lunedì 15 giugno 2015

Guerini e Mirabelli a discutere di immigrazione, governo e PD sui territori

Domenica mattina è arrivato a Milano il Vicesegretario Nazionale del Partito Democratico Lorenzo Guerini a discutere – insieme al senatore Franco Mirabelli - dei temi più rilevanti dell’attualità e delle problematiche interne al PD, nell’ambito di un’iniziativa messa in campo da alcuni circoli.
Tanti i temi affrontati, dal problema dell’immigrazione, esploso in tutta evidenza in queste ultime settimane, alle riforme per cambiare il Paese e superare le difficoltà create dalla crisi economica, fino alle dinamiche strettamente di partito, comprese le diatribe interne, emerse con molta forza proprio durante la campagna elettorale e che certamente hanno contribuito a far uscire dalle urne dei risultati un po’ diversi da quelli auspicati.

Ad aprire l’incontro è stato il senatore Franco Mirabelli che, da milanese, non ha potuto evitare di soffermarsi sulla drammatica situazione dei migranti momentaneamente bloccati alla Stazione Centrale di Milano.
«La vicenda dell’ingente flusso dei migranti che sta interessando l’Italia in queste settimane è difficile da governare. - ha affermato il senatore democratico nel suo intervento - È evidente che un problema di questo tipo non lo può risolvere da sola l’Italia. Fa bene, quindi, il Presidente del Consiglio Renzi ad insistere affinché l’Europa si faccia carico fino in fondo del problema perché, ormai, è chiaro a tutti che i problemi che stiamo riscontrando nelle nostre città in queste settimane sono legati a scelte sbagliate dell’Unione Europea e, in particolare, di alcuni Paesi europei: se la Francia non avesse sospeso Schengen e non avesse chiuso la frontiera, non ci sarebbe stato quell’impatto che abbiamo visto sulla Stazione Centrale di Milano oltre che su quella di Ventimiglia. L’Europa, dunque, deve farsi carico insieme del problema, dimostrando di essere capace di affrontare la situazione dei profughi distribuendo gli sforzi e anche distribuendo le presenze».
«Per anni, - ha insistito Mirabelli - hanno spiegato che i migranti arrivavano in Italia perché guardavano la televisione e vedevano che qui si stava bene e c’era una “sinistra buonista” che avrebbe accolto tutti e, quindi, valeva la pena di salire sui barconi e partire. Oggi, dovremmo renderci conto che i migranti, se guardano la televisione, vedono che gran parte delle persone che prendono i barconi rischia la vita; molti muoiono in mare e, nonostante tutto ciò, la situazione da cui scappano è talmente grave a causa di guerra o povertà che preferiscono comunque rischiare la vita piuttosto che restare nei loro Paesi».
Mirabelli si è poi soffermato sulla polemica politica innescata prevalentemente dalla Lega Nord in queste settimane, segnalando che «La riproduzione continua dello scontro politico giocato sulla pelle degli immigrati è assurda. Qui non c’è una “sinistra buonista” che vuole accogliere tutti contrapposta ad una destra che, invece, difende la comunità nazionale. Qui c’è una destra che ha firmato tutte le leggi e tutti i trattati internazionali sull’immigrazione che hanno portato a questa situazione: dalla legge Bossi-Fini al Trattato di Dublino fino al sostegno all’intervento militare in Libia e alle regole – scritte da Maroni quando era Ministro dell’Interno – sulla gestione dei profughi sui territori».
«La situazione in cui si trovano i migranti è drammatica per loro ma anche per le nostre comunità che ne subiscono l’impatto e questa stessa destra che ha firmato tutti gli accordi che hanno contribuito a produrre questa situazione, e in particolare la Lega, non si assume quella responsabilità perché preferisce parlare di “invasione” e speculare su un dramma come quello che stiamo vedendo per portarsi a casa qualche voto in più», ha poi evidenziato il senatore Mirabelli, denunciando che «Nei giorni della campagna elettorale, girando per i territori, i cittadini raccontavano che ogni volta che passava Salvini a fare un comizio, immediatamente dopo nel Comune si diffondeva l’idea che, se in quel luogo avesse vinto il centrosinistra, si sarebbe aperto un campo profughi. Questo è un modo aberrante di affrontare i problemi».
Per l’esponente del PD è importante parlare con i cittadini che di fronte a quanto sta avvenendo, con l’arrivo massiccio dei migranti e le situazioni di degrado e disagio che si creano come quelle viste nella Stazione Centrale di Milano, si trovano dubbiosi e spaventati: «Occorre spiegare che c’è una grande tragedia internazionale di cui non si vede la fine. Nel Nord Africa, gli Stati nazionali che abbiamo conosciuto fino ad oggi stanno scomparendo tutti e, quindi, è anche difficile trovare degli interlocutori ma a maggior ragione occorre che il problema lo si affronti come Europa e in modo serio. Altrimenti, il rischio è che un problema epocale come quello che si sta verificando diventi uno strumento per farsi un po’ di propaganda elettorale e che porta a minare la convivenza civile e i principi fondanti della cultura europea, che è fatta anche di solidarietà. Il Governo sta cercando di lavorare per questo ma si tratta di problematiche difficili che si vanno ad intrecciare a dinamiche nazionali (in alcuni Paesi, ad esempio, ci sono scadenze elettorali vicine che spaventano e forze xenofobe che gettano benzina sul fuoco). Tuttavia, su queste vicende, l’Europa sta misurando davvero la propria capacità di esserci come soggetto politico e di mostrare la propria forza e la propria importanza, al di là dei singoli interessi nazionali».

Sulla questione dei migranti si è soffermato anche Lorenzo Guerini, il quale ha affermato che «L'idea di Europa non può partire da Ventotene per finire a Ventimiglia. Bisogna ragionare sul superamento del Trattato di Dublino. Il blocco dei migranti al confine italo-francese a Ventimiglia rappresenta la negazione dell'idea stessa di Europa». Sul ruolo di Roberto Maroni che, nei giorni scorsi, da Presidente della Regione Lombardia aveva minacciato di tagliare risorse ai Comuni che avessero dato disponibilità di accogliere i migranti sul loro territorio e aveva scritto ai Prefetti per invitarli a non inviare altri migranti sul suolo lombardo, anche Guerini – come il collega Mirabelli – ha segnato che «Il governatore lombardo Maroni non può farci lezione. Fu lui da Ministro dell'Interno a proporre e a far realizzare un piano di ripartizione dei migranti nelle Regioni italiane. Non vedo come, a ruoli invertiti, si rifiuti di applicare le direttive che sono state date da lui qualche anno fa. Così come il Trattato di Dublino II non l'abbiamo firmata noi ma un governo di centrodestra guidato dall’allora Premier Silvio Berlusconi e di cui la Lega era azionista di maggioranza».

Un altro tema che ha tenuto banco nel corso del dibattito è stato quello della legalità e le polemiche attorno alle inchieste romane di “Mafia Capitale”.

«Ciò che è emerso dalla vicenda di Mafia Capitale non è lo specchio del nostro partito, ma una patologia che si può debellare. – ha affermato Lorenzo Guerini - Quello che è avvenuto a Roma è un insulto ai militanti pieni di generosità dei tanti circoli del Partito Democratico. Chi ha sbagliato nel nostro partito non ha più cittadinanza. Inoltre, il governo Renzi sta facendo molto, a partire dall'impulso all'attività anti corruzione dato, per esempio, dalla nomina di Cantone. Ma c'è bisogno di avere le antenne alte su quello che avviene sul territorio e in caso intervenire e salutare chi sbaglia».

Franco Mirabelli ha ribadito che «Le inchieste di questi mesi hanno scoperchiato di nuovo uno scenario indecente fatto di corruzione che spesso ha finito per vanificare il grande lavoro fatto per ricostruire la credibilità della politica. Uno degli obiettivi che c’eravamo dati con le riforme, infatti, era quello di ricostruire un rapporto fecondo e positivo tra i cittadini e le istituzioni e tra i cittadini e la politica, con l’obiettivo di ridare credibilità alle istituzioni e ridare credibilità alla politica. Anche sul fronte della legalità, però, in realtà in questi mesi si è fatto molto in Parlamento. Abbiamo approvato una legge contro la corruzione con cui si reintroduce anche il falso in bilancio (e, quindi, rende più difficile la possibilità di costruirsi i tesoretti in nero per poi corrompere), con cui si aumentano le pene e si mette fine ad un fenomeno italiano per cui siamo il Paese con il più alto grado di corruzione d’Europa ma i corrotti non andavano mai in carcere. Abbiamo approvato una legge per punire i reati ambientali che, se ci fosse stata in precedenza, avrebbe prodotto la condanna dei dirigenti della Eternit o sulle vicende della Terra dei Fuochi. Inoltre, abbiamo fatto una legge contro l’autoriciclaggio. Gli effetti di tutte queste norme, probabilmente, si vedranno nei prossimi anni ma intanto dimostrano l’impegno di questo Governo, sostenuto dal Partito Democratico, anche su questo fronte».

L’altro fronte aperto nel corso del dibattito è stato poi quello riguardante le dinamiche interne al PD e come queste si ripercuotono sul Governo e hanno condizionato anche gli esiti elettorali.

«Le elezioni per il ballottaggio nei Comuni così come le Regionali non sono un test per il Governo e non hanno alcun significato a livello nazionale», si era affrettato a chiarire il Vicesegretario del PD durante la discussione ma anche a margine, parlando con i giornalisti, mentre le urne erano ancora aperte, sottolineando che «Il Partito Democratico non può tirarsi indietro da una riflessione sull'astensione. Il tema del rapporto tra cittadini e politica è fortissimo, ma più in generale bisogna rilanciare la fiducia dei cittadini nella politica».

E proprio sul tema del complicato rapporto tra i cittadini e la politica e la necessità di ridare credibilità alle istituzioni, si è soffermato Franco Mirabelli, il quale ha ricordato come questo fosse il principale obiettivo del Governo e che all’interno di questo ragionamento va collocata la necessità espressa da Renzi di fare subito la riforma costituzionale, la riforma del Senato, così come la legge per abolire il finanziamento pubblico ai partiti era anche un modo per dimostrare che la politica è la prima a rimettersi in discussione.

«Quest’anno abbiamo fatto tantissimo lavoro da questo punto di vista e abbiamo cominciato a cambiare davvero questo Paese su tante questioni importanti. Ma questo lavoro occorre farlo e riportarlo anche sui territori. C’è bisogno di un Governo forte, di un leader capace di comunicare ma abbiamo bisogno anche di un partito che, oltre a discutere, deve essere capace di sostenere e valorizzare l’azione di riforme messe in campo dal PD e dal Governo, grazie a cui il Paese sta cambiando e può continuare a cambiare», ha precisato Mirabelli.

E sulla rappresentanza territoriale ha particolarmente insistito anche Lorenzo Guerini, il quale ha affermato che la comunicazione politica non deve esaurirsi nella televisione, ma deve svilupparsi proprio sul territorio, dove, parallelamente, deve essere incoraggiata la militanza.
Entrambi gli esponenti PD hanno poi messo in luce l'importanza di un dialogo civile all'interno del partito, anche quando si hanno opinioni diverse perché – come ha precisato Guerini – «La politica è anche linguaggio e, dato che ogni sede ha i suoi stili, non è utile applicare il linguaggio da “Curva Sud” alla politica se si vuole instaurare un dialogo». Inoltre, ha sottolineato Mirabelli, «Dovremmo discutere un po’ meno su noi stessi e un po’ di più su quello che serve al Paese ma dobbiamo anche sapere e avere la capacità di sostenere un Governo che sta dando risultati importanti. Le elezioni appena svolte dimostrano che il centrodestra è tornato e, per il centrosinistra, questioni come il fisco o l’immigrazione sono ancora dei problemi: il PD e il centrosinistra vengono ancora vissuti come il “partito delle tasse” (nonostante la manovra per dare gli 80 euro) e, quindi, su questo fronte c’è molto da lavorare non solo sui giornali ma anche sul territorio; traducendo e riportando sul territorio il senso di un lavoro e di un’iniziativa politica che è quella di trasformare l’Italia per migliorare il Paese perché gli italiani se lo meritano».

Un dibattito ampio, dunque, quello svolto a Milano, voluto perché, come ha spiegato il senatore Franco Mirabelli «È importante, ogni tanto, uscire dalle logiche contingenti per fare il punto sulla situazione politica e provare a comprendere quale percorso si è intrapreso e quale strada resta da fare. Il rischio, altrimenti, è quello di restare schiacciati dalle emergenze e di perdere di vista il grande lavoro che sta facendo il Governo, prevalentemente grazie al sostegno del Partito Democratico».

Video del dibattito»

martedì 2 giugno 2015

Expo in progress

Altro giro ad Expo, altri padiglioni ma, soprattutto, altre trasformazioni. Sì, perché il sito espositivo è in progress e muta il suo aspetto. Chi va a visitarlo in questi giorni, troverà ad accoglierlo all’ingresso dalla parte della metropolitana un gruppo di una sorta di guerrieri del cibo, opere d’arte dello scenografo da Premio Oscar Dante Ferretti, così come suoi sono i banchi enormi disseminati lungo il decumano con l’esposizione di alimenti o di ciò che diventerà alimento.
Lo scenografo alle sue opere ci tiene molto e per quelle aveva già polemizzato a lungo con la dirigenza di Expo, tuttavia, a vedere il gran traffico di persone che circolano lungo il decumano e l’ingombro occupato da questi banchi espositivi (oltretutto dai colori scuri), forse si poteva anche evitare di farli.
Una bellissima sorpresa, invece, è l’orto all’ingresso del Padiglione della Francia che cresce e comincia a dare i suoi frutti: sono ben visibili infatti insalate, pomodori e carciofi.
Altra novità sono i visitatori che aumentano tutti i giorni della settimana, con particolari punte nei giorni di festa: si può essere fortunati da arrivare ai tornelli in orari poco frequentati, ma poi, arrivati all’interno, è facile accorgersi che la gente presente è tantissima in ogni luogo.
Se i visitatori aumentano, il sito di Expo aumenta anche le attrezzature per accoglierli: si sono moltiplicati gli spazi per sedersi, i furgoncini della Street food con bevande e cibi vengono fatti circolare ovunque, sono spuntati ombrelloni e tettoie accanto ai padiglioni più gettonati per evitare che chi attende in lunghe code si sciolga sotto al sole. Insomma Expo si adegua alle esigenze del momento e adatta di volta in volta la sua area.
Questo è indubbiamente un fattore positivo, segno che da parte della direzione vi è attenzione a quel che avviene giorno per giorno e si è pronti a far fronte tempestivamente a qualsiasi evenienza.
Meno positivo è il fatto che più il sito di Expo si riempie di installazioni e attrazioni lungo il decumano, più somiglia sempre di più ad una qualsiasi fiera e fa perdere l’attenzione per i temi che invece vengono proposti (anche in modo originale, innovativo e tecnologico) all’interno dei padiglioni.
Nei padiglioni, infatti, bisogna entrare: i veri contenuti di Expo stanno dentro, non fuori. E ci sono padiglioni meravigliosi, come testimoniano anche alcune lunghe code per accedervi.
Purtroppo non tutti hanno la pazienza o la resistenza fisica di stare in coda ore e allora in qualche spazio non proprio in tema può capitare di incapparci. Senza coda – ma verrebbe da dire anche senza Expo – sono i padiglioni dell’Ungheria (espongono produzioni in lana o in legno tipiche della zona e ogni tanto vi sono spettacoli musicali), della Romania (grazioso il bar a forma di capanna sul tetto ma il resto non è neanche di aiuto al turismo), la Moldavia (una piantina geografica per localizzare lo zona, uno schermo con immagini turistiche e un bar), la Slovacchia (al suo interno ma anche al suo esterno ospita una serie di opere d’arte e di composizioni artistiche, molto belle esteticamente ma poco in tema con la manifestazione).
Molto belli ma non del tutto inerenti al tema di Expo sono invece i padiglioni della Repubblica Ceca (la cui piscina esterna è gettonatissima da grandi e piccini, mentre all’interno si comincia con un percorso tra natura e silenzio per arrivare all’arte come forma di rappresentazione), della Lituania (tecnologie moderne, opere d’arte, schermi esplicativi delle produzioni del Paese) e della Bielorussia (tutto viene proiettato sulle pareti con qualche schermo esplicativo).

Altri luoghi in cui non si trovano e code per accedere sono i tanto decantati cluster: quando sono stati presentati è stato detto che lì si sarebbero concentrati i veri contenuti di Expo, al loro interno si sarebbero dovuti trovare gli spazi espositivi dei Paesi produttori di alcune specificità e si sarebbe discusso del tema della manifestazione. Tutto questo è da dimenticare. A parte la difficoltà di alcuni di questi ad avviarsi, oggi sostanzialmente si può dire che i cluster sono aperti e in parte funzionano. In parte perché bisogna chiarire cosa si intende per funzionare. Gli spazi espositivi e di vendita esterni ai cluster di cacao, caffè e anche riso (quest’ultimo in prevalenza alla sera) funzionano alla grande: la gente, arriva, si siede, compra, mangia, guarda ciò che c’è da vedere. Gli interni funzionano un po’ meno.
C’è sicuramente un problema “estetico”: non è carino dirlo ma esteticamente alcun cluster sono brutti, o comunque non hanno le forme spettacolari e appariscenti degli altri padiglioni per cui sono poco attrattivi: si tratta per lo più di grossi cubi rivestiti in legno o con pannelli colorati o a specchi nel caso del riso ma appunto cubi insignificanti.
Nel caso di cacao e caffè, l’idea di mettere fuori bar e stand di vendita, oltre che spazio per le presentazioni, si è rivelata geniale perché in molti vi sono attratti; altri come Frutta e Spezie che hanno il nulla fuori o più nascosti come il Bio-Mediterraneo richiamano proprio poco.
Dopo di che il problema vero resta l’interno: i Paesi non espongono le produzioni locali e neanche spiegano cosa fanno ma molto spesso utilizzano quei punti come rivendita di paccottaglie spacciate per artigianato locale (quasi tutti i Paesi africani) o, in alcuni casi, come luoghi di promozione turistica (le Maldive dentro al cluster del Mare che promuovono le loro spiagge, Malta dentro al cluster Bio-Mediterraneo che promuove il territorio da visitare).
Uno sforzo scenografico e esplicativo lo ha fatto il Brunei, nell’area Frutta e Spezie, in cui racconta il proprio modo di produrre. Così come interessante e gradevole è la tavola imbandita del Libano nell’area Bio-Mediterraneo. L’area Bio-Mediterraneo è quella che ha fatto arrabbiare la Regione Sicilia (che lì espone) per gli investimenti fatti. Si tratta di uno spazio molto grande ma un po’ nascosto, oltre il cardo (corridoio orizzontale) e sul lato destro del Lago con l’Albero della vita per chi arriva dall’ingresso della metropolitana. L’esterno è preceduto da una striscia di terra con alberi e arbusti chiamata “Parco della Biodiversità” (a ridosso del gettonatissimo padiglione della Coca Cola). L’area centrale è contornata da tavoloni con le scritte in greco e un palco spettacoli (lunedì 1 giugno vi si alternavano cantanti siciliani) e a chiuderlo sui lati vi sono i cubi dei padiglioni. La gente dentro c’era, girava da uno spazio all’altro, si fermava a sentire la musica… solo che sembrava di stare ad una qualsiasi fiera del turismo (con tanto di cantanti che cercavano di vendere al pubblico il loro cd) invece che ad Expo. Forse, però, le responsabilità non sono di Expo ma dei singoli Paesi che hanno affittato quello spazio e lo utilizzano decisamente molto male. All’interno del cluster vi sono anche la Grecia (dove il cartellone all’ingresso “Ellenic Tourism” chiarisce subito che si parla di turismo), l’Albania (lo spazio è quasi vuoto, vi sono dei quadri e un’opera d’arte in legno, non si sa se non è completato o se resterà così), la Serbia (vuoto, in cui sul muro che campeggia lo slogan “The future is sharing”), la Croazia, la Tunisia e l’Egitto (quest’ultimo diverte molto i bambini per gli ologrammi dei faraoni con cui si può giocare e farsi fotografare).

Qualche problema sul messaggio che si vuole mandare c’è anche in qualche stand (difficile chiamarli “padiglioni”) nell’area italiana: Palazzo Italia è sempre molto gettonato ma le file chilometriche non sono cosa sopportabile per tutti, mentre lungo il cardo le varie Regioni si mettono in mostra oppure offrono i loro prodotti. Qui ci sono lo spazio delle produzioni di Piacenza, Casa Citterio, Granarolo, gli spazi ristoro Calabria e Basilicata, la gelateria della Coldiretti, la Terrazza Martini e poi cominciano ad aprire anche punti promozionali delle varie Regioni: la Lombardia sta cercando di aggiustarsi l’immagine dopo la bruttissima figura dei primi giorni, la Liguria è bellissima con piantine appese alle pareti insieme alle ricette di alcuni suoi piatti tipici; di recente hanno aperto le Marche (con schermi che mostrano le bellezze artistiche e territoriali, esattamente come alla fiera del turismo). Molto gettonato e anche molto grande è il padiglione del Vino.

In sintesi, si può dedurre facilmente che dove non c’è coda, sarà più semplice entrare ma decisamente ne vale meno la pena rispetto ad altri spazi che invece meritano attenzione. Tornando ai padiglioni ufficiali, si scorre facilmente per visitare la Cina, dal bellissimo ingresso in mezzo ai fiori gialli. L’interno è tutto giocato sulla tecnologia con spazi interattivi e chiusura del percorso sul campo di “grano della speranza” fatto da alti pali luminosi che cambiano colore.

Molto frequentato anche ciò che c’è del Padiglione del Nepal: si tratta di una serie di pagode a cielo aperto senza niente altro. Sono molto belle esteticamente, ma quello che attrae i visitatori è indubbiamente la tragedia che ha colpito il Paese e per cui si possono lasciare offerte.

Padiglioni veri e propri sono anche quelli degli sponsor, tra questi sul decumano c’è ENEL, con tubi luminosi e cartelli esplicativi in cui si ribadisce in continuazione che l’illuminazione di Expo è fornita da loro.

Altro luogo frequentatissimo è la nuovissima area attrezzata con lettini e ombrelloni sulla fontana dietro al Padiglione della Lindt. E’ anche una zona abbastanza ombreggiata e nei momenti in cui il sole è molto alto, si rivela essere un ottimo luogo per riprendere fiato e, ora che comincia ad essere conosciuto, riesce a far concorrenza alla piscina assolata della Repubblica Ceca.

Per svagarsi, però, il luogo migliore resta la terrazza del Padiglione degli Stati Uniti: la musica è bella, l’aria non è troppo calda, si può ballare (sono le hostess stesse a farlo, anche quando hanno addosso la divisa) e nell’area sul retro del padiglione sono posizionati sei furgoncini per il Food Truck dove si può mangiare e bere a prezzi più o meno normali.

Arriviamo alla questione prezzi. Tutto ciò che riguarda Expo ha un costo e anche piuttosto elevato e, questo, oggettivamente, considerato il costo già alto del biglietto di ingresso è un po’ fastidioso.
Partiamo dai gadget: oggi i gadget di Expo, oltre che all’Expo Gate in Piazza Castello a Milano si possono trovare anche all’interno del sito espositivo ma i prezzi restano alti in ogni caso.
All’Expo Gate, gestito dal gruppo La Rinascente (o almeno così sono firmati gli scontrini) si possono trovare servizi di sei tazze con logo Expo da 36 a 77 euro a seconda della dimensione, sacchetti in stoffa da 16,00 euro, magnete rettangolare con logo Expo a 5,00 euro, spilletta tonda con logo Expo a 4,00 euro.
Sul sito espositivo, invece, hanno aperto gli store di OVS ed Excelsior. Questi due punti, all’inizio del Decumano per chi arriva dall’ingresso collegato alla metropolitana, non vendono solo gadget della manifestazione ma anche altro: in OVS si vendono tranquillamente i vestiti. La scelta è un po’ discutibile anche se con gli sbalzi caldo/freddo o con i bagni improvvisati in piscine e fontane, trovare una maglietta di cambio può anche essere utile in alcuni momenti.
OVS è lo store meno costoso: vende magliette con logo Expo, ma anche sacchetto/zaino con logo Expo in stoffa consistente a 12,00 euro, borsa con logo Expo a 14,00 euro. Excelsior vende gadget e prodotti firmati (portachiavi, cover per telefoni, puzzle per bambini ma anche oggettistica varia che c’entra poco con la manifestazione) ma ovviamente i prezzi salgono.
Novità degli ultimi giorni è il “Passaporto di Expo” che, annunciano dagli altoparlanti, si può far timbrare nei vari padiglioni che si visitano, così da portarsi a casa un ricordo del giro virtuale intorno al mondo. Il Passaporto non è altro che un libretto di carta piccolino ma se ci si illude che sia gratuito, si sbaglia: si paga anche quello e, comunque, non tutti i padiglioni sono già attrezzati con i timbri!
Un altro punto di acquisto è il Book shop Mondadori che, pur vendendo libri, si è adeguato e espone molte cose in tema della manifestazione: un quaderno a quadretti con logo Expo costa 5,00 euro, un quadernino piccolo tipo blocchetto da borsetta con logo Expo costa 3,50 euro e il sacchetto di carta per portarveli a casa costa 0,20 centesimi.
Ci sono poi i punti shop all’interno di ogni padiglione che vedono o prodotti tipici del Paese a cui si riferiscono o puro merchandising (quest’ultimo di solito prevale). In Francia si vendono posate, tazze, asciughini, grembiuli, portachiavi, torri Eiffel colorate e similari (una busta in stoffa con scritto Francia e bandierina francese costa 10,00 euro). In America vendono tazze (servizio da due a 20,00 euro), piatti (a 12,00 euro l’uno), foulard con logo del padiglione a 75,00 euro, borsa in stoffa nera grande a 130,00 euro. In Lituania si vendono gioiellini e campanelle in terracotta dipinte (le quali, in forma piccola, costano 8,00 euro l’una). In Belgio si vedono i cioccolatini Guillaumes a forma di frutti di mare (scatola piccola 3,00 euro, scatola media 8,00 euro).

Tralasciando i gadget, di cui si può anche fare a meno, veniamo al cibo che, invece, in alcuni momenti è indispensabile. Anche su questo fronte ci sono diversi problemi di costo: intanto bisogna sapere subito che mangiare in Expo è costoso, soprattutto se nel corso della giornata si vogliono prendere più cose; tuttavia si può cercare di fare attenzione a scegliere di mangiare dove costa un po’ meno.
I ristoranti e i self service hanno primi che vanno dai 7 ai 12 euro, in alcuni casi utilizzano delle formule “menù” con cui si può risparmiare un po’.
La pizza margherita rotonda a Rosso Pomodoro nello spazio Eataly costa 10,00 euro (e spesso c’è una coda lunghissima per ottenerla).
Sempre in Eataly, al ristorante della Sicilia, un piatto di mezze maniche con sugo di tonno, pomodoro e olive costa 7,50 euro. Una crepes alla Nutella nel Nutella Concept Bar (spazio Eataly, primo piano) costa 4,50 euro e l’acqua 1,50 euro.
Il costo dell’acqua è molto variabile a seconda di dove la si compra (va da 1 a 2 euro), è anche vero che disseminate lungo il sito espositivo ci sono le “case dell’acqua” dove si può bere o riempirsi le bottiglie ma è ovvio che per farlo bisogna avere con sé almeno un bicchierino o una bottiglia che da qualche parte andrà pur comprata.
Al bar del Belgio la bottiglietta d’acqua costa 2,00 euro ma lì si trova anche il mitico cono di buonissime patatine fritte (a 4,00 euro).
La bottiglietta d’acqua costa soltanto 1,00 euro allo stand rotondo della Beretta, dove vendono anche ottimi panini a poco prezzo (quello con salame 2,50 euro): mangiare lì conviene, il cibo è ottimo e si spende pochissimo. Si spende poco anche nel chiosco emiliano situato dietro al padiglione della Corea e prima di Cascina Triulza con cestino di tigelle e salumi, soltanto che è molto affollato e bisogna avere la fortuna di capitare in orari giusti.
Nello spazio Italia ci sono poi anche i salumi Ferrarini e Citterio che vengono serviti in vassoietti di cartone accompagnati da grissini: le chiamano degustazioni e si può scegliere la quantità che si desidera e in base a quello si paga. Il listino prezzi dello stand Citterio prevede 3 prodotti a 4,00 euro oppure 7 prodotti 7,00 euro; l’acqua da sola costa 1,00 euro ma 3 prodotti + acqua sul listino in distribuzione è calcolato 5,00 euro.
Anche la pizza si può comprare in altri punti: nello stand dentro lo spazio circolare di Copagri un trancio di pizza margherita costa 4,00 euro mentre da Via Vai trancio della stessa dimensione di pizza margherita costa 5,50 euro.
Da Mc Donald in qualche modo ce la si cava sempre: patatine medie 1,80 euro, acqua naturale 1,20 euro, toast 1,70 euro.
Anche sui gelati i prezzi sono molto variabili, se si è fortunati si parte da 2,50 euro e si può arrivare 4,00 euro a seconda dello stand. A venderli sono in tanti Grom, Lindt, Pernigotti, Caffarel, Nutella… A Casa Algida restano attuati i prezzi di listino: Magnum Classico 2.50 euro, Fiordifragola 1,50 euro ecc.

Se i primi giorni non era così semplice capire come e dove mangiare, oggi questo problema è stato risolto perché lungo il decumano ma anche un po’ disseminati per il sito espositivo hanno cominciato a girare i furgoni della Street food e qualcosa di buono lo si trova sempre. Più difficile è riuscire a fare attenzione al costo: il sito di Expo è grande e, quando si gira, si vedono molte cose ma poi difficilmente rimane in memoria dove le si sono viste o si ha voglia di tornare in quel punto quando magari si è già parecchi metri più avanti, per cui si finisce per fermarsi dove ci si trova nel momento in cui si ha fame con qualche rischio per il portafoglio. Complessivamente, comunque, i visitatori mangiano e bevono, bar e ristoranti sono sempre piuttosto affollati, tanto poi i conti si fanno a casa.


sabato 30 maggio 2015

La Bindi e gli impresentabili

Ci sono molti punti labili a proposito della scelta della preparazione e diffusione della lista degli “impresentabili” da parte di Rosy Bindi, in qualità di Presidente della Commissione Antimafia.
Premettendo che Rosy Bindi, in conferenza stampa, ha pesato accuratamente le parole, non ha mai fatto uso del termine “impresentabile” e ha fornito un’ampia serie di giustificazioni alla decisione di presentare quella lista, tralasciando per un attimo le contese di fazione all’interno del PD e prescindendo per un momento dalla vicenda inerente Vincenzo De Luca, ci sono una serie di motivazioni sull’inopportunità di tutto quel lavoro da parte della Commissione Antimafia che vanno poste alla base.

Innanzitutto va chiarito di cosa si sta parlando: si sta parlando di una commissione parlamentare bicamerale (cioè formata al suo interno da deputati e senatori, quindi, soggetti eletti in Parlamento, non magistrati o poliziotti) che si arroga il diritto di giudicare se altri soggetti che stanno candidandosi in politica sono adatti a farlo o meno.
Tradotto si sta parlando di politici che giudicano politici o aspiranti tali.

Va anche detto che Rosy Bindi ha fatto sapere subito che la scelta dei nomi è stata fatta sulla base di informazioni ricevute dalle Procure, quindi, dati in qualche modo certi.
E qui sorge già un primo dubbio: se proprio una lista di “impresentabili” ci doveva essere e se i dati vengono forniti dalle Procure, forse sarebbe stato più consono che a stilarla fossero state le Procure stesse.

Ma sui dati sorge anche il secondo problema: la lista presentata da Rosy Bindi, come lei stessa ha precisato, non considera tutti i reati in cui possono essere incappati i vari soggetti candidati ma soltanto alcuni considerati in qualche modo “reati spia” di possibile coinvolgimento di mafia stabiliti sulla base del Codice Etico, scritto e approvato all’unanimità dalla Commissione Antimafia prima delle elezioni europee e comunali del 2014, poi discusso anche in Parlamento ma non approvato e rinviato a data da destinarsi perché non vi era la convergenza di tutti i gruppi politici.

E qui di problemi ne sorgono più di uno.
Innanzitutto la legittimità del Codice Etico a cui Rosy Bindi fa riferimento come metro di giudizio delle candidature. Si parla di un Codice che non è una Legge dello Stato e, quindi, non è valida obbligatoriamente per tutti e su cui non vi era nemmeno la convergenza di tutti i partiti politici, tanto che il Parlamento l’aveva discusso ma non approvato. Quindi, come si fa a dire al candidato di un partito che non ha approvato quel Codice che lui è “impresentabile” perché non rispetta quel Codice, che comunque non è una legge ma è un’indicazione uscita da una Commissione senza obbligo di adottarla?

Un altro aspetto controverso è che quel Codice preparato dalla Commissione Antimafia, ovviamente, si interessa dei reati di mafia e quelli la Bindi si è preoccupata di andare a cercare incrociando i dati delle Procure. Tutti gli altri reati non vengono contemplati.
Dai giornali delle scorse settimane si poteva leggere un elenco ben più grave di soggetti “impresentabili” rispetto a quello presentato da Rosy Bindi, con tanto di curriculum e biografie ben sintetizzate, tra questi anche uno accusato di violenza su minori e poi mogli incensurate di mariti ampiamente compromessi che venivano messe in lista per consentire appigli ai traffici dei consorti e molti altri casi, senza dimenticare soggetti magari che non avevano condanne pendenti sul capo ma che avevano trascorsi politici molto discutibili (il candidato fascista inserito in una lista civica di centrosinistra in Campania ad esempio). La stessa Rosy Bindi aveva ben presente tutto questo, tanto che in conferenza stampa, alla domanda se tra gli “impresentabili” vi erano anche soggetti indagati per peculato (con particolare riferimento alle vicende delle “spese pazze” che ha visto il coinvolgimento di più Consiglio Regionali), ha chiarito che quel reato non era stato preso in considerazione perché le vicende presentavano molte variabili da una Regione all’altra e anche da un soggetto all’altro e sarebbe stato impossibile dare un giudizio omogeneo ma, se fosse stata presa in considerazione quell’accusa, il numero degli “impresentabili” sarebbe certamente aumentato.
È evidente, quindi, che di fronte a questo quadro, la lista presentata da Rosy Bindi risulta molto parziale (perché basata su dati parziali), incompleta e con la quale si rischia addirittura che bollando pubblicamente solo alcuni soggetti come “impresentabili” si finisca per legittimarne altri ben più discutibili.

E anche qui, la domanda che torna spontanea è: se proprio si doveva fare una lista di “impresentabili”, non sarebbe stato meglio se l’avesse fatta la Procura, elencando per bene tutti i capitoli penali e i trascorsi dei vari candidati così da presentare ai cittadini un quadro realistico, completo e non parziale? Insomma, nulla contro la trasparenza, ma se deve essere trasparenza che la sia per davvero e fino in fondo.

Ovviamente, il meglio sarebbe che non ci fosse bisogno di alcuna lista, in quanto i partiti dovrebbero selezionare con maggiore attenzione i soggetti da cui vogliono farsi rappresentare nelle istituzioni e, in alternativa, sarebbe molto più utile che, anziché stilare liste di proscrizione tardive e parziali, magari la Commissione Antimafia si mettesse a lavorare per approvare una legge che non consenta a soggetti condannati o indagati per alcuni reati (che magari non siano solo quelli considerati “spia” di mafia) di candidarsi alle elezioni. Fin tanto che non ci sono leggi che vietino la possibilità di candidarsi a soggetti dal dubbio curriculum penale, è abbastanza inutile stilare liste di proscrizione (per di più scritte da altri politici, magari alcuni dei quali a loro volta indagati per qualcosa), al massimo si può chiedere alle Procure di segnalare pubblicamente il profilo penale di ciascun candidato, in modo che i cittadini possano prenderne atto e decidere da soli se quei soggetti vale la pena di votarli o meno.

E sulla questione delle leggi, in qualche modo torniamo al punto di partenza e cioè ai compiti della Commissione Parlamentare Antimafia, che sono definiti dal disegno di legge con cui ad ogni legislatura viene istituita, citato anche dalla stessa Bindi durante la conferenza stampa.

Sul lavoro della Commissione Antimafia, però, occorre subito far notare alcuni aspetti: in questa legislatura, contrariamente al passato, la Commissione ha assunto un taglio più concreto e meno di pura analisi storica. La Commissione Antimafia, cioè, si è occupata meno delle grandi stragi che hanno avvelenato l’Italia e che in parte sono rimaste avvolte nei misteri e con cui gli esponenti che se ne sono occupati andavano in giro per conferenze e convegni costruendosi un’aurea quasi magica alludendo a mezze verità che avevano visto ma che non potevano raccontare fino in fondo; mentre gran parte del lavoro di questa legislatura si è concentrato sulle attività e la presenza della criminalità organizzata attuale, sugli scenari emersi dalle inchieste in corso e sulle richieste provenienti da chi opera nel contrasto alle mafie per cercare di costruire leggi più adeguate ed efficaci e, su questa strada, molte cose positive sono anche state prodotte.
Insomma, la Commissione Parlamentare Antimafia stava lavorando e lo stava facendo bene prima di andarsi a impelagare in questa vicenda assurda delle liste degli “impresentabili” con cui, invece, si è ampiamente squalificata nel metodo, nel merito e nella tempistica.

E qui, emerge il perché della responsabilità attribuita a Rosy Bindi. La Bindi è la Presidente della Commissione, cioè colei che organizza i lavori, che ne stabilisce la tempistica e dà gli indirizzi. È, quindi, ovvio che la responsabile principale di ciò che avviene e di ciò che è prodotto in Antimafia va alla Bindi, nel bene come nel male e anche prescindendo dalla vicenda della lista degli “impresentabili” e di chi l’avrebbe potuta vedere o meno. Ovviamente, accanto a lei vi è anche un “Ufficio di Presidenza” che era stato nominato poco dopo la sua elezione a Presidente e in assenza di esponenti di Forza Italia che, non gradendo il suo ruolo, avevano scelto di non partecipare ai lavori della Commissione Antimafia. Quindi, oltre alla Presidente Bindi, a governare in qualche modo i lavori della Commissione Antimafia, vi sono anche i Vicepresidenti Claudio Fava (esponente di Sinistra Ecologia e Libertà) e Luigi Gaetti (Movimento Cinque Stelle) a cui seguono i Segretari Angelo Attaguile (Lega Nord) e Marco Di Lello (PSI). Non ci vuole molto a capire che ciò che manca all’interno di quell’Ufficio di Presidenza è l’equilibrio politico: intanto non vi sono rappresentate tutte le forze principali che siedono in Parlamento e, secondariamente, i vertici sono fortemente sbilanciati verso una sorta di tendenza giustizialista. Questo non è necessariamente un fatto positivo o negativo ma, è chiaro, che quando si tratta poi di assumere delle decisioni finiscono con l’andare in una sola direzione che non sempre è rappresentativa dell’opinione di tutta la Commissione.
Se, comunque, anche questa precisazione non la si volesse considerare, rimane il fatto che il Presidente è il responsabile della Commissione e del suo operato a tutti gli effetti. Da qui il fatto che il primo bersaglio, per quanto avvenuto sulle liste degli “impresentabili”, sia diventata Rosy Bindi: la sarebbe stata comunque, anche se non si fosse tirata in mezzo la vicenda di Vincenzo De Luca.

A questo punto, però, dopo che sono stati esposti tutti gli elementi, resta da porsi l’ultima domanda: perché una Commissione Antimafia, che sta lavorando bene e cercando di portare a casa leggi valide che vadano ad incidere concretamente nel contrasto alla criminalità organizzata, sente il bisogno di andarsi ad impelagare in un terreno scivoloso e profondamente dubbio delle candidature “impresentabili”? A chi giova una simile forzatura?

Probabilmente, la risposta va cercata prima di tutto dalle pagine dei giornali: per intere settimane hanno presentato soggetti delle biografie non limpide tra i candidati alle elezioni mettendo così in dubbio la credibilità dei partiti che li avevano espressi; lo stesso Roberto Saviano aveva lanciato svariati anatemi e il Movimento Cinque Stelle - infervorato dal livore ghigliottinaro più che dalla sete di giustizia e dalla smania di ergersi a unici paladini della legalità – li aveva ampiamente cavalcati così che gli altri partiti si devono essere sentiti in obbligo di ricostruirsi una dignità. Facile a quel punto cadere in un cortocircuito. Il PD, probabilmente, non voleva apparire come il partito che negava il consenso alla discussione sulla onorabilità o meno dei candidati, anche per far vedere che non vi era nulla da nascondere al proprio interno perché è evidente a tutti cosa sarebbe accaduto se M5S, SEL e la Presidente Bindi avessero espresso desiderio di rendere pubblici i nomi degli “impresentabili” e il PD avesse fatto battaglia per non farlo: su tutti i media sarebbero comparsi infervorati grillini a gridare “al complotto!” e il che il PD copre la mafia e via di questo passo. Un danno enorme nelle ultime settimane di campagna elettorale in un clima già poco sereno. Tuttavia gestire un percorso così controverso era tutt’altro che semplice e gli scivoloni – o i trappoloni – come si è visto erano dietro l’angolo.

A questo punto la domanda da farsi è un’altra: vale la pena che il PD si metta a inseguire ogni stupidata richiesta dal Movimento Cinque Stelle e fomentata dai media invece che fare le battaglie davvero giuste? 
Perché, è ormai chiaro, che stilare una lista di “impresentabili”, arrogandosi il diritto di definire alcuni candidati come tali sulla base di dati parziali e in nome di un diritto dei cittadini di venire informati su chi andranno a votare a pochi giorni dall’apertura delle urne è tutto tranne che una battaglia giusta e tranne che dare una corretta informazione agli elettori.
Aveva un senso impelagarsi in questa questione? Non era più sensato ammettere che questa cosa era una pagliacciata e come tale andava liquidata e, caso mai, intervenire con delle leggi affinché i veri “impresentabili” non possano candidarsi o fare in modo che vengano diffuse informazioni complete su tutti i presenti in lista e che poi ciascun cittadino si va a guardare se lo ritiene opportuno?

La Bindi, in quanto Presidente della Commissione Antimafia e esponente del PD, porta anche la responsabilità di aver assecondato questa deriva su pressione del Movimento Cinque Stelle che, oltretutto, aveva richiesto questo lavoro con l’intento meramente speculativo nei confronti degli altri partiti e non certo con intenzioni nobili e informative. L’atteggiamento non costruttivo del Movimento Cinque Stelle è sotto gli occhi di tutti, impossibile che fosse sfuggito a Rosy Bindi che, nonostante tutto, ha scelto di seguire la loro strada, sul loro stesso terreno, e poi addirittura di sposarne le tesi impallinando il candidato PD alla Presidenza della Regione Campania.
Insomma, una deriva dietro l’altra. 
Un modo non corretto di utilizzare il proprio ruolo all’interno di importanti istituzioni per regolare i conti nei partiti alla vigilia delle elezioni… non è esattamente un bello spettacolo che la politica dovrebbe dare ai cittadini.

A parte la vicenda politica tutta interna al PD, restano due risvolti che invece riguardano le ricadute di tutto questo sui cittadini: sarà interessante vedere quanto la lista degli “impresentabili” influirà sull’opinione pubblica e poi ci sarebbe da riflettere sul ruolo dei media.

Per quanto riguarda il primo punto, il dubbio è: può un cittadino recarsi serenamente alle urne per votare un candidato, che magari ha conosciuto durante la campagna elettorale e che può avere un buon consenso (non esclusivamente De Luca, anche un semplice candidato al Consiglio Regionale), definito pubblicamente “impresentabile”? Cosa deve pensare un cittadino che magari ritiene valido un candidato definito “impresentabile” dalla Bindi? Dov’è la credibilità della politica di fronte a questo scenario? Andare a definire un candidato “impresentabile” a pochi giorni dal voto, dopo che tutta la campagna elettorale è stata fatta e magari il consenso si è già costruito sembra un po’ un colpo di teatro grottesco, un modo poco carino per dire ai cittadini “scusate, fino adesso vi abbiamo preso in giro, quel signore lì che vi abbiamo presentato e che ha conquistato la vostra fiducia, non è ciò che sembra”. Il risultato è che la politica dà l’idea di assomigliare ad una farsa. È difficile che un consenso costruito con mesi o anni di lavoro vada in fumo in un giorno - a prescindere dalla reale onorabilità della persona - ma il vero dubbio è che in molti scelgano di non andare a votare perché delusi da questo ennesimo screditamento di tutti contro tutti senza che vi sia una minima traccia di interesse per il bene comune.

Sul ruolo dei media, invece, la questione è più seria e complessa: il modo in cui la pressione mediatica può orientare l’opinione pubblica è da tempo oggetto di preoccupazioni ma più che altro perché da un lato ci sono i partiti che si preoccupano di come i consensi possano essere orientati verso di loro e dall’altro lato vi sono invece gli operatori della comunicazione che si preoccupano di capire dove soffia il vento per alimentarlo così da vendere qualche copia in più dei giornali o alzare i dati di ascolto dei programmi tv. Il risultato di tutto ciò è che i media finiscono per farsi oggetto di mera propaganda a casaccio e non di informazione, come invece dovrebbero essere.
In merito alla vicenda degli “impresentabili”, lo si vede molto bene: i giornali hanno incrementato per settimane il sospetto che la politica stesse supportando soggetti dal curriculum sporco invece che allontanarli, poi, quando la Bindi ha fatto sapere che la Commissione Antimafia avrebbe diffuso una lista di soggetti se non “impresentabili” quanto meno discutibili, hanno spinto al massimo il dibattito sul quando questa lista sarebbe arrivata e sui possibili inclusi o esclusi e, ora, alla luce del pasticcio avvenuto (che va oltre il problema e le polemiche interne al PD) pubblicano fior di editorialisti e costituzionalisti che spiegano che quell’elenco non andava fatto, che è contro la Costituzione e lo Stato di diritto e fuori dalle prerogative dell’Antimafia. Sarebbe stato sufficiente che i media avessero gestito con più attenzione e con una pluralità di voci fin dall’inizio tutto il dibattito sul tema, invece che soffiare sul fuoco per poi arrivare ora a dire che forse ci si è bruciati.

venerdì 29 maggio 2015

L'uso personale delle istituzioni

Rosy Bindi poteva scegliere se concludere bene questa legislatura (visto che ricopre un ruolo importante, delicato e con cui si può lavorare per concretizzare leggi che tutelino meglio il nostro Paese dal problema delle mafie), o concludere con una figuraccia. 
Ha scelto di concludere con una figuraccia, dimostrando di non avere per nulla il senso delle istituzioni e di aver utilizzato il suo importante ruolo di Presidente della Commissione Antimafia, non per combattere la mafia ma per combattere Renzi, al pari del Movimento Cinque Stelle; come se la gestione delle istituzioni fosse un qualcosa di collegabile alle problematiche interne al PD. Personalmente, sono schifata da un partito che gioca in continuazione a fare i congressi nelle sedi istituzionali e da una classe dirigente che, dopo aver fallito tutto quello che poteva fallire, anziché mostrare il senso di responsabilità verso il ruolo che ricopre, mostra solo il proprio astio e la propria voglia di sopravvivere cercando di far fallire gli altri perché ottengono risultati migliori del nulla di cui sono stati capaci loro. 
Oltretutto, trovo che sia un'assurdità che una commissione parlamentare si metta a dare patenti di presentabilità o impresentabilità ai candidati alle elezioni, basandosi su codici parziali che contestano alcuni reati ma ne tralasciano altri. 
La presentabilità o meno di certe candidature era emersa in modo molto più netta da alcuni articoli di giornale nelle scorse settimane in cui si ripercorrevano curricula e biografie di soggetti che avrebbero dovuto essere tenuti molto alla larga dalle istituzioni. 
Rosy Bindi, probabilmente, basandosi su una pressione mediatica forte intorno a quanto stava avvenendo in tema di candidature (i giornali ne avevano scritte di tutti i colori, c'erano anche gli anatemi di Roberto Saviano) e sull'enfasi ghigliottinara del Movimento Cinque Stelle, ha trascinato un'istituzione importante, quale è la Commissione Antimafia, in un terreno a metà tra la corrida elettorale e le beghe di corrente. 
Così facendo, Rosy Bindi rischia di far perdere valore anche a tutto il lavoro importante di contrasto vero alle infiltrazioni criminali che la Commissione Antimafia stava facendo. 
Mi spiace perché, prima di oggi, di Rosy Bindi avevo un'idea migliore.

venerdì 22 maggio 2015

100 Comuni contro le mafie

Questa mattina a Milano, nell’Expo Gate davanti al Castello Sforzesco, si è parlato di lotta alle mafie con l’incontro organizzato dall’ANCI “100 Comuni contro le mafie”, in cui è stato anche presentato il rapporto redatto dall’Associazione dei Comuni sul tema delle politiche pubbliche nella prevenzione e nel contrasto alla criminalità organizzata.
Tanti gli ospiti illustri delle istituzioni – non solo sindaci - affiancati dai protagonisti della lotta alla mafia.
Il saluto di apertura dell’incontro è stato fatto dal Sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, che ha ricordato che nel 2013 e nei primi mesi del 2014 sono stati oltre 1.200 gli amministratori locali che hanno ricevuto minacce e non devono essere lasciati soli. «È importante creare un fronte comune unito contro la mafia perché questo fa paura alla mafia», ha affermato il Sindaco.
Inoltre, Pisapia ha segnalato che le presenze mafiose creano ai territori un danno sociale, economico e di immagine e, anche per questa ragione, il Comune di Milano si è sempre costituito parte civile nei processi di mafia.
Pisapia ha poi rivendicato l’efficacia dei protocolli per la legalità siglati da istituzioni, forze dell’ordine e autorità competenti, con particolare riferimento a quelli per Expo 2015 che hanno prodotto importanti risultati con le interdittive con cui si sono potute escludere dai lavori aziende che erano sembrate non del tutto trasparenti, tanto che sono stati utilizzati anche come esempio per altri Paesi europei.
«Ovviamente, però, - ha sottolineato Pisapia – i protocolli da soli non sono sufficienti a fermare i tentativi di infiltrazione criminale ma è necessario che vi siano anche i controlli» e, su questo tema, il Sindaco di Milano ha ricordato che per i controlli sul sito di Expo (che è un’area interna a più Comuni) è stato siglato un protocollo che consente alle forze dell’ordine di agire anche in caso di extraterritorialità e, ad oggi, a questa formula hanno aderito anche le forze dell’ordine dei Comuni della Città Metropolitana, così da consentire che non vengano fermate le indagini quando il campo d’azione si sposta dal territorio di un Comune ad un altro.
Pisapia ha concluso il suo intervento segnalando che la vera forza di contrasto alle mafie sta nell’antimafia sociale e nella cittadinanza attiva: «Sono il miglior modo di combattere la mafia. – ha affermato il Sindaco di Milano - Dai sindaci può poi partire quello scatto d'orgoglio che diventa anche scatto di concretezza nella lotta alla mafia».

Moderatore della prima parte della mattinata è stato il Sindaco di Napoli, Luigi De Magistris che ha ribadito più volte che l’ANCI è vicina a tutti i sindaci e gli amministratori locali che hanno subito minacce e si sta attivando per costruire una vera e propria rete contro le mafie. Sul fronte dei controlli, De Magistris ha segnalato che sarebbe opportuno che questi siano preventivi e per questo, a metà luglio, ANCI e ANAC firmeranno un protocollo di intesa che consentirà la realizzazione di controlli preventivi per aiutare i sindaci a «non sbagliare» e ad accorgersi per tempo dei tentativi di infiltrazione criminale.
De Magistris ha poi denunciato la lentezza dei pagamenti dei debiti da parte della Pubblica Amministrazione alle aziende come una delle cause che spingono gli imprenditori – in particolar modo quelli delle PMI – a cercare crediti dai criminali per non andare incontro al fallimento, soprattutto in tempi difficili come questi segnati dalla crisi economica.
Inoltre, ha ricordato De Magistris in conclusione del suo intervento: «La lotta alle mafie non si fa solo con la repressione dei criminali ma anche con la riqualificazione urbana perché più i cittadini stanno in strada, meno ci stanno i criminali».

Delle richieste chiare ai legislatori sono state presentate da Roberto Scanagatti, Sindaco di Monza e Presidente di ANCI Lombardia che ha sottolineato la necessità di una semplificazione normativa che consenta di non perdersi nell’interpretazione delle norme e di poter accedere a white list già controllate in modo che gli amministratori non sbaglino quando devono fare selezioni.
Scanagatti ha poi concluso il suo intervento con un monito: «I Comuni nonostante i tagli che hanno subito, hanno sempre garantito la spesa per i servizi sociali e questo ha consentito di mantenere la coesione sociale. Altri tagli sarebbero insostenibili e non garantire la spesa sociale provoca rischi di infiltrazioni di criminali che verrebbero visti come coloro che garantiscono ciò che lo Stato non è più in grado di garantire».

Elisabetta Tripodi, Sindaco di Rosarno, ha denunciato i tanti modi di fare intimidazioni da parte dei mafiosi: «Non ci sono solo le minacce dirette ma esistono anche le intimidazioni indirette, il portare a far dimettere improvvisamente persone vicine al Sindaco, lo svuotare le amministrazioni a poco a poco delle persone pulite, il fare in modo che lascino». Tra le richieste portate all’attenzione degli uditori quella di rivedere le norme che regolano i beni confiscati e, in particolar modo, le aziende confiscate perché se queste dopo la confisca falliscono, oltre a dare un messaggio profondamente negativo creano anche un problema sociale per coloro che perdono il lavoro e, in tante realtà del Sud, è un fatto drammatico. Un’altra richiesta del Sindaco di Rosarno è poi quella di rivedere l’art.143 della normativa sullo scioglimento dei Comuni perché se questi vengono sciolti più volte significa che il risanamento non ha funzionato.

Sul tema delle intimidazioni agli amministratori locali, è stato ricordato un rapporto di Avviso Pubblico secondo cui queste sarebbero in forte aumento e la prima causa è l’aumento dell’estensione delle mafie sui territori a cui, però, si aggiunge anche l’aumento dei soggetti che denunciano.

Alfonso Sabella, Assessore alla Legalità a Roma, in materia di infiltrazioni criminali negli Enti Locali, ha affermato con toni accesi che gli amministratori devono essere in prima linea nel contrasto le mafie e ha segnalato anche un cambio di strategia nel malaffare: «Prima si pagava la politica mentre ora si paga l'amministrazione e c'è una moltiplicazione di piccole mazzette».

A ricordare il ruolo della polizia locale come strumento di presenza e controllo del territorio è stato Marco Granelli, Assessore alla Sicurezza al Comune di Milano, il quale ha ricordato anche l’esperienza di collaborazione positiva che è stata avviata tra amministrazione e Prefettura a partire dal monitoraggio delle presenze della criminalità organizzata all’interno delle case popolari svolta su richiesta della Commissione Parlamentare Antimafia.
Granelli si è poi soffermato sul tema dei beni confiscati, che sono molti anche nel territorio milanese e spesso i cittadini non ne sono a conoscenza e, al fine di fare in modo che tutti abbiano consapevolezza di dove sono stati i luoghi della delinquenza poi recuperati e restituiti alla società, era stato organizzato il Festival dei Beni Confiscati alle Mafie.

Un lungo ed appassionato intervento è stato quello di Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, il quale ha aperto con la citazione di Paolo VI «La politica è la più alta forma di carità», per segnalare che la politica è, quindi, una forma di «servizio al bene comune».
«La cittadinanza è il cuore della città mentre l'amministrazione è la mente. Ma la cittadinanza è anche corresponsabilità, tutti devono concorrere al bene comune», ha affermato Don Ciotti, sottolineando che «C'è tanta gente che si commuove di fronte alle tragedie ma non basta, occorre che ci si muova. Serve avere una consapevolezza di ciò che avviene mentre oggi c'è tanta ignoranza».
Il fondatore di Libera si è, quindi, soffermato, sull’importanza dell'educazione come investimento sul futuro ma ha precisato che «in città ogni contesto deve essere educativo, serve creare città educative dove tutte le componenti del territorio possano dare il loro contributo; non si può relegare l’educazione solo alla scuola e alla famiglia. Non basta neanche la moltiplicazione delle attività ma serve un progetto che comprenda una visione».
«Oggi c'è una generazione di giovani che vive l'angoscia del futuro e dobbiamo tenerne conto. – ha proseguito Don Ciotti - Oggi i giovani non sperano in un futuro migliore ma sperano che un futuro ci sia. L'unico mercato che non cambia mai è quello della droga e questo dimostra che la guerra alla droga è fallita. Così come delle stragi non si conosce mai la verità e la gente poi perde la fiducia nelle istituzioni. Oggi ci sono ancora molta omertà e timore mentre, invece, bisogna insegnare alla gente ad avere più coraggio. Libera si costituisce parte civile nei processi di mafia per essere vicina a vittime e magistrati, per non lasciarli soli».
Parlando della sua associazione, Don Ciotti ha segnalato che recentemente Libera ha aperto sportelli S.O.S. sul territorio con l’intento di essere dei presidi visibili ma anche un punto di appoggio e riferimento per chi ha bisogno.
Venendo agli aspetti legislativi, Don Ciotti ha ribadito che serve accelerare la riforma delle norme che regolano la gestione dei beni confiscati per darli alla collettività ed in particolare serve potenziare l'Agenzia dei beni confiscati e renderla un ente pubblico ed economico e non soltanto un dipartimento del Ministero dell'Interno. «Il Parlamento deve fare in fretta a recepire le indicazioni su questo tema che sono state prodotte dal lavoro della Commissioni Antimafia», ha detto il fondatore di Libera, segnalando che «se lo facesse, arriverebbero alla collettività circa 55.000 beni».
«Parliamo meno di legalità. – ha poi affermato Don Ciotti, in conclusione del suo discorso – La legalità è diventata un idolo sulla bocca di tutti, ce l'hanno rubata e svuotata. Oggi sono gli stessi mafiosi a organizzare i convegni antimafia! Prima di “legalità” viene la parola “responsabilità” e i due concetti vanno saldati. Anche “antimafia” è un problema di “responsabilità” e di “coscienza” perché le mafie non sono un mondo a parte ma sono parte del nostro mondo, camminano insieme a noi, non hanno bisogno di una nuova definizione ma di una nuova comprensione del fenomeno. Inoltre, serve porre attenzione alle commemorazioni: oggi fioriscono targhe, piazze, vie intitolate alle vittime di mafia ma non va bene se tutto finisce lì e si fa solo retorica della memoria. La memoria non deve essere sporadica ma riconoscenza viva».

Piero Fassino, Sindaco di Torino e Presidente Nazionale dell’ANCI è intervenuto per portare il suo saluto all’iniziativa e ha ricordato che ogni territorio è a rischio infiltrazioni criminali, soprattutto quelli più ricchi ma un territorio, per offrire opportunità ai suoi cittadini, deve essere sicuro. Fassino ha annunciato che prenderà il via un osservatorio dell’ANCI sul fenomeno della criminalità organizzata sui territori perché è indispensabile costruire una strategia attiva tra istituzioni locali, forze dell'ordine e magistratura e servono strumenti adeguati. «Oggi ci sono leggi per tutelare gli amministratori locali dalle minacce e dalle infiltrazioni ma i dati dimostrano che purtroppo la loro applicabilità non funziona», ha ricordato Fassino, segnalando che comunque, oltre ai fronti legislativi, anche la società civile deve essere impegnata nel contrasto alle mafie, in un rapporto con le istituzioni.
Fassino ha mostrato un forte apprezzamento per l’approvazione della nuova legge anticorruzione perché – ha ricordato - «spesso dalla corruzione partono i tentativi di infiltrazione criminale nei territori e nelle amministrazioni ed è da lì che prende corpo l’illegalità».
Come gli altri relatori, anche Fassino ha segnalato la necessità di riformare le norme sulla gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata, in quanto si tratta di un patrimonio ingente ma scarsamente riutilizzato e, tenere i beni confiscati inerti, indebolisce la lotta alle mafie.

In conclusione della prima parte dei lavori della mattinata è intervenuta Rosy Bindi, Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, la quale ha aperto la sua relazione sul problema della presenza delle mafie al Nord e del fatto che, pur essendo un fenomeno consistente e insediato, sia ancora possibile combatterlo. In merito alla discussione fatta sul tema dei beni confiscati, toccata da più persone nel corso dei lavori, Rosy Bindi ha segnalato che il lavoro della Commissione Antimafia è stato fatto fino in fondo ed ora l'iter di discussione partirà dalla Camera dei Deputati ma – ha precisato – quella prospettata non è una riforma a costo zero. Ripercorrendo gli argomenti affrontati nel corso della mattinata, Bindi ha affermato inoltre che «Oggi il riferimento per ottenere qualcosa sui territori non sono più i parlamentari nazionali ma i politici locali, gli assessori, gli amministratori e per questo poi vengono minacciati: le decisioni si prendono sul territorio. Indebolire gli Enti Locali aiuta i criminali a infiltrarsi ma questa non è una polemica con l’attuale Governo perché i tagli ai Comuni li hanno messi in pratica già parecchi governi. Sui codici etici, tutti quelli che abbiamo visto sono legati ad atti giudiziari, a parte la Carta redatta da Avviso Pubblico che ha cercato di individuare il profilo della buona politica. E non arriverà mai la buona politica finché c'è una politica clientelare. La politica clientelare, anche con il cittadino per bene, è la base del voto di scambio perché indebolisce il rapporto diritto-dovere tra cittadino e amministrazione».

domenica 17 maggio 2015

Altre impressioni da Expo

Altra settimana, altro giro ad Expo.
Più i giorni passano, più Expo migliora.
Va chiarito subito, però, che c’è una differenza tra l’andarci durante le giornate lavorative (magari di giorno) e l’andarci nel week end o la sera dopo le 19:00 (quando il costo del biglietto è ridotto e arrivano folle di persone di ogni genere).
Durante la settimana, normalmente, si incontrano le scolaresche, i gruppi organizzati, molti operatori del settore e addetti ai lavori; i volontari girano a gruppetti sfaccendati, non tutto è aperto e accessibile (in particolare al lunedì che è un po’ una “giornata morta”, non perché la gente non ci sia ma perché è sicuramente inferiore nei numeri rispetto agli altri giorni e gli organizzatori si adeguano e, magari, colgono l’occasione per ridimensionare un po’ persone e risorse).
Nel fine settimana lo scenario cambia radicalmente: tutto è aperto, tutto funziona a pieno regime, tutti gli operatori e i volontari sono affaccendatissimi a dare indicazioni ai visitatori e sia il corridoio centrale che i padiglioni o il retro dei padiglioni si animano anche di bar, spazi aperitivo, musica, aree relax.
La sera, poi, è un altro mondo ancora: all’interno di Expo arriva il popolo della movida (molto variegato perché si spazia dai ragazzini casinisti ai giri di persone firmate da capo a piedi, agli impiegati in cerca di relax dopo il lavoro fino ai soggetti vestiti come ragazzi/e immagine da festa in discoteca, esattamente come in qualsiasi luogo della movida notturna) e il sito espositivo si adegua e diventano molto più visibili i punti in cui si può bere o mangiare attorno ai padiglioni o nelle aree relax a bordo piscina/fontane o giostrine. Quando sono passate le 19:00 - e l’ingresso è concesso a 5,00 € - si vede un cambio radicale dei soggetti che si aggirano per Expo: il popolo della gita con zainetti, scarpe basse e cappellini si avvia all’uscita (spesso con aria stanca per il tanto camminare) o si appisola su sdraio, prati, panche o qualsiasi altro punto d’appoggio mentre arriva un’ondata di persone vestite in modo più appariscente e le donne sono tutte con tacchi alti e truccatissime. Ovviamente, cambiano anche i luoghi di approdo e le lunghe code cominciano a spostarsi dai padiglioni ai luoghi di ristoro (in particolare i camioncini francesi e olandesi dell’area giostre, il baretto del Belgio con le patatine (assaltato a tutte le ore del giorno e della notte) ma anche i bar di Spagna, Messico, Argentina, Corea.
Expo, insomma, la sera diventa un luogo per la movida al pari di Brera, dei Navigli o di Corso Como.
In generale, sui visitatori di Expo ci sono un po’ di cose da chiarire: le persone vengono lì principalmente per divertirsi, svagarsi e prendere parte all’evento mondiale.
L’interesse per i contenuti presentati è abbastanza scarso, non perché non vogliano vedere i padiglioni, anzi, le lunghe code un po’ ovunque dimostrano il contrario ma perché una volta entrati – un po’ anche per via della stanchezza delle attese, un po’ per il giro che spesso è lungo, un po’ perché si vogliono vedere più cose possibili in una sola giornata - si tende a passare all’interno degli spazi scorrendo con lo sguardo sulle cose che si incontrano senza prestare troppa attenzione al perché sono disposte in un certo modo e a cosa rappresentano; si tende a non leggere i cartelli esplicativi che vi sono e ad ascoltare distrattamente le hostess che vi sono all’interno e che illustrano ciò che si sta guardando. Insomma, molto spesso, la visita ai padiglioni si traduce in una passeggiata rapida lungo il percorso interno in cui si cerca più lo stupore per la tecnologia utilizzata per la rappresentazione dei contenuti che non il cercare di capire il contenuto stesso.
Non è sempre una colpa o una forma di disinteresse, in molti casi è proprio la stanchezza fisica a non consentire di concentrarsi troppo, in altri casi sono le condizioni economiche: entrare ad Expo di giorno costa molto e chi è lì vuol vedere più cose possibili e, quindi, finisce che gira come una trottola da un posto all’altro, imbucandosi al momento in cui non trova troppa coda, anche se magari si sta già dirigendo verso casa dopo una lunga giornata nel sito, per poter almeno “fare un giro” dentro ad un Paese che difficilmente avrebbe altre occasioni per guardare e questo, indubbiamente, non agevola l’attenzione a ciò che si osserva.
Una colpa dei visitatori, invece, è la scarsa educazione nei confronti delle cose: si siedono e si sdraiano ovunque (soprattutto sui prati), lasciano cadere le cose per terra (nonostante il sito sia disseminato di cestini per i rifiuti), si rinfrescano nelle “case dell’acqua” (che servono per bere e non per lavarsi).
L’acqua in Expo non manca così come ci sono le fontane, il canale che scorre intorno al sito e gli spazi verdi (alberi, aree relax, prati, alberelli, orti). Il problema è che non tutti gli spazi verdi sono adeguatamente irrigati, in particolar modo quelli a cura dei padiglioni (che appunto dipendono dal singolo Paese che li ha progettati) e questo può provocare qualche problema visto che buona parte di questi spazi si trova sotto al sole e abbiamo l’estate davanti: è facile trovare già alcuni punti un po’ spelacchiati per il troppo sole (se verticali) o per il troppo calpestare (se orizzontali) e si spera che vengano trovate soluzioni per arrivare con le aree in buono stato fino alla fine dei sei mesi.
I padiglioni che hanno scelto come loro claim il verde (che sia orto, agricoltura, bosco, giardino, foresta) sono, infatti, moltissimi, a partire da Israele (con l’orto verticale, ampiamente irrigato), l’esterno francese (con l’orto in grandi vasi che formano un labirinto attraverso cui si accede allo spazio espositivo con accanto megaschermi che spiegano le varie fasi del raccolto), il Brasile (diventato famoso per la grossa rete su cui tutti vogliono provare a camminare sospesi ma che al suo interno si compone di una serie di piante e prodotti della terra, ampiamente irrigati, e tavole tecnologiche interattive ed esplicative del percorso) ma anche il Regno Unito (con il giardino sollevato ad altezza ape) e l’Iran (con fiori, piante e frutti, che diventano cibo, cultura e tradizione).
Un po’ a sorpresa, è poco verde quella che nei luoghi comuni viene chiamata la “verde Irlanda”: all’interno si parla dei cicli agricoli, degli strumenti da lavoro e dell’allevamento ma il tutto su megaschermi che proiettano le varie fasi. Di verde vero si vede solo qualche pianta all’esterno (alcune delle quali non proprio in buona salute a causa del vento forte dei giorni scorsi).
Al verde è dedicata la Collina Mediterranea, a ridosso dell’ingresso di Roserio al sito espositivo, ben costruita, molto squadrata ma anche molto assolata e dalla cui cima si sentono i rumori delle strade vicine… insomma, non proprio un luogo riposante. Va molto meglio nell’isola della biodiversità più sotto, gestita molto bene da Slow Food, con arredi semplici e in legno e molta documentazione istruttiva sia per gli adulti che per i ragazzi.
È paradossale ma, vicino a Slow Food, c’è anche Mc Donald, sicuramente poco salutare ma molto pratico ed economico (che per l’occasione ha predisposto anche pannelli su cui effettuare l’ordinazione e pagare con bancomat), un po’ rumoroso ma affollatissimo da persone di tutte le età.
Nella stessa zona si trova anche il padiglione del Sultanato dell’Oman che ha puntato tutto sul concetto di acqua come luogo di vita e accoglie i visitatori con una fontana dai giochi d’acqua e architetture color sabbia che richiamano le oasi. All’interno è un mix di oggetti veri e virtuali ricostruiti con la tecnologia (le statue sembrano animarsi e spiegano ciò che rappresentano). Dietro al padiglione vi è anche il ristorante, sempre costruito nella stessa architettura spettacolare.
In generale, ogni padiglione dispone di un’area espositiva (più o meno ampia), un piccolo spazio shop (di gadget del Paese d’origine e acquistabili spesso a prezzi molto elevati) e un punto ristoro (bar o ristorante). In alcuni casi il percorso interno è strutturato in modo che il visitatore parta dall’area espositiva e termini nel punto shop o ristoro, in altri casi l’ingresso all’area espositiva è totalmente separata dall’area shop, bar o relax e entrare in uno spazio non implica l’accesso anche all’altro. È il caso della Germania, il cui percorso all’interno del padiglione espositivo è molto divertente e interattivo anche se lungo e con ampi tempi di attesa ma è totalmente separato dallo spazio esterno, dove pure vi sono dei tabelloni esplicativi dei concetti che si trovano meglio esplicitati all’interno, delle innovazioni tecnologiche in particolare legate al vento ma dove dominano le panche e i pergolati per il relax con vista sui tetti di Expo e da cui si può scendere con uno scivolo.
Più o meno lo stesso discorso vale per gli Stati Uniti, dove l’ingresso principale fa approdare in un’area con tabelloni con immagini a scorrimento sulle politiche americane in materia di agricoltura e alimentazione che termina con uno spazio shop con oggetti costosissimi e da lì si può scegliere se salire al piano superiore con bar e ristorante (su ampia terrazza da cui si domina Expo e si ascolta bellissima musica) o scendere per accedere all’area espositiva in cui, dopo aver fatto un po’ di coda, si viene separati in gruppetti per assistere ad un percorso fatto di mini-filmati (che però quasi nessuno guarda e tutti cercano di imbucarsi nel gruppo più avanti, saltando dei giri) all’interno di sale buie.
Quello che non fanno i Paesi, a volte lo fanno gli sponsor: è il caso dell’Olanda, il cui padiglione è un labirinto di specchi con accanto una ruota panoramica di dimensioni ridotte e i camioncini con cibo e bevande (praticamente un mini luna-park) mentre un’azienda olandese che si occupa di agricoltura ha creato un padiglione espositivo piuttosto evidente anche se non è situato lungo le vie principali con un tetto fatto di prato verde con un trattore sopra e all’esterno ha parcheggiato una serie di piccoli trattorini con cui si divertono a giocare i bambini.
A metà tra la natura e la tecnologia sono, invece, i bellissimi padiglioni di Angola e Polonia. Il padiglione dell’Angola è enorme e curato in ogni dettaglio. Una prima parte più esterna e legata a sponsorizzazioni si compone di piante mediterranee inserite nell’architettura all’interno di un percorso incantevole che poi porta ad un ristorante. Il padiglione vero è proprio, invece, ha l’ingresso sul lato opposto ed è un percorso strutturato su più piani in cui vengono presentati diversi concept legati all’alimentazione e al ciclo della vita e del cibo con suoni, video, immagini, strutture interattive. Salendo lungo il percorso, a più tappe, si incontra anche la natura vera con piante e una piccola serra fino all’ultimo piano del padiglione in cui, oltre alla presentazione di alcuni alimenti locali, alle donne viene donato un piccolo ventaglio di cartone che servirà per l’accesso alla terrazza sul tetto, disseminata di piante e panchine ma terribilmente calda. Lungo la discesa, prima dell’uscita, è possibile vedere anche un’area in cui si trovano delle opere d’arte contemporanea del Paese. Un vero e proprio capolavoro di architettura, tecnologia, innovazione e natura! Una sorpresa davvero bella da parte di un Paese che, bisogna ammetterlo, la maggior parte dei visitatori non conosce e che sicuramente non si sognerebbe mai di andare a visitare ma che, invece, almeno per come si presenta in Expo e per ciò che vuole comunicare, oltre che per l’impegno e l’investimento (sicuramente ingente) per la realizzazione di quel padiglione, merita un po’ di attenzione.
Un caso analogo, ma dalle dimensioni più ridotte, è il padiglione della Polonia. Si entra con una citazione di Dante capovolta: “Abbiate ogni speranza, voi che entrate” e hanno ragione. Dopo una lunga salita si accede ad un delicato giardino di fiori, piante e farfalle racchiuso dentro pareti di specchi. Un incanto molto romantico e piacevole che allontana dal caos esterno. Da qui si accede poi all’interno del padiglione dove invece domina la tecnologia e il gioco: si può guidare un’auto (in videogioco), produrre energia con il movimento, parlare ad uno schermo con il volto di medusa che replica ciò che gli viene detto. Il tutto termina con il consueto approdo al punto shop di prodotti locali (anche alimentari) mentre fuori, davanti all’ingresso, si susseguono spettacoli in costume.
Anche l’Estonia è metà giardino e metà altro, dove per “altro” però si intendono produzioni locali che non c’entrano molto con Expo (sono esposti un pianoforte, una moto, altri oggetti in legno). La vera forza dell’Estonia – oltre alla gradevolissima terrazza ventilata in legno con piante e fiori e buchi da cui si vedono gli animali del bosco – sono le altalene dislocate lungo il percorso e su cui si può sedere e sostare. Sono la gioia dei bambini ma anche dei grandi. Le altalene funzionano, ci si può dondolare davvero (magari gli adulti, soprattutto se non magrissimi, farebbero meglio a farlo con cautela invece di fiondarcisi come bisonti) e sono una vera attrazione (nel senso che “attirano a sé”) molto rilassante. Un’oasi tranquilla di relax per riprendere fiato dal lungo cammino e allontanarsi dai rumori caotici del Decumano.
Un altro Paese che sembra aver capito solo a metà il senso di Expo è il Belgio. La vera coda in Belgio non è per visitare il padiglione ma per il bar che vende il cono di patatine fritte. Il padiglione presenta un primo piano espositivo delle produzioni locali compresi i gioielli (bellissimi ma non si capisce cosa c’entrino con Expo), poi si scende al piano inferiore dove, invece, si arriva ad Expo con il ciclo della vita, delle coltivazioni (c’è una serra) e i pesci nell’acquario, la cui acqua era pulita all’inizio della manifestazione ma ora fa davvero impressione e si spera, per il bene di quei poveri pesci, che venga cambiata. Il tutto termina con il consueto punto shop (dove ci sono ottimi cioccolatini) e un bellissimo bar.
La Spagna, invece, ha giocato tutto sulla tecnologia. L’ingresso non è comprensibilissimo: campeggiano valigie e valigie volanti su sfondo giallo, poi però all’interno vengono presentati – grazie a schermi, immagini, proiezioni su pareti e pavimenti – le specificità spagnole in tema di alimentazione e biodiversità. Il tutto termina con l’approvo ai bar più gettonati della movida di Expo.
Insomma, i contenuti, a volerli cercare ci sarebbero anche, ma spesso anche quando vengono presentati nelle forme più coinvolgenti, interattive e spettacolari sono i visitatori a ignorarli per prediligere l’aspetto ludico dell’esposizione. Per non parlare di quando si ha a che fare con le hostess che, all’interno dei vari padiglioni, cercano di raccontare ciò che si sta vedendo: il più delle volte, i visitatori (che, oltre a volersi divertire, hanno anche fretta di fare il giro e passare ad altro) le ascoltano con malcelato fastidio.
Qualche perplessità, sempre sui contenuti, la lascia anche la “casa delle associazioni”, Cascina Triulza. È un po’ paradossale ma il luogo del Terzo Settore, dove vengono organizzati importanti iniziative e interessanti dibattiti per discutere del tema di Expo (cioè “Nutrire il Pianeta”) e dove c’è una grande attenzione alla biodiversità e alla sostenibilità, al loro esterno ospitano un Mercato (si chiama così, lo indica il cartello che vi campeggia davanti) di poche bancarelle di produzioni varie (sabato c’erano alimentari siciliani e di qualche altra Regione uniti a venditori di gioielli o gadget indiani e bengalesi), a metà tra quelli che si trovano alla fiera Fa la cosa giusta e i venditori di patacche delle feste di via. Chi lo gestisce garantisce che si tratta di un mercato “equosolidale” e di produzioni artigianali, nella pratica sono bancarelle piazzate davanti alla Cascina con venditori che fermano i visitatori e cercano di piazzare i loro prodotti… un po’ spiacevole, visto che quella è la sede in cui si dovrebbe fare altro.
A lavorare molto sui contenuti – legati ad Expo ma nono solo - ci hanno pensato il Vaticano (con un padiglione intitolato “Non di solo pane”) e la Casa Don Bosco (che si occupa di progetti educativi per i ragazzi).
Complessivamente, comunque, Expo nei week end è il centro del mondo per chi è a Milano e la vera emozione, per tutti, è essere lì. Ci sono Paesi che hanno realizzato padiglioni meravigliosi e ricchi di contenuti interessanti, in cui presentano concept in modo spettacolare che, nei giorni di punta delle visite, esprimono il loro meglio, facendo vedere cose stupende e divertendo il pubblico.

Qui il racconto delle prime visite ad Expo, delle prime impressioni e dei primi padiglioni visitati»