domenica 17 maggio 2015

Altre impressioni da Expo

Altra settimana, altro giro ad Expo.
Più i giorni passano, più Expo migliora.
Va chiarito subito, però, che c’è una differenza tra l’andarci durante le giornate lavorative (magari di giorno) e l’andarci nel week end o la sera dopo le 19:00 (quando il costo del biglietto è ridotto e arrivano folle di persone di ogni genere).
Durante la settimana, normalmente, si incontrano le scolaresche, i gruppi organizzati, molti operatori del settore e addetti ai lavori; i volontari girano a gruppetti sfaccendati, non tutto è aperto e accessibile (in particolare al lunedì che è un po’ una “giornata morta”, non perché la gente non ci sia ma perché è sicuramente inferiore nei numeri rispetto agli altri giorni e gli organizzatori si adeguano e, magari, colgono l’occasione per ridimensionare un po’ persone e risorse).
Nel fine settimana lo scenario cambia radicalmente: tutto è aperto, tutto funziona a pieno regime, tutti gli operatori e i volontari sono affaccendatissimi a dare indicazioni ai visitatori e sia il corridoio centrale che i padiglioni o il retro dei padiglioni si animano anche di bar, spazi aperitivo, musica, aree relax.
La sera, poi, è un altro mondo ancora: all’interno di Expo arriva il popolo della movida (molto variegato perché si spazia dai ragazzini casinisti ai giri di persone firmate da capo a piedi, agli impiegati in cerca di relax dopo il lavoro fino ai soggetti vestiti come ragazzi/e immagine da festa in discoteca, esattamente come in qualsiasi luogo della movida notturna) e il sito espositivo si adegua e diventano molto più visibili i punti in cui si può bere o mangiare attorno ai padiglioni o nelle aree relax a bordo piscina/fontane o giostrine. Quando sono passate le 19:00 - e l’ingresso è concesso a 5,00 € - si vede un cambio radicale dei soggetti che si aggirano per Expo: il popolo della gita con zainetti, scarpe basse e cappellini si avvia all’uscita (spesso con aria stanca per il tanto camminare) o si appisola su sdraio, prati, panche o qualsiasi altro punto d’appoggio mentre arriva un’ondata di persone vestite in modo più appariscente e le donne sono tutte con tacchi alti e truccatissime. Ovviamente, cambiano anche i luoghi di approdo e le lunghe code cominciano a spostarsi dai padiglioni ai luoghi di ristoro (in particolare i camioncini francesi e olandesi dell’area giostre, il baretto del Belgio con le patatine (assaltato a tutte le ore del giorno e della notte) ma anche i bar di Spagna, Messico, Argentina, Corea.
Expo, insomma, la sera diventa un luogo per la movida al pari di Brera, dei Navigli o di Corso Como.
In generale, sui visitatori di Expo ci sono un po’ di cose da chiarire: le persone vengono lì principalmente per divertirsi, svagarsi e prendere parte all’evento mondiale.
L’interesse per i contenuti presentati è abbastanza scarso, non perché non vogliano vedere i padiglioni, anzi, le lunghe code un po’ ovunque dimostrano il contrario ma perché una volta entrati – un po’ anche per via della stanchezza delle attese, un po’ per il giro che spesso è lungo, un po’ perché si vogliono vedere più cose possibili in una sola giornata - si tende a passare all’interno degli spazi scorrendo con lo sguardo sulle cose che si incontrano senza prestare troppa attenzione al perché sono disposte in un certo modo e a cosa rappresentano; si tende a non leggere i cartelli esplicativi che vi sono e ad ascoltare distrattamente le hostess che vi sono all’interno e che illustrano ciò che si sta guardando. Insomma, molto spesso, la visita ai padiglioni si traduce in una passeggiata rapida lungo il percorso interno in cui si cerca più lo stupore per la tecnologia utilizzata per la rappresentazione dei contenuti che non il cercare di capire il contenuto stesso.
Non è sempre una colpa o una forma di disinteresse, in molti casi è proprio la stanchezza fisica a non consentire di concentrarsi troppo, in altri casi sono le condizioni economiche: entrare ad Expo di giorno costa molto e chi è lì vuol vedere più cose possibili e, quindi, finisce che gira come una trottola da un posto all’altro, imbucandosi al momento in cui non trova troppa coda, anche se magari si sta già dirigendo verso casa dopo una lunga giornata nel sito, per poter almeno “fare un giro” dentro ad un Paese che difficilmente avrebbe altre occasioni per guardare e questo, indubbiamente, non agevola l’attenzione a ciò che si osserva.
Una colpa dei visitatori, invece, è la scarsa educazione nei confronti delle cose: si siedono e si sdraiano ovunque (soprattutto sui prati), lasciano cadere le cose per terra (nonostante il sito sia disseminato di cestini per i rifiuti), si rinfrescano nelle “case dell’acqua” (che servono per bere e non per lavarsi).
L’acqua in Expo non manca così come ci sono le fontane, il canale che scorre intorno al sito e gli spazi verdi (alberi, aree relax, prati, alberelli, orti). Il problema è che non tutti gli spazi verdi sono adeguatamente irrigati, in particolar modo quelli a cura dei padiglioni (che appunto dipendono dal singolo Paese che li ha progettati) e questo può provocare qualche problema visto che buona parte di questi spazi si trova sotto al sole e abbiamo l’estate davanti: è facile trovare già alcuni punti un po’ spelacchiati per il troppo sole (se verticali) o per il troppo calpestare (se orizzontali) e si spera che vengano trovate soluzioni per arrivare con le aree in buono stato fino alla fine dei sei mesi.
I padiglioni che hanno scelto come loro claim il verde (che sia orto, agricoltura, bosco, giardino, foresta) sono, infatti, moltissimi, a partire da Israele (con l’orto verticale, ampiamente irrigato), l’esterno francese (con l’orto in grandi vasi che formano un labirinto attraverso cui si accede allo spazio espositivo con accanto megaschermi che spiegano le varie fasi del raccolto), il Brasile (diventato famoso per la grossa rete su cui tutti vogliono provare a camminare sospesi ma che al suo interno si compone di una serie di piante e prodotti della terra, ampiamente irrigati, e tavole tecnologiche interattive ed esplicative del percorso) ma anche il Regno Unito (con il giardino sollevato ad altezza ape) e l’Iran (con fiori, piante e frutti, che diventano cibo, cultura e tradizione).
Un po’ a sorpresa, è poco verde quella che nei luoghi comuni viene chiamata la “verde Irlanda”: all’interno si parla dei cicli agricoli, degli strumenti da lavoro e dell’allevamento ma il tutto su megaschermi che proiettano le varie fasi. Di verde vero si vede solo qualche pianta all’esterno (alcune delle quali non proprio in buona salute a causa del vento forte dei giorni scorsi).
Al verde è dedicata la Collina Mediterranea, a ridosso dell’ingresso di Roserio al sito espositivo, ben costruita, molto squadrata ma anche molto assolata e dalla cui cima si sentono i rumori delle strade vicine… insomma, non proprio un luogo riposante. Va molto meglio nell’isola della biodiversità più sotto, gestita molto bene da Slow Food, con arredi semplici e in legno e molta documentazione istruttiva sia per gli adulti che per i ragazzi.
È paradossale ma, vicino a Slow Food, c’è anche Mc Donald, sicuramente poco salutare ma molto pratico ed economico (che per l’occasione ha predisposto anche pannelli su cui effettuare l’ordinazione e pagare con bancomat), un po’ rumoroso ma affollatissimo da persone di tutte le età.
Nella stessa zona si trova anche il padiglione del Sultanato dell’Oman che ha puntato tutto sul concetto di acqua come luogo di vita e accoglie i visitatori con una fontana dai giochi d’acqua e architetture color sabbia che richiamano le oasi. All’interno è un mix di oggetti veri e virtuali ricostruiti con la tecnologia (le statue sembrano animarsi e spiegano ciò che rappresentano). Dietro al padiglione vi è anche il ristorante, sempre costruito nella stessa architettura spettacolare.
In generale, ogni padiglione dispone di un’area espositiva (più o meno ampia), un piccolo spazio shop (di gadget del Paese d’origine e acquistabili spesso a prezzi molto elevati) e un punto ristoro (bar o ristorante). In alcuni casi il percorso interno è strutturato in modo che il visitatore parta dall’area espositiva e termini nel punto shop o ristoro, in altri casi l’ingresso all’area espositiva è totalmente separata dall’area shop, bar o relax e entrare in uno spazio non implica l’accesso anche all’altro. È il caso della Germania, il cui percorso all’interno del padiglione espositivo è molto divertente e interattivo anche se lungo e con ampi tempi di attesa ma è totalmente separato dallo spazio esterno, dove pure vi sono dei tabelloni esplicativi dei concetti che si trovano meglio esplicitati all’interno, delle innovazioni tecnologiche in particolare legate al vento ma dove dominano le panche e i pergolati per il relax con vista sui tetti di Expo e da cui si può scendere con uno scivolo.
Più o meno lo stesso discorso vale per gli Stati Uniti, dove l’ingresso principale fa approdare in un’area con tabelloni con immagini a scorrimento sulle politiche americane in materia di agricoltura e alimentazione che termina con uno spazio shop con oggetti costosissimi e da lì si può scegliere se salire al piano superiore con bar e ristorante (su ampia terrazza da cui si domina Expo e si ascolta bellissima musica) o scendere per accedere all’area espositiva in cui, dopo aver fatto un po’ di coda, si viene separati in gruppetti per assistere ad un percorso fatto di mini-filmati (che però quasi nessuno guarda e tutti cercano di imbucarsi nel gruppo più avanti, saltando dei giri) all’interno di sale buie.
Quello che non fanno i Paesi, a volte lo fanno gli sponsor: è il caso dell’Olanda, il cui padiglione è un labirinto di specchi con accanto una ruota panoramica di dimensioni ridotte e i camioncini con cibo e bevande (praticamente un mini luna-park) mentre un’azienda olandese che si occupa di agricoltura ha creato un padiglione espositivo piuttosto evidente anche se non è situato lungo le vie principali con un tetto fatto di prato verde con un trattore sopra e all’esterno ha parcheggiato una serie di piccoli trattorini con cui si divertono a giocare i bambini.
A metà tra la natura e la tecnologia sono, invece, i bellissimi padiglioni di Angola e Polonia. Il padiglione dell’Angola è enorme e curato in ogni dettaglio. Una prima parte più esterna e legata a sponsorizzazioni si compone di piante mediterranee inserite nell’architettura all’interno di un percorso incantevole che poi porta ad un ristorante. Il padiglione vero è proprio, invece, ha l’ingresso sul lato opposto ed è un percorso strutturato su più piani in cui vengono presentati diversi concept legati all’alimentazione e al ciclo della vita e del cibo con suoni, video, immagini, strutture interattive. Salendo lungo il percorso, a più tappe, si incontra anche la natura vera con piante e una piccola serra fino all’ultimo piano del padiglione in cui, oltre alla presentazione di alcuni alimenti locali, alle donne viene donato un piccolo ventaglio di cartone che servirà per l’accesso alla terrazza sul tetto, disseminata di piante e panchine ma terribilmente calda. Lungo la discesa, prima dell’uscita, è possibile vedere anche un’area in cui si trovano delle opere d’arte contemporanea del Paese. Un vero e proprio capolavoro di architettura, tecnologia, innovazione e natura! Una sorpresa davvero bella da parte di un Paese che, bisogna ammetterlo, la maggior parte dei visitatori non conosce e che sicuramente non si sognerebbe mai di andare a visitare ma che, invece, almeno per come si presenta in Expo e per ciò che vuole comunicare, oltre che per l’impegno e l’investimento (sicuramente ingente) per la realizzazione di quel padiglione, merita un po’ di attenzione.
Un caso analogo, ma dalle dimensioni più ridotte, è il padiglione della Polonia. Si entra con una citazione di Dante capovolta: “Abbiate ogni speranza, voi che entrate” e hanno ragione. Dopo una lunga salita si accede ad un delicato giardino di fiori, piante e farfalle racchiuso dentro pareti di specchi. Un incanto molto romantico e piacevole che allontana dal caos esterno. Da qui si accede poi all’interno del padiglione dove invece domina la tecnologia e il gioco: si può guidare un’auto (in videogioco), produrre energia con il movimento, parlare ad uno schermo con il volto di medusa che replica ciò che gli viene detto. Il tutto termina con il consueto approdo al punto shop di prodotti locali (anche alimentari) mentre fuori, davanti all’ingresso, si susseguono spettacoli in costume.
Anche l’Estonia è metà giardino e metà altro, dove per “altro” però si intendono produzioni locali che non c’entrano molto con Expo (sono esposti un pianoforte, una moto, altri oggetti in legno). La vera forza dell’Estonia – oltre alla gradevolissima terrazza ventilata in legno con piante e fiori e buchi da cui si vedono gli animali del bosco – sono le altalene dislocate lungo il percorso e su cui si può sedere e sostare. Sono la gioia dei bambini ma anche dei grandi. Le altalene funzionano, ci si può dondolare davvero (magari gli adulti, soprattutto se non magrissimi, farebbero meglio a farlo con cautela invece di fiondarcisi come bisonti) e sono una vera attrazione (nel senso che “attirano a sé”) molto rilassante. Un’oasi tranquilla di relax per riprendere fiato dal lungo cammino e allontanarsi dai rumori caotici del Decumano.
Un altro Paese che sembra aver capito solo a metà il senso di Expo è il Belgio. La vera coda in Belgio non è per visitare il padiglione ma per il bar che vende il cono di patatine fritte. Il padiglione presenta un primo piano espositivo delle produzioni locali compresi i gioielli (bellissimi ma non si capisce cosa c’entrino con Expo), poi si scende al piano inferiore dove, invece, si arriva ad Expo con il ciclo della vita, delle coltivazioni (c’è una serra) e i pesci nell’acquario, la cui acqua era pulita all’inizio della manifestazione ma ora fa davvero impressione e si spera, per il bene di quei poveri pesci, che venga cambiata. Il tutto termina con il consueto punto shop (dove ci sono ottimi cioccolatini) e un bellissimo bar.
La Spagna, invece, ha giocato tutto sulla tecnologia. L’ingresso non è comprensibilissimo: campeggiano valigie e valigie volanti su sfondo giallo, poi però all’interno vengono presentati – grazie a schermi, immagini, proiezioni su pareti e pavimenti – le specificità spagnole in tema di alimentazione e biodiversità. Il tutto termina con l’approvo ai bar più gettonati della movida di Expo.
Insomma, i contenuti, a volerli cercare ci sarebbero anche, ma spesso anche quando vengono presentati nelle forme più coinvolgenti, interattive e spettacolari sono i visitatori a ignorarli per prediligere l’aspetto ludico dell’esposizione. Per non parlare di quando si ha a che fare con le hostess che, all’interno dei vari padiglioni, cercano di raccontare ciò che si sta vedendo: il più delle volte, i visitatori (che, oltre a volersi divertire, hanno anche fretta di fare il giro e passare ad altro) le ascoltano con malcelato fastidio.
Qualche perplessità, sempre sui contenuti, la lascia anche la “casa delle associazioni”, Cascina Triulza. È un po’ paradossale ma il luogo del Terzo Settore, dove vengono organizzati importanti iniziative e interessanti dibattiti per discutere del tema di Expo (cioè “Nutrire il Pianeta”) e dove c’è una grande attenzione alla biodiversità e alla sostenibilità, al loro esterno ospitano un Mercato (si chiama così, lo indica il cartello che vi campeggia davanti) di poche bancarelle di produzioni varie (sabato c’erano alimentari siciliani e di qualche altra Regione uniti a venditori di gioielli o gadget indiani e bengalesi), a metà tra quelli che si trovano alla fiera Fa la cosa giusta e i venditori di patacche delle feste di via. Chi lo gestisce garantisce che si tratta di un mercato “equosolidale” e di produzioni artigianali, nella pratica sono bancarelle piazzate davanti alla Cascina con venditori che fermano i visitatori e cercano di piazzare i loro prodotti… un po’ spiacevole, visto che quella è la sede in cui si dovrebbe fare altro.
A lavorare molto sui contenuti – legati ad Expo ma nono solo - ci hanno pensato il Vaticano (con un padiglione intitolato “Non di solo pane”) e la Casa Don Bosco (che si occupa di progetti educativi per i ragazzi).
Complessivamente, comunque, Expo nei week end è il centro del mondo per chi è a Milano e la vera emozione, per tutti, è essere lì. Ci sono Paesi che hanno realizzato padiglioni meravigliosi e ricchi di contenuti interessanti, in cui presentano concept in modo spettacolare che, nei giorni di punta delle visite, esprimono il loro meglio, facendo vedere cose stupende e divertendo il pubblico.

Qui il racconto delle prime visite ad Expo, delle prime impressioni e dei primi padiglioni visitati»

domenica 10 maggio 2015

Prime impressioni da Expo

Primi giri ad Expo e prime impressioni.
Expo 2015 doveva essere un evento di portata mondiale per discutere, riflettere e presentare progetti legati alla nutrizione del Pianeta. Ad oggi, del tema in oggetto se n’è ricordato solo Papa Francesco e le associazioni del Terzo Settore. Per tutti gli altri, Expo è innanzitutto un grande evento.

A dispetto dei no-Expo e dei “gufi”, Expo suscita una grande curiosità nelle persone e quasi tutti vogliono andarci almeno per vedere di che cosa si tratta o anche solo per poter dire di aver preso parte a un grande evento di portata mondiale. Il mondo ad Expo c’è: c’è nei padiglioni costruiti dai Paesi partecipanti, c’è nelle hostess che lavorano negli spazi e accolgono i visitatori, c’è nei gruppi organizzati dei turisti che vengono accompagnati dalle guide lungo il percorso, c’è nei prodotti presentati e, quindi, a maggior ragione ci vogliono essere i milanesi e gli italiani che hanno voglia di incontrare un pezzetto di mondo.
Il mondo che si presenta ad Expo, inoltre, è particolarmente bello, spettacolare, divertente, moderno e tecnologico. I padiglioni sono spettacolari, enormi e con al loro interno moltissime innovazioni da vedere. Non sono dei semplici spazi espositivi intesi nel senso tradizionale fieristico, in quanto l’esposizione (che pure c’è ed è prevalente) viene concepita come “experience” (“esperienza” nel senso di “vivere” qualcosa, partecipare a ciò che si vede e con cui si viene in contatto). Il che si traduce in un effetto “Disneyland” (come scriveva anche qualche quotidiano) in cui tutto è percepito come l’essere parte di un gioco spettacolare, a volte interattivo e divertente ma sempre e comunque sorprendente e bello.

È impensabile riuscire a vedere tutto in una volta sola o due, non solo per le enormi dimensioni degli spazi (in alcuni casi, forse, un po’ eccessive) ma anche perché ogni padiglione avrebbe la pretesa di essere l’unico e di trattenere al suo interno i visitatori il più a lungo tempo possibile, proprio per consentire davvero a chi entra di percepire il tutto come “experience” e non soltanto come una visita di passaggio. L’idea è molto nobile, soprattutto nei casi in cui si vogliono comunicare anche contenuti importanti e istruttivi ma poco agevole se si pensa al costo elevato del biglietto di ingresso e al fatto che, spesso, chi arriva non ha poi possibilità (economiche o di tempo) di tornare e vuole cercare di vedere più cose possibili in quell’occasione.

Alcuni giornali si sono soffermati a raccontare più volte le cose che non funzionerebbero: in realtà, chi arriva in Expo dei malfunzionamenti se ne accorge poco, così come ha poca importanza il fatto che non tutti i padiglioni e i cluster siano perfettamente attivi e operativi, perché di cose da vedere ce ne sono talmente tante che non si avvertono le mancanze.
L’unico reale dubbio riguarda la scarsa percezione del tema di cui Expo si dovrebbe occupare e, in questo, forse una maggior segnalazione degli eventi (conferenze, dibattiti, ospiti, incontri, presentazioni, inaugurazioni dei padiglioni) sarebbe sicuramente di grande aiuto perché ad oggi un calendario delle iniziative non è pubblicato da nessuna parte e non arriva neanche ai giornalisti accreditati. Le hostess spiegano gentilmente a chi lo chiede che è meglio guardare sul sito quotidianamente perché c’è una media di 77 eventi al giorno nelle giornate di punta e diventa difficile stilare un calendario preciso, inoltre, chi arriva può guardare sui tabelloni appesi ad ogni colonna del “Decumano” (corridoio centrale). Tutto vero solo che anche sul sito e sui tabelloni non sempre le iniziative sono segnalate oppure, anche quando sono segnalate, non sempre sono accessibili (un esempio è stato il collegamento con l’astronauta Samantha Cristoforetti di venerdì pomeriggio: nessuno tra il pubblico che si aggirava per il sito era consapevole del fatto che ci fosse e dove si svolgesse o se vi si potesse assistere o meno). Idem per gli ospiti istituzionali: chi è conoscenza delle visite, lo è per canali suoi ma inviti e annunci non vengono fatti (presumibilmente anche per ragioni sicurezza).

C’è da dire che, probabilmente, il grande pubblico non è nemmeno troppo interessato a questo tipo di incontri mentre sembra prediligere la “festa” e l’evento appunto e, in questo ambito, i momenti di divertimento non mancano, a partire dalla caotica e rumorosa parata di Foody e di altri pupazzoni con cui tutti si cimentano a scattare selfie: un appuntamento chiassoso e un po’ carnevalesco che sicuramente piace ai bambini ma che diverte anche i grandi. Così come divertono gli spettacoli del Kazakistan, nel piccolo palco davanti al padiglione, in cui a volte appaiono ballerine in costume e altre volte c’è spazio per la musica dance. La musica è presente anche intorno ad altri padiglioni (ad esempio Azerbaijan o Messico) oppure viene portata da animatori improvvisati del Decumano in vari punti del percorso.

Cose belle ce ne sono anche nei padiglioni degli sponsor e delle tanto contestate multinazionali: lo spazio della Coca Cola è sempre affollatissimo, così come lo sono quello della Lindt o dei Baci Perugina (molto romantico) o l’Algida ma è molto bello e interessante anche lo spazio della Granarolo. C’è da dire che gli spazi delle multinazionali e degli sponsor sono anche stati i primi ad essere pronti perché, normalmente, quando un’azienda investe in qualcosa ha tutto l’interesse a guadagnarci anche in ritorno di immagine e, quindi, garantisce immediatamente la piena operatività del suo investimento, cosa che, purtroppo, non tutti gli Stati (per varie ragioni) sono riusciti a fare.

In generale, in Expo funziona che le cose si trovano ma non sempre si riescono a cercare: la segnaletica è quasi completamente assente ma, anche in questo caso, non è che se ne senta la mancanza perché ci sono molte cose da vedere e quello che non si trova in un punto, sicuramente, ci sarà in un altro. Così come mancano le panchine lungo il Decumano e mancano gli “sgabelli” nel Lago dell’Albero della Vita, ma ci si può sedere lo stesso ovunque sui prati, sui bordi o sulle gradinate di alcuni padiglioni, ai tavolini o alle sdraio dei bar…
Spiace anche un po’, nei primi giorni, non aver trovato il cosiddetto “bookshop” ufficiale con i gadget ufficiali della manifestazione: oltre ai “negozi” interni ai singoli padiglioni (in cui ciascun Paese vende il proprio merchandising), infatti, l’unico bookshop aperto era la libreria Mondadori (che pure vendeva libri su Expo, guide al sito espositivo e gadget) ma non è la stessa cosa, soprattutto pensando ai turisti che magari vogliono portarsi a casa un ricordo della visita all’evento. Gadget ufficiali di Expo sono disponibili presso l’Expo Gate in piazza Cairoli a Milano ma, a parte i prezzi altissimi (servizio di sei tazze con logo Expo da 36 a 77 euro a seconda della dimensione, sacchetti in stoffa da 16 euro, portachiavi con Foody e poco altro) non è che ci sia proprio un gran che da scegliere e, soprattutto, nulla che ricordi la manifestazione. Quindi, meglio armarsi di buone macchine fotografiche, dotate di validi flash (perché gli interni dei padiglioni sono spesso scuri per creare atmosfera) e portarsi a casa qualche bella immagine di ciò che si ha avuto la possibilità di vedere.

Girando per il Decumano e guardando dall’esterno i padiglioni, comunque, le architetture per quanto grandi e spettacolari sono nulla rispetto allo spettacolo che vi è all’interno di essi.
Tra questi, meritano sicuramente il Padiglione Zero, all’inizio del Decumano per chi arriva dalla metropolitana o dalla stazione FS con i Frecciarossa. Si tratta di un padiglione enorme e meraviglioso, che racchiude al suo interno la storia dell'umanità, riprodotta con immagini, suoni, modellini, tecnologia e innovazione. Entrare lì dentro appena arrivati ad Expo è un ottimo modo per immergersi nella meraviglia della manifestazione ripercorrendo le tappe racchiuse nei cassetti della “Biblioteca della memoria” (riprodotta in dimensioni enormi) dal mondo animale alla coltivazione dei campi, al paesaggio urbanizzato fino all’età moderna di speculazioni di borsa e sprechi.

Altrettanto spettacolare ma allo stesso tempo dinamico e interattivo è il padiglione della Germania. Dentro è fantastico: si può toccare qualunque cosa, giocare con gli oggetti, sentire il vento, animare con il computer una galleria di prodotti da supermercato che alla vista sembrano tutti uguali, percorrere una serra, vedere spuntare i germogli grazie ad un cartoncino bianco che prende vita appoggiandolo sui vari oggetti esposti... I bambini si divertono moltissimo e gli adulti anche. L’unico difetto è che si tratta di un percorso obbligato che si fa in gruppo e che dura circa mezzora, con tanto di spettacolino finale (molto bello e divertente a cura di due giovani che riproducono il suono degli animali) e si è sempre in piedi perché non c’è nulla per sedersi. Insomma, fantastico, da non perdere perché merita davvero ma da fare esclusivamente se si è riposati e se non si ha fretta perché, una volta che si è entrati, si deve seguire il percorso fino alla fine e non si può uscire come e quando si vuole.

Un mondo a parte è, invece, il padiglione del Regno Unito: è un giardino delicato e sollevato da terra (perché rappresenta il prato visto come lo vedono le api) e all’interno si dimentica il vociare caotico della “fiera” e si sentono solo i suoni della natura. Ci sono anche delle piccole panchine in legno per chi ha voglia di fermarsi e restare un po’ a godersi il verde e il relax. Il tutto culmina con un grande alveare metallico (su cui è installato un palco per suonare), a cui si accede tramite una scala che porta al piano superiore, dove si trova anche il bar.

Atmosfera tipicamente americana la si respira nel padiglione degli Stati Uniti, con ampi spazi, tabelloni luminosi con immagini e messaggi a scorrimento e hostess che sorridono e salutano ad ogni passaggio.

La Francia non si smentisce mai e anche ad Expo non perde occasione per mostrare la sua “Grandeur”, esponendo (in modo spettacolare, calandoli dal soffitto o da strani ombrelli) i suoi prodotti tipici e le sue migliori produzioni ciascuna legandola alla propria zona di origine.
Subito fuori dal padiglione, accanto alle giostre dei bambini, ci sono anche i camioncini “Street Food” (metà francesi e metà americani) con baguette, crepes, hamburger e cibo a prezzi abbastanza abbordabili.

Quello del mangiare in Expo, infatti, è un vero problema. Sembrerà paradossale ma alla manifestazione dedicata al cibo, riuscire a trovare cose commestibili in tempi rapidi e a prezzi economici non è proprio semplice.
Gli spazi gestiti da Eataly sono molto grandi e ben attrezzati: al loro interno ci sono “ristoranti” di tutte le Regioni e anche pizzerie ma i prezzi non sono sempre adeguati per tutte le tasche e, soprattutto, non sempre quando si arriva a visitare un evento gigantesco (per dimensioni) quale è Expo si ha voglia di fermarsi troppo al ristorante per mangiare, mentre magari si preferisce prendere qualcosa di spiccio e fermarsi giusto un attimo per riposare ma poi riprendere il fretta il giro (anche perché appunto, con i prezzi dei biglietti, non tutti hanno la possibilità di tornare più volte).
Un self-service a prezzi più contenuti è all’inizio del Decumano (per chi entra dalla parte della metropolitana), altri bar sono disseminati nelle aree gioco per i bambini oppure vanno cercati in fondo ai padiglioni o di lato o comunque non in luoghi troppo visibili ma, purtroppo, non in tutti i bar si mangia: in alcuni si può soltanto bere. Nel bar accanto al padiglione del Belgio vendono le patatine fritte ma, ovviamente, appena si sparge la voce, il locale viene assaltato (soprattutto dai ragazzi ma non solo) e conquistarsi il cono di patatine, in alcuni orari, è complicato.
Altri luoghi economici sono gli stand dei “Toast”, italiani, ma quelli che vendono comunque non sono toast oppure il Mc Donald (lontano per chi gira a piedi e arriva dalla metropolitana).
Si può mangiare anche in alcuni padiglioni ma, ovviamente, i prezzi salgono perché si tratta di cibo tipico del Paese in cui si è ospiti. Poi ci sono i vari punti di cibo bio (slow-food, coldiretti, area padiglione Italia, terzo settore in Cascina Triulza).
In generale, però, è complicato gestire il come mangiare perché, anche quando si è notato un luogo poco costoso o con il cibo che si gradisce, non sempre si ha la possibilità di andarci perché è molto più facile fermarsi dove ci si trova quando ci si accorge di avere fame e cercare di accontentarsi con quello che c’è in quell’area senza stare a tornare indietro alla ricerca di posti che magari poi risultano già pieni.
Resta che, purtroppo, a parte i ristoranti, mangiare qualcosa di spiccio oppure cercare di fare una merenda al pomeriggio con qualcosa di salato (pizzette, focaccine, toast) è praticamente impossibile. L’unica vera salvezza sono i gelati: ci sono alcune gelaterie artigianali (una nel cluster del cacao e un’altra in Italia) ma sono più comodi i carrettini del Magnum Algida che girano lungo il Decumano e che, prima o poi, si ha la fortuna di incrociare e riuscire a mangiare almeno un gelato!

Per avere indicazioni su qualunque cosa, comunque, ci sono i cosiddetti “volontari”, vestiti da capo a piedi con cose a marchio Expo, che sono tantissimi, si aggirano ovunque e – a dire il vero – non sembrano avere molto da fare, anzi, molto spesso sembrano turisti: visitano i padiglioni, si siedono sulle panchine o nei prati, girano in compagnia. I “volontari” hanno anche le cartine del sito di Expo ma occorre chiederle: di loro spontanea volontà non dànno niente e nemmeno dicono niente ma non è che ci sia poi molto da dire perché quello che c’è si vede e, se serve qualcosa di non visibile, lo si può sempre chiedere. Probabilmente, il loro supporto è più utile nei week end, che sono giornate di grandissimo afflusso.

In generale, comunque, l’afflusso delle persone è enorme anche durante la settimana dove, se non ci sono i turisti, ci sono le scolaresche, i giornalisti, gli operatori del settore e ci sono soprattutto ora che l’evento è appena cominciato, è forte del lancio da parte dei media e c’è molta attenzione e curiosità di andare a vedere di che si tratta.
Fino ad ora le maggiori code per accedere ai padiglioni si hanno nei Paesi europei (Italia, Austria, Germania, Spagna, Francia) e poi Brasile (dove tutti vogliono provare la camminata sospesi sulla rete), Messico, Stati Uniti, Israele e qualche Stato Arabo (in cui i più giovani si divertono a scattare foto con le persone dell’accoglienza, tutte in costume tradizionale; ma anche per salire sulla sabbia del Kuwait).

Il Padiglione Italia è il più ricercato dagli italiani, ovviamente. Grande successo lo riscuote anche il lago con l’Albero della Vita, dove di giorno volano le bolle di sapone e di sera inizia lo spettacolo delle luci e dei giochi s’acqua.
L’acqua, comunque, la si trova anche tutto intorno al sito di Expo, nel canale che attornia i padiglioni e in altre fontane di vario tipo sparse all’interno dell’area.
Unico “padiglione” – se così lo si può chiamare – veramente brutto è quello di Regione Lombardia: una stanza, un po’ imboscata con un tetto spiovente all’esterno in cui vi era una grossa croce in legno verde su un prato verde, poi ricoperta un telo di plastica bianco con sopra le rose camune simbolo della Regione (che, a guardarlo, sembra una cosa non finita, ancora impacchettata in attesa di essere scoperta), con davanti una specie di cane lupo verde chiaro (sembra in plastica) e all’interno le immagini del territorio lombardo proiettate sulle pareti accompagnate dall’apparizione di ologrammi di personaggi (un po’ inquietanti) che parlano in lingue sconosciute. Alcuni giornali hanno scritto che in quel “padiglione” sono vietate le foto, in realtà non c’è alcuna segnaletica che lo indica ma verrebbe da pensare che è meglio così, almeno il mondo eviterà di vedere una tale bruttura che può solo far sfigurare rispetto alla bellezza strabiliante di tutto il resto.

Un altro luogo molto frequentato e molto ben funzionante è il cluster del cacao, o meglio, ciò che vi è attorno: la gelateria, i piccoli stand di vendita di cioccolato (in tavolette, liquido, in crepes, in yogurt, in gadget) e l’area dibattiti in cui si alternano continuamente presentazioni e momenti di intrattenimento sul tema del cacao. La fortuna di quest’area è sicuramente dovuta alla passione di tutti per il cioccolato ma anche perché si trova ben visibile lungo il Decumano e sufficientemente vicino all’inizio del percorso per chi arriva dalla metropolitana. Un ottimo avvio lo ha avuto anche il cluster del caffè (inaugurato pochi giorni dopo e già affollato) e in parte quello del riso (la cui partenza è stata un po’ più problematica). Anche questi ultimi si trovano lungo il Decumano a poca distanza dal cluster del cacao e, quindi, facilmente raggiungibili e ben visibili.

Per agevolare la visita, lungo il perimetro esterno di Expo corre anche la navetta, che è molto utile per arrivare da un’estremità all’altra del sito senza stancarsi. L’unico problema è che non è indicata, per cui bisogna avventurarsi verso il retro dei padiglioni fino a cercare di capire dove si trovano le fermate. La realtà è che essendoci comunque da camminare molto, si finisce per preferire camminare dentro al Decumano e farsela a piedi vedendo qualcosa anziché avventurarsi all’esterno alla ricerca della navetta.

Gli aspetti da migliorare, insomma, sicuramente non mancano ma l’evento è appena partito e ci sarà il tempo di aggiustare ciò che deve esserlo. In ogni caso, dalla maggior parte delle persone non vengono percepiti grossi disagi ma, anzi, in generale, tornando a casa, rimane la sensazione di aver visto qualcosa di spettacolare accompagnato dall’emozione di aver preso parte ad un grande evento. Resta lo stupore per l’attrattività di alcuni padiglioni, la sensazione di aver respirato l’aria di alcuni Paesi visitati e l’idea di una sorta di grande festa collettiva in cui ci si è divertiti.

sabato 9 maggio 2015

Enzo Baldoni tra le vittime del terrorismo

Alla commemorazione delle vittime del terrorismo a Palazzo Marino, si sono ricordati anche di Enzo Baldoni, giornalista ammazzato in Iraq e per troppo tempo dimenticato (o peggio insultato) in Italia.
Il ricordo di ieri l'ho trovato molto importante e anche un giusto riconoscimento per una persona uccisa mentre stava cercando di svolgere il suo lavoro, al pari di tutte le altre vittime e non più bistrattato, come è stato per troppi anni.

domenica 3 maggio 2015

Nessuno Tocchi Milano

Oggi alla manifestazione ‪#‎NessunoTocchiMilano‬ eravamo tantissimi. Un fiume infinito di persone da Cadorna alla nuova Darsena in giro per le vie a riprendersi la città. Un bellissimo percorso, un'ottima iniziativa. Bello anche vedere tanti giovani e ance alcuni bimbi con spugnette e detersivi a ripulire i muri dalle scritte: il senso civico comincia anche da queste cose. La città è nostra e non dobbiamo rovinarla o farla rovinare.

venerdì 1 maggio 2015

La devastazione di Milano mentre il mondo ci guarda

La devastazione e la guerriglia di una zona centrale di Milano, nel giorno della festa, in cui gli occhi del mondo sono puntati sulla città per Expo è semplicemente una vergogna inaccettabile.
Quella di oggi pomeriggio era una violenza annunciata: fino a ieri erano stati sequestrati oggetti utili a quello scempio ed erano state identificate persone (anche provenienti da altre zone del'Europa) che si preparavano per compiere questo disastro e hanno lasciato correre.
Non è normale e non è accettabile che una zona di una città venga messa a ferro e fuoco da un gruppo di violenti. Non è normale e non è accettabile che una manifestazione si trasformi in una devastazione, che si brucino le auto e i negozi (di persone che oltretutto nulla hanno a che vedere con il motivo della manifestazione).
Non è normale e non è accettabile che episodi come questi, purtroppo sempre più frequenti in concomitanza con le manifestazioni, diventino la prassi ogni volta che c'è una qualsiasi protesta nelle nostre città o un qualsiasi evento e nessuno faccia nulla per impedirlo, come se oramai fosse un fatto ineluttabile.
Questi delinquenti non hanno giustificazione.
Lo scempio di oggi a Milano è una vergogna. Non andava permesso.
Auspico che non siano i cittadini milanesi a pagare i danni di questa guerriglia, perché mi pare che abbiano pagato ampiamente anche in termini di disagio (oltre che di immagine).

mercoledì 29 aprile 2015

La caccia al deputato

Trovo demenziale che in rete sia scattata la "caccia al deputato" per sapere cosa ha votato sull'Italicum.
A parte che sta scritto sui giornali e non c'è bisogno di andare a cercare chissà dove, ma è demenziale il modo da "caccia alle streghe".
E trovo ancora più demenziale che, in rete, quelli che vengono messi sotto accusa - anziché essere quelli del PD che sono usciti dall'Aula votando contro ciò che la maggioranza del proprio partito ha deciso dopo direzioni e riunioni e contro un governo a guida del proprio segretario - sono coloro che hanno fatto il loro DOVERE, cioè hanno votato la fiducia, rispettando le decisioni prese nelle tante riunioni.
Credo anche che sia demenziale questo nuovo modo di rapportarsi, forse a causa dell'illusione dell'orizzontalità e della vicinanza data dalla rete, secondo cui ogni volta che negli organismi dirigenti (in cui ci vanno persone elette lì per "dirigere" appunto) si decide qualcosa poi scatti il meccanismo dell'assalto da parte di soggetti qualsiasi che pretendono decisioni opposte.
Il PD ha fatto un congresso con un risultato chiarissimo, chi lo ha perso (a tutti i livelli) ne deve prendere atto e consentire a chi lo ha vinto di determinare la linea e portarla avanti.

domenica 22 marzo 2015

Le mafie al Nord raccontate all'Isola

Nelle scorse settimane al Circolo PD Primo Maggio Isola Zara si è svolto un interessante incontro sul tema delle mafie al Nord con il senatore Franco Mirabelli (Capogruppo del Partito Democratico nella Commissione Parlamentare Antimafia) e Roberto Cornelli (Docente di Criminologia e ex segretario metropolitano del PD).
Il senatore Mirabelli, raccontando parte degli approfondimenti svolti con il lavoro in Commissione Antimafia, ha spiegato che dalle numerose inchieste di questi mesi è emerso che l’organizzazione criminale predominante al Nord è la ‘ndrangheta, che non si è semplicemente infiltrata ma è proprio insediata in modo ben radicato in molti territori. Questo radicamento – ha spiegato il senatore (video dell'intervento) – è stato possibile perché troppo spesso nell’opinione pubblica non vi è alcuna percezione della pericolosità della ‘ndrangheta, in quanto non particolarmente è visibile o violenta (non spara, non compie reati predatori che suscitano ansie nei cittadini): “La ‘ndrangheta, infatti, è interessata al potere, al consenso tra la gente, vuole comandare sul territorio. Spesso gli ‘ndranghetisti vogliono essere quelli a cui stringono tutti la mano o a cui si offre il caffè”, ha raccontato Mirabelli.
Puntualizzazione che ha visto concorde anche Roberto Cornelli, che ha sottolineato come molto spesso si hanno infiltrazioni criminali nel settore dello sport perché i mafiosi “cercano un ruolo rispettabile, non appariscente ma che garantisca accesso agli uffici pubblici e li renda interlocutori delle amministrazioni locali e il potersi presentare con il voto buono di chi vuole costruire un campetto per i ragazzi o per la squadra di calcio cittadina li agevola e apre loro le porte”.
Inoltre, la ‘ndrangheta si insedia in prevalenza nei piccoli Comuni perché non ama avere i riflettori puntati, preferisce agire nell’ombra e i territori del Nord – ha affermato Mirabelli – vengono scelti perché ci sono i soldi dei privati e gli ‘ndranghetisti mirano a entrare nell’economia legale privata e a condizionare il mercato.
Mirabelli ha segnalato anche che la ‘ndrangheta è un’organizzazione potente, verticistica, a composizione familiare (e per questo non vi sono pentiti) e, soprattutto, dispone di ingenti quantità di denaro derivanti dal traffico di droga e, per questo, in tempo di crisi, è stata fortemente agevolata ad infiltrarsi nelle aziende che, trovatesi in difficoltà, necessitavano di crediti. “Ma, attenzione, - ha precisato Mirabelli – le mafie non si sono insediate al Nord a causa della crisi economica e non scompariranno quando finirà la crisi”.
Aspetto, questo, su cui si è soffermato anche il criminologo Cornelli, il quale ha ricordato: “Abbiamo esaltato per anni le microimprese a conduzione familiare, che sono una forza del nostro Paese e sono radicate in particolare in Veneto e in Brianza, ma queste sono le prime a soffrire a causa della crisi economica e sono quelle che rischiano di più di mettersi nelle mani dei criminali per trovare capitali per riuscire a non chiudere in tempi difficili”.
Sempre sul tema dei capitali, Cornelli ha segnalato che, lavorando nel traffico di droga, le mafie di fatto entrano in gioco nella politica e nell’economia globale e, per questo, sarebbe importante riproporre nell’agenda politica il tema dei mercati illegali: “Pino Arlacchi, da deputato europeo, aveva cercato di far eliminare anche le sostanze da cui si ricavano le droghe ma non c’era riuscito”, ha ricordato il professore.
Il senatore Mirabelli si è poi soffermato sull’attività svolta dal Parlamento in questi mesi anche sul fronte del contrasto alle mafie: “Lo Stato ha la possibilità di sconfiggere le mafie e sono stati fatti passi in avanti anche in questa legislatura. – ha affermato l’esponente PD – Tra le norme approvate c’è la modifica dell’articolo 416ter del Codice Penale che punisce il voto di scambio, inteso come voto in cambio di favori (che era stato richiesto da Libera e dai magistrati antimafia); è stato introdotto il reato di autoriciclaggio; è stata istituita l’Autorità Nazionale Anticorruzione presieduta da Raffaele Cantone e, infine, sono state proposte delle modifiche al Codice Antimafia (alcune delle quali riguardano l’Agenzia per i Beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata che, fino ad oggi, non ha funzionato particolarmente bene e che deve essere messa nelle condizioni di operare)”.
Sul dibattito politico in corso, Mirabelli ha affermato che è scorretto utilizzare sempre la cultura del sospetto e che ci sono alcune forze politiche che utilizzano la lotta alla mafia contro gli altri mentre, invece, la lotta alla mafia la devono fare tutti. Il Partito Democratico, secondo il senatore, sta facendo bene la propria parte e sta cercando di dare un messaggio forte con i provvedimenti messi in campo in questa legislatura.
Cornelli ha segnalato, comunque, la necessità di riproporre il tema della regolamentazione dei partiti politici per cercare di evitare possibili tentativi di infiltrazioni come quelli che sono stati smascherati anche dalle recenti inchieste.

venerdì 6 febbraio 2015

Pisapia

Da un po' di tempo, ogni giorno sui quotidiani si leggono dei presunti dubbi di Pisapia sul ricandidarsi o meno. Al momento Pisapia è il sindaco di Milano in carica e ampiamente eletto dai cittadini. A me, da cittadini milanese, in questo momento interessa sapere che il sindaco stia facendo il sindaco e, possibilmente, che lo stia facendo bene. Tutte le altre elucubrazioni su cosa ne sarà del suo futuro politico preferirei se le facesse in privato invece che continuare a doverle leggere quotidianamente sui giornali: da cittadina non è rassicurante leggere di avere un sindaco che pensa di scaricarci appena può e non è nemmeno una mossa utile politicamente nei confronti dello schieramento con cui ha vinto le elezioni.
Il sindaco ora pensi a fare il sindaco e rendere visibili e concreti per tutti i cittadini i miglioramenti prodotti del suo operato a Milano. Della ricandidatura ne parli con chi deve e eviti queste uscite inutili quotidiane sulla stampa.

domenica 18 gennaio 2015

La ricerca ossessiva della visibiltà

Una volta la politica era una cosa seria. Oggi la politica non è politica ma è ricerca ossessiva della visibilità ad ogni costo, secondo la regola "anche se se ne parla male, basta che se ne parli" che è sempre pubblicità. Così ragionano improvvisati esperti di cose che non sanno e che vanno in tv a fare figuracce stratosferiche ma sulle quali si costruiscono un'aurea di grandi personaggi e così ragionano soggetti biechi che incuranti del ruolo pubblico che ricoprono spargono stupidate pericolose spesso false e raccapriccianti sui media, come Salvini.
Per un po' ho creduto che in questo gioco di provocazione insensata e squallida Salvini fosse insuperabile ma Gasparri è riuscito a batterlo.

venerdì 2 gennaio 2015

Le cooperanti, i Marò e politici poco responsabili

Da ieri mattina, Gian Marco Centinaio (capogruppo della Lega Nord al Senato) sta mandando tweet sulle due ragazze rapite in Siria il cui tenore è davvero disgustoso se si pensa che sono due giovani ragazze rapite e ostaggi di pericolosi assassini e se si pensa che a scriverle è un signore che siede nelle nostre istituzioni. Il tenore dei tweet è questo: "Ma non erano così gasate di andare in Siria?", "E adesso? DOBBIAMO salvarle! Ma non era così bella la Siria?" e poi ancora le paragona ai due Marò "E adesso torniamo a dimenticarci di loro? Adesso ci sono le due fenomene da salvare.".
Quello che mi lascia perplessa è l'ignoranza totale che manifesta questo signore nel paragonare due vicende così diverse tra loro oltre che la mancanza di rispetto che va portato a chi sta rischiando la vita e che lui, uomo delle istituzioni, farebbe meglio ad avere insieme ad espressioni più decorose.
La domanda che tutti ci facciamo ogni volta che vengono rapiti soggetti in zone di guerra è: cosa ci facevano là? Non sapevano che era pericoloso starci?
Le risposte ce le aspettiamo sempre e solo dai singoli soggetti spesso finiti ostaggi e ci dimentichiamo che forse dovremmo fare quella domanda a chi ha mandato in quelle zone di guerra i cooperanti. Le due ragazze non erano in Siria per una vacanza di piacere, erano lì a svolgere un'attività per conto di una ONG che avrà qualche progetto sul luogo, magari addirittura finanziato con i soldi del nostro Servizio Civile (come spesso accade, perché ci sono una serie di spese che qualcuno deve sostenere). Le ONG hanno sedi e progetti ovunque e, spesso, capita che catapultino le persone in luoghi non esattamente "sicuri" (per come intendiamo noi qui dalle nostre comode case gli standard di sicurezza) e spesso mandano anche persone senza adeguata esperienza necessaria (ammesso che esista un'esperienza adeguata per stare in certe situazioni). Tuttavia si tratta di attività di cooperazione, di pace, di aiuto alle popolazioni locali a volte anche molto importanti. Forse l'ONG che curava il progetto in Siria non ha valutato adeguatamente la situazione o forse non ha fatto in tempo a far rientrare il suo personale perché la guerra li ha travolti prima o forse se fossero venuti via sarebbe mancato un sostegno troppo importante alla comunità a cui erano di supporto. Tutte domande a cui probabilmente l'ONG dovrebbe rispondere e non gli ostaggi.
Ma quello che più mi disgusta dei messaggi di Centinaio è il fare un paragone tra due giovani ostaggi che erano in una zona di guerra senza armi e per aiutare la popolazione, non per sparare e due soldati della Marina Militare che, invece, erano in zone indiane per una missione antipirateria, armati, che hanno sparato e che sono stati trattenuti perché per sbaglio hanno ucciso dei pescatori (che mantenevano faticosamente delle famiglie) invece che dei criminali. Non è esattamente la stessa cosa e non ha senso paragonare due ostaggi di criminali a due uomini trattenuti perché sotto processo. Questo a prescindere da quello che si può pensare di come è stata mal gestita la vicenda Italia-India e di come sta andando il processo ai nostri due fucilieri di Marina.
Oltre al non vedere la differenza tra un ostaggio a rischio di morte in mano a sequestratori senza scrupoli e un trattenuto dalle autorità in condizioni buone e senza rischi, l'altro aspetto inquietante delle parole di Centinaio è che con il suo ragionamento si finirebbe per fare una classifica dei "prigionieri", come se la vita di una persona potesse valere più o meno di quella di un'altra, come se bisognasse dare la priorità nel salvare uno o l'altro, senza vedere che sono vicende diversissime e che l'impegno dello Stato deve essere quello di riportare a casa tutti ma con gestioni inevitabilmente diverse.
Mi aspetterei un po' più di serietà, di responsabilità e di rispetto da parte di persone elette nelle nostre istituzioni perché per fare ragionamenti del genere possono benissimo rimanere al bar sotto casa, non hanno bisogno di occupare il posto in Senato o altrove.