tutti quelli che sono stati a Expo perché vogliono rivedere i posti dove sono stati ma poi non trovano niente e rimangono delusi”. Ed è così, la prima volta che si torna e si vede tutto quel niente ci si rimane proprio male e neanche si capisce tanto bene il perché è finita così: “Hanno detto che ci facevano un parco estivo ma come mai non lo hanno portato a termine? – ho provato a chiedere – Lungo il Cardo le strutture di bar e ristoranti e servizi erano già fatte, sarebbe stato sufficiente mettere la gestione a gara oppure rinnovare i contratti a quelli che le gestivano prima, ci sarebbe stata un po’ più di vita”. “Forse ci hanno provato ma non hanno trovato nessuno che voleva prendersi il rischio di continuare. Oppure semplicemente non ci sono riusciti per via dei tempi di rifacimento”, ha risposto perplesso il mio operatore.
E questi sono i veri dubbi di fondo che aleggiano nella mente mentre ci si incammina negli spazi grandi e deserti del dopo-Expo: che senso ha aprire un parco estivo quando visibilmente manca tutto? Se le possibilità non c’erano, forse era meglio lasciare perdere oppure, molto banalmente, bastava evitare i grandi annunci e dire solo ciò che effettivamente si sarebbe trovato una volta arrivati lì.
Ci sono, comunque, due punti di interesse dei visitatori: le “mostre” della Triennale (due padiglioni a lato del Cardo con in mezzo un “Orto Planetario” e due chioschetti per gelati e frullati) e Palazzo Italia con davanti l’Albero della Vita.
Entrare dentro a Palazzo Italia senza un briciolo di coda è qualcosa che dà una soddisfazione enorme e poco importa se le mostre dentro sono diverse da quelle che c’erano con Expo: va più che bene così e i saloni degli specchi, in cui tutti si divertono a farsi i selfie anziché capire cosa si sta proiettando, sono più che sufficienti per chi di Expo aveva già visto quasi tutto il resto.
Così come il fermarsi a riposare sotto l’Albero della Vita (in cui si può anche arrivare fino all’interno, dove dei tabelloni mostrano foto degli spettacoli e ne spiegano storia e funzionamento) è qualcosa che continua a piacere a tutti. Peccato che sono state rimosse tutte le panchine dalla Lake Arena e si è obbligati a sedersi sul cemento. Il primo impatto con quel che resta di Expo, dunque, come experience è davvero poco gratificante.
Al secondo giro, forse anche perché si arriva con meno aspettative, l’impressione è un po’ meno desolante: si comincia a prendere confidenza con il vuoto e il silenzio, si comincia a girare tra quel che c’è per capire cosa è rimasto e cosa è cambiato, si vedono le ninfee fiorire meravigliose negli stagni, si ascolta il fruscio dell’acqua e del vento che corre vicino ai canali, si prende il sole e il caldo degli spazi aperti, si prende il freddo dell’aria condizionata dei pochi spazi espositivi disponibili, si prova a sbirciare tra le grate delle recinzioni, si sentono le ranocchie nelle retrovie che portano alla Cascina Triulza, si prova a ripercorrere i tratti di Decumano e i corridoi laterali dove sono accessibili. Insomma, ci si ambienta e, quando ci si stanca, ci si va a sedere sul cemento dei gradini della Lake Arena a guardare l’Albero della Vita.
Niente a che fare con ciò che è stato Expo, quindi, e per ora neanche con un parco estivo ma, per tutti gli orfani dell’Esposizione Universale, qualche giro ad EXPerience si può anche farlo.