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sabato 1 maggio 2021

Lo sviluppo di Milano

Qualche anno fa, il Primo Maggio a Milano veniva inaugurato Expo 2015, un evento che ha contribuito enormemente allo sviluppo della città, alla sua internazionalizzazione e l'ha resa attrattiva oltre che per il mondo degli affari anche per il turismo. Expo, inoltre, è stato un evento bellissimo: sono andata 17 volte a vedere i padiglioni, camminare lungo il decumano, riposarmi sulle altalene dell'Estonia o alla spiaggia della Lindt, mangiare le patatine del Belgio, ballare sulla terrazza del bar dell'America... Conservo oltre 7000 foto. 
Oggi quel luogo è in trasformazione e diventerà un importante polo per la scienza e la ricerca e auspico che possa nuovamente proiettare Milano nel futuro. 

mercoledì 20 luglio 2016

Dopo Expo, EXPerience

Dopo Expo è arrivata EXPerience.
Il nome è bello, evocativo e promette molto, il sito web anche e annuncia una serie di eventi e aperture programmate di spazi e iniziative.
La realtà è molto diversa.
Gli orfani di Expo ma anche quelli che in Expo non erano riusciti ad arrivare, scoraggiati dalle lunghe code degli ultimi mesi e dai costi alti dei biglietti, ci vanno con la voglia di ritrovare un po’ di ciò che hanno vissuto o visto nelle immagini televisive.
Quello che si trova, però, soprattutto per chi ha vissuto Expo, ha visto i Padiglioni, la gente, il caos, la “festa” e quell’atmosfera un po’ da parco dei divertimenti, ora si trova davanti uno scenario abbastanza desolante e deprimente.
Desolante perché c’è davvero poco niente e anche quello che c’è non sempre è accessibile. Quando si arriva, con tanta emozione e curiosità di rivedere i luoghi che sono stati al centro del mondo per sei mesi, ci si trova davanti il vuoto assoluto: niente folle, varchi aperti, niente musica o annunci dagli altoparlanti che ti invitano a partecipare a qualcosa, nessuna possibilità di ripercorrere alcuni tratti del Decumano (sebbene molte strutture di ex padiglioni siano ancora lì ma transennate). Ci sono solo molti gentilissimi operatori che indicano il percorso esterno o la navetta per arrivare al Cardo, dove ciò che resta aperto si concentra.
Chi si incammina a piedi dall’ingresso della Metropolitana di Rho si affatica inutilmente: la strada che si può percorrere è quella totalmente esterna al sito espositivo. Dalle recinzioni si intravedono il retro di padiglioni, lavori in corso, alberi e canali ma decisamente non ha senso incamminarsi a piedi tra il niente e il cemento: molto meglio sarebbe stato incamminarsi lungo il Decumano ma i cantieri in essere non lo rendono possibile.
Chi arriva dall’ingresso di Roserio, invece, può percorrere a piedi il tratto di Decumano che lo conduce al Cardo. Non c’è molto da vedere: tutto è recintato da teli che preannunciano cose che saranno ma non sono, palizzate con sopra disegni di Street Art, panchine vuote sparse; eppure in quel piccolo tratto di niente in via di smantellamento si ritrova un po’ di ciò che è stato e fa una certa impressione trovarlo così deserto e morto, dopo che è stato vivacissimo e colmo per mesi interi.
Un altro accesso con percorso interno è quello accanto alla Cascina Triulza ma dà sul parcheggio del Carcere di Bollate, quindi, è solo per chi arriva in macchina. Da qui si arriva all’area della Cascina e agli spazi dedicati ai bambini. Per raggiungere il Cardo, si può camminare lungo il retro dei padiglioni, costeggiando il canale (ormai ridotto ovunque a stagno degradato) ed è facile incontrare gli operatori pronti a dare indicazioni o a verificare che qualcuno non tenti di intrufolarsi altrove.
L’area “viva” è quella del Cardo, dunque, e l’ingresso più prossimo è quello di Merlata (ci si arriva con navetta o con l’auto, visto che il parcheggio funziona).
Il primo impatto, comunque, è deprimente: anche qui non ci sono le folle ma non ci sono neanche le attività. Tutto è morto, vuoto, silenzioso. Nessuno spazio ha riaperto: non un bar, non un ristorante… a vendere hamburger e patatine sono posizionati due furgoncini e poco distante ce n’è un altro che vende bibite e gelati. Solo lo scorso week end ha riaperto il Mc Donald (proprio il suo padiglione, sul fondo del Decumano), che offre un po’ più di varietà culinaria e sparge musica nel nulla che c’è intorno.
Sempre sul fondo del Decumano c’è uno spazio “disco” con tre furgoncini reduci dal padiglione americano e musica fantastica (di quella che si sentiva sulla terrazza del Padiglione USA) a tutto volume, ma è un’area imboscata dietro l’ex cluster di Bolivia-Zimbabwe-Togo-Haiti, quasi introvabile e, forse anche per questo, totalmente vuota. Attorno ci dovrebbero essere l’area sportiva e la spiaggia, o almeno questo è ciò che sta scritto sugli striscioni appesi alle recinzioni, in cui viene anche indicata come data di apertura quella del 15 luglio, già passata e senza che quelle aree potessero essere agibili, in quanto ancora con la terra smossa e in rifacimento. Chiedendo agli operatori viene indicata come nuova possibile data di apertura quella del 29 di luglio… un po’ tardi se si considera che l’area doveva essere utile a chi passa le ferie in città ma evidentemente non è semplice portare a compimento i lavori necessari e, forse, qualcuno comincia anche ad avere il sospetto che non ne valga la pena. A dirlo a mezza voce è uno degli operatori: “Non vede signorina? Siamo più noi che visitatori. – mi ha detto, mentre aspettavo la navetta del ritorno, indicando la moltitudine di soggetti con pettorina gialla luminescente seduti attorno al chiosco degli hamburger – Qui tornano tutti quelli che sono stati a Expo perché vogliono rivedere i posti dove sono stati ma poi non trovano niente e rimangono delusi”. Ed è così, la prima volta che si torna e si vede tutto quel niente ci si rimane proprio male e neanche si capisce tanto bene il perché è finita così: “Hanno detto che ci facevano un parco estivo ma come mai non lo hanno portato a termine? – ho provato a chiedere – Lungo il Cardo le strutture di bar e ristoranti e servizi erano già fatte, sarebbe stato sufficiente mettere la gestione a gara oppure rinnovare i contratti a quelli che le gestivano prima, ci sarebbe stata un po’ più di vita”. “Forse ci hanno provato ma non hanno trovato nessuno che voleva prendersi il rischio di continuare. Oppure semplicemente non ci sono riusciti per via dei tempi di rifacimento”, ha risposto perplesso il mio operatore.
E questi sono i veri dubbi di fondo che aleggiano nella mente mentre ci si incammina negli spazi grandi e deserti del dopo-Expo: che senso ha aprire un parco estivo quando visibilmente manca tutto? Se le possibilità non c’erano, forse era meglio lasciare perdere oppure, molto banalmente, bastava evitare i grandi annunci e dire solo ciò che effettivamente si sarebbe trovato una volta arrivati lì.
Ci sono, comunque, due punti di interesse dei visitatori: le “mostre” della Triennale (due padiglioni a lato del Cardo con in mezzo un “Orto Planetario” e due chioschetti per gelati e frullati) e Palazzo Italia con davanti l’Albero della Vita.
Entrare dentro a Palazzo Italia senza un briciolo di coda è qualcosa che dà una soddisfazione enorme e poco importa se le mostre dentro sono diverse da quelle che c’erano con Expo: va più che bene così e i saloni degli specchi, in cui tutti si divertono a farsi i selfie anziché capire cosa si sta proiettando, sono più che sufficienti per chi di Expo aveva già visto quasi tutto il resto.
Così come il fermarsi a riposare sotto l’Albero della Vita (in cui si può anche arrivare fino all’interno, dove dei tabelloni mostrano foto degli spettacoli e ne spiegano storia e funzionamento) è qualcosa che continua a piacere a tutti. Peccato che sono state rimosse tutte le panchine dalla Lake Arena e si è obbligati a sedersi sul cemento. Il primo impatto con quel che resta di Expo, dunque, come experience è davvero poco gratificante.
Al secondo giro, forse anche perché si arriva con meno aspettative, l’impressione è un po’ meno desolante: si comincia a prendere confidenza con il vuoto e il silenzio, si comincia a girare tra quel che c’è per capire cosa è rimasto e cosa è cambiato, si vedono le ninfee fiorire meravigliose negli stagni, si ascolta il fruscio dell’acqua e del vento che corre vicino ai canali, si prende il sole e il caldo degli spazi aperti, si prende il freddo dell’aria condizionata dei pochi spazi espositivi disponibili, si prova a sbirciare tra le grate delle recinzioni, si sentono le ranocchie nelle retrovie che portano alla Cascina Triulza, si prova a ripercorrere i tratti di Decumano e i corridoi laterali dove sono accessibili. Insomma, ci si ambienta e, quando ci si stanca, ci si va a sedere sul cemento dei gradini della Lake Arena a guardare l’Albero della Vita.
Niente a che fare con ciò che è stato Expo, quindi, e per ora neanche con un parco estivo ma, per tutti gli orfani dell’Esposizione Universale, qualche giro ad EXPerience si può anche farlo.

mercoledì 4 novembre 2015

Sala, Expo, Milano, il PD, Pisapia e i suoi amici

Chiunque abbia potuto ascoltare Giuseppe Sala ospite in TV a “Di Martedì” (video) non può non aver notato quanto il Commissario Straordinario di Expo 2015 abbia ampiamente dimostrato di essere presente e chiaro su tutte le questioni che gli sono state poste.
In merito alle domande/provocazioni del giornalista Barbacetto che contestava le cifre numeriche del successo di Expo (soldi spesi, biglietti venduti, sconti, bilancio), Sala ha risposto per le rime in modo preciso perché dell’evento che ha curato sa tutto e non ha mancato di dare anche una lezione di stile affermando che “Ora si dovranno chiudere i bilanci e si vedranno le cifre ma dovrei comunicarle prima al CDA che ai giornali, quando avremo finito anche Barbacetto le potrà avere come tutti” e di far notare l’inutilità e la stucchevolezza delle argomentazioni del giornalista del Fatto Quotidiano in quanto "Expo è andato bene ma Barbacetto non l'accetta".
E qui sta anche una delle questioni che aleggiano intorno ad Expo, ad opera di grillini, disfattisti, personaggi della sinistra radicale, amici di Pisapia e no-Expo vari che cercano costantemente di sminuire il successo di Expo basandosi su dati numerici veri o inventati, come se il successo della manifestazione dipendesse solo da quello. Si tratta di soggetti rimasti contro Expo a prescindere e che si appellano a dati presunti senza capire che Expo sarebbe comunque un successo, anche se non ci fossero i numeri che, comunque, ci sono.

A dimostrare il successo di Expo è il grande afflusso dei visitatori accorsi negli ultimi mesi di manifestazione e non solo perché il prezzo dei biglietti è sceso - che, come ha fatto notare Sala, è stata una scelta che ha consentito anche a persone non economicamente facoltose di poter vedere l’Esposizione Universale - ma perché tutti volevano andarci per vederla, per partecipare a questo grande evento con dentro il mondo.
Expo, per i visitatori e i turisti è stato questo: un grande evento con dentro delle bellissime attrazioni realizzate con sistemi tecnologici avanzati per proporre contenuti interessanti in forme spettacolari; esserci voleva dire essere al centro di un evento mondiale con la possibilità di incontrare persone provenienti da ogni parte del mondo ma anche partecipare ad una festa collettiva per la riuscita dell’Italia e degli italiani ad aver realizzato tutto ciò, nonostante le moltissime difficoltà iniziali e nonostante i problemi ormai strutturali che si registrano nel nostro Paese nel fare qualunque cosa.
Expo, poi, per imprenditori, studenti, ricercatori, istituzioni è stato un luogo di incontro e confronto con i referenti degli altri Paesi, un’occasione importante per stringere relazioni e partnership, per creare business e approfondire scelte economiche, politiche di cooperazione e sviluppo e tecniche relative al tema oggetto della manifestazione. Per molti altri, Expo è stata anche una buona occasione di lavoro e di fare un’esperienza all’interno di un contesto internazionale.
Complessivamente, quindi, al di là dei singoli numeri, è evidente che Expo già di per sé è stato un successo.

In questo si inserisce anche un pezzo della discussione politica. Qualche giorno fa Mariastella Gelmini ha accusato il PD di volersi intestare Expo e il suo successo. In realtà, il dato di fatto è che il PD (o almeno la “maggioranza” del partito) alla manifestazione ci ha creduto e l’ha sostenuta mentre gli altri partiti si sono letteralmente dileguati. Non è pervenuta alcuna dichiarazione di sostegno ad Expo dal centrodestra durante i sei mesi dell’evento e lo stesso Maroni, che in conclusione della manifestazione era sul palco a gongolarsi per l’esito riuscito, in realtà durante tutto il percorso che ha portato alla realizzazione dell’Esposizione Universale e anche mentre questa era in corso ha sempre rilasciato dichiarazioni altalenanti e più spesso portatrici di richieste al Governo per sopperire ad alcuni suoi dubbi che non di sostegno a quanto si stava svolgendo. 
Così come sul tema di Expo c’è un problema politico a sinistra: la sinistra radicale è rimasta in prevalenza no-Expo: gli “amici” e i supporter di Pisapia a partire da Paolo Limonta sono rimasti di quell’idea a prescindere da tutto ciò che è avvenuto in questi mesi, come se non avessero visto le code dei visitatori, i loro sorrisi, la loro voglia di esserci e i cambiamenti positivi che sono derivati anche alla città dalla manifestazione e dall’afflusso di visitatori. È il “pezzo” dei no-Expo, no-canal (e su questo qualche ragione l’avevano), no-metro perché ci sono gli alberi, no-global, no-infrastrutture e no tutto. È un pezzo minoritario ma molto rumoroso e che, evidentemente, qualche copertura altolocata ce l’ha e lo si è visto nel giorno di “Nessuno tocchi Milano”. Quando il PD ha indetto la manifestazione per consentire ai milanesi di riappropriarsi della città devastata dai black blok presenti nel corteo no-Expo del 1 maggio, regalando poi di fatto tutta la scena a Pisapia, purtroppo, il palco improvvisato alla Darsena è stato letteralmente monopolizzato dai no-Expo (a partire da Limonta, Cirri e Bisio) che non hanno avuto neanche una parola di scusa per quanto avvenuto il giorno prima come se nessuno avesse idea che in quel corteo avrebbero potuto accadere dei disordini e che hanno serenamente continuato a ribadire il loro no-Expo anche in quel contesto, di fronte al quasi silente Pisapia.
Pisapia in questo qualche responsabilità ce l’ha e anche consistente.
È evidente che Pisapia si trova imbrigliato dai suoi sostenitori così connotati e per mantenere il suo personale sostegno gioca un ruolo silente e non esposto, incurante del danno che sta provocando al PD e a tutta la partita per le elezioni 2016.
I giornalisti ci provano a sondare il terreno, a vedere se Pisapia si sbilancia a favore di qualche candidatura alle primarie o se ha qualche linea da esprimere e il sindaco, come un mantra, si limita a ripetere soltanto “primarie”. Come se non capisse che queste rischiano di aggravare i problemi invece che risolverli.
Ma cosa potrebbe mai dire di altro Pisapia?
È evidente che un personaggio così fortemente ancorato al mondo no-Expo non può certo sbilanciarsi per un sostegno alla candidatura a sindaco dell’uomo simbolo di Expo: sarebbe come scaricare tutto il suo mondo di riferimento e delegittimarlo.
Così come gli fa comodo non assumere alcuna altra posizione perché il problema ce l’ha in casa lui e ce l’ha perché un pezzo dei suoi sostenitori (SEL) è già schierato con l’assessore Majorino, in corsa per le primarie, un pezzo (Rifondazione ma anche Civati) non vuol più saperne di allearsi con il PD, un pezzo (Arancioni o ex tali, civici) vorrebbero piazzare un loro candidato per piantare una bandierina e far vedere che contano qualcosa. Ecco quindi, che il sindaco in carica, in mezzo a questo marasma, non ha il coraggio di metterci la faccia per rompere questo teatrino stucchevole e dettare una linea perché farlo gli provocherebbe la perdita di consenso personale, così gioca a fare l’equilibrista scaricando al PD i problemi che sono prevalentemente in casa sua.
Così come responsabilità sua è stato lo scatenarsi di questa dinamiche perché, quando ha avuto la geniale idea di annunciare la sua non ricandidatura ad un anno di distanza dalle elezioni, intanto ha fatto passare il messaggio che la città fosse già senza guida e poi gli assessori hanno rotto le righe andando ognuno per conto suo.

A proposito delle primarie, però, tornando a Giuseppe Sala e alla sua partecipazione a “Di Martedì”, ha risposto in modo secco e preciso anche su questo: "Dipende quali. Partiamo dalle idee. E poi primarie cosa vuol dire? Con quali regole? Qual è la platea elettorale di riferimento i milanesi, la città metropolitana o altro?".
Tradotto, quello di Sala non è un no a sottoporsi alle primarie ma è una richiesta – giusta – a chi continua a nominarle di fare chiarezza sulle regole di partecipazione, anche al fine di valutare se, in quel conteso, una sua candidatura ha un senso.
E proprio sull’ipotesi di candidatura a Sindaco, Sala ha chiarito immediatamente che è stato il PD a cercarlo e che sulla base di questo ha avviato delle riflessioni: “Il Pd è il mio partito di riferimento. Personalmente ho sempre pensato che certi ruoli dovessero giocarseli innanzitutto i politici, se loro ritengono di avere un politico adatto al ruolo e alla situazione e che possa vincere, va bene e siamo contenti. Non cerco una poltrona”. Tradotto: Sala ha esplicitato che se la sua candidatura serve, lui sarebbe disponibile, ovviamente chiarendo le condizioni dette sopra in relazione alle primarie e anche al fatto che “io resto me stesso, non mi voglio snaturare”, come ha affermato subito dopo per chiarire meglio.
Insomma, niente di strano o di scandaloso – come invece vorrebbero far apparire le tifoserie degli altri candidati in campo – ma sono solo le normali verifiche che farebbe chiunque prima di accettare di mettersi in gioco in una sfida del genere.

A proposito delle tifoserie, già da tempo si sono scatenate contro Sala: dentro al PD le acrimonie maggiori arrivano da Majorino e i suoi supporters, ma anche gli altri non scherzano.

La consigliera comunale Elena Buscemi – che di recente si è messa a inviare newsletter agli iscritti PD milanesi (e non si è mai capito dove e da chi abbia avuto gli indirizzi, visto che la gestione attuale della Federazione nega di averglieli forniti e lei è di Sinistra Dem) – nell’ultima comunicazione ha addirittura costruito un sondaggio con domande in cui descriveva Sala come uomo insito alla destra e ne ricordava il suo passato di direttore generale del Comune di Milano sotto la giunta Moratti per poi chiedere al pubblico che l’ha ricevuta di esprimere un parere sull’eventuale candidatura. E cosa mai sarà potuto uscire da un sondaggio così costruito?

Più in generale, i supporters di Majorino non accettano la candidatura di Sala in quanto “uomo voluto da Renzi”, “catapultato da Roma”, “non espressione dei territori”. E qui ci sono un po’ di punti da precisare: innanzitutto questa idea che serpeggia di fondo sul nome di Renzi usato come se fosse un estraneo che non ha diritto di metter becco sulle questioni politiche del PD di cui è Segretario nazionale è oggettivamente fuori luogo. Renzi è il Segretario e come tale ha diritto/dovere di occuparsi del suo partito e, soprattutto, di dirigerlo, anche perché, come si è visto in seguito ai risultati delle elezioni regionali, quando poi le cose non vanno bene, le prime accuse vengono dirette a lui e non ai dirigenti locali. Non ci sarebbe, quindi, nulla di strano se Renzi volesse occuparsi anche di alcune situazioni locali, a maggior ragione se sono ritenute strategiche come lo sono le elezioni milanesi. Caso mai, il punto è quanto Renzi conosca i territori (quelli veri non quelli immaginari nelle menti dei militanti del PD) e quanto abbia dirigenti locali validi su cui appoggiarsi affinché gestiscano le cose in modo da ottenere risultati senza che debba occuparsi lui direttamente di questioni che, oggettivamente, faticherebbe a seguire.
Secondariamente, dire che “Sala è l’uomo voluto da Renzi” è un po’ impreciso: il punto non è che a Renzi piace Sala e si è fissato che vuole quel candidato per forza, o meglio, magari a Renzi piace anche Sala in quanto tale, ma pensa a lui e vorrebbe candidarlo in quanto pensa che il suo nome sia quello giusto su cui puntare per vincere le elezioni a Milano, forte del successo di Expo e dell’immagine innovativa e moderna che si porta dietro, in linea con le trasformazioni positive che la città ha avuto negli ultimi anni e che devono essere maggiormente valorizzate. Se all’inizio di Expo su tutto ciò potevano esserci dei dubbi, dopo il successo della manifestazione, con la gente che accorreva da ogni parte e si metteva pazientemente in coda pur di poter vedere un po’di quel mondo, con il manager fermato dalla folla in cerca di autografi e foto, con il suo nome ormai popolare sui media e tra la gente è difficile pensare che non sia così. Questo non significa che il resto non esiste: c’è una gran parte di Milano che non è Expo, che non lo ha visto e non si è neanche interessata a cosa fosse e che magari vive anche problemi che vanno affrontati ma non c’è dubbio che è meglio affrontare la situazione partendo dall’accentuazione di un punto di forza e di valore per poi costruire il resto che non partire da zero.

Non la pensa così qualcuno dell’entourage di Stefano Boeri che, invece, su facebook rilancia sui contenuti concreti: “Mi pare di capire che Sala sarà il candidato a Milano, in caso di conferma va detto che non avrà vita facile prendere voti in periferia non è come organizzare mega eventi. La città richiede attenzione e ampiezza...”. Commento corretto, peccato che si dimentichi un particolare: Stefano Boeri cadde per lo stesso errore. Quando si presentò alle primarie contro Pisapia, Boeri venne portato in giro dal PD un po’ ovunque ma il suo discorso era standard, sia che si trovasse di fronte ad una platea di salotti, che di uomini d’affari del centro, che dei poveri derelitti abitanti di case popolari che letteralmente crollavano e crollano tutt’ora a pezzi. Boeri ogni volta parlava di grattacieli, di Expo (la sua, diversa da quella poi realizzata da Sala), di progetti moderni e importanti e di un mondo bellissimo che da certe periferie allora era lontano anni luce. Fa piacere sapere che adesso Boeri sta girando quelle stesse periferie, accompagnato dai suoi supporters, chissà che magari si accorga della necessità di cambiare taglio di alcuni discorsi in alcuni luoghi.

I supporters di Fiano, invece, sono nel pallone, spaesati, non capiscono o non vogliono capire e non si danno pace perché hanno buttato il loro candidato in mezzo alla corrida e adesso che si è capito che l’uomo su cui puntare potrebbe essere un altro, che oltretutto a Renzi piace (non perché gli piaccia in sé ma perché è convinto che, anche rispetto ad altre ipotesi, possa essere davvero quello vincente per le elezioni), sono in crisi mistica e non sanno più a cosa arrampicarsi e invocano comunque “primarie” perché un po’ ci credono nel valore dello strumento (in quanto dovrebbe essere garanzia di “partito aperto”), un po’ perché qualcuno ambisce ad usarle per piazzare se stesso e un po’ perché ormai sono state talmente tanto annunciate che non si possono disattendere.
L’argomentazione principale dei “fianisti” è che “Sala è l’uomo dei poteri forti” (non vedendo che caso mai è il PD che, purtroppo, ha uomini deboli), mischiando ciò ad un improvviso orgoglio di partito che in quanto tale deve esprimere un candidato proprio.
La candidatura di Fiano, infatti, è maturata dopo il trionfo del PD alle elezioni europee con il 40% e, da qui, l’idea che si potesse puntare sulla propria forza interna, magari vivendo del riflesso del successo di Renzi, ovviamente candidando un renziano. Purtroppo, qualche tempo dopo i numeri delle elezioni regionali hanno mostrato che il quadro era già ampiamente cambiato ma, evidentemente, chi ha voluto lanciare Fiano nell’arena non se n’era accorto o non ha dato importanza alla cosa.
Emanuele Fiano, invece, un po’ deve aver capito che aria tirava attorno all’ipotesi della sua candidatura e ha sempre messo le “mani avanti”, dicendo in ogni occasione che lui sarebbe stato in campo ma che se si fossero profilate altre ipotesi su cui tutti avrebbero potuto convergere (compreso il ritorno di Pisapia), sarebbe stato disposto a farsi da parte. Nei giorni scorsi, quando questa ipotesi è diventata più concreta per l’avvento di Sala, però, Fiano deve averci ripensato e si è affrettato a dire: "Io sono sempre stato e sono un uomo di squadra. Se ci sarà una strategia comune io ci sarò ma non vedo ad oggi una strategia comune. Una strategia condivisa ci deve essere e deve essere spiegata". La domanda che sorge spontanea sarebbe: ma cosa devono spiegare, ancora? Non è già abbastanza chiaro chi è l’uomo che aggrega tutti e qual è la strategia vincente? In realtà, Fiano ha capito benissimo perché non è certo stupido e, traducendo la dichiarazione si capisce che sta solo alzando il prezzo del suo ritiro perché non è certo scemo da ritirarsi dalla corsa in cui ha messo la faccia (e in cui ha lavorato, costruendo un gruppo attorno a sé, aggregando soggetti di estrazione diversa, cercando di allargare consenso) senza avere nulla in cambio.
In realtà verrebbe da rispondergli chi mai gli ha chiesto di candidarsi quando l’ordine della Federazione Milanese era di stare tutti fermi in attesa di regole e programma ma quell’ordine è stato comunque disatteso da tutti.

Più simpatico su Sala, ultimamente, è stato Pierfrancesco Majorino che, da mesi, va avanti a ripetere tutti i giorni “primarie” senza mai aggiungere un contenuto che sia uno alla sua candidatura (ma in parte si trova imbrigliato perché è ancora assessore in carica e deve occuparsi di svolgere il suo ruolo più che della campagna elettorale). Majorino ha ironizzato su facebook “Nessuno salti la fila. Se va bene per il padiglione del Giappone, varrà pure per le Primarie del centrosinistra, no?”. Un modo spiritoso per chiedere, appunto, “primarie” e evitare che il candidato Sala si mangi tutti e le faccia saltare, non accorgendosi però che – anche solo con quanto affermato a “Di Martedì – Sala è già più avanti di tutti da un pezzo su ogni fronte e sono loro a doverlo rincorrere se non vogliono sfigurare e, magari, se oltre a “primarie” dicessero anche per quali progetti per la città e per i cittadini potrebbero anche risultare più interessanti e meno autoreferenziali per chi li legge.
Sì, perché Giuseppe Sala, in quei pochi minuti di trasmissione a “Di Martedì” ha parlato anche di Milano e delle sue trasformazioni, rese possibili dal tessuto sociale della città, delle intelligenze, le università, l'imprenditoria... Insomma, Sala è sembrato molto più "sul pezzo" di tanti altri ed è stato anche molto più incisivo pur essendo intervenuto su queste questioni da poco e meno di altri ma, decisamente, in modo azzeccato.

Le settimane che ci separano dall’appuntamento elettorale, comunque, sono ancora tante e ne vedremo delle belle.

domenica 21 giugno 2015

Expo e dopo-Expo: non solo sito espositivo ma contenuti e politiche

I detrattori di Expo avrebbero dovuto partecipare all’incontro che si è svolto alla Festa PD di Cinisello Balsamo con il Ministro Maurizio Martina, Stefano Boeri, il Segretario del PD lombardo Alessandro Alfieri e tanti altri esponenti della politica locale e nazionale per comprendere almeno un po’ di cosa sia effettivamente la manifestazione che sta ospitando Milano in questi mesi.
Il vero oggetto del dibattito era il dopo-Expo, tuttavia, come ha ben fatto comprendere proprio il Ministro Martina, non è pensabile discutere in modo serio di questo senza comprendere cosa sia l’evento in corso e di quali contenuti sia portatore.
«In Expo i contenuti ci sono, basta vederli», ha esordito il Ministro Martina, spiegando come ogni giorno ci siano delegazioni che partono dal sito di Expo per andare a visitare i vari distretti produttivi dei nostri territori e vedere come vengono realizzate le varie produzioni alimentari e come vengono effettuati i controlli per un cibo sano e sicuro nel nostro Paese.
«Serve andare oltre il “mi piace/non mi piace” a livello architettonico o logistico» ha insistito Martina, segnalando che «C’è già un’eredità positiva di flusso che Expo sta generando in Italia e che sta già dando i suoi frutti», in quanto tutti i giorni ci sono incontri per imprese italiane ed estere e confronti su tecnologie produttive e temi legati all’alimentazione e alla ricerca.
Citando la cronaca della giornata, il Ministro ha poi raccontato che il Presidente francese Hollande in visita ad Expo ha chiesto di legare la manifestazione a Cop21, l’appuntamento in cui si parlerà dei cambiamenti climatici che si svolgerà a Parigi a fine anno e, con il Ministro dell’Agricoltura francese Stéphane Le Foll hanno firmato una dichiarazione congiunta che chiede agli Stati che stanno lavorando al dossier di Cop21 di insistere su azioni e misure per la riduzione dei gas serra e delle buone pratiche di sostenibilità ambientale in agricoltura.
Venendo alle polemiche legate al futuro delle aree che oggi ospitano il sito espositivo di Expo, Martina ha segnalato che al momento il Governo non può esercitare alcuna leva, in quanto non è socio della società che le gestisce, pur avendo messo molti soldi per la realizzazione dell’evento e, comunque, farà sentire la sua voce. Martina ha anche polemizzato con il Presidente della Lombardia, senza mai citarlo per nome ma dicendo chiaramente che «Sbaglia chi pensa di risolvere la partita del post-Expo liquidando il Governo solo perché non è socio della società che gestisce il sito. Non si può discutere solo di come se la giocano quelli che hanno le quote delle società presenti. Il livello della discussione da fare è molto più alto e servirà un’interazione tra pubblico e privato del tutto nuova perché non è più pensabile di risolvere tutto seguendo le vie di qualche immobiliare come, in un primo momento, qualcuno ha anche pensato di fare».
A chi, come Daniela Gasparini (oggi parlamentare PD e precedentemente Sindaco di Cinisello Balsamo), ha chiesto che la gestione del dopo-Expo venga affidata alla nuova Città Metropolitana, il Ministro Martina ha confermato che «il post-Expo deve essere la prima vera partita da giocare della Città Metropolitana Milanese perché non è pensabile che la Città Metropolitana sia costituita solo attraverso un articolo di legge» ma occorre calarne le funzioni nel concreto e nel tessuto delle società e, in questo, Expo può essere un’ottima occasione.
Dal punto di vista pratico, Martina ha ricordato che andrà gestita anche tutta la fase cuscinetto che va dalla fine dell’evento Expo all’inizio dei nuovi progetti e, su questo, occorrerà fare un cronoprogramma definito in cui sarà stabilito quali attori dovranno essere presenti e per fare cosa.
Tuttavia, il Ministro Martina ha insistito molto sul contenuto di Expo: «La vera eredità di Expo è insita nel suo tema ed è legata alla sfida per l’alimentazione globale e, quindi, verosimilmente collegata al tema della ricerca. Anche per questo – ha affermato il Ministro – stiamo iniziando a lavorare per costruire un’operazione Milano-Dubai con cui si andrà a legare il post-Expo milanese al progetto per Dubai 2020 (dove si svolgerà la nuova Expo)».
Più legato alle polemiche politiche sul dopo-Expo, invece, è stato l’intervento di Stefano Boeri che ha segnalato che probabilmente sulla gestione del post-Expo si giocherà gran parte della campagna elettorale per la conquista del Comune di Milano.
A chiudere il dibattito è stato l’intervento del Segretario del PD della Lombardia Alessandro Alfieri, un po’ più concentrato sulle problematiche interne al partito e al rapporto non esattamente sereno tra maggioranza e minoranze.
Sul tema dell’incontro, Alfieri ha affermato che Expo è un’importante piattaforma diplomatica dove arrivano delegazioni da tutto il mondo e ha reso Milano una città sempre presente su tutti i media come capitale del dibattito sulle sfide dell’alimentazione e, in particolare, del come investire sulla sicurezza alimentare e come cercare di far fronte al problema della scarsità di cibo.
Il dopo-Expo, secondo Alfieri, sarà un banco di prova per la politica locale e per la Città Metropolitana.
«La vocazione di Milano è quella di essere una città globale, aperta e accogliente e di stare dentro alle dinamiche internazionali», ha detto Alfieri, segnalando però la necessità di fare attenzione a come il Partito Democratico si vuole collocare dentro a questi processi e con quale rapporto rispetto alla globalizzazione che ha cambiato il mondo.
«La Lega rifiuta la globalizzazione, alza i muri – ha sottolineato Alfieri – mentre noi del PD vogliamo stare dentro a questo processo e governare i fenomeni, anche perché mettere i muri vuol dire anche tenere fuori dei talenti».
Per Alfieri, tuttavia, è un errore grave negare le ansie e le preoccupazioni dei cittadini che la Lega cavalca, mentre occorre tradurle in un modello di società in cui vengono governate.
Sulle polemiche post-elettorali, Alfieri ha ricordato che il PD rimane comunque il principale partito del Paese e va molto meglio rispetto agli altri partiti della sinistra europea perché ha saputo abbattere alcuni tabù che questi non sono riusciti a fare.
«Hollande sta inseguendo la destra per cercare di recuperare un po’ di consenso elettorale! – ha segnalato il Segretario regionale del PD – E’ Hollande il principale motivo di freno alle richieste italiane in materia di politiche per l’immigrazione in Europa».
In chiusura del suo intervento, il Segretario Alfieri ha ricordato ai presenti che il Governo Renzi è impegnato in un grande sforzo per cambiare il Paese: «Cambiare è complicato perché è chiedere a tutti di fare uno sforzo per non difendere la propria rendita di posizione. Oggi sono necessarie maggiori risorse per i nostri territori perché vengono utilizzate dagli Enti Locali per rispondere ai bisogni dei cittadini in maggiore difficoltà e il Governo deve garantirle ma, allo stesso tempo, i territori devono aiutare e sostenere il Governo nel processo di cambiamento del Paese».

martedì 2 giugno 2015

Expo in progress

Altro giro ad Expo, altri padiglioni ma, soprattutto, altre trasformazioni. Sì, perché il sito espositivo è in progress e muta il suo aspetto. Chi va a visitarlo in questi giorni, troverà ad accoglierlo all’ingresso dalla parte della metropolitana un gruppo di una sorta di guerrieri del cibo, opere d’arte dello scenografo da Premio Oscar Dante Ferretti, così come suoi sono i banchi enormi disseminati lungo il decumano con l’esposizione di alimenti o di ciò che diventerà alimento.
Lo scenografo alle sue opere ci tiene molto e per quelle aveva già polemizzato a lungo con la dirigenza di Expo, tuttavia, a vedere il gran traffico di persone che circolano lungo il decumano e l’ingombro occupato da questi banchi espositivi (oltretutto dai colori scuri), forse si poteva anche evitare di farli.
Una bellissima sorpresa, invece, è l’orto all’ingresso del Padiglione della Francia che cresce e comincia a dare i suoi frutti: sono ben visibili infatti insalate, pomodori e carciofi.
Altra novità sono i visitatori che aumentano tutti i giorni della settimana, con particolari punte nei giorni di festa: si può essere fortunati da arrivare ai tornelli in orari poco frequentati, ma poi, arrivati all’interno, è facile accorgersi che la gente presente è tantissima in ogni luogo.
Se i visitatori aumentano, il sito di Expo aumenta anche le attrezzature per accoglierli: si sono moltiplicati gli spazi per sedersi, i furgoncini della Street food con bevande e cibi vengono fatti circolare ovunque, sono spuntati ombrelloni e tettoie accanto ai padiglioni più gettonati per evitare che chi attende in lunghe code si sciolga sotto al sole. Insomma Expo si adegua alle esigenze del momento e adatta di volta in volta la sua area.
Questo è indubbiamente un fattore positivo, segno che da parte della direzione vi è attenzione a quel che avviene giorno per giorno e si è pronti a far fronte tempestivamente a qualsiasi evenienza.
Meno positivo è il fatto che più il sito di Expo si riempie di installazioni e attrazioni lungo il decumano, più somiglia sempre di più ad una qualsiasi fiera e fa perdere l’attenzione per i temi che invece vengono proposti (anche in modo originale, innovativo e tecnologico) all’interno dei padiglioni.
Nei padiglioni, infatti, bisogna entrare: i veri contenuti di Expo stanno dentro, non fuori. E ci sono padiglioni meravigliosi, come testimoniano anche alcune lunghe code per accedervi.
Purtroppo non tutti hanno la pazienza o la resistenza fisica di stare in coda ore e allora in qualche spazio non proprio in tema può capitare di incapparci. Senza coda – ma verrebbe da dire anche senza Expo – sono i padiglioni dell’Ungheria (espongono produzioni in lana o in legno tipiche della zona e ogni tanto vi sono spettacoli musicali), della Romania (grazioso il bar a forma di capanna sul tetto ma il resto non è neanche di aiuto al turismo), la Moldavia (una piantina geografica per localizzare lo zona, uno schermo con immagini turistiche e un bar), la Slovacchia (al suo interno ma anche al suo esterno ospita una serie di opere d’arte e di composizioni artistiche, molto belle esteticamente ma poco in tema con la manifestazione).
Molto belli ma non del tutto inerenti al tema di Expo sono invece i padiglioni della Repubblica Ceca (la cui piscina esterna è gettonatissima da grandi e piccini, mentre all’interno si comincia con un percorso tra natura e silenzio per arrivare all’arte come forma di rappresentazione), della Lituania (tecnologie moderne, opere d’arte, schermi esplicativi delle produzioni del Paese) e della Bielorussia (tutto viene proiettato sulle pareti con qualche schermo esplicativo).

Altri luoghi in cui non si trovano e code per accedere sono i tanto decantati cluster: quando sono stati presentati è stato detto che lì si sarebbero concentrati i veri contenuti di Expo, al loro interno si sarebbero dovuti trovare gli spazi espositivi dei Paesi produttori di alcune specificità e si sarebbe discusso del tema della manifestazione. Tutto questo è da dimenticare. A parte la difficoltà di alcuni di questi ad avviarsi, oggi sostanzialmente si può dire che i cluster sono aperti e in parte funzionano. In parte perché bisogna chiarire cosa si intende per funzionare. Gli spazi espositivi e di vendita esterni ai cluster di cacao, caffè e anche riso (quest’ultimo in prevalenza alla sera) funzionano alla grande: la gente, arriva, si siede, compra, mangia, guarda ciò che c’è da vedere. Gli interni funzionano un po’ meno.
C’è sicuramente un problema “estetico”: non è carino dirlo ma esteticamente alcun cluster sono brutti, o comunque non hanno le forme spettacolari e appariscenti degli altri padiglioni per cui sono poco attrattivi: si tratta per lo più di grossi cubi rivestiti in legno o con pannelli colorati o a specchi nel caso del riso ma appunto cubi insignificanti.
Nel caso di cacao e caffè, l’idea di mettere fuori bar e stand di vendita, oltre che spazio per le presentazioni, si è rivelata geniale perché in molti vi sono attratti; altri come Frutta e Spezie che hanno il nulla fuori o più nascosti come il Bio-Mediterraneo richiamano proprio poco.
Dopo di che il problema vero resta l’interno: i Paesi non espongono le produzioni locali e neanche spiegano cosa fanno ma molto spesso utilizzano quei punti come rivendita di paccottaglie spacciate per artigianato locale (quasi tutti i Paesi africani) o, in alcuni casi, come luoghi di promozione turistica (le Maldive dentro al cluster del Mare che promuovono le loro spiagge, Malta dentro al cluster Bio-Mediterraneo che promuove il territorio da visitare).
Uno sforzo scenografico e esplicativo lo ha fatto il Brunei, nell’area Frutta e Spezie, in cui racconta il proprio modo di produrre. Così come interessante e gradevole è la tavola imbandita del Libano nell’area Bio-Mediterraneo. L’area Bio-Mediterraneo è quella che ha fatto arrabbiare la Regione Sicilia (che lì espone) per gli investimenti fatti. Si tratta di uno spazio molto grande ma un po’ nascosto, oltre il cardo (corridoio orizzontale) e sul lato destro del Lago con l’Albero della vita per chi arriva dall’ingresso della metropolitana. L’esterno è preceduto da una striscia di terra con alberi e arbusti chiamata “Parco della Biodiversità” (a ridosso del gettonatissimo padiglione della Coca Cola). L’area centrale è contornata da tavoloni con le scritte in greco e un palco spettacoli (lunedì 1 giugno vi si alternavano cantanti siciliani) e a chiuderlo sui lati vi sono i cubi dei padiglioni. La gente dentro c’era, girava da uno spazio all’altro, si fermava a sentire la musica… solo che sembrava di stare ad una qualsiasi fiera del turismo (con tanto di cantanti che cercavano di vendere al pubblico il loro cd) invece che ad Expo. Forse, però, le responsabilità non sono di Expo ma dei singoli Paesi che hanno affittato quello spazio e lo utilizzano decisamente molto male. All’interno del cluster vi sono anche la Grecia (dove il cartellone all’ingresso “Ellenic Tourism” chiarisce subito che si parla di turismo), l’Albania (lo spazio è quasi vuoto, vi sono dei quadri e un’opera d’arte in legno, non si sa se non è completato o se resterà così), la Serbia (vuoto, in cui sul muro che campeggia lo slogan “The future is sharing”), la Croazia, la Tunisia e l’Egitto (quest’ultimo diverte molto i bambini per gli ologrammi dei faraoni con cui si può giocare e farsi fotografare).

Qualche problema sul messaggio che si vuole mandare c’è anche in qualche stand (difficile chiamarli “padiglioni”) nell’area italiana: Palazzo Italia è sempre molto gettonato ma le file chilometriche non sono cosa sopportabile per tutti, mentre lungo il cardo le varie Regioni si mettono in mostra oppure offrono i loro prodotti. Qui ci sono lo spazio delle produzioni di Piacenza, Casa Citterio, Granarolo, gli spazi ristoro Calabria e Basilicata, la gelateria della Coldiretti, la Terrazza Martini e poi cominciano ad aprire anche punti promozionali delle varie Regioni: la Lombardia sta cercando di aggiustarsi l’immagine dopo la bruttissima figura dei primi giorni, la Liguria è bellissima con piantine appese alle pareti insieme alle ricette di alcuni suoi piatti tipici; di recente hanno aperto le Marche (con schermi che mostrano le bellezze artistiche e territoriali, esattamente come alla fiera del turismo). Molto gettonato e anche molto grande è il padiglione del Vino.

In sintesi, si può dedurre facilmente che dove non c’è coda, sarà più semplice entrare ma decisamente ne vale meno la pena rispetto ad altri spazi che invece meritano attenzione. Tornando ai padiglioni ufficiali, si scorre facilmente per visitare la Cina, dal bellissimo ingresso in mezzo ai fiori gialli. L’interno è tutto giocato sulla tecnologia con spazi interattivi e chiusura del percorso sul campo di “grano della speranza” fatto da alti pali luminosi che cambiano colore.

Molto frequentato anche ciò che c’è del Padiglione del Nepal: si tratta di una serie di pagode a cielo aperto senza niente altro. Sono molto belle esteticamente, ma quello che attrae i visitatori è indubbiamente la tragedia che ha colpito il Paese e per cui si possono lasciare offerte.

Padiglioni veri e propri sono anche quelli degli sponsor, tra questi sul decumano c’è ENEL, con tubi luminosi e cartelli esplicativi in cui si ribadisce in continuazione che l’illuminazione di Expo è fornita da loro.

Altro luogo frequentatissimo è la nuovissima area attrezzata con lettini e ombrelloni sulla fontana dietro al Padiglione della Lindt. E’ anche una zona abbastanza ombreggiata e nei momenti in cui il sole è molto alto, si rivela essere un ottimo luogo per riprendere fiato e, ora che comincia ad essere conosciuto, riesce a far concorrenza alla piscina assolata della Repubblica Ceca.

Per svagarsi, però, il luogo migliore resta la terrazza del Padiglione degli Stati Uniti: la musica è bella, l’aria non è troppo calda, si può ballare (sono le hostess stesse a farlo, anche quando hanno addosso la divisa) e nell’area sul retro del padiglione sono posizionati sei furgoncini per il Food Truck dove si può mangiare e bere a prezzi più o meno normali.

Arriviamo alla questione prezzi. Tutto ciò che riguarda Expo ha un costo e anche piuttosto elevato e, questo, oggettivamente, considerato il costo già alto del biglietto di ingresso è un po’ fastidioso.
Partiamo dai gadget: oggi i gadget di Expo, oltre che all’Expo Gate in Piazza Castello a Milano si possono trovare anche all’interno del sito espositivo ma i prezzi restano alti in ogni caso.
All’Expo Gate, gestito dal gruppo La Rinascente (o almeno così sono firmati gli scontrini) si possono trovare servizi di sei tazze con logo Expo da 36 a 77 euro a seconda della dimensione, sacchetti in stoffa da 16,00 euro, magnete rettangolare con logo Expo a 5,00 euro, spilletta tonda con logo Expo a 4,00 euro.
Sul sito espositivo, invece, hanno aperto gli store di OVS ed Excelsior. Questi due punti, all’inizio del Decumano per chi arriva dall’ingresso collegato alla metropolitana, non vendono solo gadget della manifestazione ma anche altro: in OVS si vendono tranquillamente i vestiti. La scelta è un po’ discutibile anche se con gli sbalzi caldo/freddo o con i bagni improvvisati in piscine e fontane, trovare una maglietta di cambio può anche essere utile in alcuni momenti.
OVS è lo store meno costoso: vende magliette con logo Expo, ma anche sacchetto/zaino con logo Expo in stoffa consistente a 12,00 euro, borsa con logo Expo a 14,00 euro. Excelsior vende gadget e prodotti firmati (portachiavi, cover per telefoni, puzzle per bambini ma anche oggettistica varia che c’entra poco con la manifestazione) ma ovviamente i prezzi salgono.
Novità degli ultimi giorni è il “Passaporto di Expo” che, annunciano dagli altoparlanti, si può far timbrare nei vari padiglioni che si visitano, così da portarsi a casa un ricordo del giro virtuale intorno al mondo. Il Passaporto non è altro che un libretto di carta piccolino ma se ci si illude che sia gratuito, si sbaglia: si paga anche quello e, comunque, non tutti i padiglioni sono già attrezzati con i timbri!
Un altro punto di acquisto è il Book shop Mondadori che, pur vendendo libri, si è adeguato e espone molte cose in tema della manifestazione: un quaderno a quadretti con logo Expo costa 5,00 euro, un quadernino piccolo tipo blocchetto da borsetta con logo Expo costa 3,50 euro e il sacchetto di carta per portarveli a casa costa 0,20 centesimi.
Ci sono poi i punti shop all’interno di ogni padiglione che vedono o prodotti tipici del Paese a cui si riferiscono o puro merchandising (quest’ultimo di solito prevale). In Francia si vendono posate, tazze, asciughini, grembiuli, portachiavi, torri Eiffel colorate e similari (una busta in stoffa con scritto Francia e bandierina francese costa 10,00 euro). In America vendono tazze (servizio da due a 20,00 euro), piatti (a 12,00 euro l’uno), foulard con logo del padiglione a 75,00 euro, borsa in stoffa nera grande a 130,00 euro. In Lituania si vendono gioiellini e campanelle in terracotta dipinte (le quali, in forma piccola, costano 8,00 euro l’una). In Belgio si vedono i cioccolatini Guillaumes a forma di frutti di mare (scatola piccola 3,00 euro, scatola media 8,00 euro).

Tralasciando i gadget, di cui si può anche fare a meno, veniamo al cibo che, invece, in alcuni momenti è indispensabile. Anche su questo fronte ci sono diversi problemi di costo: intanto bisogna sapere subito che mangiare in Expo è costoso, soprattutto se nel corso della giornata si vogliono prendere più cose; tuttavia si può cercare di fare attenzione a scegliere di mangiare dove costa un po’ meno.
I ristoranti e i self service hanno primi che vanno dai 7 ai 12 euro, in alcuni casi utilizzano delle formule “menù” con cui si può risparmiare un po’.
La pizza margherita rotonda a Rosso Pomodoro nello spazio Eataly costa 10,00 euro (e spesso c’è una coda lunghissima per ottenerla).
Sempre in Eataly, al ristorante della Sicilia, un piatto di mezze maniche con sugo di tonno, pomodoro e olive costa 7,50 euro. Una crepes alla Nutella nel Nutella Concept Bar (spazio Eataly, primo piano) costa 4,50 euro e l’acqua 1,50 euro.
Il costo dell’acqua è molto variabile a seconda di dove la si compra (va da 1 a 2 euro), è anche vero che disseminate lungo il sito espositivo ci sono le “case dell’acqua” dove si può bere o riempirsi le bottiglie ma è ovvio che per farlo bisogna avere con sé almeno un bicchierino o una bottiglia che da qualche parte andrà pur comprata.
Al bar del Belgio la bottiglietta d’acqua costa 2,00 euro ma lì si trova anche il mitico cono di buonissime patatine fritte (a 4,00 euro).
La bottiglietta d’acqua costa soltanto 1,00 euro allo stand rotondo della Beretta, dove vendono anche ottimi panini a poco prezzo (quello con salame 2,50 euro): mangiare lì conviene, il cibo è ottimo e si spende pochissimo. Si spende poco anche nel chiosco emiliano situato dietro al padiglione della Corea e prima di Cascina Triulza con cestino di tigelle e salumi, soltanto che è molto affollato e bisogna avere la fortuna di capitare in orari giusti.
Nello spazio Italia ci sono poi anche i salumi Ferrarini e Citterio che vengono serviti in vassoietti di cartone accompagnati da grissini: le chiamano degustazioni e si può scegliere la quantità che si desidera e in base a quello si paga. Il listino prezzi dello stand Citterio prevede 3 prodotti a 4,00 euro oppure 7 prodotti 7,00 euro; l’acqua da sola costa 1,00 euro ma 3 prodotti + acqua sul listino in distribuzione è calcolato 5,00 euro.
Anche la pizza si può comprare in altri punti: nello stand dentro lo spazio circolare di Copagri un trancio di pizza margherita costa 4,00 euro mentre da Via Vai trancio della stessa dimensione di pizza margherita costa 5,50 euro.
Da Mc Donald in qualche modo ce la si cava sempre: patatine medie 1,80 euro, acqua naturale 1,20 euro, toast 1,70 euro.
Anche sui gelati i prezzi sono molto variabili, se si è fortunati si parte da 2,50 euro e si può arrivare 4,00 euro a seconda dello stand. A venderli sono in tanti Grom, Lindt, Pernigotti, Caffarel, Nutella… A Casa Algida restano attuati i prezzi di listino: Magnum Classico 2.50 euro, Fiordifragola 1,50 euro ecc.

Se i primi giorni non era così semplice capire come e dove mangiare, oggi questo problema è stato risolto perché lungo il decumano ma anche un po’ disseminati per il sito espositivo hanno cominciato a girare i furgoni della Street food e qualcosa di buono lo si trova sempre. Più difficile è riuscire a fare attenzione al costo: il sito di Expo è grande e, quando si gira, si vedono molte cose ma poi difficilmente rimane in memoria dove le si sono viste o si ha voglia di tornare in quel punto quando magari si è già parecchi metri più avanti, per cui si finisce per fermarsi dove ci si trova nel momento in cui si ha fame con qualche rischio per il portafoglio. Complessivamente, comunque, i visitatori mangiano e bevono, bar e ristoranti sono sempre piuttosto affollati, tanto poi i conti si fanno a casa.


domenica 17 maggio 2015

Altre impressioni da Expo

Altra settimana, altro giro ad Expo.
Più i giorni passano, più Expo migliora.
Va chiarito subito, però, che c’è una differenza tra l’andarci durante le giornate lavorative (magari di giorno) e l’andarci nel week end o la sera dopo le 19:00 (quando il costo del biglietto è ridotto e arrivano folle di persone di ogni genere).
Durante la settimana, normalmente, si incontrano le scolaresche, i gruppi organizzati, molti operatori del settore e addetti ai lavori; i volontari girano a gruppetti sfaccendati, non tutto è aperto e accessibile (in particolare al lunedì che è un po’ una “giornata morta”, non perché la gente non ci sia ma perché è sicuramente inferiore nei numeri rispetto agli altri giorni e gli organizzatori si adeguano e, magari, colgono l’occasione per ridimensionare un po’ persone e risorse).
Nel fine settimana lo scenario cambia radicalmente: tutto è aperto, tutto funziona a pieno regime, tutti gli operatori e i volontari sono affaccendatissimi a dare indicazioni ai visitatori e sia il corridoio centrale che i padiglioni o il retro dei padiglioni si animano anche di bar, spazi aperitivo, musica, aree relax.
La sera, poi, è un altro mondo ancora: all’interno di Expo arriva il popolo della movida (molto variegato perché si spazia dai ragazzini casinisti ai giri di persone firmate da capo a piedi, agli impiegati in cerca di relax dopo il lavoro fino ai soggetti vestiti come ragazzi/e immagine da festa in discoteca, esattamente come in qualsiasi luogo della movida notturna) e il sito espositivo si adegua e diventano molto più visibili i punti in cui si può bere o mangiare attorno ai padiglioni o nelle aree relax a bordo piscina/fontane o giostrine. Quando sono passate le 19:00 - e l’ingresso è concesso a 5,00 € - si vede un cambio radicale dei soggetti che si aggirano per Expo: il popolo della gita con zainetti, scarpe basse e cappellini si avvia all’uscita (spesso con aria stanca per il tanto camminare) o si appisola su sdraio, prati, panche o qualsiasi altro punto d’appoggio mentre arriva un’ondata di persone vestite in modo più appariscente e le donne sono tutte con tacchi alti e truccatissime. Ovviamente, cambiano anche i luoghi di approdo e le lunghe code cominciano a spostarsi dai padiglioni ai luoghi di ristoro (in particolare i camioncini francesi e olandesi dell’area giostre, il baretto del Belgio con le patatine (assaltato a tutte le ore del giorno e della notte) ma anche i bar di Spagna, Messico, Argentina, Corea.
Expo, insomma, la sera diventa un luogo per la movida al pari di Brera, dei Navigli o di Corso Como.
In generale, sui visitatori di Expo ci sono un po’ di cose da chiarire: le persone vengono lì principalmente per divertirsi, svagarsi e prendere parte all’evento mondiale.
L’interesse per i contenuti presentati è abbastanza scarso, non perché non vogliano vedere i padiglioni, anzi, le lunghe code un po’ ovunque dimostrano il contrario ma perché una volta entrati – un po’ anche per via della stanchezza delle attese, un po’ per il giro che spesso è lungo, un po’ perché si vogliono vedere più cose possibili in una sola giornata - si tende a passare all’interno degli spazi scorrendo con lo sguardo sulle cose che si incontrano senza prestare troppa attenzione al perché sono disposte in un certo modo e a cosa rappresentano; si tende a non leggere i cartelli esplicativi che vi sono e ad ascoltare distrattamente le hostess che vi sono all’interno e che illustrano ciò che si sta guardando. Insomma, molto spesso, la visita ai padiglioni si traduce in una passeggiata rapida lungo il percorso interno in cui si cerca più lo stupore per la tecnologia utilizzata per la rappresentazione dei contenuti che non il cercare di capire il contenuto stesso.
Non è sempre una colpa o una forma di disinteresse, in molti casi è proprio la stanchezza fisica a non consentire di concentrarsi troppo, in altri casi sono le condizioni economiche: entrare ad Expo di giorno costa molto e chi è lì vuol vedere più cose possibili e, quindi, finisce che gira come una trottola da un posto all’altro, imbucandosi al momento in cui non trova troppa coda, anche se magari si sta già dirigendo verso casa dopo una lunga giornata nel sito, per poter almeno “fare un giro” dentro ad un Paese che difficilmente avrebbe altre occasioni per guardare e questo, indubbiamente, non agevola l’attenzione a ciò che si osserva.
Una colpa dei visitatori, invece, è la scarsa educazione nei confronti delle cose: si siedono e si sdraiano ovunque (soprattutto sui prati), lasciano cadere le cose per terra (nonostante il sito sia disseminato di cestini per i rifiuti), si rinfrescano nelle “case dell’acqua” (che servono per bere e non per lavarsi).
L’acqua in Expo non manca così come ci sono le fontane, il canale che scorre intorno al sito e gli spazi verdi (alberi, aree relax, prati, alberelli, orti). Il problema è che non tutti gli spazi verdi sono adeguatamente irrigati, in particolar modo quelli a cura dei padiglioni (che appunto dipendono dal singolo Paese che li ha progettati) e questo può provocare qualche problema visto che buona parte di questi spazi si trova sotto al sole e abbiamo l’estate davanti: è facile trovare già alcuni punti un po’ spelacchiati per il troppo sole (se verticali) o per il troppo calpestare (se orizzontali) e si spera che vengano trovate soluzioni per arrivare con le aree in buono stato fino alla fine dei sei mesi.
I padiglioni che hanno scelto come loro claim il verde (che sia orto, agricoltura, bosco, giardino, foresta) sono, infatti, moltissimi, a partire da Israele (con l’orto verticale, ampiamente irrigato), l’esterno francese (con l’orto in grandi vasi che formano un labirinto attraverso cui si accede allo spazio espositivo con accanto megaschermi che spiegano le varie fasi del raccolto), il Brasile (diventato famoso per la grossa rete su cui tutti vogliono provare a camminare sospesi ma che al suo interno si compone di una serie di piante e prodotti della terra, ampiamente irrigati, e tavole tecnologiche interattive ed esplicative del percorso) ma anche il Regno Unito (con il giardino sollevato ad altezza ape) e l’Iran (con fiori, piante e frutti, che diventano cibo, cultura e tradizione).
Un po’ a sorpresa, è poco verde quella che nei luoghi comuni viene chiamata la “verde Irlanda”: all’interno si parla dei cicli agricoli, degli strumenti da lavoro e dell’allevamento ma il tutto su megaschermi che proiettano le varie fasi. Di verde vero si vede solo qualche pianta all’esterno (alcune delle quali non proprio in buona salute a causa del vento forte dei giorni scorsi).
Al verde è dedicata la Collina Mediterranea, a ridosso dell’ingresso di Roserio al sito espositivo, ben costruita, molto squadrata ma anche molto assolata e dalla cui cima si sentono i rumori delle strade vicine… insomma, non proprio un luogo riposante. Va molto meglio nell’isola della biodiversità più sotto, gestita molto bene da Slow Food, con arredi semplici e in legno e molta documentazione istruttiva sia per gli adulti che per i ragazzi.
È paradossale ma, vicino a Slow Food, c’è anche Mc Donald, sicuramente poco salutare ma molto pratico ed economico (che per l’occasione ha predisposto anche pannelli su cui effettuare l’ordinazione e pagare con bancomat), un po’ rumoroso ma affollatissimo da persone di tutte le età.
Nella stessa zona si trova anche il padiglione del Sultanato dell’Oman che ha puntato tutto sul concetto di acqua come luogo di vita e accoglie i visitatori con una fontana dai giochi d’acqua e architetture color sabbia che richiamano le oasi. All’interno è un mix di oggetti veri e virtuali ricostruiti con la tecnologia (le statue sembrano animarsi e spiegano ciò che rappresentano). Dietro al padiglione vi è anche il ristorante, sempre costruito nella stessa architettura spettacolare.
In generale, ogni padiglione dispone di un’area espositiva (più o meno ampia), un piccolo spazio shop (di gadget del Paese d’origine e acquistabili spesso a prezzi molto elevati) e un punto ristoro (bar o ristorante). In alcuni casi il percorso interno è strutturato in modo che il visitatore parta dall’area espositiva e termini nel punto shop o ristoro, in altri casi l’ingresso all’area espositiva è totalmente separata dall’area shop, bar o relax e entrare in uno spazio non implica l’accesso anche all’altro. È il caso della Germania, il cui percorso all’interno del padiglione espositivo è molto divertente e interattivo anche se lungo e con ampi tempi di attesa ma è totalmente separato dallo spazio esterno, dove pure vi sono dei tabelloni esplicativi dei concetti che si trovano meglio esplicitati all’interno, delle innovazioni tecnologiche in particolare legate al vento ma dove dominano le panche e i pergolati per il relax con vista sui tetti di Expo e da cui si può scendere con uno scivolo.
Più o meno lo stesso discorso vale per gli Stati Uniti, dove l’ingresso principale fa approdare in un’area con tabelloni con immagini a scorrimento sulle politiche americane in materia di agricoltura e alimentazione che termina con uno spazio shop con oggetti costosissimi e da lì si può scegliere se salire al piano superiore con bar e ristorante (su ampia terrazza da cui si domina Expo e si ascolta bellissima musica) o scendere per accedere all’area espositiva in cui, dopo aver fatto un po’ di coda, si viene separati in gruppetti per assistere ad un percorso fatto di mini-filmati (che però quasi nessuno guarda e tutti cercano di imbucarsi nel gruppo più avanti, saltando dei giri) all’interno di sale buie.
Quello che non fanno i Paesi, a volte lo fanno gli sponsor: è il caso dell’Olanda, il cui padiglione è un labirinto di specchi con accanto una ruota panoramica di dimensioni ridotte e i camioncini con cibo e bevande (praticamente un mini luna-park) mentre un’azienda olandese che si occupa di agricoltura ha creato un padiglione espositivo piuttosto evidente anche se non è situato lungo le vie principali con un tetto fatto di prato verde con un trattore sopra e all’esterno ha parcheggiato una serie di piccoli trattorini con cui si divertono a giocare i bambini.
A metà tra la natura e la tecnologia sono, invece, i bellissimi padiglioni di Angola e Polonia. Il padiglione dell’Angola è enorme e curato in ogni dettaglio. Una prima parte più esterna e legata a sponsorizzazioni si compone di piante mediterranee inserite nell’architettura all’interno di un percorso incantevole che poi porta ad un ristorante. Il padiglione vero è proprio, invece, ha l’ingresso sul lato opposto ed è un percorso strutturato su più piani in cui vengono presentati diversi concept legati all’alimentazione e al ciclo della vita e del cibo con suoni, video, immagini, strutture interattive. Salendo lungo il percorso, a più tappe, si incontra anche la natura vera con piante e una piccola serra fino all’ultimo piano del padiglione in cui, oltre alla presentazione di alcuni alimenti locali, alle donne viene donato un piccolo ventaglio di cartone che servirà per l’accesso alla terrazza sul tetto, disseminata di piante e panchine ma terribilmente calda. Lungo la discesa, prima dell’uscita, è possibile vedere anche un’area in cui si trovano delle opere d’arte contemporanea del Paese. Un vero e proprio capolavoro di architettura, tecnologia, innovazione e natura! Una sorpresa davvero bella da parte di un Paese che, bisogna ammetterlo, la maggior parte dei visitatori non conosce e che sicuramente non si sognerebbe mai di andare a visitare ma che, invece, almeno per come si presenta in Expo e per ciò che vuole comunicare, oltre che per l’impegno e l’investimento (sicuramente ingente) per la realizzazione di quel padiglione, merita un po’ di attenzione.
Un caso analogo, ma dalle dimensioni più ridotte, è il padiglione della Polonia. Si entra con una citazione di Dante capovolta: “Abbiate ogni speranza, voi che entrate” e hanno ragione. Dopo una lunga salita si accede ad un delicato giardino di fiori, piante e farfalle racchiuso dentro pareti di specchi. Un incanto molto romantico e piacevole che allontana dal caos esterno. Da qui si accede poi all’interno del padiglione dove invece domina la tecnologia e il gioco: si può guidare un’auto (in videogioco), produrre energia con il movimento, parlare ad uno schermo con il volto di medusa che replica ciò che gli viene detto. Il tutto termina con il consueto approdo al punto shop di prodotti locali (anche alimentari) mentre fuori, davanti all’ingresso, si susseguono spettacoli in costume.
Anche l’Estonia è metà giardino e metà altro, dove per “altro” però si intendono produzioni locali che non c’entrano molto con Expo (sono esposti un pianoforte, una moto, altri oggetti in legno). La vera forza dell’Estonia – oltre alla gradevolissima terrazza ventilata in legno con piante e fiori e buchi da cui si vedono gli animali del bosco – sono le altalene dislocate lungo il percorso e su cui si può sedere e sostare. Sono la gioia dei bambini ma anche dei grandi. Le altalene funzionano, ci si può dondolare davvero (magari gli adulti, soprattutto se non magrissimi, farebbero meglio a farlo con cautela invece di fiondarcisi come bisonti) e sono una vera attrazione (nel senso che “attirano a sé”) molto rilassante. Un’oasi tranquilla di relax per riprendere fiato dal lungo cammino e allontanarsi dai rumori caotici del Decumano.
Un altro Paese che sembra aver capito solo a metà il senso di Expo è il Belgio. La vera coda in Belgio non è per visitare il padiglione ma per il bar che vende il cono di patatine fritte. Il padiglione presenta un primo piano espositivo delle produzioni locali compresi i gioielli (bellissimi ma non si capisce cosa c’entrino con Expo), poi si scende al piano inferiore dove, invece, si arriva ad Expo con il ciclo della vita, delle coltivazioni (c’è una serra) e i pesci nell’acquario, la cui acqua era pulita all’inizio della manifestazione ma ora fa davvero impressione e si spera, per il bene di quei poveri pesci, che venga cambiata. Il tutto termina con il consueto punto shop (dove ci sono ottimi cioccolatini) e un bellissimo bar.
La Spagna, invece, ha giocato tutto sulla tecnologia. L’ingresso non è comprensibilissimo: campeggiano valigie e valigie volanti su sfondo giallo, poi però all’interno vengono presentati – grazie a schermi, immagini, proiezioni su pareti e pavimenti – le specificità spagnole in tema di alimentazione e biodiversità. Il tutto termina con l’approvo ai bar più gettonati della movida di Expo.
Insomma, i contenuti, a volerli cercare ci sarebbero anche, ma spesso anche quando vengono presentati nelle forme più coinvolgenti, interattive e spettacolari sono i visitatori a ignorarli per prediligere l’aspetto ludico dell’esposizione. Per non parlare di quando si ha a che fare con le hostess che, all’interno dei vari padiglioni, cercano di raccontare ciò che si sta vedendo: il più delle volte, i visitatori (che, oltre a volersi divertire, hanno anche fretta di fare il giro e passare ad altro) le ascoltano con malcelato fastidio.
Qualche perplessità, sempre sui contenuti, la lascia anche la “casa delle associazioni”, Cascina Triulza. È un po’ paradossale ma il luogo del Terzo Settore, dove vengono organizzati importanti iniziative e interessanti dibattiti per discutere del tema di Expo (cioè “Nutrire il Pianeta”) e dove c’è una grande attenzione alla biodiversità e alla sostenibilità, al loro esterno ospitano un Mercato (si chiama così, lo indica il cartello che vi campeggia davanti) di poche bancarelle di produzioni varie (sabato c’erano alimentari siciliani e di qualche altra Regione uniti a venditori di gioielli o gadget indiani e bengalesi), a metà tra quelli che si trovano alla fiera Fa la cosa giusta e i venditori di patacche delle feste di via. Chi lo gestisce garantisce che si tratta di un mercato “equosolidale” e di produzioni artigianali, nella pratica sono bancarelle piazzate davanti alla Cascina con venditori che fermano i visitatori e cercano di piazzare i loro prodotti… un po’ spiacevole, visto che quella è la sede in cui si dovrebbe fare altro.
A lavorare molto sui contenuti – legati ad Expo ma nono solo - ci hanno pensato il Vaticano (con un padiglione intitolato “Non di solo pane”) e la Casa Don Bosco (che si occupa di progetti educativi per i ragazzi).
Complessivamente, comunque, Expo nei week end è il centro del mondo per chi è a Milano e la vera emozione, per tutti, è essere lì. Ci sono Paesi che hanno realizzato padiglioni meravigliosi e ricchi di contenuti interessanti, in cui presentano concept in modo spettacolare che, nei giorni di punta delle visite, esprimono il loro meglio, facendo vedere cose stupende e divertendo il pubblico.

Qui il racconto delle prime visite ad Expo, delle prime impressioni e dei primi padiglioni visitati»