giovedì 13 ottobre 2016

L'assenza di politica nella campagna elettorale U.S.A.

Da settimane, seguendo la campagna per le elezioni americane sui telegiornali e sui quotidiani italiani, sembra che tutto si giochi sugli scandali sessuali e sessisti di Trump. 
Non che non sia importante un comportamento consono da parte di un futuro Presidente ma mi pare grave se il Paese più importante e più potente del mondo non ha altro da proporre per il suo futuro se non una diatriba a sfondo sessuale. 
Durante la campagna elettorale per Obama si parlava di cambiamento, di speranza, di riscatto sociale per le classi deboli. A prescindere da come sia andato poi davvero il mandato di Obama, oggi c'è un mondo che esplode e che porta con sé un proliferare di conflitti interni ed esterni agli Stati che necessitano di classi dirigenti in grado di gestirli con competenza, correttezza ed equilibrio. 
Mi aspetterei che il Paese più potente del mondo discutesse di questo nella sua campagna elettorale: mi pare che il rapporto tra Stati Uniti, Russia e Europa o quale futuro per la Siria, l'Iraq, l'Afghanistan o il come costruire una crescita globale più rispettosa dell'ambiente o il come evitare che le disuguaglianze producano conflitti sociali o il come globalizzare anche i diritti siano questioni più importanti e più interessanti rispetto alle vicissitudine sessuali di Trump o al fatto che Hillary è la prima candidata donna alla Presidenza. 
Non so cosa si dica sui media americani ma mi piacerebbe che in Italia, quando si parla delle elezioni in U.S.A., si parlasse un po' di più di America e delle scelte politiche dei due candidati (che oltretutto hanno visioni diversissime ma che continuano a essere messe in secondo piano rispetto ad argomenti da gossip).

martedì 11 ottobre 2016

L'eccellenza lombarda

Anche oggi ho buttato via una mattinata (dalle 7:45 alle 13:00) vagando da una sala all’altra di una struttura sanitaria pubblica e, come me, tutti gli altri numerosi presenti. Forse nella sanità pubblica pensano che abbiamo tutti un sacco di tempo da perdere.
Il medico aveva suggerito di far visitare mia madre da un pneumolgo di Villa Marelli (struttura che da qualche tempo dipende dall’Ospedale di Niguarda) perché “lì sono esperti e sono più bravi” e ci aveva suggerito di presentarci là direttamente con le richieste alla mattina verso le 7:30 per fare esami e visita con “accesso diretto”.
Lo abbiamo fatto venerdì scorso: siamo arrivate alle 7:30 a Villa Marelli (con grande fatica di mia madre per essere sveglia e pronta presto) e ci hanno detto che gli accessi diretti di quel giorno erano solo 10 e li avevano già terminati, con numeri distribuiti appena aperto il portone alle 7:00 a persone in coda fuori dalle 6:30. Una cosa folle.
Qualche anziana tra le presenti ci ha spiegato che è la prassi e che, essendo venerdì, tanti medici erano già via per il week end e, quindi, i numeri per l’accesso diretto erano pochi e ci ha consigliate di metterci in coda per un appuntamento ma “pubblico” perché “privato” poteva costare anche 200 euro e comunque l’esame non lo avrebbero fatto lo stesso quel giorno perché era venerdì e c’era il week end.
A quel punto abbiamo atteso due ore in coda per ottenere una prenotazione che è stata fissata per le 8.20 di questa mattina “ma mi raccomando, venite un po’ prima che dovete passare qui dall’accettazione”, ci ha precisato l’addetto.
Stamattina abbiamo fatto un’altra inutile alzataccia per arrivare a Villa Marelli alle 7:45. Purtroppo l’appuntamento per oggi dovevano averlo dato a tutti quelli che hanno saltato sia il venerdì che il lunedì per consentire ai medici di farsi un bel week end perché la sala di attesa dell’accettazione era affollatissima e gli sportelli lentissimi.
Avevamo 19 numeri davanti e siamo riuscite a superare lo step alle 10:15 ma ci siamo subito fermate nella sala di attesa gelida di aria condizionata per la lastra: un’altra ora e un quarto di attesa per passare pochi numeri (siamo arrivate che il display segnava il 24 e noi avevamo il 31) e, mentre i minuti passavano, anche le persone aumentavano.
Alle 11:35 siamo uscite da radiologia e ci siamo sedute nella sala di attesa del pneumologo. Un’infermiera si è accorta che fotografavo il cartello con scritto che l’orario dell’appuntamento in realtà serviva solo a stabilire l’ordine di chiamata (non che non lo avessi capito visto che il nostro appuntamento era per le 8:20 e alle 11:35 ancora eravamo in attesa) e mi ha chiesto se c’era qualche problema. Alla mia risposta, ha allargato le braccia e ha suggerito di presentare una segnalazione: “abbiamo pochi medici e facciamo fatica, da qualche anno anche noi lavoriamo male ma nessuno raccoglie le segnalazioni che facciamo”.
Abbiamo atteso venti minuti, poi il pnuemologo ci ha ricevute, ci ha chiesto un paio di cose per aggiornare la cartella clinica e ha detto che era necessario fare due esami per verificare il respiro e, quindi, dovevamo tornare all’accettazione con la richiesta che ci avrebbe lasciato e ritornare da lui con i risultati.
All’accettazione era il caos, abbiamo atteso un’altra mezzora e nell’attesa stavano arrivando anche tutte le altre persone che avevano fatto lo stesso nostro percorso. “Sa signorina, qui paghiamo ticket per ogni esame, si vede che hanno convenienza a farci spendere tutti questi soldi perché ogni volta che si viene qui si finisce per passare dall’accettazione tre volte”, mi ha detto un’anziana in attesa che tornasse il figlio che era uscito a allungare il pagamento per l’auto parcheggiata.
Nella sala di attesa per gli esami eravamo di nuovo tutto il gruppo al completo ma molto più incavolato per tutte le ore e i giri persi lì dentro. Siamo salite dal medico che era già ora di pranzo, con gli infermieri di fretta che non vedevano l’ora di andare in pausa. Il medico - persona simpatica, divertente - ha aggiornato la scheda e non ci ha detto niente. Alla fine ci ha detto un generico “va bene, non ci sono novità”. Non una valutazione dei sintomi, non uno sguardo a di che entità era il problema di mia madre o al grado della terapia che sta svolgendo… Nulla. Una mattina buttata per sentirci dire niente.
Con l’aggiunta che quando ho guardato che la scheda che ci hanno consegnato da portare al nostro medico, tra le voci che descrivevano mia madre, c’era scritto “Etnia: Sud Indiana”. Mia madre bionda con gli occhi verdi Sud Indiana?! Dato evidentemente rimasto nel computer dalla paziente precedente ma almeno fare attenzione, no?!
Ovviamente, tutto questo è capitato a me oggi ma capita anche tutti gli altri giorni e capita a tutti perché in quelle strutture (che una volta erano l’eccellenza dal punto di vista medico e chissà se lo sono ancora) ci vanno tutti: anziani affaticati da acciacchi ed età, persone con patologie serie, adulti che avrebbero dovuto essere al lavoro ma che stavano lì ad accompagnare anziani genitori, studenti… è inaccettabile che per fare un esame e una visita si debbano perdere una mattina e mezza.

giovedì 6 ottobre 2016

Roma dimenticata

Da un po' di mesi a questa parte leggo sui giornali che a Roma succede di tutto: mezzi pubblici che non arrivano, spazzatura ammassata in ogni posto della città, degrado, stupri di turiste...
Su tutto questo, però, non mi è ancora capitato di leggere sui giornali una parola della Sindaca.
Le uniche cose per cui sento esprimere la Raggi è per parlare di se stessa (il figlio, i giornalisti che la importunano, i suoi impegni, la cellulite...), della difesa della Muraro, degli assessori che doveva nominare "presto" e non trovava mai, del Movimento Cinque Stelle e di problematiche interne a loro...
Mi manca il punto di vista della Raggi su Roma e non parlo del suo affacciarsi in lacrime dal balcone del Campidoglio o della sua pausa sul tetto con vista sul Foro Romano ma parlo della sua visione della città che dovrebbe amministrare. L'unica cosa che ha detto su Roma è stato il No alle Olimpiadi perché sarebbero la vittoria dei palazzinari e della corruzione (come dire che lei non è capace di evitare tutto ciò).
Altro non è pervenuto.
I suoi colleghi di giunta o di Movimento fanno altrettanto: troppo presi dal discutere di nomine, di indagini che li riguardano, di direttorio, di Grillo che torna in scena per distrarre l'attenzione dal loro vuoto cosmico.
Pochi anni fa a Roma il centrosinistra perse le elezioni anche sull'onda emotiva di uno stupro brutale ai danni di una donna avvenuto in periferia; certo era una signora che contava e rincasava la sera non una povera turista sconosciuta o sprovveduta che usciva da una discoteca con un balordo travestito da uomo per bene, però l'indignazione per la gravità dell'accaduto e l'orrore per la brutalità del modo furono unanimi.
Oggi c'è silenzio. Silenzio di tutti e su tutto. Silenzio delle istituzioni, soprattutto, e della Sindaca sul degrado, sulla sicurezza, su Roma.
Come se le uniche cose importanti fossero il Movimento di cui la Sindaca fa parte, la sua giunta e le loro problematiche personali e legali. La città non esiste più, è sparita o forse non è mai entrata nell'agenda.

venerdì 29 luglio 2016

L'aggiornamento di Windows10

Ieri sera, dopo tante segnalazioni, mi sono decisa a scaricare Windows10. Ci sono stata dalle 21.30 alla 1.30 di notte. Oggi scadeva la possibilità di averlo gratuitamente e ho pensato che era meglio farlo e se ci sono riusciti tutti senza problemi perché non avrei dovuto riuscirci io?! Eh... già, perché?!
Il computer ha fatto le sue cose da solo; alla 1.30, quando ha finito di scaricare e si è avviato, ho fatto un rapido giro di perlustrazione e mi sembrava che fosse tutto ok.
Mi sembrava anche più bello di prima. Poi ho chiuso tutto regolarmente.
Stamattina il computer non si avvia più. Segnala un imprecisato errore e non c'è modo di farlo partire.
Premesso che sono contraria a questa mania degli aggiornamenti continui e dell'autogestione dei sistemi operativi e che non capisco perché vengono dati da fare se poi mandano in tilt gli apparecchi anziché farli funzionare meglio, qui proprio non mi capacito del fatto che si è chiuso bene con tutto e ora neanche parte. E' un computer relativamente nuovo (del 2014) e ancora in garanzia, peccato che della garanzia non me ne faccio niente perché quel computer mi serve per lavorare e mi serve in fretta. Lì dentro ho tutto il mio lavoro, compreso un file impostato ieri controvoglia e che avrebbe dovuto farmi da base per le prossime settimane. Cosa me ne faccio di una garanzia (pagata) che si realizza con il riportare il computer nel negozio in cui l'ho preso, il quale lo rimanda alla casa di produzione, dove quando hanno tempo ci guarderanno e poi lo riporteranno al negozio e se sono fortunata mi torna in mano tra un mese?
E' ovvio che garanzie così sono inutili o vanno bene per chi il computer ce l'ha per gioco o per hobby e non per lavoro. A me ora tocca chiamare qualche smanettone a pagamento e sperare che capisca come risolvere il problema.
Sempre che prima non decida di tirare una martellata al computer.

mercoledì 27 luglio 2016

Un’intera mattina persa all’ospedale

Un’intera mattina persa all’ospedale di Niguarda.
Appuntamento di mamma alle 8.00 per “prelievo + prima visita” ma già avvisate che il medico comunque sarebbe arrivato intorno alle 9:00.
Nel salone pieno, un’infermiera gira come una trottola e un signore vaga in camice bianco. Fermo lui perché fermare lei è difficile, in quanto corre molto. Lui sembra ancora nel mondo dei sogni, a fatica mi dice di andare a prendere il numerino senza dirmi bene per cosa.
Una signora in attesa ci sente, si avvicina e mi spiega lei cosa fare.
Guardo il bigliettino uscito dal totem e penso che siamo fortunate: abbiamo il n.3, dovremmo fare presto.
Non finisco neanche di pensarlo che l’infermiera folletto corre in sala e ci dice che è tutto bloccato: si è piantato il sistema informatico e l’ospedale è in tilt, non si può fare niente finché non viene ripristinato tutto.
Qui comincia una lunga serie di incazzature.
Dopo un po’ ci dicono che sono arrivati i tecnici ma che per ripristinare il sistema ci vorrà un’ora se tutto va bene, nel frattempo l’infermiera folletto chiama i “lavoratori” che, giustamente, hanno diritto di precedenza. E qui già si comincia a capire che il numerino uscito dal totem vale poco.
Dopo un po’ di caos, di gruppi che vengono portati dentro e poi di nuovo fuori, riesco a intercettare l’infermiera folletto e chiedo cosa deve fare mia mamma.
L’infermiera ci spiega che dobbiamo fare tante cose, quindi, ci dobbiamo muovere subito, ci imbuca alla accettazione e poi ci porta via insieme a un gruppo. Prende tutte le nostre carte e sparisce.
Nel frattempo il sistema operativo torna a funzionare ma il caos non si ferma.
Dopo un bel po’ di tempo, l’infermiera torna da noi: il prelievo fatto lunedì non va più bene perché le pastiglie che prende mia mamma possono aver cambiato molte cose, per cui si torna all’accettazione (imbucandosi in mezzo alla fila) e si fa una nuova richiesta, la si riconsegna e poi mia mamma viene imbucata a fare una prova di coagulazione del sangue. Mamma esce ma dimentica di prendersi il foglietto con il risultato. Ci sediamo in corridoio e stiamo lì tutta la mattina.
Davanti ci passano di tutto: lavoratori, anziani, imbucati che devono solo chiedere una informazione e che stanno dentro mezzora… Prima del nostro inutile numero 3 passano il 54, il 63 e molti altri, infilati a caso a seconda di ciò che passa per la testa dei medici presenti (due, uno per le prime visite e uno che prescrive le terapie senza guardare i pazienti di lungo corso).
Mamma non ha fatto colazione ma il bar non è vicino e nessuno sa dirci verso che ora ci chiameranno, per cui è complicato spostarsi. Il corridoio e il salone hanno anche l’aria condizionata piuttosto freddina, per cui chiedo a mamma se vuole qualcosa di caldo dalle macchinette ma dice di no perché se beve le viene voglia di fare pipì e non si sa mai che ci chiamino mentre siamo in bagno.
L’infermiera folletto riappare in tarda mattinata e cerca il foglio del prelievo che mia madre non ha preso. Lo recupera, lo porta dentro alla stanza dei medici e poi scompare con altri gruppi.
Il nostro turno di visita arriva alle 11:40 e dopo svariate lamentele. Entriamo in una stanzetta dal clima polare con una cafona che neanche ci guarda in faccia quando entriamo e continua serenamente a scrivere al computer. Dopo cinque minuti che siamo in quel Polo Nord in cui mancano solo i pinguini, la cafona alla scrivania alza la testa dalla tastiera e chiede a mia mamma il suo percorso medico.
Non riusciamo a dire neanche tre frasi che suona il telefono dello studio e la dottoressa, non solo risponde, ma resta attaccata alla cornetta per 10 minuti a dispensare consigli ad una collega incapace di curare una paziente a cui pare che gli esami vadano male.
Non so cosa mi trattenga dall’urlarle dietro, forse il freddo della stanza che mi ha congelato la lingua, oltre a farmi venire voglia di andare in bagno.
Poi finalmente la telefonata finisce, la maleducata riprende in mano le carte di mia mamma e dice: “mi stava dicendo della recidiva al fegato”…
Io e mia madre ci guardiamo come a chiederci se questa qui è scema: nessuno ha mai nominato il fegato e sulle carte presentate non è mai citato.
Sto per rispondere che il fegato è quello della paziente della sua collega con cui è stata al telefono oltre 10 minuti e che adesso ne abbiamo veramente abbastanza.
Poi la svampita si riprende, rilegge le carte, scrive una terapia valida fino alla prossima settimana e ci saluta. Alle 12:15 usciamo dalla stanza dei pinguini.
Cioè, ci hanno tenute in ospedale dalle 8.00 alle 12.15 per un prelievo di due minuti con esito immediato e una visita di 35 minuti con dentro 10 minuti di telefonata altra.
Se la prossima settimana al controllo succede lo stesso caos, pianto una scenata che rivolto l’ospedale.

mercoledì 20 luglio 2016

Dopo Expo, EXPerience

Dopo Expo è arrivata EXPerience.
Il nome è bello, evocativo e promette molto, il sito web anche e annuncia una serie di eventi e aperture programmate di spazi e iniziative.
La realtà è molto diversa.
Gli orfani di Expo ma anche quelli che in Expo non erano riusciti ad arrivare, scoraggiati dalle lunghe code degli ultimi mesi e dai costi alti dei biglietti, ci vanno con la voglia di ritrovare un po’ di ciò che hanno vissuto o visto nelle immagini televisive.
Quello che si trova, però, soprattutto per chi ha vissuto Expo, ha visto i Padiglioni, la gente, il caos, la “festa” e quell’atmosfera un po’ da parco dei divertimenti, ora si trova davanti uno scenario abbastanza desolante e deprimente.
Desolante perché c’è davvero poco niente e anche quello che c’è non sempre è accessibile. Quando si arriva, con tanta emozione e curiosità di rivedere i luoghi che sono stati al centro del mondo per sei mesi, ci si trova davanti il vuoto assoluto: niente folle, varchi aperti, niente musica o annunci dagli altoparlanti che ti invitano a partecipare a qualcosa, nessuna possibilità di ripercorrere alcuni tratti del Decumano (sebbene molte strutture di ex padiglioni siano ancora lì ma transennate). Ci sono solo molti gentilissimi operatori che indicano il percorso esterno o la navetta per arrivare al Cardo, dove ciò che resta aperto si concentra.
Chi si incammina a piedi dall’ingresso della Metropolitana di Rho si affatica inutilmente: la strada che si può percorrere è quella totalmente esterna al sito espositivo. Dalle recinzioni si intravedono il retro di padiglioni, lavori in corso, alberi e canali ma decisamente non ha senso incamminarsi a piedi tra il niente e il cemento: molto meglio sarebbe stato incamminarsi lungo il Decumano ma i cantieri in essere non lo rendono possibile.
Chi arriva dall’ingresso di Roserio, invece, può percorrere a piedi il tratto di Decumano che lo conduce al Cardo. Non c’è molto da vedere: tutto è recintato da teli che preannunciano cose che saranno ma non sono, palizzate con sopra disegni di Street Art, panchine vuote sparse; eppure in quel piccolo tratto di niente in via di smantellamento si ritrova un po’ di ciò che è stato e fa una certa impressione trovarlo così deserto e morto, dopo che è stato vivacissimo e colmo per mesi interi.
Un altro accesso con percorso interno è quello accanto alla Cascina Triulza ma dà sul parcheggio del Carcere di Bollate, quindi, è solo per chi arriva in macchina. Da qui si arriva all’area della Cascina e agli spazi dedicati ai bambini. Per raggiungere il Cardo, si può camminare lungo il retro dei padiglioni, costeggiando il canale (ormai ridotto ovunque a stagno degradato) ed è facile incontrare gli operatori pronti a dare indicazioni o a verificare che qualcuno non tenti di intrufolarsi altrove.
L’area “viva” è quella del Cardo, dunque, e l’ingresso più prossimo è quello di Merlata (ci si arriva con navetta o con l’auto, visto che il parcheggio funziona).
Il primo impatto, comunque, è deprimente: anche qui non ci sono le folle ma non ci sono neanche le attività. Tutto è morto, vuoto, silenzioso. Nessuno spazio ha riaperto: non un bar, non un ristorante… a vendere hamburger e patatine sono posizionati due furgoncini e poco distante ce n’è un altro che vende bibite e gelati. Solo lo scorso week end ha riaperto il Mc Donald (proprio il suo padiglione, sul fondo del Decumano), che offre un po’ più di varietà culinaria e sparge musica nel nulla che c’è intorno.
Sempre sul fondo del Decumano c’è uno spazio “disco” con tre furgoncini reduci dal padiglione americano e musica fantastica (di quella che si sentiva sulla terrazza del Padiglione USA) a tutto volume, ma è un’area imboscata dietro l’ex cluster di Bolivia-Zimbabwe-Togo-Haiti, quasi introvabile e, forse anche per questo, totalmente vuota. Attorno ci dovrebbero essere l’area sportiva e la spiaggia, o almeno questo è ciò che sta scritto sugli striscioni appesi alle recinzioni, in cui viene anche indicata come data di apertura quella del 15 luglio, già passata e senza che quelle aree potessero essere agibili, in quanto ancora con la terra smossa e in rifacimento. Chiedendo agli operatori viene indicata come nuova possibile data di apertura quella del 29 di luglio… un po’ tardi se si considera che l’area doveva essere utile a chi passa le ferie in città ma evidentemente non è semplice portare a compimento i lavori necessari e, forse, qualcuno comincia anche ad avere il sospetto che non ne valga la pena. A dirlo a mezza voce è uno degli operatori: “Non vede signorina? Siamo più noi che visitatori. – mi ha detto, mentre aspettavo la navetta del ritorno, indicando la moltitudine di soggetti con pettorina gialla luminescente seduti attorno al chiosco degli hamburger – Qui tornano tutti quelli che sono stati a Expo perché vogliono rivedere i posti dove sono stati ma poi non trovano niente e rimangono delusi”. Ed è così, la prima volta che si torna e si vede tutto quel niente ci si rimane proprio male e neanche si capisce tanto bene il perché è finita così: “Hanno detto che ci facevano un parco estivo ma come mai non lo hanno portato a termine? – ho provato a chiedere – Lungo il Cardo le strutture di bar e ristoranti e servizi erano già fatte, sarebbe stato sufficiente mettere la gestione a gara oppure rinnovare i contratti a quelli che le gestivano prima, ci sarebbe stata un po’ più di vita”. “Forse ci hanno provato ma non hanno trovato nessuno che voleva prendersi il rischio di continuare. Oppure semplicemente non ci sono riusciti per via dei tempi di rifacimento”, ha risposto perplesso il mio operatore.
E questi sono i veri dubbi di fondo che aleggiano nella mente mentre ci si incammina negli spazi grandi e deserti del dopo-Expo: che senso ha aprire un parco estivo quando visibilmente manca tutto? Se le possibilità non c’erano, forse era meglio lasciare perdere oppure, molto banalmente, bastava evitare i grandi annunci e dire solo ciò che effettivamente si sarebbe trovato una volta arrivati lì.
Ci sono, comunque, due punti di interesse dei visitatori: le “mostre” della Triennale (due padiglioni a lato del Cardo con in mezzo un “Orto Planetario” e due chioschetti per gelati e frullati) e Palazzo Italia con davanti l’Albero della Vita.
Entrare dentro a Palazzo Italia senza un briciolo di coda è qualcosa che dà una soddisfazione enorme e poco importa se le mostre dentro sono diverse da quelle che c’erano con Expo: va più che bene così e i saloni degli specchi, in cui tutti si divertono a farsi i selfie anziché capire cosa si sta proiettando, sono più che sufficienti per chi di Expo aveva già visto quasi tutto il resto.
Così come il fermarsi a riposare sotto l’Albero della Vita (in cui si può anche arrivare fino all’interno, dove dei tabelloni mostrano foto degli spettacoli e ne spiegano storia e funzionamento) è qualcosa che continua a piacere a tutti. Peccato che sono state rimosse tutte le panchine dalla Lake Arena e si è obbligati a sedersi sul cemento. Il primo impatto con quel che resta di Expo, dunque, come experience è davvero poco gratificante.
Al secondo giro, forse anche perché si arriva con meno aspettative, l’impressione è un po’ meno desolante: si comincia a prendere confidenza con il vuoto e il silenzio, si comincia a girare tra quel che c’è per capire cosa è rimasto e cosa è cambiato, si vedono le ninfee fiorire meravigliose negli stagni, si ascolta il fruscio dell’acqua e del vento che corre vicino ai canali, si prende il sole e il caldo degli spazi aperti, si prende il freddo dell’aria condizionata dei pochi spazi espositivi disponibili, si prova a sbirciare tra le grate delle recinzioni, si sentono le ranocchie nelle retrovie che portano alla Cascina Triulza, si prova a ripercorrere i tratti di Decumano e i corridoi laterali dove sono accessibili. Insomma, ci si ambienta e, quando ci si stanca, ci si va a sedere sul cemento dei gradini della Lake Arena a guardare l’Albero della Vita.
Niente a che fare con ciò che è stato Expo, quindi, e per ora neanche con un parco estivo ma, per tutti gli orfani dell’Esposizione Universale, qualche giro ad EXPerience si può anche farlo.

venerdì 29 aprile 2016

I mostri di Caivano

La vicenda di Caivano è qualcosa di orribile in tutti i suoi aspetti. 
Non si può accettare che una bambina (e non solo lei) venga abusata e poi gettata via dal balcone nell'indifferenza totale o peggio nella connivenza di molti. 
Che mostri sono quelli che hanno consentito tutto questo? 
Che gente orribile è mai questa che ha nascosto e difeso realtà così atroci anziché difendere i bambini?!

martedì 16 febbraio 2016

Voci della Resistenza

Qualche tempo fa, Antonio Masi (storico esponente dell'ANPI di Niguarda, Milano) mi ha regalato il suo recente libro "Voci di testimoni. 1943-1945. Da Venafro a Niguarda" che raccoglie, appunto, i racconti e le testimonianze della Resistenza.
Si tratta di un libro importante, per cui Antonio Masi e Vincenzina Scarabeo Di Lullo che lo hanno curato vanno ringraziati per il contributo di riflessione e storia che ci consegnano.
Vanno ringraziati perché dalle pagine del libro e dalle testimonianze che vi sono raccolte emergono importati momenti della storia dei nostri quartieri (Niguarda in particolare ma non solo), delle persone che li hanno abitati e vissuti e ci fanno conoscere meglio luoghi e persone che abbiamo intorno e di cui spesso abbiamo solo una vaga idea di ciò che sono stati.
Per me questo libro è un regalo bellissimo.
Io, in questi quartieri, ci sono stata trapiantata da bambina, così come ci sono stati trapiantati i miei nonni, a cui il Comune di Milano assegnò una casa popolare dopo che fu stabilito che dovevano lasciare quella di Via Larga perché il centro della città doveva essere ricostruito e adibito ad altro.
Questi quartieri li abbiamo un po’ subiti (i miei nonni erano arrivati in queste case quando intorno c’erano solo campi e nebbia) e molto vissuti ma le nostre storie vengono da altrove e, come le nostre, anche molte di quelle persone che – come i miei nonni – furono trapiantati nelle stesse case popolari ma arrivavano da altre zone di Milano.
La loro guerra e la loro Resistenza è stata fatta e vissuta altrove: ha percorso altre vie della città, altre montagne (quella dell’Emilia, dove mia nonna è nata ed è dovuta tornare sfollata).
Leggendo il libro mi sono accorta di quanto poco conoscevamo di questi quartieri, delle storie che li hanno segnati e delle persone di cui commemoriamo ogni anni la scomparsa con lapidi e corone di fiori e anche di quelli che magari sono stati vicini a noi ma non ne abbiamo mai saputo fino in fondo la grandezza del significato dei loro gesti per quanto esternamente potessero sembrare piccoli e quotidiani.
Con questo libro è stato fatto un importante lavoro di ricerca e raccolta di testimonianze: andrebbe fatto leggere a tutti coloro che arrivano in questi luoghi perché sapere dove ci trova, quale passato ha caratterizzato le strade che percorriamo quotidianamente e le fabbriche che ora vediamo chiudere e trasformarsi in altro come reperti di archeologia industriale, è materia preziosa per metterci nella giusta prospettiva per poter elaborare il futuro.
Nel libro c'è anche uno spaccato interessante che sulla Resistenza nelle aree del Centro-Sud (Molise e Campania), ben descritto e un po' diverso da quanto si legge su libri di Storia.
Dalle pagine, dalle voci raccolte emerge la volontà di un Paese che si è mosso per arrivare a costruire in modo stabile e duraturo la pace e la democrazia per riemergere dal buio. Per anni ci è sembrato che tutto questo fosse un dato acquisito, normale, scontato e, invece, oggi se ci guardiamo intorno e ci accorgiamo che c’è una parte di mondo neanche tanto lontana da noi che questa bellissima conquista se l’è dimenticata. Almeno noi, grazie ai racconti di chi ha già attraversato la tempesta, dovremmo provare a non dimenticare e a valorizzare quanto di positivo è stato fatto nel cammino della democrazia, grazie all’apporto di tanti.

lunedì 15 febbraio 2016

La buona educazione su Facebook

Lo scrivo, pur sapendo che risulterò anticipatissima.
Non amo facebook e in generale non amo la troppa interazione con troppi soggetti, però riconosco al mezzo una grande potenzialità di diffusione di informazioni (che sarebbe opportuno fossero vere e non "bufale"), di promozione di se stessi e delle proprie attività e anche di contatto con persone e realtà che altrimenti sarebbe più complicato raggiungere.
Facebook, come altri social network e forum, per molti è anche un semplice luogo di svago e di sfogo e va benissimo che lo sia.
Detto questo, però, ci sarebbero anche delle regole elementari di buon comportamento che forse a molti sfuggono quando interagiscono con altri.
Lo traduco esplicitamente: ciascuno ha la propria bacheca per scriverci sopra quello che vuole, perché deve andare a rompere le scatole sulle bacheche altrui?
Questa è una cosa che proprio non tollero soprattutto quando viene fatta a sproposito: mi infastidisce quando viene fatta sulla mia bacheca e mi infastidisce quando viene fatta su altri con cui magari mi trovo a interagire e, anziché leggere il loro pensiero, mi ritrovo a dover leggere quello di altri di cui sinceramente non me ne frega niente.
A me pare semplice buon senso che se ho una questione da porre ad un soggetto, gli scrivo in privato e non gli lascio un post in bacheca dove leggono anche mille altri (a prescindere dal fatto che la questione che gli vado porre possa avere valenza pubblica o personale), così come mi pare di buon senso che se ho qualcosa da dire lo scrivo nel mio spazio e non vado a invadere gli spazi altrui (che non sono tenuti a far pubblicità ai miei pensieri, a prescindere dal fatto che siano importanti o meno). Mi pare semplice buon senso e buona educazione che, purtroppo, vedo che spesso in rete manca a tante persone.
Vi dico di più: per ragioni di lavoro, mi ritrovo spesso a guardare sulle bacheche (pubbliche o personali) di personaggi politici, di cui mi servono comunicati stampa, dichiarazioni o altro e non c'è cosa più fastidiosa che andare sulle loro pagine e trovarle piene zeppe di stupidaggini postate da altri che nulla hanno a che vedere con quel politico e con la sua attività.
A me, quella roba lì fa perdere un sacco di tempo perché devo scorrere tutta la pagina e districarmi tra un'inutilità e l'altra per recuperare ciò che mi serve. A normali cittadini, invece, quella roba lì crea solo un'inutile confusione che non giova né al politico che deve far sapere cosa sta facendo e come sta espletando il suo mandato né a loro che vogliono informazioni perché spesso in quel caos non le si trovano.
Imparate l'educazione e il buon senso quando usate facebook.

domenica 7 febbraio 2016

Le primarie e i cinesi

Prosegue in queste ore la polemica sui cittadini di nazionalità cinese e residenti a Milano che hanno votato alla primarie del PD.
Un polemica prevedibile visti i casi precedenti discutibili avvenuti in altre città italiane in altre occasioni ma che indubbiamente avvelena il clima di festa che, invece, si voleva creare per incentivare la partecipazione dei cittadini alla scelta del candidato sindaco per Milano.
Una polemica fatta in prevalenza da esponenti dei partiti e dei giornali della destra (Lega, Forza Italia, Il Giornale, Libero), oltre che dai perenni contestatori di tutto del Movimento 5 Stelle e Il Fatto Quotidiano ma che coinvolge anche esponenti della sinistra e in particolare di SEL (partito che pure fa parte della coalizione che concorre alle primarie).
Polemica strumentale, secondo alcuni, che serve a gettare un po’ di fango in casa di chi, con le primarie, si sforza di avvicinare i cittadini alla politica, mettendo in campo un collaudato strumento di partecipazione.
Eppure lo strumento delle primarie non è la prima volta che dà problemi, così come già se ne erano verificati per la partecipazione (in alcuni casi indotta) degli stranieri al voto.
Polemiche strumentali, soprattutto a Milano da parte di SEL che poco gradisce la partecipazione di Beppe Sala alla corsa per diventare candidato sindaco e continua a minacciare di uscire dalla coalizione nel caso fosse proprio lui il vincitore delle primarie e che ora potrebbe utilizzare la storia dei cinesi (che pare in prevalenza sostengano Mister Expo) per sganciarsi dalla partita a urne chiuse se il risultato non li soddisfacesse.

Se i partiti della destra e delle varie opposizioni fanno il loro gioco, su SEL, invece, vale la pena di qualcosa in più. SEL, infatti, che ora cerca vie di fuga, ha ampiamente partecipato ai tavoli per la preparazione e la gestione delle primarie, compresa la stesura delle regole e ha anche ampiamente rotto le scatole sull’individuazione della data utile al voto.
Le regole delle primarie, come sempre, prevedono che a votare possano essere i cittadini che abbiano compiuto i 16 anni di età e anche gli stranieri purché residenti a Milano, visto che in questo caso si tratta di votazioni per scegliere il candidato sindaco, e con permesso di soggiorno.
Regole note e collaudate da tempo, che SEL conosceva bene e su cui avrebbe potuto intervenire prima se avesse ritenuto che non erano adeguate al tipo di competizione in campo e all’attuale situazione.
È un po’ opportunistico intervenire a gamba tesa a partita in corso per dire che le regole non vanno più bene e che un pezzo di elettorato non dovrebbe votare semplicemente perché si suppone che voti un candidato che non è il proprio.

Al di là della satira molto divertente che si legge su twitter in merito alla partecipazione dei cinesi al voto per le primarie, non si capisce perché non si dica nulla su persone di altre nazionalità che pure partecipano al voto.
Perché se il problema è il voto agli stranieri, lo deve essere per tutti. Non si può sostenere che i cinesi non possono votare ma gli africani o i sudamericani sì.

Le accuse che girano intorno al voto della comunità cinese sono anche piuttosto pesanti, vanno dal “cammellaggio” al “voto di scambio” che sarebbe documentato dai selfie che tutti si fanno in prossimità dei luoghi di voto o accanto ai manifesti elettorali da parte di soggetti che neanche sanno parlare in italiano.
Sono parole un po’ grosse che bisognerebbe utilizzare con maggiore attenzione.
Premesso che i selfie nei luoghi di voto li abbiamo fatti tutti e anche postati in rete e oggi i selfie si fanno in ogni occasione e prevalentemente per mostrare se stessi e cosa si sta facendo, per inseguire la moda dei social network o per ansia personale di esibizionismo, quindi da qui a parlare di “voto di scambio” ce ne corre.
Inoltre, sul “cammellaggio” la situazione è un po’ più sottile.
Innanzitutto, va subito sgombrato il campo dai paragoni con ciò che è avvenuto in altre città in occasione delle primarie con il voto agli stranieri: a Roma, nel napoletano e in Liguria erano stati denunciati casi di soggetti pagati per andare a votare dei candidati, mentre a Milano gli stranieri (cinesi e non) che si sono presentati ai seggi lo hanno fatto liberamente e non dietro a compenso.
Per quanto riguarda la comunità cinese, Beppe Sala nei giorni scorsi ne aveva pubblicamente incontrato il rappresentante – al pari di come altri candidati hanno incontrato rappresentanti di altre comunità straniere di Milano – e da qui deriva l’appoggio prevalente. Fermo restando che la comunità cinese aveva organizzato un proprio gazebo per sensibilizzare i cittadini sulle primarie e in cui erano presenti volantini di tutti i candidati e tra loro ci sono comunque anche sostenitori di altri candidati che lo hanno pubblicamente mostrato.
Non è un segreto nemmeno che la comunità dei Latinos appoggia in prevalenza Majorino.
Così come altri dati sugli appoggi degli stranieri erano stati pubblicati sui giornali nei giorni scorsi.
Insomma, nulla di strano: i candidati hanno puntato su soggetti con cui avevano dei rapporti (per vicende lavorative, professionali o personali) e ne hanno attivato le reti per raccogliere voti.
Il discorso non si applica solo agli elettori stranieri ma anche ai mondi italiani: i membri della Comunità di Sant'Egidio, ad esempio, in prevalenza sostengono Majorino perché ci hanno lavorato in questi anni in cui lui è stato assessore, probabilmente si è costruito un rapporto e hanno anche lavorato bene e ambiscono a proseguire questa esperienza per il futuro, non è un segreto.
E’ un reato? E’ pericoloso? E’ lobby? E’ clientelismo? E’ voto di scambio?
E’ semplicemente che ciascun candidato ha attivato le proprie reti e chiesto loro appoggio e questi lo hanno concesso. Non c'è molta differenza rispetto all'America in questo. Il meccanismo delle preferenze comporta anche questo rischio, soprattutto quando ci si muove in un terreno aperto ma non troppo come è quello delle primarie. Le preferenze o si prendono perché si è molto famosi e facendo campagna a tappeto ovunque (ma questo ha un senso per competizioni elettorali vere, in cui tutti votano, mentre sulle primarie dove notoriamente viene a votare solo una parte di elettorato è più complicato e probabilmente anche inutilmente dispendioso) o si prendono attivando le reti che normalmente si frequenta. In questa tornata, si è scelta in prevalenza questa seconda strada ed è ciò che anche la polemica di queste ore mette in luce. Quando poi arriveranno i risultati finali e si potrà andare a vedere davvero da cosa era composta la platea elettorale, allora si potranno anche fare valutazioni diverse.
In ogni caso, nulla di strano.

In merito al fatto che alcuni siano arrivati a votare in gruppo è anche abbastanza normale.
Capita di arrivare “in gruppo”: di solito le famiglie all’uscita dalla Messa arrivano insieme, oppure marito e moglie, oppure un figlio che accompagna il genitore anziano, o coppie di fidanzati, o ragazzi che arrivano con gli amici… Non si capisce perché se lo fanno gli italiani va bene e se lo fanno i cinesi no.
Oltretutto per molti di loro era la prima volta che potevano votare in Italia e magari avevano anche un po’ di insicurezza.
Più sgradevole il fatto che alcuni neanche sapevano l’italiano e si sono presentati con un foglietto in mano con il nome del candidato da votare.
Non è così strano: anche in anni passati capitavano stranieri che volevano votare e si esprimevano in un italiano pessimo ma cercavano di esprimere il loro desiderio di poter partecipare e chiedevano impegno ai partiti presenti affinché a breve potessero votare anche alle elezioni vere.
Del resto, nei partiti come nei sindacati, vengono tesserati anche cittadini stranieri per cui è normale che poi siano incentivati a partecipare o far partecipare anche loro connazionali.
Nello specifico caso dei cinesi, purtroppo la maggior parte di loro non parla italiano neanche all’interno dei loro negozi radicatissimi nei nostri quartieri e frequentatissimi anche dagli italiani. Questo, però, non significa che siano del tutto inconsapevoli o che non seguano ciò che accade loro intorno, anzi, spesso lo sanno molto bene.
Sul fatto che arrivassero con il nome del candidato da votare scritto su un foglietto, lo fanno da sempre anche gli elettori di nazionalità italiana, soprattutto quelli più anziani.
Francamente, si fatica a capire perché se l’elettore cinese arriva con il foglietto con scritto il nome del candidato che gli hanno indicato di votare susciti sdegno e, invece, se arriva allo stesso modo la vecchietta che cammina a stento e che ragiona ancora meno sia considerato segno di attenzione e ammirazione.
Personalmente, mi suscita molto più sdegno vedere chi va a “cammellare” soggetti deboli, non sempre capaci di intendere e volere o anziani quasi in punto di morte che non i giovani stranieri che sono in grado di pensare con la propria testa e valutare da soli se vale la pena di partecipare o no e votare il candidato che qualcuno ha loro consigliato.

Pretestuosità a parte, resta il senso generale di una situazione pasticciata e il fatto che era prevedibile che accadesse e si poteva evitare.
I motivi per evitare il pasticcio erano molti: innanzitutto, dopo tante primarie uscite zoppe nelle ultime tornate in varie Regioni, vi era la necessità di restituire lustro e dignità allo strumento; secondariamente gli occhi di tutti erano puntati su Milano data l’importanza della competizione e anche dei candidati in campo e uno scivolone così – seppure caricato – si poteva evitare.
I dati elettorali finali, molto probabilmente, ridimensioneranno il fenomeno e mostreranno come gli stranieri partecipanti al voto siano poi un’esigua minoranza e magari neanche influente ma il pasticcio d’immagine sui media è già fatto ed è difficile che si smonti.

Il nodo della questione riguarda le regole delle primarie.
Ha senso che a scegliere il candidato sindaco siano cittadini che poi alle elezioni vere non possono votare?
Le primarie del PD sono nate con la regola del voto ai 16enni e agli stranieri ma spesso si è trattato di primarie congressuali, in cui si andava a scegliere il Segretario/leader del Partito Democratico e ai partiti ci si può iscrivere anche a 16 anni e se si è cittadini stranieri, altra cosa dovrebbero essere le primarie per cariche elettive monocratiche.
Sicuramente è meritevole il tentativo di inclusione delle comunità straniere attraverso la sensibilizzazione volta al coinvolgimento e alla partecipazione al voto ma resta da capire quanto poi sia realmente efficace al fine di una migliore integrazione. Probabilmente questa risposta dovrebbero darla le stesse comunità straniere e in parte lo hanno fatto in positivo con il comunicato di Francesco Wu. Probabilmente, risultati del coinvolgimento, della partecipazione e dell’integrazione anche attraverso questi strumenti si vedranno nel tempo se il percorso troverà un seguito, perché si tratta di processi lenti e che richiedono costanza nell’applicazione e non basta un voto a spot in una sola occasione per attivarli.
Tuttavia, personalmente, resto molto dubbiosa della strada scelta: in questa fase di forte antipolitica, di partiti che mostrano un’immagine di sé tutt’altro che limpida e di primarie importanti su cui vi erano tutti i riflettori puntati, forse sarebbe stato più opportuno fare scelte più oculate, che non esponessero i partiti promotori (e in particolare il PD) a polemiche di cui in questa fase già difficile non vi era bisogno e consentire la partecipazione al voto solo dei soggetti che realmente votano alle elezioni, cercando invece altre strade per coinvolgere e promuovere la partecipazione delle comunità straniere alla vita civica.
Così come sarebbe stato più intelligente da parte dei candidati e dei loro staff andare a fare campagna elettorale tra i soggetti che, oltre alle primarie, possono votare poi alle elezioni vere, onde evitare di strumentalizzare comunità importanti e presenti sui nostri territori che rischiano con queste polemiche di subire un becero linciaggio, invece, che dell’incoraggiamento a proseguire sulla via della partecipazione.
Molto più corretto e concreto da parte dei partiti sarebbe impegnarsi al fine di ottenere il voto anche dei cittadini stranieri residenti in Italia almeno alle elezioni amministrative.