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martedì 11 gennaio 2022

Ciao David

Sono addolorata per la scomparsa di David Sassoli. 
Per me, David Sassoli ha rappresentato molte cose. 
David è stato un punto di riferimento importante, un grande giornalista, capace di mettere sensibilità in un mestiere diventato spesso cinico. 
Da Presidente del Parlamento Europeo ho apprezzato molto il suo impegno per riportare i valori al centro di ogni iniziativa politica. Sono qualità che oggi si vedono raramente in chi sta ai vertici. 
Ciao David.

martedì 12 giugno 2012

C'è molta agitazione a sinistra del Pd

C’è un gran movimento nei partiti e nelle aggregazioni civiche alla sinistra del Pd.
Qualcosa è cominciato con le elezioni amministrative dello scorso anno, che hanno portato all’affermazione dei sindaci Pisapia a Milano e De Magistris a Napoli. Da lì è partito il “popolo arancione” (che a guardarci bene dentro, in realtà, era più rosso camuffato di arancione che non altro) e in quest’ultima tornata elettorale di qualche settimana fa, ha ripreso slancio.
A dare la spinta forte alla formazione di liste civiche è stata la diffusione dell’idea nell’opinione pubblica che i partiti sono morti, superati, inutili se non addirittura dannosi e, quindi, da avversare. Da qui la necessità di creare forme nuove di aggregazione che hanno trovato terreno fertile nella cosiddetta “società civile” (che poi in realtà sarebbe l’elitè della società, i gruppi di potere o legati a mondi associativi e professionali) ma anche nelle spinte movimentiste più inclini ad una certa sinistra.
Ben vengano, dunque, questi soggetti se hanno saputo rimettere in moto un fermento in quella parte di società più vicina al centrosinistra che da tempo sembrava sopita.
Tuttavia, negli ultimi tempi, non possiamo non notare che le spinte provenienti da questa parte “arancione” o pseudo tale sembrano essere diventate davvero molto irrequiete e lo sono soprattutto a scapito del Pd che, continuano a chiamare in causa ma più per denigrarlo che non per altro.
Il ragionamento di fondo è semplice: questa parte della sinistra, molto gasata per gli esiti elettorali di alcuni suoi illustri candidati e molto avvantaggiata dal clima surriscaldato di antipolitica, ricerca del nuovo, ostilità verso forme partitiche obsolete viste come l’incarnazione di tutti i mali dell’Italia pensano di avere gioco facile e cercano tutte le strade per portare acqua al loro mulino.
Tuttavia, guardando i dati elettorali nel dettaglio, si capisce bene che tutte queste forze, in realtà, sono debolissime e senza il Partito Democratico non possono arrivare da nessuna parte, da qui i continui tentativi di forzare la mano e tirare per la giacca il Pd per spingerlo a vincolarsi in un’alleanza che, in una situazione fluida come quella attuale, è la cosa più sbagliata che il partito di Bersani possa fare.
Unico dato certo, se la legge elettorale resta questa o comunque simile a questa, è che anche il Pd da solo va poco lontano. Giusto, quindi, aprire un dialogo tra le varie forze politiche, giusto provare a costruire un percorso condiviso e una piattaforma comune. Ecco allora spiegato il senso di tutti quegli incontri e dibattiti che vediamo fiorire e che hanno come protagoniste le varie forze politiche o movimentiste del centrosinistra.
Peccato che tutti questi incontri, sempre più spesso, diventano un’occasione per queste forze rosso-arancioni di cercare di sopraffare il Pd. David Sassoli lo scrive chiaramente a Nichi Vendola dalle pagine de L’Unità: “Sul Pd c’è un’OPA ostile lanciata da quanti non vogliono il cambiamento […] Tirarci per la giacchetta non serve. Non serve annunciare partiti unici che non ci saranno; non serve rappresentare gli altri come noi vorremmo che fossero: non serve attribuire ad altri vocazioni a propria immagine e somiglianza”.
L’impressione, infatti, è proprio questa: di una sinistra vivacemente aizzata contro il Pd, che lo cerca per un’alleanza necessaria ma che al tempo stesso lo detesta e cerca in ogni modo di intervenire nella sua rotta, un po’ per sottrargli consenso elettorale e un po’ perché proprio lo vorrebbe diverso da quello che è.
Uno scenario di questo tipo, oltre ad essere vigente sul piano nazionale, in Lombardia e a Milano lo è all’ennesima potenza proprio perché il popolo “rosso-arancione” si sente ancora profondamente galvanizzato dalla conquista del capoluogo lombardo ad opera di Pisapia e si ritiene detentore della formula magica per liberarsi una volta per tutte anche di Formigoni, che ormai è profondamente logorato dai suoi 17 anni di potere assoluto al vertice della Regione e dalle continue inchieste che coinvolgono persone a lui vicine.
Ed è proprio qui, infatti, che l’incontro-scontro tra i “rossi-arancioni” e il Pd si fa più acceso.
Se gli “arancioni” giudicano il Pd come un morto che cammina e che sarebbe meglio estinguere al più presto o scalarlo per inglobarlo al proprio interno e renderlo un loro semplice comitato elettorale; per Sel il Pd è qualcosa che non fa abbastanza o fa male (come si intuisce dai tweet irridenti di Giulio Cavalli, consigliere regionale e attore, noto per le sue battaglie contro la mafia; ma come rende palese anche la sua collega Chiara Cremonesi in una lettera aperta agli altri consiglieri).
La logica in cui entrambe queste forze si muovono, però, è quella secondo cui per vincere le elezioni in Regione Lombardia e in Italia è sufficiente esportare il “modello-Milano”, ovvero una coalizione di sinistra, in cui il partito meno “di sinistra” è il Pd.
Il Pd, invece, si muove con un’altra logica: da tempo ormai si è messo in testa di inseguire o aspettare il centro (sia esso l’Udc o quel che resta del Terzo Polo a livello partitico e le forze moderate, in genere, per quanto riguarda la società civile). Idea questa che, fino ad ora, non ha ottenuto alcun risultato concreto a livello nazionale: Casini, infatti, si è felicemente ricollocato a destra e, probabilmente, spera di recuperare qualcosa dei voti perduti dal Pdl oppure di poter agganciare l’arrivo di nuovi soggetti (ad esempio un eventuale partito di Montezemolo) per pescare consensi neutri. A livello locale, invece, il terzo polo o i partiti che lo compongono hanno quasi sempre preferito presentarsi da soli piuttosto che inserirsi in uno schieramento di centrodestra o centrosinistra, quasi a rimarcare la loro avversione per il bipolarismo. Un ragionamento diverso, invece, va fatto per le forze moderate che compongono la società civile e che scelgono chi appoggiare sulla base di altre valutazioni (a Milano, ad esempio, hanno scelto senza esitazioni Pisapia; in altre realtà più piccole e di provincia le cose non sono andate proprio così).
Il Pd, dunque, ritiene che per vincere in Regione Lombardia e anche in Italia non è possibile senza il voto dell’elettorato moderato, di qui le mosse e le attese per avvicinare quelle forze politiche e civiche che dovrebbero essere i detentori di quei voti. Di fatto, fino ad oggi, le tendenze elettorali dimostravano che spesso nelle gradi città le forze di sinistra andavano bene ma, nelle provincie a prevalere era il centrodestra. Oggi, le cose sono un po’ più complicate e l’elettorato tende comunque ad essere molto più bipolare.
In ogni caso, la direzione nazionale del Pd ha dato una chiara indicazione in questo senso, come ricorda ancora Sassoli nell’articolo sull’Unità: “Il Pd lavora per un’alleanza fra progressisti e moderati perché il compito di ricostruzione è talmente impegnativo da non consentire autosufficienze”.
Vero o falso che sia, la strada scelta è questa (almeno per ora, perché appunto lo scenario politico è molto fluido ed è difficile fissarsi su schemi rigidi).
Una strada complicata perché è ben difficile far andare d’accordo le forze politiche che dovrebbero essere espressione dei moderati con quelle di sinistra, in quanto sono portatrici di idee lontanissime tra loro.
Una strada, comunque, legittima ma che di fatto fino ad ora ha prodotto un certo immobilismo nelle scelte del Partito Democratico (che già è abbastanza immobile di suo, imbrigliato in posizioni troppo divergenti al proprio interno che non consentono l’emergere di posizioni chiare perché un minuto dopo che sono state espresse c’è subito qualcuno dentro al partito che interviene a gran voce per contestarle).
Il risultato è che con questo immobilismo o con questa incertezza, il Pd diventa un facile bersaglio per forze politiche che hanno da sempre posizioni più omogenee e non esitano a cogliere l’occasione per rimarcare le difficoltà del Pd.
Troppe volte il Pd si impantana da solo su delle banalità e questo crea terreno fertile a potenziali alleati o presunti tali per le loro scorribande in campo democratico. Lo si vede sul piano nazionale (dove si scivola sulle nomine dell’Authority, sui continui rinvii alle questioni del taglio dei parlamentari e dei rimborsi elettorali… questioni più complesse di come appaiono ma che l’opinione pubblica osserva con inaudita ferocia e che continuano a dare l’impressione, a volte errata e volte no, di tentennamenti) e lo si vede sul piano regionale (dove il Pd, per costruire anche giustamente un rapporto politico con le cosiddette forze moderate, di fatto non riesce più a parlare all’opinione pubblica e far comprendere in modo chiaro cosa intende fare). Delle tante iniziative messe in campo a livello regionale, infatti, ai cittadini comuni (quelli che si informano leggendo i giornali, guardando la tv, ma anche cercando informazioni su internet) non ne arriva quasi nessuna all’esterno: sembra quasi che siano tutte cose (anche valide e interessanti) messe in piedi per parlare a determinate elitè della città (la cosiddetta società civile, le professioni, le categorie) che vanno benissimo per costruire una rete di rapporti su cui poi poggiare l’alleanza e costruire insieme un progetto ma che al di fuori, ai cittadini comuni per ora non parlano. Probabilmente, occorrerebbe che le forze politiche in campo, invece, si muovessero su entrambi i binari, senza che uno escluda l’altro. Vero è anche, però, che è bene andare a parlare ai cittadini quando si ha un progetto chiaro da presentare piuttosto che raccontare una serie di frammenti ancora troppo incerti e vaghi, solo che le persone hanno anche bisogno di segnali e questi, purtroppo, fino ad ora sono stati insufficienti oppure si sono create delle attese vane con delle mosse politiche giuste ma che si sapeva non avrebbero prodotto risultati. Il tutto infarcito da qualche scivolone e incidente di percorso. Con il risultato che, ancora una volta, per quanto il Pd abbia ben lavorato e costruito, i suoi potenziali alleati di sinistra trovano nuovo spazio per infierire, per premere più forte sull’acceleratore e accusare il Pd di voler correre con il freno a mano tirato.
Lo fanno apposta: è chiaro che lo scopo dei presunti alleati di sinistra del Pd, si sono resi conto che il maggior numero di voti è ancora in mano ai democratici e l’unica possibilità di sottrargliene un po’ è quella di cercare di mettere il Pd in cattiva luce, di farlo apparire come immobile, come troppo blando sulle mosse da intraprendere e pensano anche di avere gioco facile per via del clima acceso e intollerante che c’è nel Paese.
Ecco allora spiegata la loro irrequietezza: cercano uno spazio, una collocazione più chiara, più marcata e più visibile di quanto abbiano avuto fino ad ora.
Lo stesso Pisapia, i primi tempi dopo aver vinto le elezioni era molto equilibrista ed equilibrato, mentre ultimamente ha senza dubbio spostato le sue esternazioni pubbliche più a sinistra. Anche le dimissioni da Commissario all’Expo, pur motivate dalla richiesta di più attenzione da parte del governo che fino ad oggi è mancata, di fatto sono un avvicinamento a quelle parti di sinistra dello schieramento che lo ha eletto che non perdono occasione ancora oggi per ribadire che Expo non lo vogliono. Oltretutto, un’uscita di questo genere, non concordata con il Consiglio Comunale, non espressa in una sede istituzionale, è anche incauta perché spiana la strada a Formigoni che continua a restare un uomo solo al comando, anche di Expo e che, per quanto il centrosinistra invochi anche per lui un passo indietro, è ovvio che il Presidente della Regione Lombardia è ben intenzionato a tenerselo quel ruolo perché può farne occasione di lustro e rilancio personale (sempre che nel frattempo non incappi in qualche altro sgradevole scandalo).
Insomma, la sensazione è quella di un cane che si morde la coda, di una sinistra che mostra le unghie e cerca con forza una nuova affermazione ma nel farlo finisce per tirarsi la zappa sui piedi e riaprire la porta ad un avversario che sarebbe già morto e quasi sepolto. Forse, basterebbe che i potenziali futuri alleati del Pd nel cercare di riemergere evitassero di voler per forza tentare anche di azzoppare i democratici e iniziassero a cercare un dialogo più costruttivo e rispettoso.
 

domenica 15 gennaio 2012

Più Europa, più futuro

Grandissima partecipazione all'Assemblea Regionale del Pd della Lombardia che si è svolta sabato 14 gennaio al Teatro dell'Elfo Puccini a Milano. "+ EUROPA + FUTURO: una giornata per parlare del futuro", è questo il tema della sessione dei lavori che si è svolta nella mattinata, con l'internto di presentare "un'altra idea dell'Europa". Molti gli argomenti presentati nell'introduzione di Antonio Panzeri (Europarlamentare), a partire dalla richiesta dell'elezione diretta del Presidente della Commissione Europea, alla tassa sulle transazioni finanziarie e alla necessità degli Eurobond per dare stabilità economica al continente, ma anche l'idea di creare investimenti per la crescita e la riduzione delle disuguaglianze. Patrizia Toia (Europarlamentare) - qui in una video intervista realizzata dal Gruppo Pd Regionale della Lombardia (video) - ha parlato di tempi difficili in cui, però, le sorti dell'Italia (ma anche degli altri singoli Paesi) sono inscindibilmente legate a quelle di tutta l'Unione Europea e oggi, finalmente, i progetti europei sono diventati un punto prioritario del dibattito politico italiano, mentre dell'agenda politica del Partito Democratico li sono sempre stati. Toia ha segnalato la necessità di cominciare a costruirlo l'europeismo, mentre, in ambito di politica economica, ha ricordato che le idee dei partiti progressisti da sempre coniugano l'idea di rigore con quella dello sviluppo perché questa è l'unica strada per non fare fallire l'Unione; ecco perché è necessario uno slancio di iniziativa politica in questa direzione, secondo la vicepresidente del gruppo S&D. Al dibattito hanno preso parte anche Hannes Swoboda (Austria), Stephen Hughes (Regno Unito), Catherine Trautman (Francia) e, dopo una serie di interventi a cura di esponenti politici lombardi, ha concluso la mattinata David Sassoli (capogruppo della delegazione del Pd al Parlamento Europeo - video). Sassoli ha ricordato che il Partito Democratico è da molto tempo che si occupa di Europa e non si è accorto dell'importanza che questo tema ha solo ora che anche il nuovo governo ha sollevato il problema. Sassoli ha poi accennato alla questione della tassa sulle transazioni finanziarie e al difficile percorso per approvarla, così come difficile - secondo l'esponente democratico - è il cammino verso gli Stati Uniti d'Europa ma che occorre cominciare al più presto e deve essere la politica a trovare il coraggio di inserirsi in questo percorso. Sassoli ha poi ricordato che l'idea dei progressisti dell'Europa è quella di una culla di diritti, libertà e democrazia ed è preoccupante che oggi, nel cuore dell'Unione, vi siano Stati dominati da forti politiche xenofobe e limitative dei diritti e delle libertà (tra questi, ha citato il caso dell'Ungheria, recentemente balzata nelle cronache proprio a causa delle sue pericolose derive). Sassoli ha ribadito che l'Europa può essere il luogo di protezione dei nostri diritti e dei nostri interessi e non si può utilizzare l'Unione solo per difendere i bilanci degli Stati. Sassoli ha poi chiesto un maggiore coinvolgimento dei cittadini nelle istituzioni europee attraverso gli strumenti che ci sono a disposizione, tra questi anche le petizioni.

 
La sessione pomeridiana, invece, era dedicata al tema "Per la ricostruzione italiana". Maurizio Martina (segretario regionale del Pd lombardo - video) ha introdotto i lavori e alla discussione hanno partecipato tra gli altri, e un applauditissimo Piero Fassino (Sindaco di Torino - video) - che ha spiegato il perché della sua scelta di uscire dal patto di stabilità e delle problematiche emerse dal federalismo di stampo leghista - e Giuliano Pisapia (Sindaco di Milano - video).  Le conclusioni della giornata sono state fatte segretario nazionale del Partito Democratico, Pier Luigi Bersani (video) .
 

venerdì 1 ottobre 2010

Area Democratica cambia passo

Area Democratica Roma - Foto Salvatore ContinoArea Democratica è tornata ed più viva e più decisa che mai a rimettersi in pista con idee e anche strutturandosi nel territorio.
Tantissime erano le persone arrivate da tutta Italia, ieri a Roma, per partecipare all’incontro nazionale indetto da Dario Franceschini solo pochi giorni prima: 400 secondo l’AGI, in ogni caso molto al di sopra delle aspettative, tanto che la Sala Conferenze di Palazzo Marini (dove hanno sede gli uffici della Camera dei Deputati) non bastava a contenerle tutte e hanno dovuto mettere a disposizione un altro spazio attrezzato con la diffusione della diretta video.
La composizione del “pubblico” era la più varia: si andava dai dirigenti di partito ai deputati e senatori (che però hanno dovuto fare avanti e indietro al Senato dove si stava votando la fiducia a Berlusconi), dagli amministratori locali ai semplici iscritti del Pd e, tra loro, anche tanti giovani.
Oltre ai tantissimi romani, molti sono arrivati in gruppo da Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Campania.
L’introduzione di Dario Franceschini (Video) ha messo sul tavolo tutte le questioni principali: la situazione del Paese, la probabile imminente crisi di governo, le possibili alleanze in un clima come quello attuale, la ricerca di convergenze con le altre forze dell’opposizione su possibili battaglie comuni (dentro e fuori dal Parlamento), fino alle discussioni più strettamente interne riguardanti il ruolo di Area Democratica dentro al Pd, la necessità di una maggior strutturazione, la questione del documento dei 75 e l’analisi di tre punti su cui puntare.
Come emerge anche dai tanti resoconti fatti dalle agenzie di stampa e dall’ottima sintesi di Rudy Francesco Calvo su Europa, il senso fondamentale di questo incontro è stato quello di fare il punto della situazione sia per ciò che concerne il governo italiano che Area Democratica e, da qui, decidere come ripartire, con quali forme, strutture e da quali contenuti.
Sulla necessità di strutturarsi sul territorio, Fassino ci ha giocato quasi l’intero intervento e Franceschini stesso ne ha fatto un accenno in apertura, dicendo che da ora in poi sarà necessario avere strutture snelle e referenti.
Un «cambio di passo» (per dirla alla Fassino che, nel suo intervento ha citato Bersani) dunque in Area Democratica che, al momento della sua nascita, Franceschini aveva preferito lasciare senza strutture - facendone solo un luogo di elaborazione di idee - per non dare troppo l’idea di “corrente” (per il terrore che suscita quella parola dentro al partito). Ma, a questo punto, le strutture (snelle, senza tessere o altro che possa sembrare una sostituzione del partito) diventano necessarie per contare di più, portare avanti le proprie idee (perché come ben spiegava Fassino, in molte zone si stanno per fare i congressi provinciali e se si vuole avere un peso nel momento delle decisioni del partito occorre anche mettersi in gioco ed essere presenti negli organismi dirigenti), ma anche per contarsi e per evitare che altre strutture arrivino a portare via la rete faticosamente tenuta insieme in questo anno di Area Democratica (cosa che nessuno ha detto ma che, dopo ciò che è accaduto con “la conta” dei 75, si intendeva perfettamente).
C’è tanto da costruire, insomma, e le costruzioni implicano sempre molte cose oltre alle idee.
Le idee da mettere in campo comunque non sono mancate e l’obiettivo a cui mirare, secondo Franceschini, è «distinguerci dalla destra», attraverso punti che possono accomunare le battaglie delle opposizioni (anche in Parlamento) e ne ha avanzate tre da affrontare e da portare avanti:
1) Scuola, università, ricerca, formazione
2) Welfare universale
3) Battaglia per la legalità
Il tema della formazione, per Franceschini, è quello che maggiormente può differenziare il Pd dalla destra e non soltanto per la questione dei tagli messi in atto dal governo, ma come battaglia culturale da portare avanti per ragioni individuali ed economiche.
Secondo Franceschini, infatti, oggi non c’è più l’ascensore sociale, chi è bravo rischia di non emergere, i figli spesso finiscono per seguire le carriere dei padri e questo mortifica i destini individuali.
Inoltre, nel mondo globale, secondo Franceschini, occorre investire sulla creatività, sui cervelli per essere competitivi.
Sul welfare, Franceschini è stato altrettanto chiaro: «il mercato del lavoro del futuro non sarà più quello di prima, con il posto fisso» e un grande partito deve stare dalla parte dei più deboli ma questi non possono essere individuati con le categorie del secolo scorso.
La battaglia per la legalità, contro la criminalità organizzata, per riconquistare pezzi di territorio allo Stato (anche al Nord) per Franceschini è un altro importante «elemento di distinzione da chi dice che Mangano era un eroe».
Idee queste da portare tutte avanti nel partito, attraverso la gestione collegiale e qui Franceschini ha ricordato il ruolo di Area Democratica: aiutare il Pd a rimanere il più vicino possibile all’idea originaria ma «risolviamo i problemi in un clima di collaborazione; senza rinunciare a nessuna delle nostre idee, ma mettendole a disposizione del partito».
Idem per Piero Fassino che ha ribadito che il «compito della minoranza non è mettersi a bordo capo e fischiare i falli alla maggioranza, ma stare in campo e aiutare la squadra a vincere».
Tesi queste sostenute da Dario Franceschini anche in nome del patto fatto con i suoi elettori delle primarie, a cui aveva promesso che chiunque sarebbe stato eletto segretario, lo avrebbe sostenuto.
E qui è arrivata un’altra novità perché quella che ha preso corpo a Roma è un’Area Democratica di cui Franceschini è sembrato volersi far carico completamente, ricordando che quella componente è nata in seguito alla sua mozione congressuale e sottolineando i voti presi da lui alle primarie, espressi da un milione di elettori al quale lui si sente vincolato.
Anche questo è un «cambio di passo» rispetto alla precedente gestione di Area Dem che Franceschini ha definito una sorta di federazione in cui, agli incontri, si vedevano «gli amici Tizio, gli amici di Caio ecc.» (ed era verissimo, chi ha partecipato ai seminari di Cortona non può non aver notato gli equilibrismi della scaletta degli interventi e le frecciate che le varie componenti si tiravano tra di loro), mentre ora la rivendicava per sé ma chiedendo anche ai partecipanti di fare un passo in più e «di mescolarsi definitivamente».
Tanti gli interventi che si sono susseguiti, nonostante il tempo ristretto del giovedì pomeriggio. La maggior parte delle personalità che ha preso la parola, oltre ad esporre il proprio argomento (per chi lo aveva), ha espresso la propria criticità verso il documento dei 75: parole piuttosto ovvie e condivisibili per i presenti in sala che, però, dette da Franceschini avevano un senso perché a lui toccava fare chiarezza sulla vicenda, mentre sulla bocca degli altri, forse potevano anche essere tralasciate, innanzitutto per la presenza dei giornalisti in sala che, però, fortunatamente, hanno intuito che il fulcro della giornata era altro e non hanno alimentato possibili polemiche, ma poi anche perché oramai è chiaro che le strade sono separate.
Sulla separazione delle strade, proprio Franceschini ha fatto sapere di avere ricevuto nella mattinata una lettera dai 75, in cui si definisce - a detta sua, «con toni costruttivi» - la cosiddetta “separazione consensuale” del gruppo.
Lettera che è stata ripresa in parte dai giornali e che, a leggerla bene, suona un po’ contraddittoria e sembra una presa in giro dato quel che è accaduto in questi giorni: dopo che in una riunione notturna i 75 avevano definito Area Dem come morta e superata e avevano presentato il loro documento, a cui era però seguita la rivendicazione dell’Area di cui contestavano l’appropriazione (secondo loro indebita) da parte di Franceschini appena lui ne aveva convocato una nuova riunione senza di loro; e adesso scrivono per dire «ce ne andiamo per la nostra strada»…
Tuttavia Franceschini non ha commentato nulla e non ha voluto riaprire polemiche inutili su quella vicenda.
Un commento a parte lo merita, invece, il discorso di David Sassoli che ha suscitato grande stupore (per dire un eufemismo) in molti.
Sassoli ha praticamente demolito Veltroni, la sua lettera al Corriere (dicendo che era illusoria, vendeva un sogno che non esiste) e il documento dei 75 (criticato «per forma, per spirito e anche per la sostanza»).
Sassoli è stato durissimo nell’evidenziare tutti i limiti e le contraddizioni delle proposte veltroniane, contestando innanzitutto l’uso spregiativo del termine «difendere» e ricordando la validità delle battaglie sostenute dal Partito Democratico per la difesa della libertà di stampa, della legalità, della Costituzione (riagganciandosi anche allo scenario di emergenza democratica presentato da Franceschini in apertura di discorso). Cose queste che sicuramente Veltroni non aveva messo in discussione ma che rischiano di venire accantonate in nome di un’idea dell’innovare non troppo definita e completamente avulsa dalla realtà concreta.
Sassoli ha poi ricordato che non bisogna inseguire la destra copiandone i modelli ma averne dei propri (anche Franceschini ha sostenuto, con altre parole, che occorre distinguersi dalla destra) e anche per questo ha rivendicato con forza anche le storie di provenienza di ciascuno, dicendo che è sbagliato vagheggiare l’oblio perché il passato conta, ma occorre guardare al futuro e lavorare su quello.
Il punto è che fa uno strano effetto sentire quelle parole lì - che sembrano di un dalemiano (erano loro a sostenere che il modello veltroniano era la fotocopia del berlusconismo) - in bocca ad uno che tutti pensavano veltroniano (tanto che figura anche tra i collaboratori della rivista Pane e Acqua di Veltroni).
La verità, però, è che Sassoli ha detto esattamente ciò che diceva nella sua campagna elettorale per le elezioni europee (anche se lì non c’è mai stato alcun riferimento a Veltroni e qui ha usato toni molto più duri).
Sfidare la destra sui valori, proponendo i nostri (che da qualche parte occorre andarli a prendere e dove si li cercano se si cancella il passato? Questo non vuol dire riproporre le stesse cose di secoli fa, ma avere un fondamento delle proprie idee, sì), dare modelli culturali alternativi a quelli introdotti dal berlusconismo e non inseguirlo… Erano queste le parole del Partito Democratico di Dario Franceschini (senza tuttavia l’uso polemico verso qualcuno) ed erano queste le parole dette anche nel percorso delle primarie.
Eppure il fatto che Sassoli abbia usato tali parole come frecciate pesanti a Veltroni ha fatto un certo effetto.

Interventi più pacati e importanti sono arrivati da Franco Marini, Debora Serracchiani, Pier Paolo Baretta, Cesare Damiano, Enzo Bianco.
Prossimo incontro nazionale con Area Democratica è dal 22 al 24 ottobre a Cortona e, memore dell’esperienza del dicembre 2009, Franceschini ha promesso che, questa volta, la sala sarà riscaldata.


Area Dem
P.s.: Personalmente sono rimasta con un dubbio: l’impressione è che siamo sempre al punto di partenza. Probabilmente, in questo caso, è anche vero: Area Dem si è ritrovata dopo il terremoto prodotto dal documento dei 75 e la riunione di Roma doveva servire anche a rilanciare un po’ l’Area e a tracciare la direzione da intraprendere per il futuro.
Inizialmente, invece, il difficile equilibrismo tra le diverse anime che componevano Area Dem aveva un po’ “imbrigliato” le potenzialità che venivano espresse nei vari incontri e, forse, nel tentativo di non sbilanciarsi troppo da una parte o dall’altra (la «federazione», «gli amici di Tizio e gli amici di Caio») si rimaneva sempre un po’ “al palo”, pur riuscendo anche a discutere di contenuti validissimi.
In molti ieri eravamo contenti del fatto che al nostro interno si fosse fatta un po’ di chiarezza e che, anche se dispiace aver perso per strada molti amici con cui abbiamo condiviso tanto e con cui crediamo di poter ancora portare avanti molte cose che abbiamo in comune (e molti di loro ci mancheranno ai prossimi incontri), forse questa volta, con maggior convergenza di vedute al nostro interno sia davvero possibile portare avanti qualcosa di più concreto.
Personalmente, questa volta vorrei che si partisse davvero: non vorrei che tornassimo a Cortona a ripeterci le stesse cose di un anno fa, che poi diventano lettera morta appena usciamo dalla sala.
Dico di più: queste assemblee in cui ci incontriamo sempre tutti e ci diciamo più o meno tutti le stesse cose, sono momenti piacevoli, interessanti anche per alcune tematiche affrontate, di incontro, di ascolto di alcune realtà, tuttavia mi piacerebbe che, oltre a tutto questo, ogni tanto si uscisse anche con delle iniziative mirate su contenuti specifici (magari prendendo spunto proprio da quello che emerge in queste assemblee) da portare sui territori con titoli precisi e relatori appositi.
Penso, ad esempio, al convegno sull’economia proposto da Piero Fassino in febbraio o ai corsi di Democratica prima che arrivasse il documento dei 75.
Insomma, senza produrre conte, documenti divisori o stranezze di varia interpretabilità, credo che se abbiamo delle idee non basta che ce le raccontiamo tra di noi, bisogna che le confrontiamo con il resto del partito e che poi - verificata la possibilità di renderle un vero contributo utile - le proponiamo al di fuori in modo che possano attrarre tutti gli interessati.