martedì 21 marzo 2017

Un partito che punti in alto ma con i piedi per terra e che stia tra la gente

Sono stata al Lingotto perché credo che i momenti in cui prende avvio un percorso sono quelli in cui bisogna esserci e dal Lingotto riparte il cammino del gruppo del PD che sostiene la candidatura di Matteo Renzi al Congresso. Un gruppo che è cambiato nel corso degli anni, che si è allargato e per cui si delinea un percorso che probabilmente non sarà del tutto uguale a ciò che è stato fino ad ora.
Per questo era importante essere presenti, per stare dentro alla nascita di un progetto, per conoscere i nuovi compagni di viaggio, per confrontarsi sulla rotta da seguire, fissare gli obiettivi e scegliere la strada che si ritiene più opportuna per raggiungerli.
I tre giorni al Lingotto, con i workshop e la sessione plenaria, sono stati questo.
A mio avviso, il punto corretto sulla linea politica da tenere lo ha individuato Dario Franceschini, quando ha rilanciato la necessità di riscoprire e porre in evidenza i nostri valori e i nostri ideali: «Dobbiamo saperlo dove siamo: in uno schema nuovo che è populisti contro responsabili. Non si può affrontare il populismo con un po’ meno populismo ma bisogna sfidarlo frontalmente, con una sfida sui valori, con una sfida sulle idee per il futuro; facendo capire alla gente le profonde diversità, anche a costo di affrontare i temi scomodi».
Per me occorre che il PD, con Renzi, riparta da qui perché quando si è forza di governo (e il PD è al governo da tre anni) non ci si può permettere di inseguire una facile demagogia che, oltretutto, manda messaggi sbagliati ai cittadini ma si deve avere la responsabilità di raccontare la realtà e di proporre dei cambiamenti coerenti e veritieri sulla base degli ideali che si perseguono.
Se vogliamo che la politica torni ad essere una cosa “alta e nobile” e non un ring di pugilato per bulli da talk show o da tastiera occorre volare alto, porsi degli obiettivi ambiziosi ma capaci di coinvolgere i cittadini e di mobilitarli, raccogliendo la grande richiesta di partecipazione che c’è.
E non c’è dubbio che Renzi sia ancora un grande catalizzatore di attenzione e di interesse per cui soltanto lui può farsi interprete di questa esigenza.
Ma deve essere chiaro, però, che non serve inseguire i populisti sul loro stesso terreno perché il loro non è un percorso di costruzione ma di distruzione totale e ha ragione Franceschini, quindi, quando dal palco del Lingotto ha affermato che occorre essere:
«Lontanissimi sui contenuti. Profondamente alternativi.
Loro le paure e noi le speranze.
Loro costruiscono muri e noi vogliamo costruire ponti.
Loro hanno l’odio dell’antipolitica e noi abbiamo l’orgoglio della politica.
Per loro la politica è il veleno, l’odio della casta; per noi la politica è fatta con migliaia di persone che la vivono come servizio, sacrificando una parte della loro vita per la politica.
Per loro c’è la facilità della demagogia; per noi c’è la fatica del realismo.
Per loro ci sono i nazionalismi e l’antieuropeismo; per noi ci deve essere l’europeismo più vero e più profondo».
Per riuscire a portare avanti tutto questo, però, è necessario un ampio e complesso lavoro culturale da compiere a tutti i livelli della società.
Perciò, come ha detto Franceschini al Lingotto, «Per noi la sfida più grande deve essere sulla formazione e sulla conoscenza che sono il principale antidoto per sfidare i populismi» e, di conseguenza, serve anche che la politica trovi il modo di far emergere il lavoro che quotidianamente viene svolto per arrivare ad ottenere dei risultati (che vanno costruititi spesso con fatica, passo dopo passo e non arrivano per miracolo da soli).
Il mondo dei media, in questo, va coinvolto perché ha delle responsabilità grandi nella diffusione della demagogia. Una narrazione corretta e che diffonda un’informazione veritiera è importante.
Ed è importante che anche la politica impari a fare di se stessa una narrazione diversa, che faccia emergere con più forza il proprio lavoro, al centro del quale devono esserci l’interesse del Paese e dei cittadini.
Trasparenza per me è questo: non è sapere quanto guadagna uno o un altro ma è il far vedere il cosa si fa e il come lo si fa negli uffici, nelle Aule istituzionali, nelle riunioni decisionali.
Questa è la trasparenza che voglio vedere messa in pratica dal PD: si metta in luce la differenza tra chi lavora e lo stipendio (alto o basso che sia) se lo guadagna e chi, invece, sta sulla poltrona a parlare e basta senza fare nulla.
I veri “ladri”, la vera “casta che ruba lo stipendio” scaldando le poltrone e non facendo niente di concreto sono i signori della propaganda, i populisti che spesso urlano “tutti a casa” (ma sono i primi che “a casa” non pensano minimamente di andare pur non essendo di alcuna utilità al Paese ricoprendo ruoli per cui sono totalmente incompetenti e inadeguati).
La politica non deve essere ridotta ad una competizione da talent show, anche perché non è detto che i più competitivi siano poi i più bravi e a Renzi chiedo, quindi, di valorizzare il merito, che significa mettere nei ruoli giusti le persone competenti per ricoprirli (a prescindere dalle amicizie, dall’età e dalle carriere) perché solo così si può marcare la diversità e dare l’esempio di una politica migliore.
La politica, se vuole recuperare credibilità, infatti, ha bisogno di dare esempi positivi di sé mentre, se non riesce a mostrare questo, se non riesce a far passare le differenze, continueranno a prevalere i polveroni delle notizie sulle inchieste con cui si alimenterà solamente il vento del “sono tutti uguali” e degli esperti di propaganda che ci soffiano sopra e non si avrà mai un recupero della fiducia da parte dei cittadini.
Il lavoro da fare, dunque, è molto ed è impegnativo.
Al Lingotto siamo ripartiti, con il trolley (evocato nella scenografia), ci siamo rimessi in cammino. Alcuni di noi, in realtà, in cammino lo sono sempre stati e non si sono neanche mai fermati.
Bene se anche Renzi, dopo il camper dell’inizio del viaggio, ora decide di rimettersi in cammino. Lo faccia e non si fermi: vada in giro tra la gente vera, nei mercati e nelle strade; non abbia paura di incontrare le persone normali. Torni fuori e parli con tutti; esca dai luoghi di eccellenza in cui tutto funziona; non incontri esclusivamente gli esempi di successo ma vada a cercare anche le persone normali, ascolti anche la loro vita e la loro fatica: magari, non sono soggetti trasformabili facilmente in figurine ma il mondo non è fatto solo di successo e tra il successo e la sventura ci sono migliaia di vite normali che meritano la stessa attenzione e non vanno considerate di serie B.
Renzi, rimettendosi in cammino, diventi uno di noi e, caso mai, aiuti quei normali a trovare delle opportunità.
Sono entrata nel PD nel 2009 e ci sono entrata perché Franceschini, da Segretario, era uno di noi: faceva le campagne elettorali girando nei mercati, sugli autobus, nelle fabbriche tra i dirigenti e tra gli operai, nei luoghi di eccellenza e in quelli in crisi.
Essere un partito a vocazione maggioritaria vuol dire questo: vuol dire parlare a tutti, andare incontro a tutti, stare in mezzo alle persone, sporcarsi anche le mani, uscire dai Palazzi.
L’esempio che mi aspetto da un Segretario è questo: voglio una persona capace di guidare il PD puntando in alto, a grandi obiettivi supportati da grandi ideali, ma con i piedi saldamente per terra e capace di vivere dentro la realtà quotidiana delle persone.
Renzi può farlo: ha il supporto di una larga parte del PD e dell’elettorato; in molti guardano ancora a lui come ad una speranza per il futuro; ha la forza e la capacità per farsi interprete del partito e della società. Non si tiri indietro, non si chiuda dentro mondi belli ma esclusivi; si apra e accolga il mondo che c’è intorno.

Pubblicato in AreaDem

domenica 19 febbraio 2017

L'Assemblea del PD verso il Congresso

È stata una bella Assemblea Nazionale quella che ha svolto il Partito Democratico oggi a Roma. Bella perché belli erano gli interventi che si sono susseguiti.
In questa Assemblea Nazionale, infatti, si è notata anche la differenza di spessore politico e culturale in alcuni interventi. Non è cosa da poco; era da tempo che questo non avveniva. Nei mesi scorsi più che ad assistere a delle discussioni politiche sembrava di assistere a show televisivi che avevano per partecipanti buzzurri della tastiera. Il momento delicato, senza dubbio, richiedeva diplomazia e dialettica un po’ più elevate ma non era affatto scontato che ci sarebbero state, vista la brutalità e la rapidità con cui ultimamente vengono liquidate tutte le questioni.

L’intervento che ho apprezzato maggiormente è stato quello di Piero Fassino. È stato lui, con il suo discorso, a fare ciò che avrebbe dovuto fare un Segretario. [video]
Un discorso da Segretario vero, con cui Fassino ha saputo mettere a fuoco tutti i punti chiave di questo passaggio difficile e ha fatto anche alcune aperture che sarebbero state necessarie in questa fase.
La fatica del lavoro di mediazione di Piero Fassino di questi giorni e di queste ore era tutta nelle espressioni del suo viso e nel contenuto del discorso pronunciato.
Un’analisi, quella fatta da Fassino, che ha saputo tenere insieme le tante problematiche che ci sono da dipanare ma che ha posto anche soluzioni perché non possiamo dimenticare che, oltre ai problemi interni al PD, ci sono anche delle scadenze elettorali da affrontare e c’è un mondo che assume dei risvolti sempre più inquietanti su cui occorre riflettere.

Un intervento bello e appassionato anche quello di Walter Veltroni, tanto che i giornalisti lo hanno già ribattezzato “la mozione emozionale”. Eppure il discorso di Veltroni è stato anche molto concreto quando ha ricordato tutte le sconfitte inanellate dalla sinistra ogni volta che ha scelto di dividersi e le ragioni per cui è nato il Partito Democratico, perché “Se la prospettiva è il ritorno ad un partito che sembra Margherita e uno i DS, chiamatelo passato non futuro”. [video]
Veltroni, infine, commuove quando si scusa per essere intervenuto. Il fondatore del PD che si scusa per intervenire all’Assemblea Nazionale del PD… Sono altri dovrebbero scusarsi per cosa hanno fatto con il PD in tutti questi anni.

Sulla stessa lunghezza d’onda di Veltroni si pone anche Dario Franceschini. La sofferenza e le tensioni per lo spettacolo che è consumato in questi giorni erano tutte nel volto di Franceschini mentre nel suo intervento si appellava all’unità del PD e ricordava di come il popolo del centrosinistra sia molto più unito dei suoi dirigenti e non avrebbe capito un’altra divisione che condannerebbe il centrosinistra all’irrilevanza politica, soprattutto in questa fase così pericolosa dove nel mondo prendono piede forze populiste e antisistema che mirano a cavalcare le paure dei cittadini e a dividere. [video]

Trionfo di applausi, invece, per Teresa Bellanova, che nel suo accalorato intervento ha ripercorso tutte le trattative portate a termine con i grandi gruppi industriali per salvare occupazione e imprese e ha polemizzato con la minoranza del PD per utilizzare spesso l’appellativo di “tifosi” per i sostenitori di Renzi e ha domandato retoricamente “come si fa ad andare nelle piazze senza sapere se ti devi difendere da Grillo o da chi sta nel tuo partito?”. [video]

Tentativi di mediazione espliciti tra maggioranza e minoranza, invece, sono arrivati da Maurizio Martina che, nel suo intervento, ha colto una questione importante: c’è bisogno di allargare la partecipazione. [video] Non è chiaro se lo dicesse perché ambisce ad allargare la “maggioranza renziana” e a trovarvi posto o se lo ha detto in senso più generale ma il vero limite del PD di questi anni è stato proprio qui. C’è una necessità vera di allargare la partecipazione, che vuol dire allargare gli spazi di partecipazione e decisione politica, vuol dire coinvolgere le persone (a partire da quelle della maggioranza, che è un po’ più composita del solo “giglio magico” o dei presunti “fedelissimi” che si sono autonominati tali) e il coinvolgimento deve essere vero e non solo quando fa comodo o quando serve manovalanza per mettere in piedi scelte decise da altri chissà dove. Si avverte sempre di più un senso di esclusione nel PD che probabilmente nasce anche dalla diffidenza di Renzi verso tutti gli altri ma così facendo è difficile sentirsi parte di qualcosa e portare avanti dei progetti. 

Differente è la posizione di Andrea Orlando che insiste nel chiedere una conferenza programmatica per allungare i tempi della discussione congressuale e ripartire da una piattaforma comune, stemperando prima le troppe tensioni accumulate in questi mesi. [video]
Orlando poi ricorda che c'è bisogno di intellettuali per costruire un pensiero politico perché non basta la competizione e chiede il coinvolgimento di essi all’interno di un percorso programmatico. La questione non è da poco e non va banalizzata. Non è solo il problema di giocato le ultime campagne elettorali avendo contro tutto il mondo intellettuale che è sempre stato di riferimento per il centrosinistra ma è anche un problema del come fare politica, del come gestire le discussioni e di quale livello tenere nei dibattiti perché indubbiamente la brutalità anche di linguaggio degli ultimi tempi non è certo stata di aiuto dentro al PD. 

Il finale per ora resta aperto, nei prossimi giorni si capirà cosa ne sarà della scissione ma intanto si avvia l’iter per il congresso e da qui si apre un’altra fase, completamente nuova.

Sul treno del ritorno

Ieri pomeriggio sul treno del ritorno ho trovato una bella sorpresa.
Sono stata la prima a salire sul vagone e nel portabagagli in alto, dove ero intenta a mettere il piumino, c'era un sacchetto infiocchettato con una scatola di cioccolatini.
Mi sono guardata in giro un po' per capire se qualcuno l'aveva appoggiata lì e magari era semplicemente sceso a fumare o se qualcuno che si era accorto di averla lasciata stesse tornando a recuperarla ma nessuno arrivava.
Sono stata un po' indecisa sul cosa fare. I brutti episodi di cronaca e gli annunci che si susseguono dagli altoparlanti sui bagagli dimenticati hanno fatto il loro effetto. Il sacchetto infiocchettato sembrava di cioccolatini ma se non li fossero stati? Ho pensato che avrei dovuto avvisare il capotreno ma ho pensato anche che in quel modo il treno non sarebbe partito più e poi se avessi chiamato il capotreno per una scatola di cioccolatini abbandonata sarei stata ridicola. Alla fine mi sono decisa a sfiocchettare il sacchetto e a sollevare il coperchio ed erano proprio cioccolatini veri.
Pian piano hanno cominciato a salire gli altri viaggiatori ma ormai i cioccolatini erano miei.

giovedì 26 gennaio 2017

Giancarlo Caselli e la storia d'Italia

Tantissima gente oggi pomeriggio alla presentazione del libro di Giancarlo Caselli, nella Biblioteca di Chiesa Rossa a Milano. 
L'ex magistrato ha ripercorso momenti della storia recente d'Italia, ricordando i primi passi della lotta al terrorismo e della lotta alla mafia ma anche i veleni che ancora aleggiano su alcuni episodi. 
Caselli ha ricordato la nascita dei pool di magistrati, il coinvolgimento dell'opinione pubblica come elemento fondamentale per isolare il terrorismo, i misteri rimasti attorno al caso Moro ma anche il processo Andreotti, i tentativi di delegittimazione di Borsellino e la fine del pool di Palermo e la vicenda della mancata perquisizione del covo di Riina, fino all'episodio che lo ha riguardato personalmente con le leggi per impedirgli di diventare capo della Procura Nazionale Antimafia. 
 Un dibattito intenso, con molti temi legati alla storia del nostro Paese su cui riflettere.

martedì 24 gennaio 2017

Novità per la sicurezza a Milano

Stasera al circolo di Niguarda, l’assessore alla sicurezza Carmela Rozza è venuta a spiegare alcune delle novità che il Comune di Milano ha in programma di mettere in campo per controllare meglio i nostri quartieri.
L’ambizione dell’assessore è quella di arrivare alla riforma della figura del “vigile di quartiere”: questi dovranno essere l’occhio e l’orecchio del quartiere, non più i soggetti che segnalano solo i tombini rotti o problemi di manutenzione ma figure che dovranno andare in giro per le strade e conquistarsi il favore dei cittadini per farsi raccontare ciò che accade, anche se poi magari l’intervento risolutivo spetterà ad altri farlo.
Oggi – ha spiegato l’assessore - ci sono 75 squadre di vigili e andranno divise per i quartieri.
In merito al problema della sede dei vigili in via di chiusura nel quartiere di Niguarda, l’assessore ha spiegato che, secondo lei, tenere aperti gli uffici comporta che ci stia dentro del personale mentre è più utile che i vigili stiano in strada e sul territorio, che non chiusi negli uffici.
Inoltre, l’assessore ha spiegato il progetto di far affiancare il vigile di quartiere da degli studenti universitari (dell’ambito della sicurezza) di madrelingua estera, in modo che possano rapportarsi correttamente anche con i cittadini che non parlano italiano.
Resterebbero, comunque, problemi nel presidiare la sera e la notte ma l’assessore ha spiegato che ci sono dei vincoli nel contratto e non si può fare molto. Oggi, il contratto, prevede 19 notti all’anno per ogni vigile ma ci sono anche dei limiti diversi in base all’età e agli anni di servizio. Numerose assunzioni di vigili sono state fatte dal sindaco Albertini in anni passati e, ora, è abbastanza difficile ottenere modifiche di contratto o assumere altro personale.
A Milano, comunque, di notte girano 5 pattuglie e poi ci sono alcuni presidi fissi (“servizi mirati” per il controllo di alcune zone in un tempo determinato) e l’assessore ha annunciato di avere l’obiettivo di arrivare ad avere 10 pattuglie notturne: almeno una in ogni zona.
Novità che l’assessore ha annunciato di voler realizzare è l’istituzione di un nucleo di controllo per le case popolari (in particolare per la vendita, il racket e il subaffitto).

sabato 21 gennaio 2017

La Commissione Parlamentare Antimafia a Milano

La Commissione Parlamentare Antimafia è tornata a Milano per due giorni di audizioni e per una presentazione di un dottorato di ricerca dell’Università Statale.
Due giornate intense che si sono aperte con una visita al carcere di Opera, dove si trovano i detenuti in regime di 41bis, per completare un’indagine sul funzionamento di questo modello di carcerazione. La delegazione della Commissione Antimafia, guidata dalla Presidente Rosy Bindi, si poi recata in Prefettura per un ciclo di audizioni con le forze dell’ordine e i magistrati per un aggiornamento sulle tante indagini aperte sulle realtà milanesi e del Nord Italia, dove sono state poste all’attenzione anche alcune vicende riguardanti i Comuni di Corsico, Cisliano, Melegnano e Tribiano.
L’ultima giornata della missione milanese, invece, si è svolta presso l’Università degli Studi, dove Rosy Bindi, insieme a Nando Dalla Chiesa e ai Rettori Vago e Manfredi, ha presentato il primo Dottorato di Ricerca in Studi sulla criminalità organizzata.
Un dottorato fortemente voluto dalla Commissione Parlamentare Antimafia, che metterà a disposizione dei dottorandi la propria documentazione e, grazie a cui, l’Università ha potuto ottenere anche un finanziamento da parte del Governo, composto da 13 settori di specializzazione per poter essere in grado di rispondere alle varie esigenze di chi vorrà intraprendere quel percorso (spesso si tratta di soggetti con profili molto vari, da chi desidera entrare nelle forze dell’ordine, a chi ambisce al giornalismo, a cooperanti di ONG, a chi andrà a lavorare in beni confiscati o a figure della Pubblica Amministrazione che si troveranno poi a dover cercare di contrastare la corruzione).
È il primo dottorato che nasce dall’interazione di più istituzioni: Università degli Studi di Milano, Università del Centro e del Sud Italia, Collegio dei Rettori, Commissione Antimafia, Governo, associazioni e anche Regione Lombardia (che ha erogato 50mila euro per una borsa di studio).
Rosy Bindi ci ha tenuto a ricordare l’impegno della Commissione Antimafia sul fronte della formazione: nei mesi scorsi, infatti, si erano già svolti incontri nell’Università della Calabria e anche all’Università Statale di Milano perché “le mafie si evolvono – ha affermato la Presidente – e anche chi vuole combattere la mafia deve studiare per adeguare i propri strumenti per poter ottenere dei risultati”.
Nando Dalla Chiesa ha rivendicato l’importanza di esser riusciti a far diventare gli studi antimafia degli studi a pieno titolo e non più dei percorsi minori, “segno che oramai viene riconosciuta la gravità della situazione e non la si nega più”, ha commentato il professore, che ha poi sottolineato come a partecipare e ad interessarsi di questa materia siano in prevalenza le donne.
Il Presidente della Conferenza dei Rettori, Manfredi, ha evidenziato l’importanza di creare delle competenze diffuse sul tema del contrasto alle mafie ma anche – proprio grazie al nuovo dottorato - di poter dotare le persone di una preparazione specialistica, mentre Rosy Bindi ha detto che è necessario “laicizzare l’antimafia: per tanto tempo la lotta alle mafie è stata patrimonio quasi esclusivo di associazioni e movimenti civici mentre ora c’è la necessità che diventi un impegno civile di tutti e per questo è importante la formazione”. “Nella storia del nostro Paese c’è anche la mafia e bisogna saperlo se la si vuole combattere – ha affermato Rosy Bindi – e quindi bisogna studiarla a partire dalle scuole”.

lunedì 16 gennaio 2017

Arte Contro la Corruzione: incontro con Don Ciotti e il Procuratore Roberti

Un interessante dibattito dal tema “Arte Contro la Corruzione” questa sera al Teatro Parenti di Milano organizzato da Casa Testori con Don Luigi Ciotti e il Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti. 
A colpire è stato soprattutto l’intervento di Roberti, dai toni seri e pacati e dal linguaggio preciso nel cercare di esprimere i concetti che voleva portare all’attenzione del pubblico. Uno di questi era il concetto di “legalità costituzionale”, intesa come il fare leggi rispettose dei principi che sono contenuti nella Prima Parte della Costituzione (Articoli 1-54), che sono il fondamento della nostra Repubblica.
Roberti ha spiegato che girare per le scuole a parlare della “legalità costituzionale” è un lavoro utile alla lotta alle mafie esattamente quanto lo è l’attività della magistratura, tanto che con alcuni colleghi ha deciso di organizzare una “scuola” per “formare i formatori” perché, girando per le scuole, ha notato che spesso ci sono insegnanti volonterosi di infondere la cultura della legalità ma che purtroppo non hanno le competenze adeguate in materia.
Anche Don Ciotti, nei suoi appassionati interventi, ha parlato dell’importanza e della responsabilità di educare, in quanto la “prima corruzione è quella delle coscienze” e per questo serve una rivoluzione culturale e una “rivoluzione delle coscienze”. Le mafie, infatti, secondo Don Ciotti, non sono figlie della povertà ma si avvalgono di povertà ed arretratezza per avanzare mentre la cultura può risvegliare le coscienze.
Don Ciotti, nel corso della serata, infatti, si è soffermato più volte sull’importanza dell’educazione, della cultura e della necessità di una maggiore assunzione di responsabilità in ogni ambito.
“Arte è cultura e queste sono antitetiche della corruzione”, ha spiegato Don Ciotti, ricordando che servono parole di vita, capaci di suscitare passione, desiderio, conoscenza e per questo con Libera svolgono anche la formazione per gli insegnanti perché per insegnare la legalità occorre formarsi, non si può improvvisare e non sono sufficienti neanche sporadici incontri di testimonianza.
E il Procuratore Roberti ha ricordato che “la rivoluzione delle coscienze va accompagnata da buone leggi. Il primo passo per combattere le mafie è fare delle buone leggi, scritte bene, in modo chiaro e comprensibile, che non si possano manomettere e che valgano per tutti”.
Roberti, infatti, ha spiegato che se non si attuano pari dignità sociale e uguaglianza di fronte alla legge non si può fare cultura della legalità ma il problema è che se i cittadini non hanno par dignità sociale, non saranno neanche mai considerati uguali di fronte alla legge. E, infine, per Roberti, è necessario che ci sia il “diritto” affinché ci sia la “giustizia”.
Per Don Ciotti, “La legalità è il mezzo per arrivare alla giustizia”.
Sia Roberti che Don Ciotti si sono poi soffermati a lungo sul problema di impostazione culturale dell’Italia.
Don Ciotti ha detto di fare attenzione a non considerare la legalità come un idolo e che questa parola ormai è stata rubata e la usa spesso chi ne calpesta il valore.
Oggi si è affermata una retorica della legalità che ha trasformato questo termine in una “parola-sedativo” – ha detto Don Ciotti – perché molti hanno scelto un concetto di legalità che sia più malleabile.
Roberti, ha segnalato che occorre spiegare ai giovani che rispettare le leggi conviene perché la corruzione frena lo sviluppo perché frena gli investimenti.
In Italia, secondo Roberti, ci sono però anche troppe imprese che preferiscono stare nel mercato corrompendo piuttosto che investendo in innovazione e questo è un problema culturale del nostro Paese perché pensiamo che la corruzione, tutto sommato, sia qualcosa di accettabile: non viene percepita come un disvalore.
Per Roberti, ci si è anche accorti tardi che la corruzione è un modo di operare utilizzato dai mafiosi molto più delle intimidazioni.
Mafia e corruzione sono due cose diverse – ha segnalato Roberti - ma alla base c’è per entrambe l’idea predatoria della cosa pubblica, il rubare. Dove c’è una corruzione sistemica – ha spiegato il Procuratore - prima o poi arriva anche la mafia.
Sia Roberti che Don Ciotti hanno contestato la mancanza di una legge adeguata contro la corruzione nel nostro Paese.
“Contro le mafie abbiamo ottime leggi, anche in materia di prevenzione le nostre normative sono migliori di quelle degli altri Paesi europei ma non è sufficiente perché non c’è ancora una legislazione efficace contro la corruzione e per regolare il processo penale in modo efficiente. – ha spiegato Roberti - Inoltre, le mafie sono ancora molto sottovalutate in tanti Paesi, mentre in Italia si è usciti da questa fase, però, bisogna comprendere che la mafia non è un fenomeno emergenziale ma strutturale e si alimenta grazie ad una zona grigia di professionisti, imprese, soggetti che si fanno finanziare o aiutare da criminali”.
Roberti ha chiuso i suoi interventi raccontando la sua attività e la lotta al terrorismo, spiegando che in Italia ci sono 26 Procure Distrettuali Antimafia (tra cui quella di Milano, che funziona molto bene) e la Procura Nazionale ha il ruolo di coordinarle. Recentemente alle Procure Antimafia, grazie alle competenze che hanno sviluppato in tanti anni di esperienza, è stata affidata anche la missione dell’antiterrorismo. I meccanismi dei due mondi non sono tanto diversi: Roberti ha, infatti, spiegato che “le mafie sfruttano le diseguaglianze sociali: fanno affari con i ricchi e sfruttano i poveri. La stessa cosa la mettono in pratica i terroristi”. Inoltre, sia terroristi che mafiosi si autofinanziano attraverso traffici illeciti.
Roberti ha poi spiegato che oggi il maggior strumento di reclutamento del terrorismo è la rete internet: lì avviene uno “spaventoso percorso di radicalizzazione” e questo funziona perché spesso ai giovani non vengono fornite alternative.
Rispondendo alla domanda sul perché non ci sono ancora stati attentati terroristici in Italia, Roberti ha avanzato tre supposizioni: 1) l’Islam radicale è meno presente in Italia ed è anche meno violento e più “addolcito” rispetto a quello presente in altri Paesi dove fino ad ora ci sono stati attacchi; 2) l’Italia è la base logistica per organizzare traffici illeciti verso altri Paesi (al Sud si producono documenti falsi con cui le persone si spostano in tutta Europa) e chi gestisce tutto ciò ha più interesse a non attirare l’attenzione per lavorare in modo indisturbato; 3) abbiamo servizi di intelligence molto preparati, grazie ad una lunga esperienza e lavorano bene.
Complessivamente un bellissimo dibattito, con temi importantissimi, bravi relatori e un pubblico (anche giovane) molto attento.

lunedì 9 gennaio 2017

Serve un lavoro culturale e mostrare le differenze tra chi lavora e chi guadagna facendo solo propaganda

Nell’articolo di Ilvo Diamanti pubblicato dal quotidiano La Repubblica in cui si commenta il Rapporto Demos riguardante gli italiani e lo Stato ci sono sostanzialmente due questioni: la prima riguarda la sfiducia dei cittadini verso le istituzioni e i partiti nonostante l’aumento di voglia di partecipazione al processo decisionale, mentre la seconda riguarda l’idea della necessità di riformare le istituzioni e le regole dello Stato, nonostante il prevalere dei No al Referendum sulla Riforma Costituzionale che aveva proprio quell’obiettivo.
Mi soffermerò sulla prima questione: la sfiducia dei cittadini nelle istituzioni, nella politica, nei partiti perché passa da qui la strada per capire come si andrà avanti in futuro e, eventualmente, come cercare di cambiare la rotta.
Diamanti scrive che i cittadini «Provano sfiducia nei confronti delle organizzazioni sindacali e imprenditoriali. Ma, soprattutto, verso i soggetti di rappresentanza politica. I partiti, lo stesso Parlamento. Sono, come sempre, in fondo alla classifica. Evidentemente, è in questione il fondamento della nostra democrazia, visto che i principali attori della rappresentanza, i partiti, non sono solamente sfiduciati, ma vengono ritenuti "corrotti". Quanto e più che ai tempi di Tangentopoli. Il No al referendum costituzionale, d'altronde, ha avuto - anche - questo significato. Un No al sistema dei partiti. E ai politici che li guidano. In testa: il Premier. La sfiducia diffusa nella società, peraltro, avvolge anche la sfera delle relazioni personali, dei "rapporti con gli altri". Guardati con prudenza da gran parte dei cittadini. Chissà: ci potrebbero fregare...».
Qui c’è la chiave del problema.
La sfiducia parte indubbiamente da lontano e da una lunga disillusione sulle troppe promesse al vento fatte da sempre e su problemi che, invece, restano lì immobili nel tempo o addirittura si aggravano anziché venire risolti.
Ma non è solo questo: è anche e, soprattutto, il “come ci possono fregare” perché si ritiene che siano tutti “corrotti” il vero fulcro della questione.
Del resto le inchieste con cui quotidianamente viene “beccato” qualcuno con le mani nel sacco sono infinite e, anche dove i contorni accusatori sono molto labili e da dimostrare, quotidiani e telegiornali sono più veloci della magistratura e “sbattono il mostro” (in questo caso “il politico”) in prima pagina insieme a tutti i suoi capi di accusa, come se questo fosse già stato condannato.
L’opinione pubblica si forma così.
Come si fa a pensare di recuperare la fiducia dei cittadini se quotidianamente ci sono politici, imprenditori, dirigenti, funzionari pubblici, vip o altri soggetti percepiti come le élite della società, cioè coloro che dovrebbero rappresentarne il meglio, che vengono coinvolti in giri di affari poco puliti?
La realtà non sempre coincide con il percepito: ci sono 945 parlamentari in Italia e quelli coinvolti in inchieste sono una parte esigua, lo stesso dicasi per gli altri esponenti della classe politica o i funzionari pubblici eppure quei pochi emergono con un clamore esorbitante. Questo clamore, nel corso del tempo, da un lato è servito da avvertimento alla classe politica: un monito per ricordare che chi ricopre delle cariche pubbliche lo deve fare a servizio dei cittadini e non degli affari propri e chi si fa gli affari propri prima o poi viene “beccato” e finisce in galera.
Ma dall’altro lato questo prevalere della narrazione del malaffare ha portato al diffondersi nell’opinione pubblica dell’idea che “sono tutti corrotti” indistintamente o, come si usa dire oggi “sono tutti parte della casta” che si costruisce le leggi per arricchirsi e autoassolversi.
La diffusione di un pensiero di questo tipo, inevitabilmente, porta al diffondersi della sfiducia nei cittadini e al trionfo di forze “di protesta” come può essere il Movimento Cinque Stelle.
Fanno molto sorridere i politici del PD e i loro spin doctors della comunicazione quando si vedono su Twitter a replicare ad ogni contraddizione che Grillo e i suoi seguaci lanciano perché la realtà è che il Movimento Cinque Stelle non prende voti per le sue proposte e neanche per le capacità di governo o la rappresentatività dei propri dirigenti (lo si è visto bene dagli scarsi voti online con cui molti sono stati eletti in Parlamento alcuni dei loro big o dal disastro romano ormai sotto gli occhi di tutti) ma li prende perché sono “contro tutti”. Chi è arrabbiato contro “i ladri”, “i corrotti”, “la casta” finisce per votare il Movimento Cinque Stelle e li vota per questo non perché condivide l’idea della decrescita felice, la teoria del ritorno alla povertà o il terrore delle scie chimiche.
E contro un voto deciso in questo modo non serve perdere tempo a inseguire i grillini sul loro terreno per cercare di smontarne la propaganda: è giusto ma è sostanzialmente una perdita di tempo perché si finisce per dare ancora più fiato alle loro trovate.
Così come non serve cercare di essere più grillini dei grillini perché quel terreno è il loro punto di forza e giocano tutto su quello: uno degli errori dell’ultima campagna referendaria è stato anche questo, il cercare di fare gli “anti-casta” mentre si stava sulle poltrone governative percepite come “casta” per antonomasia.
Quello che invece è necessario è un ampio e complesso lavoro culturale da compiere a tutti i livelli della società.
Serve che la politica (ma anche il sindacato) sia più concreta, si occupi dei problemi dei cittadini e faccia promesse che poi è in grado di mantenere perché il vedere risultati è fondamentale se si vuole recuperare credibilità.
E poi serve anche che la politica trovi in modo di far emergere il lavoro per arrivare ad ottenere dei risultati.
Il mondo dei media non è escluso.
È vero che le brutte notizie fanno più effetto e catturano maggiormente i lettori rispetto alle buone notizie ma c’è da dire anche che, sui quotidiani, le buone notizie che ci sono sembrano spesso storie eccezionali, quasi piccoli miracoli e mai la normalità quotidiana di chi fa il proprio lavoro e compie normalmente il proprio dovere e questo è oggettivamente un problema.
C’è da rabbrividire quando si leggono articoli sui parlamentari assenti nelle Aule o le classifiche di presentazione di atti in Parlamento, come se il vero lavoro politico fosse solo lo stare in Aula a schiacciare bottoni o presentare proposte a caso che tanto non avrebbero alcuno sbocco concreto.
Fa anche un certo effetto leggere tutti i commentatori sulle varie dinamiche interne ai partiti e i posizionamenti in vista dei passaggi chiave della vita istituzionale: sono articoli interessantissimi per gli appassionati di politica ma sono articoli che fanno irritare i cittadini che hanno difficoltà concrete quotidiane e vedono sulle pagine dei giornali che va in scena il “teatrino” anziché la ricerca delle soluzioni per loro. Non che il “teatrino” non sia importante, anzi, in base alle dinamiche che si scatenano lì spesso si determinano poi le scelte ma se appare solo quello e non il resto è evidente che si crea una distanza con i cittadini non così esperti o appassionati di politica ma più pressati da altre incombenze.
Ha ragione Michelle Obama quando, salutando gli studenti, ricorda l’importanza dell’istruzione e dice ai ragazzi «Dovete prepararvi a far contare la vostra voce, dovete essere informati e impegnati come cittadini, a dare il vostro contributo. Significa ricevere la migliore istruzione possibile, in modo da pensare criticamente, esprimervi chiaramente, trovare un buon lavoro, supportare la famiglia, essere una forza positiva per la comunità».
La realtà, purtroppo, è che spesso le masse sono poco istruite e non tutti hanno la voglia e la capacità di vagliare tutte le informazioni a disposizione criticamente. Alcuni non ne hanno neanche il tempo perché hanno cose più urgenti da fare.
Ecco perché una narrazione corretta e che diffonda un’informazione veritiera è importante.
Ed è importante che anche la politica impari a fare di se stessa una narrazione diversa, che faccia emergere con più forza il proprio lavoro, al centro del quale devono esserci l’interesse del Paese e dei cittadini e che non abbia paura di raccontarlo questo lavoro. Lo si faccia vedere il cosa si fa e il come lo si fa negli uffici, nelle Aule istituzionali, nelle riunione decisionali.
Si metta in luce la differenza tra chi lavora e lo stipendio (alto o basso che sia) se lo guadagna e chi, invece, sta sulla poltrona a parlare e basta senza fare nulla.
I veri “ladri”, la vera “casta che ruba lo stipendio” scaldando le poltrone e non facendo niente di concreto sono i signori della propaganda.
Se non riesce a mostrare questo, se non si riesce a far passare le differenze, continueranno a prevalere i polveroni delle notizie sulle inchieste con cui si alimenterà solamente il vento degli esperti di propaganda che ci soffiano sopra e non si avrà mai un recupero della fiducia da parte dei cittadini.

giovedì 5 gennaio 2017

I CIE

Nella discussione polemica di questi giorni sui CIE si dimentica un dato sostanziale: i CIE di cui parlano la circolare del Capo della Polizia Gabrielli e il Ministro dell'Interno Minniti sono di fatto dei centri che servono per l'identificazione e l'espulsione di persone che non hanno i requisiti per restare in Italia, non c'entrano nulla con l'accoglienza e l'integrazione (per cui probabilmente sono più adeguati altri tipi di strutture). Sicuramente occorrerà che vengano esplicitate meglio le modalità di formazione e gestione di queste strutture, così come resta il dubbio sulla questione delle espulsioni (è un po' difficile espellere persone prive di documenti e, quindi, non identificabili e senza accordo con i Paesi di provenienza o addirittura non conoscendone lo Stato di provenienza). Tuttavia, prima di discutere va compreso questo dato sostanziale per cui il CIE non è preposto né all’accoglienza né tanto meno all’integrazione. Il che non vuol dire che i CIE debbano diventare dei lager, anzi, si auspica proprio il contrario e che si creino le condizioni affinché le persone che vi debbano entrare possano trovare delle situazioni rispettose.
L’accoglienza diffusa sui territori e il lavoro per l’integrazione, però, è tutt’altra cosa che non c’entra con i CIE che si intendono realizzare per gestire le espulsioni.
È vero che avrebbe dovuto essere così anche qualche anno fa e la situazione è poi degenerata con migranti che si sono ritrovati più prigionieri che ospiti di strutture non adeguate e difficili da gestire, anche per periodi molto lunghi.
Il fatto che si è fallito una volta, però, non implica che si debba fallire nuovamente, anzi, forti di quell’esperienza non positiva, si dovrebbero avere gli elementi per riuscire a realizzare soluzioni migliori rispetto al passato.
Il dire semplicemente No, non è una soluzione al problema che purtroppo esiste e va fronteggiato.

martedì 3 gennaio 2017

La rivolta di Cona e il vuoto dei politici

Prima che Beppe Grillo monopolizzasse le scene con la sua cazzata quotidiana, la notizia che teneva banco stamattina era quella della rivolta dei migranti ospiti di una struttura a Cona in Veneto, in seguito alla morte di una ragazza. La notizia diffusa dal Corriere della Sera e poi rilanciata da RaiNews stava suscitando notevoli commenti pesanti tra gli esponenti politici, in netta prevalenza del centrodestra e poi delle loro tifoserie sul web. L'enfasi era posta sul fatto che i migranti, con la loro rivolta, stavano di fatto arrecando danno e disagio anche agli operatori del centro e questo ha suscitato la reazione dei politici (contro i centri di accoglienza, contro i migranti da espellere tutti). 
Quasi nessuno ha detto una parola sulla ragazza morta. 
Essere classe dirigente vuol dire anche avere responsabilità quando ci si esprime. 
Oggi umanità e intelligenza non le ha espresse nessuno.