mercoledì 29 aprile 2015

La caccia al deputato

Trovo demenziale che in rete sia scattata la "caccia al deputato" per sapere cosa ha votato sull'Italicum.
A parte che sta scritto sui giornali e non c'è bisogno di andare a cercare chissà dove, ma è demenziale il modo da "caccia alle streghe".
E trovo ancora più demenziale che, in rete, quelli che vengono messi sotto accusa - anziché essere quelli del PD che sono usciti dall'Aula votando contro ciò che la maggioranza del proprio partito ha deciso dopo direzioni e riunioni e contro un governo a guida del proprio segretario - sono coloro che hanno fatto il loro DOVERE, cioè hanno votato la fiducia, rispettando le decisioni prese nelle tante riunioni.
Credo anche che sia demenziale questo nuovo modo di rapportarsi, forse a causa dell'illusione dell'orizzontalità e della vicinanza data dalla rete, secondo cui ogni volta che negli organismi dirigenti (in cui ci vanno persone elette lì per "dirigere" appunto) si decide qualcosa poi scatti il meccanismo dell'assalto da parte di soggetti qualsiasi che pretendono decisioni opposte.
Il PD ha fatto un congresso con un risultato chiarissimo, chi lo ha perso (a tutti i livelli) ne deve prendere atto e consentire a chi lo ha vinto di determinare la linea e portarla avanti.

domenica 22 marzo 2015

Le mafie al Nord raccontate all'Isola

Nelle scorse settimane al Circolo PD Primo Maggio Isola Zara si è svolto un interessante incontro sul tema delle mafie al Nord con il senatore Franco Mirabelli (Capogruppo del Partito Democratico nella Commissione Parlamentare Antimafia) e Roberto Cornelli (Docente di Criminologia e ex segretario metropolitano del PD).
Il senatore Mirabelli, raccontando parte degli approfondimenti svolti con il lavoro in Commissione Antimafia, ha spiegato che dalle numerose inchieste di questi mesi è emerso che l’organizzazione criminale predominante al Nord è la ‘ndrangheta, che non si è semplicemente infiltrata ma è proprio insediata in modo ben radicato in molti territori. Questo radicamento – ha spiegato il senatore (video dell'intervento) – è stato possibile perché troppo spesso nell’opinione pubblica non vi è alcuna percezione della pericolosità della ‘ndrangheta, in quanto non particolarmente è visibile o violenta (non spara, non compie reati predatori che suscitano ansie nei cittadini): “La ‘ndrangheta, infatti, è interessata al potere, al consenso tra la gente, vuole comandare sul territorio. Spesso gli ‘ndranghetisti vogliono essere quelli a cui stringono tutti la mano o a cui si offre il caffè”, ha raccontato Mirabelli.
Puntualizzazione che ha visto concorde anche Roberto Cornelli, che ha sottolineato come molto spesso si hanno infiltrazioni criminali nel settore dello sport perché i mafiosi “cercano un ruolo rispettabile, non appariscente ma che garantisca accesso agli uffici pubblici e li renda interlocutori delle amministrazioni locali e il potersi presentare con il voto buono di chi vuole costruire un campetto per i ragazzi o per la squadra di calcio cittadina li agevola e apre loro le porte”.
Inoltre, la ‘ndrangheta si insedia in prevalenza nei piccoli Comuni perché non ama avere i riflettori puntati, preferisce agire nell’ombra e i territori del Nord – ha affermato Mirabelli – vengono scelti perché ci sono i soldi dei privati e gli ‘ndranghetisti mirano a entrare nell’economia legale privata e a condizionare il mercato.
Mirabelli ha segnalato anche che la ‘ndrangheta è un’organizzazione potente, verticistica, a composizione familiare (e per questo non vi sono pentiti) e, soprattutto, dispone di ingenti quantità di denaro derivanti dal traffico di droga e, per questo, in tempo di crisi, è stata fortemente agevolata ad infiltrarsi nelle aziende che, trovatesi in difficoltà, necessitavano di crediti. “Ma, attenzione, - ha precisato Mirabelli – le mafie non si sono insediate al Nord a causa della crisi economica e non scompariranno quando finirà la crisi”.
Aspetto, questo, su cui si è soffermato anche il criminologo Cornelli, il quale ha ricordato: “Abbiamo esaltato per anni le microimprese a conduzione familiare, che sono una forza del nostro Paese e sono radicate in particolare in Veneto e in Brianza, ma queste sono le prime a soffrire a causa della crisi economica e sono quelle che rischiano di più di mettersi nelle mani dei criminali per trovare capitali per riuscire a non chiudere in tempi difficili”.
Sempre sul tema dei capitali, Cornelli ha segnalato che, lavorando nel traffico di droga, le mafie di fatto entrano in gioco nella politica e nell’economia globale e, per questo, sarebbe importante riproporre nell’agenda politica il tema dei mercati illegali: “Pino Arlacchi, da deputato europeo, aveva cercato di far eliminare anche le sostanze da cui si ricavano le droghe ma non c’era riuscito”, ha ricordato il professore.
Il senatore Mirabelli si è poi soffermato sull’attività svolta dal Parlamento in questi mesi anche sul fronte del contrasto alle mafie: “Lo Stato ha la possibilità di sconfiggere le mafie e sono stati fatti passi in avanti anche in questa legislatura. – ha affermato l’esponente PD – Tra le norme approvate c’è la modifica dell’articolo 416ter del Codice Penale che punisce il voto di scambio, inteso come voto in cambio di favori (che era stato richiesto da Libera e dai magistrati antimafia); è stato introdotto il reato di autoriciclaggio; è stata istituita l’Autorità Nazionale Anticorruzione presieduta da Raffaele Cantone e, infine, sono state proposte delle modifiche al Codice Antimafia (alcune delle quali riguardano l’Agenzia per i Beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata che, fino ad oggi, non ha funzionato particolarmente bene e che deve essere messa nelle condizioni di operare)”.
Sul dibattito politico in corso, Mirabelli ha affermato che è scorretto utilizzare sempre la cultura del sospetto e che ci sono alcune forze politiche che utilizzano la lotta alla mafia contro gli altri mentre, invece, la lotta alla mafia la devono fare tutti. Il Partito Democratico, secondo il senatore, sta facendo bene la propria parte e sta cercando di dare un messaggio forte con i provvedimenti messi in campo in questa legislatura.
Cornelli ha segnalato, comunque, la necessità di riproporre il tema della regolamentazione dei partiti politici per cercare di evitare possibili tentativi di infiltrazioni come quelli che sono stati smascherati anche dalle recenti inchieste.

venerdì 6 febbraio 2015

Pisapia

Da un po' di tempo, ogni giorno sui quotidiani si leggono dei presunti dubbi di Pisapia sul ricandidarsi o meno. Al momento Pisapia è il sindaco di Milano in carica e ampiamente eletto dai cittadini. A me, da cittadini milanese, in questo momento interessa sapere che il sindaco stia facendo il sindaco e, possibilmente, che lo stia facendo bene. Tutte le altre elucubrazioni su cosa ne sarà del suo futuro politico preferirei se le facesse in privato invece che continuare a doverle leggere quotidianamente sui giornali: da cittadina non è rassicurante leggere di avere un sindaco che pensa di scaricarci appena può e non è nemmeno una mossa utile politicamente nei confronti dello schieramento con cui ha vinto le elezioni.
Il sindaco ora pensi a fare il sindaco e rendere visibili e concreti per tutti i cittadini i miglioramenti prodotti del suo operato a Milano. Della ricandidatura ne parli con chi deve e eviti queste uscite inutili quotidiane sulla stampa.

domenica 18 gennaio 2015

La ricerca ossessiva della visibiltà

Una volta la politica era una cosa seria. Oggi la politica non è politica ma è ricerca ossessiva della visibilità ad ogni costo, secondo la regola "anche se se ne parla male, basta che se ne parli" che è sempre pubblicità. Così ragionano improvvisati esperti di cose che non sanno e che vanno in tv a fare figuracce stratosferiche ma sulle quali si costruiscono un'aurea di grandi personaggi e così ragionano soggetti biechi che incuranti del ruolo pubblico che ricoprono spargono stupidate pericolose spesso false e raccapriccianti sui media, come Salvini.
Per un po' ho creduto che in questo gioco di provocazione insensata e squallida Salvini fosse insuperabile ma Gasparri è riuscito a batterlo.

venerdì 2 gennaio 2015

Le cooperanti, i Marò e politici poco responsabili

Da ieri mattina, Gian Marco Centinaio (capogruppo della Lega Nord al Senato) sta mandando tweet sulle due ragazze rapite in Siria il cui tenore è davvero disgustoso se si pensa che sono due giovani ragazze rapite e ostaggi di pericolosi assassini e se si pensa che a scriverle è un signore che siede nelle nostre istituzioni. Il tenore dei tweet è questo: "Ma non erano così gasate di andare in Siria?", "E adesso? DOBBIAMO salvarle! Ma non era così bella la Siria?" e poi ancora le paragona ai due Marò "E adesso torniamo a dimenticarci di loro? Adesso ci sono le due fenomene da salvare.".
Quello che mi lascia perplessa è l'ignoranza totale che manifesta questo signore nel paragonare due vicende così diverse tra loro oltre che la mancanza di rispetto che va portato a chi sta rischiando la vita e che lui, uomo delle istituzioni, farebbe meglio ad avere insieme ad espressioni più decorose.
La domanda che tutti ci facciamo ogni volta che vengono rapiti soggetti in zone di guerra è: cosa ci facevano là? Non sapevano che era pericoloso starci?
Le risposte ce le aspettiamo sempre e solo dai singoli soggetti spesso finiti ostaggi e ci dimentichiamo che forse dovremmo fare quella domanda a chi ha mandato in quelle zone di guerra i cooperanti. Le due ragazze non erano in Siria per una vacanza di piacere, erano lì a svolgere un'attività per conto di una ONG che avrà qualche progetto sul luogo, magari addirittura finanziato con i soldi del nostro Servizio Civile (come spesso accade, perché ci sono una serie di spese che qualcuno deve sostenere). Le ONG hanno sedi e progetti ovunque e, spesso, capita che catapultino le persone in luoghi non esattamente "sicuri" (per come intendiamo noi qui dalle nostre comode case gli standard di sicurezza) e spesso mandano anche persone senza adeguata esperienza necessaria (ammesso che esista un'esperienza adeguata per stare in certe situazioni). Tuttavia si tratta di attività di cooperazione, di pace, di aiuto alle popolazioni locali a volte anche molto importanti. Forse l'ONG che curava il progetto in Siria non ha valutato adeguatamente la situazione o forse non ha fatto in tempo a far rientrare il suo personale perché la guerra li ha travolti prima o forse se fossero venuti via sarebbe mancato un sostegno troppo importante alla comunità a cui erano di supporto. Tutte domande a cui probabilmente l'ONG dovrebbe rispondere e non gli ostaggi.
Ma quello che più mi disgusta dei messaggi di Centinaio è il fare un paragone tra due giovani ostaggi che erano in una zona di guerra senza armi e per aiutare la popolazione, non per sparare e due soldati della Marina Militare che, invece, erano in zone indiane per una missione antipirateria, armati, che hanno sparato e che sono stati trattenuti perché per sbaglio hanno ucciso dei pescatori (che mantenevano faticosamente delle famiglie) invece che dei criminali. Non è esattamente la stessa cosa e non ha senso paragonare due ostaggi di criminali a due uomini trattenuti perché sotto processo. Questo a prescindere da quello che si può pensare di come è stata mal gestita la vicenda Italia-India e di come sta andando il processo ai nostri due fucilieri di Marina.
Oltre al non vedere la differenza tra un ostaggio a rischio di morte in mano a sequestratori senza scrupoli e un trattenuto dalle autorità in condizioni buone e senza rischi, l'altro aspetto inquietante delle parole di Centinaio è che con il suo ragionamento si finirebbe per fare una classifica dei "prigionieri", come se la vita di una persona potesse valere più o meno di quella di un'altra, come se bisognasse dare la priorità nel salvare uno o l'altro, senza vedere che sono vicende diversissime e che l'impegno dello Stato deve essere quello di riportare a casa tutti ma con gestioni inevitabilmente diverse.
Mi aspetterei un po' più di serietà, di responsabilità e di rispetto da parte di persone elette nelle nostre istituzioni perché per fare ragionamenti del genere possono benissimo rimanere al bar sotto casa, non hanno bisogno di occupare il posto in Senato o altrove.

sabato 15 novembre 2014

La dove c'era una strada ora c'è il fiume

Stasera siamo sott'acqua. Non è una novità. Ci siamo abituati. E' una storia che si ripete da tantissimi anni più o meno sempre allo stesso modo. L'incazzatura, invece, aumenta ogni volta di più. Aumenta anche se vedi che fuori stanno lavorando come matti per cercare di salvare il salvabile e per limitare i danni o ripristinare ciò che l'acqua ha compromesso. Mai, come negli ultimi anni, si è visto un tale dispiegamento di uomini e di mezzi tanto tempestivo. Però il problema resta: il Seveso esce, le strade diventano un fiume di acqua marroncina, le macchine vengono bloccate, a piedi è complicato muoversi, i mezzi pubblici scarseggiano, i marciapiedi scompaiono e, quando va male, salta anche la luce per ore, si allagano cantine e box e poi perdiamo giorni a pulire e rimettere in ordine qualcosa che nel giro di poche settimane sarà nuovamente sottosopra.
Le cause sono molteplici e note (la cementificazione eccessiva, il cambiamento climatico, la mancanza di interventi per la pulizia delle acque e del percorso sotterraneo del Seveso da parte di chi avrebbe dovuto farli...) ma oggi di tutto questo, qui in zona non interessa nulla. Oggi, a Gino interessa che ha dovuto chiudere il negozio alle 14:00 (annullando appuntamenti e mandando a casa le clienti presenti) per non restarne prigioniero fino a stanotte, ai due coraggiosi spalatori del mio condominio interessava che non entrasse l'acqua nei box, nel locale cantine e in quello contatori, a chi ha lasciato l'auto parcheggiata in strada e ogni tanto si affacciava alla finestra per guardare il livello dell'acqua interessa sapere in quali condizioni potrà recuperarla e se domani ripartirà, a chi ha la cantina allagata interessa fare il conto delle cose che anche a questo giro si troverà a buttare via, a chi aveva degli impegni da svolgere fuori casa interessa che non ha potuto rispettarli (con tutte le conseguenze), a chi era fuori casa interessa poterci rientrare al più presto. Se non si capisce questo, è inutile fare tutte le altre discussioni.
La situazione che si è creata con le continue esondazioni del Seveso non è più accettabile.
Non è normale trovarsi ad esitare prima di uscire di casa ogni volta che piove perché non si sa come e quando si avrà modo di tornarci. Non è normale doversi chiedere ogni giorno se è il caso di vestirsi da persona normale o se è meglio mettersi in tenuta da pescatore e portarsi gli stivaloni di gomma appresso perché non si sa cosa si può trovare al ritorno. Non è normale che una città come Milano (non un Comune in cima alle montagne o in riva al mare) vada letteralmente a fondo ad ogni goccia d'acqua che scende. Certamente, le piogge di questi giorni sono molto più consistenti di quelle degli anni scorsi, ma il Seveso è sempre uscito comunque, indipendentemente dalla portata delle piogge.
Ammiro molto l'impegno e la dedizione che ci stanno mettendo le persone che sono in strada a lavorare per darci le informazioni e fare in modo che tutto torni presto alla normalità ma assicuro che qui non interessa a nessuno: qui le persone chiedono che questa situazione venga risolta in modo definitivo e che si inizino i lavori perché le esondazioni non avvengano più (se non in casi davvero eccezionali).

p.s.: quando l'esondazione è appena all'inizio, se siete in strada, non state lì ad attendere che smetta ma cercate un modo per rientrare immediatamente a casa perché più passa il tempo e maggiore sarà la difficoltà di rientro (per strade chiuse o impraticabili per l'acqua che si alza)

sabato 25 ottobre 2014

Leopolda

Oggi il PD è alla ‪#Leopolda5‬. Il PD quello nuovo, quello che ha preso il 40% alle elezioni, quello aperto che si confronta con i cittadini e non ha paura di avvicinare i mondi più diversi. Il PD che cerca di cambiare se stesso per rimettersi in linea con la società italiana e riuscire poi a cambiare il Paese. Il PD che guarda al futuro e cerca di costruirlo a partire dalla realtà delle cose. Mi spiace per chi non lo ha capito e si è messo ad organizzare qualcosa contro e mi spiace anche per chi lo ha capito ma ha perso il treno per parteciparvi: alla Leopolda in questi giorni si ricostruisce il PD per far fronte alle sfide future.

sabato 18 ottobre 2014

Gli 80 euro

Quando Renzi ha annunciato che ci sarebbero state 80 euro in più in busta paga per i lavoratori dipendenti sotto un certo reddito, tutti hanno montato un casino pazzesco perché contestavano il fatto che quei soldi venivano dati solo ad una cerchia ristretta di persone, escludendone tante altre (dimenticando che non si trattava di un aumento di stipendio ma di una riduzione dell'IRAP).
Ora che Renzi annuncia che - in forma di detrazione - ci saranno gli 80 euro anche per le mamme entro un certo reddito, lo si contesta perché sarebbero meglio altre misure di aiuto.
A me fa piacere vivere in una nazione in cui ci sono così tanti esperti di economia che potrebbero prendere il posto dei Ministri in carica e mi spiace per loro che sono così poco considerati dai nostri governanti, perché se fosse stato per loro di sicuro avremmo già salvato l'Italia dalla crisi economica, risolto il problema della disoccupazione e magari anche quello della fame nel mondo.
(Una delle contestazioni più carine che ho sentito è che questa è una mossa per far contenti i cattolici perché si incentivano le famiglie a fare figli... come se 80 euro fossero sufficienti a mantenere un figlio).
Io mi limito a valutare le misure che i governi propongono per quello che sono e penso che una persona a cui viene data la possibilità di avere un po' di soldi in più, in tempi difficili come questi, è molto più contenta (fatti suoi se poi vuole spenderli o preferisce tenerli per altre esigenze).
Per anni, non abbiamo fatto altro che parlare di nuove tasse e siamo tutti devastati da una pressione fiscale ormai insostenibile, adesso abbiamo un governo fa delle manovre per lasciarci più soldi in tasca e non va bene lo stesso.
(p.s.: Gli asili nido di solito sono comunali)

sabato 20 settembre 2014

Renzi e il PD

C'è una cosa che veramente mi fa arrabbiare. Matteo Renzi ha portato il PD a vincere le elezioni con il 40,8% che, - al netto dell'astensionismo alto - resta una cifra mai vista e che probabilmente non rivedremo (a meno che non si passi al bipartitismo). Cito Matteo Renzi non per simpatia (a me non è simpatico per nulla) ma perché credo che il merito di questo grande risultato gli vada riconosciuto. Renzi è stato il fattore innovazione che ha suscitato attenzione e speranza negli italiani. In molti sono venuti a votare dicendoci che votavano PD perché era il partito di Renzi, che piaceva lui e volevano dargli forza affinché portasse avanti i cambiamenti annunciati. Renzi ha portato a votare per il PD anche tutti quei ceti produttivi che da anni non riuscivamo più ad intercettare e questa volta hanno scelto noi perché le risposte e le promesse di Renzi erano in linea con le loro richieste e con le nuove esigenze della società che da tempo si è nettamente trasformata.
Ora, lasciando perdere le tematiche istituzionali (di cui probabilmente alla maggioranza dei cittadini importerà poco o nulla), Renzi sembra aver annunciato che strada intende assumere su temi economici e del lavoro e sono i temi per cui la maggioranza di quel 40% ha votato il PD alle elezioni e la maggioranza del 68% ha votato Renzi alle primarie del PD.
Questo non vuol dire che tutti debbano necessariamente essere d'accordo con la visione che Renzi propone ma che una parte del PD (di cui Renzi è espressione e segretario eletto con il 68%) si metta a fargli la guerra, con l'implicazione che poi ci si costringa a fare accordi con Berlusconi per avere i voti che in Parlamento che altrimenti mancherebbero è una vergogna. E' una vergogna che un partito faccia di tutto per mantenere un congresso permanente nonostante un risultato così netto e così ampiamente confermato. Ed è una vergogna che chi ha fallito per anni perdendo tempo e occasioni e proponendo visioni già allora distanti dalla realtà e lontane dalle richieste dei cittadini (perché se non votavano il centrosinistra era perché le proposte presentate non convincevano e non per altri strani motivi) ora salti fuori a dare lezioni all'unico che ha saputo vincere e interpretare le nuove richieste della società.
Adesso è ora che il PD smetta con i congressi permanenti, con i posizionamenti interni di cui ai cittadini non interessa nulla e che non producono altro che un allontanamento degli elettori. Discuta se serve farlo (nelle opportune sedi) ma poi trovi la sintesi perché è ora che il PD lavori unito e si compatti attorno a delle proposte che devono essere portate avanti da tutti e devono confrontarsi con la società reale di oggi e non con quella di ieri o con quella che ci piacerebbe ma non esiste.

venerdì 19 settembre 2014

L'anacronistica battaglia sull'Art. 18

Quando non si sa più cosa dire, nel centrosinistra si riapre lo scontro intorno all'Art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. Articolo, per altro, anche già oggetto di referendum diversi anni fa e di modifiche in seguito alla legge Fornero (il punto di discussione era su equilibrio tra reintegro e indennizzo).
Oggi la battaglia ricomincia. Lo scontro è tra Governo (a guida di Matteo Renzi) e il sindacato CGIL ma anche all'interno del PD stesso (come su ogni argomento).

"Vogliono abolire l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. - scrive Marco Esposito su Giornalettismo - Ecco, per un trentenne di questo paese, non esiste un evento che regali altrettante indifferenza. E il motivo è semplice: l’articolo 18 è un qualcosa che non ha mai riguardato i giovani italiani. Semplicemente perché esistono almeno un’altra quarantina di contratti alternativi (e tutti più convenienti per il datore di lavoro) , e, pertanto, nella stragrande maggioranza dei casi, nessuno offre un contratto a tempo indeterminato. Diciamolo chiaramente: la battaglia sull’articolo 18 – oggi – appassiona una stretta cerchia di persone, per lo più sopra i 50 anni, e un ristretto giro di giornalisti nostrani. E, ovviamente, i sindacati. Che dell’articolo 18 fanno una bandiera, un punto d’onore, l’ultimo baluardo da non far cadere. Ma la realtà è che anche e soprattutto i sindacati, ad iniziare dalla CGIL, che ha circa il 50% di iscritti tra lo SPI CGIL, il sindacato dei pensionati (ma perché i pensionati hanno bisogno di un sindacato?), dei problemi dei giovani di questo paese se ne è spesso fregato. Ricordiamo come sulla pelle dei più giovani, grazie all’allora ministro Damiano, fu abolito lo scalone voluto da governo Berlusconi, scaricando i costi di quella riforma sull’aliquota pensionistica dei contratti dei co.co.pro e delle partite iva. Un chiaro esempio di come sindacati e centrosinistra fecero una precisa scelta, spostando risorse economiche a favore dei più anziani, e a discapito dei più giovani".
"Quello che non deve sfuggire - continua Esposito - è che il mondo del lavoro per il quale lo statuto dei lavoratori fu pensato, semplicemente, non esiste più. Nel 1970 si entrava in un’azienda da giovani, per rimanerci tutta la vita, o quasi. Il nostro è un sistema di ammortizzatori sociali pensate non per tutelare il lavoratore, ma per conservare il posto di lavoro. Bisogna avere il coraggio di cambiare. Di andare avanti, di accettare la sfida del mondo del lavoro che cambia. Chi scrive nel solo 2014 ha lavorato in tre posti di lavoro diversi. Nessuno ha intenzione di dire che questo sia un fatto positivo, ma questo è il quadro all’interno del quale ci muoviamo. E a questo scenario bisogna adattarsi riscrivendo le garanzie del mondo del lavoro. E’ necessario pensare ad un piano di ammortizzatori sociali che accompagni il lavoratore tra la fine di un lavoro e l’inizio dell’altro. E’ questo il vero obbiettivo sui cui bisogna concentrarsi. Il rischio, senza questo decisivo bagno di realismo, è quello di lottare per mantenere intanto un sistema di regole che non ha più alcun riscontro con la realtà. Basta farsi un giro in qualsiasi realtà lavorativa italiana per rendersi conto che l’articolo 18 oggi come oggi, è una chimera per chi entra in un’azienda e – soprattutto – oggi tutela circa la metà dei lavoratori dipendenti. Cioè chi lavora in una società con almeno 15 dipendenti".

Ed è esattamente così. Come è vero ciò che scrive sul sindacato Paolo Natale su Europa: "I sindacati si occupano solamente dei propri iscritti, di chi il lavoro ce l’ha ed è occupato nelle aziende medio-grandi. Per tutti gli altri, per chi non ha lavoro, per chi è precario, per chi è in nero e cerca qualcosa di meno provvisorio, le loro azioni paiono inesistenti. Se non contro-producenti."

Insomma, spiace dirlo ma ha ragione Fabrizio Forquet che, su Il Sole 24 Ore, scrive: "Oltre l'80 per cento dei nuovi contratti oggi non solo non ha l'articolo 18 ma non ha nessuna delle tutele del contratto a tempo indeterminato. E soprattutto quattro giovani su 10 non trovano alcun lavoro. Questa è la realtà lì fuori. Chi non la vede si illude di difendere i lavoratori ma protegge in realtà una ridotta che sa sempre più di discriminazione. Il diritto che va difeso e sostenuto, oggi, è quello di lavorare e creare lavoro".

Il mondo del lavoro è cambiato. Piaccia o meno, è tutto molto più incentrato sul singolo individuo e il posto fisso (logica per cui si entrava in un'azienda e all'interno di quella si cresceva, ci s formava e si faceva carriera) non esiste quasi più. Oggi occorre una formazione continua e il più aggiornata possibile e anche una certa capacità mentale di adattarsi ai vari e sempre possibili cambiamenti che possono incorrere e, spesso, fare carriera coincide con un cambio di azienda e non con un cambio di ruolo all'interno del posto in cui si lavorava prima. Questo è un problema perché richiede una enorme capacità di competere come individui in un mercato che è spietato e implica una forte dose di stress (oltre che di precarietà e rischi economici se non si hanno le spalle coperte). Su questo nuovo e difficoltoso modo di lavorare mancano tutele e sostegni e vanno creati perché la maggior parte di chi entra nel mondo del lavoro oggi vi entra con queste logiche e si ritroverà sempre di più a fare i conti con questa realtà e su questo sembra che sia la politica che il sindacato non siano particolarmente preparati.