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domenica 21 giugno 2015

Expo e dopo-Expo: non solo sito espositivo ma contenuti e politiche

I detrattori di Expo avrebbero dovuto partecipare all’incontro che si è svolto alla Festa PD di Cinisello Balsamo con il Ministro Maurizio Martina, Stefano Boeri, il Segretario del PD lombardo Alessandro Alfieri e tanti altri esponenti della politica locale e nazionale per comprendere almeno un po’ di cosa sia effettivamente la manifestazione che sta ospitando Milano in questi mesi.
Il vero oggetto del dibattito era il dopo-Expo, tuttavia, come ha ben fatto comprendere proprio il Ministro Martina, non è pensabile discutere in modo serio di questo senza comprendere cosa sia l’evento in corso e di quali contenuti sia portatore.
«In Expo i contenuti ci sono, basta vederli», ha esordito il Ministro Martina, spiegando come ogni giorno ci siano delegazioni che partono dal sito di Expo per andare a visitare i vari distretti produttivi dei nostri territori e vedere come vengono realizzate le varie produzioni alimentari e come vengono effettuati i controlli per un cibo sano e sicuro nel nostro Paese.
«Serve andare oltre il “mi piace/non mi piace” a livello architettonico o logistico» ha insistito Martina, segnalando che «C’è già un’eredità positiva di flusso che Expo sta generando in Italia e che sta già dando i suoi frutti», in quanto tutti i giorni ci sono incontri per imprese italiane ed estere e confronti su tecnologie produttive e temi legati all’alimentazione e alla ricerca.
Citando la cronaca della giornata, il Ministro ha poi raccontato che il Presidente francese Hollande in visita ad Expo ha chiesto di legare la manifestazione a Cop21, l’appuntamento in cui si parlerà dei cambiamenti climatici che si svolgerà a Parigi a fine anno e, con il Ministro dell’Agricoltura francese Stéphane Le Foll hanno firmato una dichiarazione congiunta che chiede agli Stati che stanno lavorando al dossier di Cop21 di insistere su azioni e misure per la riduzione dei gas serra e delle buone pratiche di sostenibilità ambientale in agricoltura.
Venendo alle polemiche legate al futuro delle aree che oggi ospitano il sito espositivo di Expo, Martina ha segnalato che al momento il Governo non può esercitare alcuna leva, in quanto non è socio della società che le gestisce, pur avendo messo molti soldi per la realizzazione dell’evento e, comunque, farà sentire la sua voce. Martina ha anche polemizzato con il Presidente della Lombardia, senza mai citarlo per nome ma dicendo chiaramente che «Sbaglia chi pensa di risolvere la partita del post-Expo liquidando il Governo solo perché non è socio della società che gestisce il sito. Non si può discutere solo di come se la giocano quelli che hanno le quote delle società presenti. Il livello della discussione da fare è molto più alto e servirà un’interazione tra pubblico e privato del tutto nuova perché non è più pensabile di risolvere tutto seguendo le vie di qualche immobiliare come, in un primo momento, qualcuno ha anche pensato di fare».
A chi, come Daniela Gasparini (oggi parlamentare PD e precedentemente Sindaco di Cinisello Balsamo), ha chiesto che la gestione del dopo-Expo venga affidata alla nuova Città Metropolitana, il Ministro Martina ha confermato che «il post-Expo deve essere la prima vera partita da giocare della Città Metropolitana Milanese perché non è pensabile che la Città Metropolitana sia costituita solo attraverso un articolo di legge» ma occorre calarne le funzioni nel concreto e nel tessuto delle società e, in questo, Expo può essere un’ottima occasione.
Dal punto di vista pratico, Martina ha ricordato che andrà gestita anche tutta la fase cuscinetto che va dalla fine dell’evento Expo all’inizio dei nuovi progetti e, su questo, occorrerà fare un cronoprogramma definito in cui sarà stabilito quali attori dovranno essere presenti e per fare cosa.
Tuttavia, il Ministro Martina ha insistito molto sul contenuto di Expo: «La vera eredità di Expo è insita nel suo tema ed è legata alla sfida per l’alimentazione globale e, quindi, verosimilmente collegata al tema della ricerca. Anche per questo – ha affermato il Ministro – stiamo iniziando a lavorare per costruire un’operazione Milano-Dubai con cui si andrà a legare il post-Expo milanese al progetto per Dubai 2020 (dove si svolgerà la nuova Expo)».
Più legato alle polemiche politiche sul dopo-Expo, invece, è stato l’intervento di Stefano Boeri che ha segnalato che probabilmente sulla gestione del post-Expo si giocherà gran parte della campagna elettorale per la conquista del Comune di Milano.
A chiudere il dibattito è stato l’intervento del Segretario del PD della Lombardia Alessandro Alfieri, un po’ più concentrato sulle problematiche interne al partito e al rapporto non esattamente sereno tra maggioranza e minoranze.
Sul tema dell’incontro, Alfieri ha affermato che Expo è un’importante piattaforma diplomatica dove arrivano delegazioni da tutto il mondo e ha reso Milano una città sempre presente su tutti i media come capitale del dibattito sulle sfide dell’alimentazione e, in particolare, del come investire sulla sicurezza alimentare e come cercare di far fronte al problema della scarsità di cibo.
Il dopo-Expo, secondo Alfieri, sarà un banco di prova per la politica locale e per la Città Metropolitana.
«La vocazione di Milano è quella di essere una città globale, aperta e accogliente e di stare dentro alle dinamiche internazionali», ha detto Alfieri, segnalando però la necessità di fare attenzione a come il Partito Democratico si vuole collocare dentro a questi processi e con quale rapporto rispetto alla globalizzazione che ha cambiato il mondo.
«La Lega rifiuta la globalizzazione, alza i muri – ha sottolineato Alfieri – mentre noi del PD vogliamo stare dentro a questo processo e governare i fenomeni, anche perché mettere i muri vuol dire anche tenere fuori dei talenti».
Per Alfieri, tuttavia, è un errore grave negare le ansie e le preoccupazioni dei cittadini che la Lega cavalca, mentre occorre tradurle in un modello di società in cui vengono governate.
Sulle polemiche post-elettorali, Alfieri ha ricordato che il PD rimane comunque il principale partito del Paese e va molto meglio rispetto agli altri partiti della sinistra europea perché ha saputo abbattere alcuni tabù che questi non sono riusciti a fare.
«Hollande sta inseguendo la destra per cercare di recuperare un po’ di consenso elettorale! – ha segnalato il Segretario regionale del PD – E’ Hollande il principale motivo di freno alle richieste italiane in materia di politiche per l’immigrazione in Europa».
In chiusura del suo intervento, il Segretario Alfieri ha ricordato ai presenti che il Governo Renzi è impegnato in un grande sforzo per cambiare il Paese: «Cambiare è complicato perché è chiedere a tutti di fare uno sforzo per non difendere la propria rendita di posizione. Oggi sono necessarie maggiori risorse per i nostri territori perché vengono utilizzate dagli Enti Locali per rispondere ai bisogni dei cittadini in maggiore difficoltà e il Governo deve garantirle ma, allo stesso tempo, i territori devono aiutare e sostenere il Governo nel processo di cambiamento del Paese».

martedì 2 giugno 2015

Expo in progress

Altro giro ad Expo, altri padiglioni ma, soprattutto, altre trasformazioni. Sì, perché il sito espositivo è in progress e muta il suo aspetto. Chi va a visitarlo in questi giorni, troverà ad accoglierlo all’ingresso dalla parte della metropolitana un gruppo di una sorta di guerrieri del cibo, opere d’arte dello scenografo da Premio Oscar Dante Ferretti, così come suoi sono i banchi enormi disseminati lungo il decumano con l’esposizione di alimenti o di ciò che diventerà alimento.
Lo scenografo alle sue opere ci tiene molto e per quelle aveva già polemizzato a lungo con la dirigenza di Expo, tuttavia, a vedere il gran traffico di persone che circolano lungo il decumano e l’ingombro occupato da questi banchi espositivi (oltretutto dai colori scuri), forse si poteva anche evitare di farli.
Una bellissima sorpresa, invece, è l’orto all’ingresso del Padiglione della Francia che cresce e comincia a dare i suoi frutti: sono ben visibili infatti insalate, pomodori e carciofi.
Altra novità sono i visitatori che aumentano tutti i giorni della settimana, con particolari punte nei giorni di festa: si può essere fortunati da arrivare ai tornelli in orari poco frequentati, ma poi, arrivati all’interno, è facile accorgersi che la gente presente è tantissima in ogni luogo.
Se i visitatori aumentano, il sito di Expo aumenta anche le attrezzature per accoglierli: si sono moltiplicati gli spazi per sedersi, i furgoncini della Street food con bevande e cibi vengono fatti circolare ovunque, sono spuntati ombrelloni e tettoie accanto ai padiglioni più gettonati per evitare che chi attende in lunghe code si sciolga sotto al sole. Insomma Expo si adegua alle esigenze del momento e adatta di volta in volta la sua area.
Questo è indubbiamente un fattore positivo, segno che da parte della direzione vi è attenzione a quel che avviene giorno per giorno e si è pronti a far fronte tempestivamente a qualsiasi evenienza.
Meno positivo è il fatto che più il sito di Expo si riempie di installazioni e attrazioni lungo il decumano, più somiglia sempre di più ad una qualsiasi fiera e fa perdere l’attenzione per i temi che invece vengono proposti (anche in modo originale, innovativo e tecnologico) all’interno dei padiglioni.
Nei padiglioni, infatti, bisogna entrare: i veri contenuti di Expo stanno dentro, non fuori. E ci sono padiglioni meravigliosi, come testimoniano anche alcune lunghe code per accedervi.
Purtroppo non tutti hanno la pazienza o la resistenza fisica di stare in coda ore e allora in qualche spazio non proprio in tema può capitare di incapparci. Senza coda – ma verrebbe da dire anche senza Expo – sono i padiglioni dell’Ungheria (espongono produzioni in lana o in legno tipiche della zona e ogni tanto vi sono spettacoli musicali), della Romania (grazioso il bar a forma di capanna sul tetto ma il resto non è neanche di aiuto al turismo), la Moldavia (una piantina geografica per localizzare lo zona, uno schermo con immagini turistiche e un bar), la Slovacchia (al suo interno ma anche al suo esterno ospita una serie di opere d’arte e di composizioni artistiche, molto belle esteticamente ma poco in tema con la manifestazione).
Molto belli ma non del tutto inerenti al tema di Expo sono invece i padiglioni della Repubblica Ceca (la cui piscina esterna è gettonatissima da grandi e piccini, mentre all’interno si comincia con un percorso tra natura e silenzio per arrivare all’arte come forma di rappresentazione), della Lituania (tecnologie moderne, opere d’arte, schermi esplicativi delle produzioni del Paese) e della Bielorussia (tutto viene proiettato sulle pareti con qualche schermo esplicativo).

Altri luoghi in cui non si trovano e code per accedere sono i tanto decantati cluster: quando sono stati presentati è stato detto che lì si sarebbero concentrati i veri contenuti di Expo, al loro interno si sarebbero dovuti trovare gli spazi espositivi dei Paesi produttori di alcune specificità e si sarebbe discusso del tema della manifestazione. Tutto questo è da dimenticare. A parte la difficoltà di alcuni di questi ad avviarsi, oggi sostanzialmente si può dire che i cluster sono aperti e in parte funzionano. In parte perché bisogna chiarire cosa si intende per funzionare. Gli spazi espositivi e di vendita esterni ai cluster di cacao, caffè e anche riso (quest’ultimo in prevalenza alla sera) funzionano alla grande: la gente, arriva, si siede, compra, mangia, guarda ciò che c’è da vedere. Gli interni funzionano un po’ meno.
C’è sicuramente un problema “estetico”: non è carino dirlo ma esteticamente alcun cluster sono brutti, o comunque non hanno le forme spettacolari e appariscenti degli altri padiglioni per cui sono poco attrattivi: si tratta per lo più di grossi cubi rivestiti in legno o con pannelli colorati o a specchi nel caso del riso ma appunto cubi insignificanti.
Nel caso di cacao e caffè, l’idea di mettere fuori bar e stand di vendita, oltre che spazio per le presentazioni, si è rivelata geniale perché in molti vi sono attratti; altri come Frutta e Spezie che hanno il nulla fuori o più nascosti come il Bio-Mediterraneo richiamano proprio poco.
Dopo di che il problema vero resta l’interno: i Paesi non espongono le produzioni locali e neanche spiegano cosa fanno ma molto spesso utilizzano quei punti come rivendita di paccottaglie spacciate per artigianato locale (quasi tutti i Paesi africani) o, in alcuni casi, come luoghi di promozione turistica (le Maldive dentro al cluster del Mare che promuovono le loro spiagge, Malta dentro al cluster Bio-Mediterraneo che promuove il territorio da visitare).
Uno sforzo scenografico e esplicativo lo ha fatto il Brunei, nell’area Frutta e Spezie, in cui racconta il proprio modo di produrre. Così come interessante e gradevole è la tavola imbandita del Libano nell’area Bio-Mediterraneo. L’area Bio-Mediterraneo è quella che ha fatto arrabbiare la Regione Sicilia (che lì espone) per gli investimenti fatti. Si tratta di uno spazio molto grande ma un po’ nascosto, oltre il cardo (corridoio orizzontale) e sul lato destro del Lago con l’Albero della vita per chi arriva dall’ingresso della metropolitana. L’esterno è preceduto da una striscia di terra con alberi e arbusti chiamata “Parco della Biodiversità” (a ridosso del gettonatissimo padiglione della Coca Cola). L’area centrale è contornata da tavoloni con le scritte in greco e un palco spettacoli (lunedì 1 giugno vi si alternavano cantanti siciliani) e a chiuderlo sui lati vi sono i cubi dei padiglioni. La gente dentro c’era, girava da uno spazio all’altro, si fermava a sentire la musica… solo che sembrava di stare ad una qualsiasi fiera del turismo (con tanto di cantanti che cercavano di vendere al pubblico il loro cd) invece che ad Expo. Forse, però, le responsabilità non sono di Expo ma dei singoli Paesi che hanno affittato quello spazio e lo utilizzano decisamente molto male. All’interno del cluster vi sono anche la Grecia (dove il cartellone all’ingresso “Ellenic Tourism” chiarisce subito che si parla di turismo), l’Albania (lo spazio è quasi vuoto, vi sono dei quadri e un’opera d’arte in legno, non si sa se non è completato o se resterà così), la Serbia (vuoto, in cui sul muro che campeggia lo slogan “The future is sharing”), la Croazia, la Tunisia e l’Egitto (quest’ultimo diverte molto i bambini per gli ologrammi dei faraoni con cui si può giocare e farsi fotografare).

Qualche problema sul messaggio che si vuole mandare c’è anche in qualche stand (difficile chiamarli “padiglioni”) nell’area italiana: Palazzo Italia è sempre molto gettonato ma le file chilometriche non sono cosa sopportabile per tutti, mentre lungo il cardo le varie Regioni si mettono in mostra oppure offrono i loro prodotti. Qui ci sono lo spazio delle produzioni di Piacenza, Casa Citterio, Granarolo, gli spazi ristoro Calabria e Basilicata, la gelateria della Coldiretti, la Terrazza Martini e poi cominciano ad aprire anche punti promozionali delle varie Regioni: la Lombardia sta cercando di aggiustarsi l’immagine dopo la bruttissima figura dei primi giorni, la Liguria è bellissima con piantine appese alle pareti insieme alle ricette di alcuni suoi piatti tipici; di recente hanno aperto le Marche (con schermi che mostrano le bellezze artistiche e territoriali, esattamente come alla fiera del turismo). Molto gettonato e anche molto grande è il padiglione del Vino.

In sintesi, si può dedurre facilmente che dove non c’è coda, sarà più semplice entrare ma decisamente ne vale meno la pena rispetto ad altri spazi che invece meritano attenzione. Tornando ai padiglioni ufficiali, si scorre facilmente per visitare la Cina, dal bellissimo ingresso in mezzo ai fiori gialli. L’interno è tutto giocato sulla tecnologia con spazi interattivi e chiusura del percorso sul campo di “grano della speranza” fatto da alti pali luminosi che cambiano colore.

Molto frequentato anche ciò che c’è del Padiglione del Nepal: si tratta di una serie di pagode a cielo aperto senza niente altro. Sono molto belle esteticamente, ma quello che attrae i visitatori è indubbiamente la tragedia che ha colpito il Paese e per cui si possono lasciare offerte.

Padiglioni veri e propri sono anche quelli degli sponsor, tra questi sul decumano c’è ENEL, con tubi luminosi e cartelli esplicativi in cui si ribadisce in continuazione che l’illuminazione di Expo è fornita da loro.

Altro luogo frequentatissimo è la nuovissima area attrezzata con lettini e ombrelloni sulla fontana dietro al Padiglione della Lindt. E’ anche una zona abbastanza ombreggiata e nei momenti in cui il sole è molto alto, si rivela essere un ottimo luogo per riprendere fiato e, ora che comincia ad essere conosciuto, riesce a far concorrenza alla piscina assolata della Repubblica Ceca.

Per svagarsi, però, il luogo migliore resta la terrazza del Padiglione degli Stati Uniti: la musica è bella, l’aria non è troppo calda, si può ballare (sono le hostess stesse a farlo, anche quando hanno addosso la divisa) e nell’area sul retro del padiglione sono posizionati sei furgoncini per il Food Truck dove si può mangiare e bere a prezzi più o meno normali.

Arriviamo alla questione prezzi. Tutto ciò che riguarda Expo ha un costo e anche piuttosto elevato e, questo, oggettivamente, considerato il costo già alto del biglietto di ingresso è un po’ fastidioso.
Partiamo dai gadget: oggi i gadget di Expo, oltre che all’Expo Gate in Piazza Castello a Milano si possono trovare anche all’interno del sito espositivo ma i prezzi restano alti in ogni caso.
All’Expo Gate, gestito dal gruppo La Rinascente (o almeno così sono firmati gli scontrini) si possono trovare servizi di sei tazze con logo Expo da 36 a 77 euro a seconda della dimensione, sacchetti in stoffa da 16,00 euro, magnete rettangolare con logo Expo a 5,00 euro, spilletta tonda con logo Expo a 4,00 euro.
Sul sito espositivo, invece, hanno aperto gli store di OVS ed Excelsior. Questi due punti, all’inizio del Decumano per chi arriva dall’ingresso collegato alla metropolitana, non vendono solo gadget della manifestazione ma anche altro: in OVS si vendono tranquillamente i vestiti. La scelta è un po’ discutibile anche se con gli sbalzi caldo/freddo o con i bagni improvvisati in piscine e fontane, trovare una maglietta di cambio può anche essere utile in alcuni momenti.
OVS è lo store meno costoso: vende magliette con logo Expo, ma anche sacchetto/zaino con logo Expo in stoffa consistente a 12,00 euro, borsa con logo Expo a 14,00 euro. Excelsior vende gadget e prodotti firmati (portachiavi, cover per telefoni, puzzle per bambini ma anche oggettistica varia che c’entra poco con la manifestazione) ma ovviamente i prezzi salgono.
Novità degli ultimi giorni è il “Passaporto di Expo” che, annunciano dagli altoparlanti, si può far timbrare nei vari padiglioni che si visitano, così da portarsi a casa un ricordo del giro virtuale intorno al mondo. Il Passaporto non è altro che un libretto di carta piccolino ma se ci si illude che sia gratuito, si sbaglia: si paga anche quello e, comunque, non tutti i padiglioni sono già attrezzati con i timbri!
Un altro punto di acquisto è il Book shop Mondadori che, pur vendendo libri, si è adeguato e espone molte cose in tema della manifestazione: un quaderno a quadretti con logo Expo costa 5,00 euro, un quadernino piccolo tipo blocchetto da borsetta con logo Expo costa 3,50 euro e il sacchetto di carta per portarveli a casa costa 0,20 centesimi.
Ci sono poi i punti shop all’interno di ogni padiglione che vedono o prodotti tipici del Paese a cui si riferiscono o puro merchandising (quest’ultimo di solito prevale). In Francia si vendono posate, tazze, asciughini, grembiuli, portachiavi, torri Eiffel colorate e similari (una busta in stoffa con scritto Francia e bandierina francese costa 10,00 euro). In America vendono tazze (servizio da due a 20,00 euro), piatti (a 12,00 euro l’uno), foulard con logo del padiglione a 75,00 euro, borsa in stoffa nera grande a 130,00 euro. In Lituania si vendono gioiellini e campanelle in terracotta dipinte (le quali, in forma piccola, costano 8,00 euro l’una). In Belgio si vedono i cioccolatini Guillaumes a forma di frutti di mare (scatola piccola 3,00 euro, scatola media 8,00 euro).

Tralasciando i gadget, di cui si può anche fare a meno, veniamo al cibo che, invece, in alcuni momenti è indispensabile. Anche su questo fronte ci sono diversi problemi di costo: intanto bisogna sapere subito che mangiare in Expo è costoso, soprattutto se nel corso della giornata si vogliono prendere più cose; tuttavia si può cercare di fare attenzione a scegliere di mangiare dove costa un po’ meno.
I ristoranti e i self service hanno primi che vanno dai 7 ai 12 euro, in alcuni casi utilizzano delle formule “menù” con cui si può risparmiare un po’.
La pizza margherita rotonda a Rosso Pomodoro nello spazio Eataly costa 10,00 euro (e spesso c’è una coda lunghissima per ottenerla).
Sempre in Eataly, al ristorante della Sicilia, un piatto di mezze maniche con sugo di tonno, pomodoro e olive costa 7,50 euro. Una crepes alla Nutella nel Nutella Concept Bar (spazio Eataly, primo piano) costa 4,50 euro e l’acqua 1,50 euro.
Il costo dell’acqua è molto variabile a seconda di dove la si compra (va da 1 a 2 euro), è anche vero che disseminate lungo il sito espositivo ci sono le “case dell’acqua” dove si può bere o riempirsi le bottiglie ma è ovvio che per farlo bisogna avere con sé almeno un bicchierino o una bottiglia che da qualche parte andrà pur comprata.
Al bar del Belgio la bottiglietta d’acqua costa 2,00 euro ma lì si trova anche il mitico cono di buonissime patatine fritte (a 4,00 euro).
La bottiglietta d’acqua costa soltanto 1,00 euro allo stand rotondo della Beretta, dove vendono anche ottimi panini a poco prezzo (quello con salame 2,50 euro): mangiare lì conviene, il cibo è ottimo e si spende pochissimo. Si spende poco anche nel chiosco emiliano situato dietro al padiglione della Corea e prima di Cascina Triulza con cestino di tigelle e salumi, soltanto che è molto affollato e bisogna avere la fortuna di capitare in orari giusti.
Nello spazio Italia ci sono poi anche i salumi Ferrarini e Citterio che vengono serviti in vassoietti di cartone accompagnati da grissini: le chiamano degustazioni e si può scegliere la quantità che si desidera e in base a quello si paga. Il listino prezzi dello stand Citterio prevede 3 prodotti a 4,00 euro oppure 7 prodotti 7,00 euro; l’acqua da sola costa 1,00 euro ma 3 prodotti + acqua sul listino in distribuzione è calcolato 5,00 euro.
Anche la pizza si può comprare in altri punti: nello stand dentro lo spazio circolare di Copagri un trancio di pizza margherita costa 4,00 euro mentre da Via Vai trancio della stessa dimensione di pizza margherita costa 5,50 euro.
Da Mc Donald in qualche modo ce la si cava sempre: patatine medie 1,80 euro, acqua naturale 1,20 euro, toast 1,70 euro.
Anche sui gelati i prezzi sono molto variabili, se si è fortunati si parte da 2,50 euro e si può arrivare 4,00 euro a seconda dello stand. A venderli sono in tanti Grom, Lindt, Pernigotti, Caffarel, Nutella… A Casa Algida restano attuati i prezzi di listino: Magnum Classico 2.50 euro, Fiordifragola 1,50 euro ecc.

Se i primi giorni non era così semplice capire come e dove mangiare, oggi questo problema è stato risolto perché lungo il decumano ma anche un po’ disseminati per il sito espositivo hanno cominciato a girare i furgoni della Street food e qualcosa di buono lo si trova sempre. Più difficile è riuscire a fare attenzione al costo: il sito di Expo è grande e, quando si gira, si vedono molte cose ma poi difficilmente rimane in memoria dove le si sono viste o si ha voglia di tornare in quel punto quando magari si è già parecchi metri più avanti, per cui si finisce per fermarsi dove ci si trova nel momento in cui si ha fame con qualche rischio per il portafoglio. Complessivamente, comunque, i visitatori mangiano e bevono, bar e ristoranti sono sempre piuttosto affollati, tanto poi i conti si fanno a casa.


domenica 17 maggio 2015

Altre impressioni da Expo

Altra settimana, altro giro ad Expo.
Più i giorni passano, più Expo migliora.
Va chiarito subito, però, che c’è una differenza tra l’andarci durante le giornate lavorative (magari di giorno) e l’andarci nel week end o la sera dopo le 19:00 (quando il costo del biglietto è ridotto e arrivano folle di persone di ogni genere).
Durante la settimana, normalmente, si incontrano le scolaresche, i gruppi organizzati, molti operatori del settore e addetti ai lavori; i volontari girano a gruppetti sfaccendati, non tutto è aperto e accessibile (in particolare al lunedì che è un po’ una “giornata morta”, non perché la gente non ci sia ma perché è sicuramente inferiore nei numeri rispetto agli altri giorni e gli organizzatori si adeguano e, magari, colgono l’occasione per ridimensionare un po’ persone e risorse).
Nel fine settimana lo scenario cambia radicalmente: tutto è aperto, tutto funziona a pieno regime, tutti gli operatori e i volontari sono affaccendatissimi a dare indicazioni ai visitatori e sia il corridoio centrale che i padiglioni o il retro dei padiglioni si animano anche di bar, spazi aperitivo, musica, aree relax.
La sera, poi, è un altro mondo ancora: all’interno di Expo arriva il popolo della movida (molto variegato perché si spazia dai ragazzini casinisti ai giri di persone firmate da capo a piedi, agli impiegati in cerca di relax dopo il lavoro fino ai soggetti vestiti come ragazzi/e immagine da festa in discoteca, esattamente come in qualsiasi luogo della movida notturna) e il sito espositivo si adegua e diventano molto più visibili i punti in cui si può bere o mangiare attorno ai padiglioni o nelle aree relax a bordo piscina/fontane o giostrine. Quando sono passate le 19:00 - e l’ingresso è concesso a 5,00 € - si vede un cambio radicale dei soggetti che si aggirano per Expo: il popolo della gita con zainetti, scarpe basse e cappellini si avvia all’uscita (spesso con aria stanca per il tanto camminare) o si appisola su sdraio, prati, panche o qualsiasi altro punto d’appoggio mentre arriva un’ondata di persone vestite in modo più appariscente e le donne sono tutte con tacchi alti e truccatissime. Ovviamente, cambiano anche i luoghi di approdo e le lunghe code cominciano a spostarsi dai padiglioni ai luoghi di ristoro (in particolare i camioncini francesi e olandesi dell’area giostre, il baretto del Belgio con le patatine (assaltato a tutte le ore del giorno e della notte) ma anche i bar di Spagna, Messico, Argentina, Corea.
Expo, insomma, la sera diventa un luogo per la movida al pari di Brera, dei Navigli o di Corso Como.
In generale, sui visitatori di Expo ci sono un po’ di cose da chiarire: le persone vengono lì principalmente per divertirsi, svagarsi e prendere parte all’evento mondiale.
L’interesse per i contenuti presentati è abbastanza scarso, non perché non vogliano vedere i padiglioni, anzi, le lunghe code un po’ ovunque dimostrano il contrario ma perché una volta entrati – un po’ anche per via della stanchezza delle attese, un po’ per il giro che spesso è lungo, un po’ perché si vogliono vedere più cose possibili in una sola giornata - si tende a passare all’interno degli spazi scorrendo con lo sguardo sulle cose che si incontrano senza prestare troppa attenzione al perché sono disposte in un certo modo e a cosa rappresentano; si tende a non leggere i cartelli esplicativi che vi sono e ad ascoltare distrattamente le hostess che vi sono all’interno e che illustrano ciò che si sta guardando. Insomma, molto spesso, la visita ai padiglioni si traduce in una passeggiata rapida lungo il percorso interno in cui si cerca più lo stupore per la tecnologia utilizzata per la rappresentazione dei contenuti che non il cercare di capire il contenuto stesso.
Non è sempre una colpa o una forma di disinteresse, in molti casi è proprio la stanchezza fisica a non consentire di concentrarsi troppo, in altri casi sono le condizioni economiche: entrare ad Expo di giorno costa molto e chi è lì vuol vedere più cose possibili e, quindi, finisce che gira come una trottola da un posto all’altro, imbucandosi al momento in cui non trova troppa coda, anche se magari si sta già dirigendo verso casa dopo una lunga giornata nel sito, per poter almeno “fare un giro” dentro ad un Paese che difficilmente avrebbe altre occasioni per guardare e questo, indubbiamente, non agevola l’attenzione a ciò che si osserva.
Una colpa dei visitatori, invece, è la scarsa educazione nei confronti delle cose: si siedono e si sdraiano ovunque (soprattutto sui prati), lasciano cadere le cose per terra (nonostante il sito sia disseminato di cestini per i rifiuti), si rinfrescano nelle “case dell’acqua” (che servono per bere e non per lavarsi).
L’acqua in Expo non manca così come ci sono le fontane, il canale che scorre intorno al sito e gli spazi verdi (alberi, aree relax, prati, alberelli, orti). Il problema è che non tutti gli spazi verdi sono adeguatamente irrigati, in particolar modo quelli a cura dei padiglioni (che appunto dipendono dal singolo Paese che li ha progettati) e questo può provocare qualche problema visto che buona parte di questi spazi si trova sotto al sole e abbiamo l’estate davanti: è facile trovare già alcuni punti un po’ spelacchiati per il troppo sole (se verticali) o per il troppo calpestare (se orizzontali) e si spera che vengano trovate soluzioni per arrivare con le aree in buono stato fino alla fine dei sei mesi.
I padiglioni che hanno scelto come loro claim il verde (che sia orto, agricoltura, bosco, giardino, foresta) sono, infatti, moltissimi, a partire da Israele (con l’orto verticale, ampiamente irrigato), l’esterno francese (con l’orto in grandi vasi che formano un labirinto attraverso cui si accede allo spazio espositivo con accanto megaschermi che spiegano le varie fasi del raccolto), il Brasile (diventato famoso per la grossa rete su cui tutti vogliono provare a camminare sospesi ma che al suo interno si compone di una serie di piante e prodotti della terra, ampiamente irrigati, e tavole tecnologiche interattive ed esplicative del percorso) ma anche il Regno Unito (con il giardino sollevato ad altezza ape) e l’Iran (con fiori, piante e frutti, che diventano cibo, cultura e tradizione).
Un po’ a sorpresa, è poco verde quella che nei luoghi comuni viene chiamata la “verde Irlanda”: all’interno si parla dei cicli agricoli, degli strumenti da lavoro e dell’allevamento ma il tutto su megaschermi che proiettano le varie fasi. Di verde vero si vede solo qualche pianta all’esterno (alcune delle quali non proprio in buona salute a causa del vento forte dei giorni scorsi).
Al verde è dedicata la Collina Mediterranea, a ridosso dell’ingresso di Roserio al sito espositivo, ben costruita, molto squadrata ma anche molto assolata e dalla cui cima si sentono i rumori delle strade vicine… insomma, non proprio un luogo riposante. Va molto meglio nell’isola della biodiversità più sotto, gestita molto bene da Slow Food, con arredi semplici e in legno e molta documentazione istruttiva sia per gli adulti che per i ragazzi.
È paradossale ma, vicino a Slow Food, c’è anche Mc Donald, sicuramente poco salutare ma molto pratico ed economico (che per l’occasione ha predisposto anche pannelli su cui effettuare l’ordinazione e pagare con bancomat), un po’ rumoroso ma affollatissimo da persone di tutte le età.
Nella stessa zona si trova anche il padiglione del Sultanato dell’Oman che ha puntato tutto sul concetto di acqua come luogo di vita e accoglie i visitatori con una fontana dai giochi d’acqua e architetture color sabbia che richiamano le oasi. All’interno è un mix di oggetti veri e virtuali ricostruiti con la tecnologia (le statue sembrano animarsi e spiegano ciò che rappresentano). Dietro al padiglione vi è anche il ristorante, sempre costruito nella stessa architettura spettacolare.
In generale, ogni padiglione dispone di un’area espositiva (più o meno ampia), un piccolo spazio shop (di gadget del Paese d’origine e acquistabili spesso a prezzi molto elevati) e un punto ristoro (bar o ristorante). In alcuni casi il percorso interno è strutturato in modo che il visitatore parta dall’area espositiva e termini nel punto shop o ristoro, in altri casi l’ingresso all’area espositiva è totalmente separata dall’area shop, bar o relax e entrare in uno spazio non implica l’accesso anche all’altro. È il caso della Germania, il cui percorso all’interno del padiglione espositivo è molto divertente e interattivo anche se lungo e con ampi tempi di attesa ma è totalmente separato dallo spazio esterno, dove pure vi sono dei tabelloni esplicativi dei concetti che si trovano meglio esplicitati all’interno, delle innovazioni tecnologiche in particolare legate al vento ma dove dominano le panche e i pergolati per il relax con vista sui tetti di Expo e da cui si può scendere con uno scivolo.
Più o meno lo stesso discorso vale per gli Stati Uniti, dove l’ingresso principale fa approdare in un’area con tabelloni con immagini a scorrimento sulle politiche americane in materia di agricoltura e alimentazione che termina con uno spazio shop con oggetti costosissimi e da lì si può scegliere se salire al piano superiore con bar e ristorante (su ampia terrazza da cui si domina Expo e si ascolta bellissima musica) o scendere per accedere all’area espositiva in cui, dopo aver fatto un po’ di coda, si viene separati in gruppetti per assistere ad un percorso fatto di mini-filmati (che però quasi nessuno guarda e tutti cercano di imbucarsi nel gruppo più avanti, saltando dei giri) all’interno di sale buie.
Quello che non fanno i Paesi, a volte lo fanno gli sponsor: è il caso dell’Olanda, il cui padiglione è un labirinto di specchi con accanto una ruota panoramica di dimensioni ridotte e i camioncini con cibo e bevande (praticamente un mini luna-park) mentre un’azienda olandese che si occupa di agricoltura ha creato un padiglione espositivo piuttosto evidente anche se non è situato lungo le vie principali con un tetto fatto di prato verde con un trattore sopra e all’esterno ha parcheggiato una serie di piccoli trattorini con cui si divertono a giocare i bambini.
A metà tra la natura e la tecnologia sono, invece, i bellissimi padiglioni di Angola e Polonia. Il padiglione dell’Angola è enorme e curato in ogni dettaglio. Una prima parte più esterna e legata a sponsorizzazioni si compone di piante mediterranee inserite nell’architettura all’interno di un percorso incantevole che poi porta ad un ristorante. Il padiglione vero è proprio, invece, ha l’ingresso sul lato opposto ed è un percorso strutturato su più piani in cui vengono presentati diversi concept legati all’alimentazione e al ciclo della vita e del cibo con suoni, video, immagini, strutture interattive. Salendo lungo il percorso, a più tappe, si incontra anche la natura vera con piante e una piccola serra fino all’ultimo piano del padiglione in cui, oltre alla presentazione di alcuni alimenti locali, alle donne viene donato un piccolo ventaglio di cartone che servirà per l’accesso alla terrazza sul tetto, disseminata di piante e panchine ma terribilmente calda. Lungo la discesa, prima dell’uscita, è possibile vedere anche un’area in cui si trovano delle opere d’arte contemporanea del Paese. Un vero e proprio capolavoro di architettura, tecnologia, innovazione e natura! Una sorpresa davvero bella da parte di un Paese che, bisogna ammetterlo, la maggior parte dei visitatori non conosce e che sicuramente non si sognerebbe mai di andare a visitare ma che, invece, almeno per come si presenta in Expo e per ciò che vuole comunicare, oltre che per l’impegno e l’investimento (sicuramente ingente) per la realizzazione di quel padiglione, merita un po’ di attenzione.
Un caso analogo, ma dalle dimensioni più ridotte, è il padiglione della Polonia. Si entra con una citazione di Dante capovolta: “Abbiate ogni speranza, voi che entrate” e hanno ragione. Dopo una lunga salita si accede ad un delicato giardino di fiori, piante e farfalle racchiuso dentro pareti di specchi. Un incanto molto romantico e piacevole che allontana dal caos esterno. Da qui si accede poi all’interno del padiglione dove invece domina la tecnologia e il gioco: si può guidare un’auto (in videogioco), produrre energia con il movimento, parlare ad uno schermo con il volto di medusa che replica ciò che gli viene detto. Il tutto termina con il consueto approdo al punto shop di prodotti locali (anche alimentari) mentre fuori, davanti all’ingresso, si susseguono spettacoli in costume.
Anche l’Estonia è metà giardino e metà altro, dove per “altro” però si intendono produzioni locali che non c’entrano molto con Expo (sono esposti un pianoforte, una moto, altri oggetti in legno). La vera forza dell’Estonia – oltre alla gradevolissima terrazza ventilata in legno con piante e fiori e buchi da cui si vedono gli animali del bosco – sono le altalene dislocate lungo il percorso e su cui si può sedere e sostare. Sono la gioia dei bambini ma anche dei grandi. Le altalene funzionano, ci si può dondolare davvero (magari gli adulti, soprattutto se non magrissimi, farebbero meglio a farlo con cautela invece di fiondarcisi come bisonti) e sono una vera attrazione (nel senso che “attirano a sé”) molto rilassante. Un’oasi tranquilla di relax per riprendere fiato dal lungo cammino e allontanarsi dai rumori caotici del Decumano.
Un altro Paese che sembra aver capito solo a metà il senso di Expo è il Belgio. La vera coda in Belgio non è per visitare il padiglione ma per il bar che vende il cono di patatine fritte. Il padiglione presenta un primo piano espositivo delle produzioni locali compresi i gioielli (bellissimi ma non si capisce cosa c’entrino con Expo), poi si scende al piano inferiore dove, invece, si arriva ad Expo con il ciclo della vita, delle coltivazioni (c’è una serra) e i pesci nell’acquario, la cui acqua era pulita all’inizio della manifestazione ma ora fa davvero impressione e si spera, per il bene di quei poveri pesci, che venga cambiata. Il tutto termina con il consueto punto shop (dove ci sono ottimi cioccolatini) e un bellissimo bar.
La Spagna, invece, ha giocato tutto sulla tecnologia. L’ingresso non è comprensibilissimo: campeggiano valigie e valigie volanti su sfondo giallo, poi però all’interno vengono presentati – grazie a schermi, immagini, proiezioni su pareti e pavimenti – le specificità spagnole in tema di alimentazione e biodiversità. Il tutto termina con l’approvo ai bar più gettonati della movida di Expo.
Insomma, i contenuti, a volerli cercare ci sarebbero anche, ma spesso anche quando vengono presentati nelle forme più coinvolgenti, interattive e spettacolari sono i visitatori a ignorarli per prediligere l’aspetto ludico dell’esposizione. Per non parlare di quando si ha a che fare con le hostess che, all’interno dei vari padiglioni, cercano di raccontare ciò che si sta vedendo: il più delle volte, i visitatori (che, oltre a volersi divertire, hanno anche fretta di fare il giro e passare ad altro) le ascoltano con malcelato fastidio.
Qualche perplessità, sempre sui contenuti, la lascia anche la “casa delle associazioni”, Cascina Triulza. È un po’ paradossale ma il luogo del Terzo Settore, dove vengono organizzati importanti iniziative e interessanti dibattiti per discutere del tema di Expo (cioè “Nutrire il Pianeta”) e dove c’è una grande attenzione alla biodiversità e alla sostenibilità, al loro esterno ospitano un Mercato (si chiama così, lo indica il cartello che vi campeggia davanti) di poche bancarelle di produzioni varie (sabato c’erano alimentari siciliani e di qualche altra Regione uniti a venditori di gioielli o gadget indiani e bengalesi), a metà tra quelli che si trovano alla fiera Fa la cosa giusta e i venditori di patacche delle feste di via. Chi lo gestisce garantisce che si tratta di un mercato “equosolidale” e di produzioni artigianali, nella pratica sono bancarelle piazzate davanti alla Cascina con venditori che fermano i visitatori e cercano di piazzare i loro prodotti… un po’ spiacevole, visto che quella è la sede in cui si dovrebbe fare altro.
A lavorare molto sui contenuti – legati ad Expo ma nono solo - ci hanno pensato il Vaticano (con un padiglione intitolato “Non di solo pane”) e la Casa Don Bosco (che si occupa di progetti educativi per i ragazzi).
Complessivamente, comunque, Expo nei week end è il centro del mondo per chi è a Milano e la vera emozione, per tutti, è essere lì. Ci sono Paesi che hanno realizzato padiglioni meravigliosi e ricchi di contenuti interessanti, in cui presentano concept in modo spettacolare che, nei giorni di punta delle visite, esprimono il loro meglio, facendo vedere cose stupende e divertendo il pubblico.

Qui il racconto delle prime visite ad Expo, delle prime impressioni e dei primi padiglioni visitati»