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sabato 2 marzo 2013

Né Bersani né Renzi o Veltroni

Non mi sorprende la voglia di rivalsa di una parte che era latente ma ben radicata anche prima. Mi turba, invece, l'arroccamento in difesa di chi oggettivamente ha ben poco da difendere...
Renzi, a me, non piaceva prima e continua a non piacermi anche adesso, così come mi fido poco di Veltroni che, pur esprimendo qualche concetto giusto, lo fa con malcelato astio verso chi c'è ora e comunque la sua occasione l'ha già avuta. 
Al congresso, però, dobbiamo arrivarci e cerchiamo di arrivarci consci di ciò che e' stato e di dove vogliamo andare (ammesso che si possa ancora andare da qualche parte) e non cominciamo a nascondere la testa sotto la sabbia dicendoci che ci sarà tempo per parlare di noi che poi non si parla mai. Non arrocchiamoci in posizioni preconcette (da entrambe le parti), non facciamo il "salto della quaglia" perché non servirà buttarsi ad appoggiare uno fintamente nuovo che poco prima non abbiamo voluto perché è sempre quello (non è cambiato nel frattempo), ma cerchiamo davvero una strada nuova che abbia un senso e che possa trovare consenso anche fuori di noi.

domenica 14 ottobre 2012

Il regalo di compleanno di Veltroni al Pd

In tempi di richiesta di rinnovamento o rottamazione da una parte e di profondo attaccamento alla poltrona dall'altra, uno che si fa da parte da solo senza aspettare che glielo dicano compie sicuramente un bel gesto. Resta che Veltroni che annuncia la sua non candidatura il giorno dell'avvio della campagna per le primarie di Bersani e del compleanno del Pd è sospetto, soprattutto se si considera la sua posizione rispetto all'agenda-Bersani...

venerdì 17 giugno 2011

Pubblico attonito per "L'inizio del buio"

Una presentazione emotivamente intensa quella che si è tenuta ieri alla Feltrinelli Express di Milano per il libro di Walter Veltroni L’inizio del buio” (edito da Rizzoli) a cui, oltre all’autore, hanno partecipato Ilaria D’amico e Carlo Verdelli.
La Feltrinelli Express è un luogo un po’ diverso dalle altre librerie della stessa catena; la stessa sala delle presentazioni si trova in un piano a parte, fuori dal consueto caos di lettori che girano tra gli scaffali ed è rigorosamente blindata: vi si accede soltanto accompagnati dal personale della libreria o della sicurezza e quando lo stabiliscono loro. Ed è un peccato perché sembra una location un po’ asettica (dall’arredamento spoglio, molto minimal) e, per quanto molto grande, rimane isolata e quindi invisibile ai tanti che frequentano la libreria che, se non sono informati di cosa si sta svolgendo, non hanno possibilità di scoprirlo per caso. Spiace un po’ vedere questa chiusura in un luogo notoriamente aperto come Feltrinelli. Tanto che lo stesso Veltroni, che solitamente si trova sommerso da una folla immensa alle presentazioni dei suoi libri, questa volta si è trovato con un pubblico un po’ più ristretto di quello che realmente è in grado di raccogliere.
In sala, oltre ai comuni interessati al libro e all’autore, c’erano anche molti esponenti del Pd milanese, dagli assessori Majorino e Maran, alle senatrici Adamo e Garavaglia (quest’ultima, all’arrivo di Veltroni, gli si è fiondata incontro ad accoglierlo), fino a qualche neoeletto in Consiglio Comunale.
In molti in sala tenevano tra le mani il libro di Veltroni e suscitava un certo stupore la quarta di copertina tutta riempita da un’immagine dell’autore a mezzo busto, più simile ad un manifesto pubblicitario che non al retro di un libro, oltretutto in forte contrasto con il colore scuro del resto.
Ha aperto la presentazione Carlo Verdelli che, con la sua voce profonda, ha tracciato un racconto intenso ed emozionante del testo di Veltroni e delle storie che racchiude.
Verdelli ha citato l’articolo di Magris sul Corriere della Sera di qualche tempo fa in cui denunciava l’indifferenza degli italiani di fronte alla tragedia del Nord Africa e agli sbarchi a Lampedusa, a cui è seguita la risposta di Giorgio Napolitano che confermava la perdita del senso di solidarietà civile del nostro Paese. La causa di questo, secondo Verdelli, va ricercata nella politica ma anche in una certa informazione «che ha esibito in modo sconciato il dolore» (da quello degli omicidi efferati alle semplici banalità) e questa «overdose di sofferenza spettacolarizzata ha finito per produrre assuefazione».
Verdelli ha ricordato come trent’anni fa non esistevano né internet né telefonini, era appena arrivata la tv a colori e c’era stato lo scoperchiamento della P2. Nelle immagini che si trovano al centro del libro si vede l’Italia di allora e il punto di rottura della nostra storia nazionale: per Verdelli si tratta delle foto di «due calvari», quello di Alfredino Rampi e quello di Roberto Peci.
Alfredo Rampi all’età di 6 anni cade nel pozzo come Alice nel Paese delle meraviglie ma, ricorda Verdelli, l’epilogo della sua storia non è quello di una fiaba. Il pozzo (che non doveva esserci perché costruito abusivamente per prendere l’acqua gratis), come è scritto nel libro di Veltroni, è profondo 36 metri (quanto un grattacielo) e il bambino ci rimane dentro vivo per 60 ore: «Noi, leggendo, cadiamo dentro con lui», afferma Verdelli.
E poi c’è il ruolo della televisione, a cui rimangono attaccati 28 milioni di italiani, che riprende, promette e non riesce a mantenere la promessa perché più passa il tempo più si comprende che il lieto fine svanisce.
Il secondo «calvario», come lo definisce Verdelli, è quello di Roberto Peci, antennista venticinquenne di San Benedetto del Tronto, fratello di un terrorista pentito e per questo rapito e ucciso, con modalità mafiose e le foto della sua esecuzione sono state diffuse dai terroristi perché facessero da monito ad altri.
Verdelli ha definito il libro di Veltroni come un «viaggio dentro a qualcosa che ci appartiene. Se ne esce addolorati ma dopo il cuore è un po’ meno intontito. Il libro cura l’indifferenza dentro cui viviamo quotidianamente».
Ilaria D’Amico ha definito Verdelli un «narratore di sentimenti» e Veltroni un «facitore di storie umane, nella cui narrativa c’è sempre la voglia di partire dall’origine». I due fatti citati nel libro, secondo la D’Amico, raccontano l’Italia e possono cambiare il modo di percepire le cose e il nostro senso di colpa, sgombrando il campo da chi dice che quelli passati della Prima Repubblica erano “bei tempi”. La giornalista ha poi definito il viaggio nel libro di Veltroni «bellissimo e tremendo», perché crea un racconto che «ti lascia completamente immerso lì dentro e contiene un’analisi critica di cosa siamo».
Ilaria D’Amico ha ricordato che l’Italia non è l’unico Paese che va a caccia di reality ma ce ne sono tanti altri e nel libro c’è il racconto di questo Paese che vive di follia e in cui anche il Presidente della Repubblica Pertini che si precipita sul luogo della tragedia, inconsapevolmente, sembra essere qualcosa di stonato perché non sa ancora valutare i momenti in cui bisogna esserci e quelli in cui è bene non apparire.
Ilaria D’Amico, però, salva la televisione: «una Rai che allontanava il microfono nei momenti più strazianti di Alfredino», molto diversa da quella attuale.
Veltroni ha raccontato che scrivere quel libro non è stato facile dal punto di vista emotivo e, anche gli incontri preparatori si chiudevano sempre con le lacrime agli occhi degli intervistati (persone che, ha precisato l’autore, in tutti questi anni, non si sono mai più visti in televisione, contrariamente a ciò che accade nel mondo attuale).
Veltroni ha parlato di «meraviglia della sofferenza» e si è detto affascinato da quelle opere dell’ingegno che producono sensazioni fisiche (che siano ridere o piangere), ricordando che ad essere potenti sono le parole perché anche le storie più forti, se raccontate male, non suscitano la minima emozione.
Per scrivere questo libro, Veltroni ha detto di avere seguito una metodologia giornalistica (cioè raccogliere fonti, guardare la documentazione, ricercare sul web) ma poi di avere scelto una forma di scrittura letteraria per restituire le emozioni.
Veltroni ha spiegato che l’idea di questo libro è nata guardando i parenti di Sarah Scazzi in televisione continuamente e di essersi domandato «dove è cominciato tutto questo?» e la risposta è stata con la tragedia del Vermicino perché è lì che per la prima volta «la vita e la morte di una persona (non di una personalità) sono diventate di interesse pubblico».
Del Vermicino restano le voci, ha detto Veltroni, perché le immagini sembrano quelle di un film di Fellini, con una folla di gente scomposta che parla in dialetto e che si inventa le soluzioni più strampalate per fornire un aiuto impossibile: «c’è stata della generosità da parte della gente ma sembrava una follia collettiva», ha ricordato l’autore.
Di Roberto Peci, Veltroni ha ricordato che soltanto oggi a San Benedetto del Tronto esiste una via che lo riconosce come «vittima del terrorismo».
«L’Italia è stata così e per questo non bisogna avere nostalgie. Una volta c’era la P2, adesso è raddoppiata in P4 ma è il passato che ha messo i suoi tentacoli. Il terrorismo ci ha tolto degli anni, io non potevo andare in alcune piazza perché ero di sinistra e quelli di destra non potevano andare in altre piazze», ha affermato Veltroni, segnalando l’importanza della memoria come antidoto perché certe situazioni non si ripetano.
Non era una presentazione semplice quella del libro di Veltroni perché non era semplice l’argomento del suo libro. L’emozionato ed emozionante Carlo Verdelli ha tenuto attonita la platea mentre raccontava le storie narrate in “L’inizio del buio” e faceva una certa impressione guardare le facce serissime e stordite da quell’immersione improvvisa nel dolore, mentre la sala era in ascolto assoluto chiusa in un silenzio pesantissimo. Silenzio che è durato per tutta la presentazione: non una parola è stata scambiata tra vicini di posto, non un commento, non un movimento, come se tutti fossero stati trasportati in un’altra dimensione e fossero rimasti imprigionati dalla potenza delle parole di chi stava sul palco a raccontare quelle vicende drammatiche. Vicende che, forse, nessuno in un caldo pomeriggio di giovedì aveva particolarmente voglia di trovarcisi immerso, neanche quelli che il libro lo hanno comprato perché è difficile aver voglia di farsi travolgere da un dolore così profondo come quello che emergeva dai particolari narrati, eppure tutti vi si sono trovati imprigionati per un’ora e mezza.
Una splendida presentazione, però il libro non l’ho comprato.

domenica 23 gennaio 2011

Il ritorno di Veltroni

A leggere i giornali oggi, sembra che Walter Veltroni, dal palco del Lingotto di Torino, abbia palesato la voglia riprendersi la guida del Pd.
In realtà, l’impressione è che ieri Veltroni si sia candidato a premier più che a segretario (ruolo d’ombra per il quale può andare benissimo anche Bersani) e il gruppo dirigente presente al completo (in nome dell'unità del partito, che non può permettersi di essere rappresentato diviso in un momento politico tanto delicato) di fatto ne abbia preso atto senza protestare.
L’iniziativa di ieri a Torino, dal punto di vista della forma, è senza dubbio riuscitissima; del resto Walter Veltroni è sempre stato un maestro nel realizzare perfettamente eventi mediatici e, forse, in questo l’organizzazione del Partito Democratico, indipendentemente da chi ne sia la guida, dovrebbe cominciare ad imparare. Molto light nella gestione della scaletta con tempi certi e contingentati per ogni intervento, conduzione snella e agile di Touadì, che rendeva piacevole l’ascolto e creava dinamismo sul palco (cosa che solitamente non accade ai convegni di partito e, per questo, richiamava molto la riunione fiorentina “Prossima Fermata Italia” dei “rottamatori”).
Molto appariscente il “Lingotto 2”, inoltre, già dalla scelta della location: altro che i luoghi ameni e remoti dei normali raduni delle correnti, Veltroni si è piazzato nel cuore di una grande città, proprio nel momento in cui era tornata alla ribalta per le questioni industriali, in una struttura moderna, dall’esterno a vetri e con i totem e i manifesti sull’incontro ben piazzati.
Un’organizzazione da grandi eventi, insomma, con tanto di pullman di militanti organizzati dalle province più scomode per poter arrivare ad ascoltare.
Troppo perché questo sia esclusivamente frutto della passione per “l’apparenza” tipicamente veltroniana: quell’evento voleva essere una prova di forza dei MoDem per dimostrare (come Fioroni e Gentiloni hanno dichiarato in più interviste) di non essere affatto «quattro gatti», come qualcuno voleva far credere e di essere pronti a riprendersi la leadership.
In sostanza, dal punto di vista puramente della forma, l’evento si può dire ottimo e perfettamente riuscito e condivisibile da tutti.
Ma, certamente, se l’impatto esterno è positivo e può aiutare a riportare in modo forte sulla scena mediatica un Pd che spesso appare sbiadito, dal punto di vista dei posizionamenti interni, tutto questo, qualche problema lo crea: non si è mai vista un’organizzazione simile per un evento di corrente e i dirigenti, accorsi tutti ai piedi di Veltroni in nome dell’unità del Pd, dopo avere cercato più volte di isolarlo (e certamente a ridimensionarlo nei contenuti espressi ci sono riusciti) facevano un po’ la figura dei fessi a star lì a fargli da claque.

Dal punto di vista dei contenuti, invece, qualche cosa andrebbe affrontata in modo più approfondito.
Alcuni discorsi fatti dal palco erano sicuramente condivisibili da tutti, come ad esempio quello del magistrato Raffaele Cantone, che ha parlato di antimafia e legalità.
Ci sono state sicuramente delle convergenze tra la linea politica espressa dal Lingotto e quella uscita dalla Direzione Nazionale del Pd (ad esempio sulla questione alleanze, ieri, Veltroni ha detto cose che Bersani e Franceschini dicono da mesi) ma ci sono state anche delle differenze profonde (come sulla questione lavoro con l’intervento di un imprenditore che si chiedeva se il Pd sposa la Flexsecurity di Ichino o se pensa di «tenersi i diritti dei lavoratori come dice Cesare Damiano» che, al di là del concetto che questa persona voleva esprimere è aberrante per le parole che ha usato, come se i diritti dei lavoratori fossero una cosa brutta da spazzar via; o il “caso Fiat” con addirittura la presunta operaia della catena di montaggio marchionnista convinta).
Fuori dal ‘900. Giusta, aperta, forte. Viva l’Italia” era il titolo dell’iniziativa del Lingotto, ma forse è il caso di chiarire che cosa voglia dire quel titolo nel dettaglio, che cosa intenda per modernità il MoDem prima di esprimere convergenze, perché, ad esempio sulla questione lavoro se, come hanno detto in tanti dal palco, non si può pensare che il sindacato oggi faccia da cinghia di trasmissione della politica o viceversa, non è che la modernità debba identificarsi con un appiattimento sulle posizioni imprenditoriali: ci deve essere autonomia da entrambi i campi.

Difficile capire che cosa sia arrivato ai cittadini di tutto questo e come abbiano accolto l’evento veltroniano, ma chi sta all’interno del partito qualche domanda se la pone perché adesso non è più chiaro quale sia la linea del Pd. È quella espressa dal segretario Bersani in direzione la scorsa settimana o è quella uscita ieri dal Lingotto ieri, a cui comunque il segretario ha mostrato aperture? La prossima settimana c'è l'Assemblea Nazionale a Napoli, uscirà un'altra linea politica ancora o uscirà una sintesi di tutto questo?  Secondo Fioroni (che pure ha fatto un bel discorso di chiusura ieri) la linea del Pd c’è ed è quella espressa al Lingotto, cosa rimarcata più volte anche da altri MoDem che hanno preso la parola. Non è stato certamente un passaggio elegante nei confronti di Bersani o degli altri dirigenti questo, anche perché se la linea del Pd è uscita dal Lingotto, da un evento della corrente di minoranza, viene da chiedersi cosa si sia riunita a fare a la Direzione Nazionale la settimana prima e cosa decida la maggioranza.
La sintesi spetta al segretario e forse, in questo, un po’ di chiarezza dovrebbe farla perché, è vero che tutti i contributi sono utili e importanti e tutte le voci devono essere ascoltate (sarebbe piaciuto che avesse ascoltato in precedenza anche AreaDem invece di ignorarla) ma sarebbe meglio che queste voci gli arrivassero alle orecchie prima che la Direzione si chiuda e abbia tracciato una linea perché altrimenti il rischio è di lasciare intendere che il Partito Democratico una linea chiara non ce l’ha e cambia quotidianamente a seconda di chi alza la voce di più.

I giornali di oggi salutano tutti o quasi con grande favore il ritorno in scena di Veltroni, il quale sui media ha sempre dimostrato di saperci stare perfettamente. Nonostante i drammatici errori mostrati da Veltroni nei momenti in cui ha guidato il Partito Democratico (la forza dell’evocazione di un sogno ma la scarsa capacità di dire come tradurlo in realtà, tanto che poi non ci è riuscito) non sono mai stati un problema per i giornalisti, che invece hanno sempre trattato con circospezione Franceschini, sottolineandone fino all’inverosimile i presunti errori durante la sua segreteria (non c’era cosa che facesse che ai giornali andasse bene, neanche le mosse più mediatiche) e non hanno mai mostrato alcuna simpatia verso Bersani nonostante ne avessero auspicato l’approdo alla segreteria.
L'articolo di Eugenio Scalfari palesa tutto questo già dal titolo: “Ritorna in scena il Partito Democratico”, come se fino ad ora il Pd fosse sparito… Lo andasse a spiegare a tutte le persone che quotidianamente si impegnano a tenere aperti i circoli, a volantinare nelle strade e a mettere in piedi i gazebi!
Certo molti problemi di immagine e di forza di imporsi sulla scena il Pd bersaniano ce li ha, ma forse, Scalfari avrebbe fatto meglio a titolare “Ritorna in scena Veltroni”, perché di questo si tratta.
Nel suo editoriale, inoltre, Scalfari fa una bella analisi del discorso di ieri di Veltroni e soprattutto dello stile con cui il primo segretario del Pd riesce a comunicare ma, forse un po’ pregiudizialmente, sbaglia il giudizio sull’intervento di Bersani definito dal «modo di parlare paesano e colloquiale. Dopo il discorso di Veltroni così teso e intenso, faceva uno strano effetto, di quelli che spesso Crozza provoca quando lo imita a Ballarò». Normalmente i toni di Bersani sono proprio quelli descritti da Scalfari, ma ieri, al Lingotto, invece, ha fatto un buon intervento anche lui ed è ingeneroso muovergli una simile critica.

Faceva invece una certa impressione quel continuo risuonare della parola “Walter”, richiamato in ogni intervento dal palco come un mantra da dirigenti tutti pronti a tessergli elogi: una sviolinata eccessiva, soprattutto perché uscita dalla bocca di persone che non sempre hanno espresso idee propriamente veltroniane.

mercoledì 15 dicembre 2010

Scenari post-fiducia

Una giornata importante quella di ieri nei due rami del Parlamento, dove si votavano le mozioni di sfiducia al governo Berlusconi.
Sfiducia respinta senza troppi problemi in Senato e giocata fino all’ultimo minuto alla Camera con ambigui passaggi di deputati da una parte all’altra.
Alla fine, alla Camera, la maggioranza di governo si è imposta con 314 voti contro 311. Con Pdl e Lega hanno votato i deputati di Noi Sud-Pid, i tre del nuovo Movimento di responsabilità nazionale Massimo Calearo, Bruno Cesario e Domenico Scilipoti, il Libdem Maurizio Grassano, l'ex Idv Antonio Razzi (ora con Noi Sud) e Catia Polidori, Giampiero Catone e Maria Grazia Siliquini di Fli.
Gli unici due che non hanno partecipato al voto, oltre a Fini, sono stati Silvano Moffa (Fli) e Antonio Gaglione (ex Pd passato con Noi Sud).
Di tutti questi, avevano apposto la firma sotto alle mozioni di sfiducia presentate solo: Razzi, Scilipoti, Moffa, Polidori e Siliquini.
Il Partito Democratico è andato in aula compatto per la sfiducia, come si è affrettato a ricordare il capogruppo Dario Franceschini: «Su 206 deputati presenti, abbiamo assicurato 206 voti», riuscendo a far partecipare addirittura Federica Mogherini (prossima al parto) e Marco Fedi (eletto in Australia e affetto da gravi problemi di salute). [Tutti gli interventi delle dichiarazioni di voto degli esponenti del Pd>>]

Da tutto questo emergono in modo evidente due cose: i “comprati” dell’ultima ora appartengono tutti a Idv e Fli.
Per l’Idv che ha giocato l’intera linea politica sull’antiberlusconismo, lo smacco è stato grande e lo ha fatto notare qualche giorno fa Michele Serra su Repubblica, nella sua Amaca, affermando che «Sorge il sospetto che neppure il modello "opposizione tutta d'un pezzo", pancia in dentro petto in fuori, che ha consentito all'Idv una discreta fortuna elettorale, tuteli da fuoruscite imbarazzanti, alla Calearo: e se il Pd ha l'attenuante dei grandi numeri (le comitive folte sono spesso indisciplinate), l'Idv non ha neanche quella».
Per Fli, invece, la vicenda è semplicemente grave: Berlusconi voleva isolare Fini, dimostrargli che non contava nulla e, portandogli via tre voti, ci è riuscito. Fini è riuscito a contenere le defezioni del gruppo di Moffa, il quale però ha subito chiesto le dimissioni di Bocchino, facendo così intuire che la sua linea politica è ben differente da quella espressa dal capogruppo di Fli.
A Casini è andata meglio, i suoi deputati sono fuggiti altrove con qualche settimana di anticipo e lui in aula ha preso le distanze dagli ami lanciatigli da Berlusconi ma, adesso che il governo ha ottenuto una così labile fiducia, resisterà ancora?
Berlusconi e Bossi si sono affrettati a far sapere a Casini di volerlo nel governo: sono ben consapevoli che una maggioranza di tre voti non è sufficiente a garantire la stabilità per portare in aula serenamente i prossimi decreti e, per non fare la misera fine di Prodi, le uniche alternative sarebbero o continuare a comprare voti o andare direttamente alle urne.
A Casini, da buon democristiano, le poltrone sono sempre piaciute. Certo è che di “acqua sotto i ponti” ne è passata da quando ha scaricato Berlusconi e il Pdl e ha avviato la costruzione del “Terzo Polo” e sarebbe un po’ assurdo fare marcia indietro proprio ora.
Tuttavia, sono mesi che si sentono pronunciare da tutti parole come «responsabilità»… E non sarebbe forse un gesto di «responsabilità» andare a soccorrere un governo che non ce la fa, per il bene del Paese che è attanagliato dalla crisi e per cui andare alle urne «sarebbe una sciagura» (come tutti ripetono in continuazione)?
Oltretutto piacerebbe molto anche negli ambienti vaticani, a cui il partito di Casini è tanto legato…
Certo se Casini dovesse giocarsi male questa partita e mettere la faccia su “leggi-vergogna” o leggi ad personam non ne uscirebbe bene ma i politici sono sempre pronti a rivendersi come opere buone per la nazione qualsiasi cosa.
L’unico vero problema di Casini, in questa partita, è il suo tanto amato terzo poloperché inevitabilmente andrebbe a frantumarsi: Berlusconi ha detto in tutti i modi che con Fini ha chiuso e il gesto di comprare i suoi deputati ieri, rifiutando anche ogni trattativa al Senato, ne è stata la chiara dimostrazione.
Fini, da solo, senza Casini, non può fare assolutamente nulla, sarebbe politicamente morto.
Basterà Fini a trattenere Casini dalle tentazioni di Berlusconi?

In tutto questo, emerge anche il dramma del Pd che si è comportato bene sia alla Camera che al Senato, che è reduce da una manifestazione di piazza piena di gente nel cuore di Roma ma che ha investito quasi tutta la sua linea politica nell’alleanza con il terzo polo di Fini e Casini.
Casini si era già dimostrato un alleato frivolo alle elezioni Regionali, ma da allora sono accadute molte cose. Fini, invece, ha sempre detto pubblicamente che ad alleanze con il Pd non era interessato (se poi lo pensi davvero o no, non è dato saperlo, ma almeno è abbastanza furbo da non disorientare il suo potenziale elettorato, in prevalenza di destra).
È chiaro che nessuno ha la sfera di cristallo e non si possono prevedere le situazioni come quella in cui ci si è trovati a votare la mozione di sfiducia alla Camera, salvo quando si è a ridosso dell’evento ma, forse, un po’ di lungimiranza in più in alcune scelte del Pd non sarebbe guastata.
In seguito ad una riunione Pd, pare che il MoDem (di Veltroni, Fioroni, Gentiloni) abbia ricominciato a pestare i piedi e a chiedere un cambio di passo nella linea politica per riportare il partito al centro. Il tutto è stato poi smentito, ovviamente, ma l’impressione è che qualche disagio ci sia.
Non si tratta di pura battaglia interna o di contrapporre sogni meravigliosi a realtà ben diverse, ma la sensazione che qualcosa non funzioni per il verso giusto e che ci si debba correggere, c’è.
È un po’ paradossale che, in questi mesi, il Pd non abbia fatto altro che convocare conferenze stampa nel disperato tentativo di attirare l’attenzione dei media sulle sue proposte concrete per il Paese e puntualmente il giorno dopo un esponente a turno rilasciava interviste su alleanze, scenari e simili, perché puntualmente sui giornali ci finivano queste ultime e le proposte sparivano (anche perché in quanto espresse da un partito dell’opposizione avevano ben poca possibilità di vedersi concretizzare).
Il Pd continua ad affidarsi troppo agli altri presunti potenziali alleati - o almeno così appare dalle innumerevoli interviste che rilasciano i suoi esponenti su giornali e tv - e di questi altri, che prima mostravano scarso interesse, ieri qualcuno è anche caduto.
Fini (tanto ricercato dal Pd, anche su Repubblica e al Tg3 di ieri Bersani ne parlava) si è rivelato insignificante in Parlamento, con un partitino spaccato.
L'Udc tutt’ora non è chiarissimo cosa voglia fare.
L'Idv si è dimostrato un partito di comprabili.
Vendola aspira alla leadership e fa sognare il popolo della sinistra.
In tutto questo scenario, forse sarebbe il caso che il Pd si occupasse davvero un po' di rilanciare se stesso: ha da poco concluso i cosiddetti “porta per porta” (che se li sono filati in pochi), ha fatto anche una grande manifestazione sabato che avrebbe dovuto servire a questo, non a rincorrere gli altri o lanciare con decisione governi tecnici quando già i numeri cominciavano a traballare (e ieri questa ipotesi è definitivamente morta). Non perché gli alleati non contino o perché il governo tecnico fosse sbagliato ma perché tatticamente conveniva non farlo, dato che già sabato si aveva la sensazione che qualcosa non stesse andando nel verso sperato nel pallottoliere della Camera.
Forse sarebbe il caso che il Pd in pubblico cercasse di parlare al Paese con delle proposte politiche e non di lanciare ami a potenziali alleati (questo lo può fare benissimo lavorando in Parlamento o in privato).
La manifestazione del Partito Democratico di sabato scorso avrebbe dovuto consentire al Pd di emergere nel crollo berlusconiano, ma in questo tempo veloce dove tutto si consuma in fretta e sovraffollato di notizie e informazioni, ad emergere è stato prima lo scricchiolio della certezza della sfiducia al governo e poi il ko di Fini.
Non è una colpa specifica del Pd (che, a dire il vero, di sforzi ne fa tanti per emergere, ma probabilmente non tutti nel verso giusto): i giornalisti fiutano la notizia e, al giorno d’oggi, sembra che ci siano molte cose più interessanti per la stampa che non il rilancio del Pd; eppure senza una buona presenza mediatica non si smuovono le opinioni dei cittadini.

E se si andasse davvero alle elezioni a marzo (come tanti ipotizzano) qualche motivo agli elettori per farsi votare bisognerà pur darlo e, non sempre, le tante battaglie positive portate avanti dal Pd in questo periodo di opposizione sono sufficienti per convincere cittadini sempre più lontani dalla politica.
Anche questa non è una colpa del Pd, ma il clima generale che si respira nel Paese non è positivo e occorre difendersi ogni giorno con più forza da attacchi non sempre giustificati, alzare maggiormente la voce anche su questioni che dovrebbero esser palesi e invece improvvisamente non le sono più.
Mentre nei palazzi delle istituzioni andava in scena il teatrino della sfiducia al governo e della compra-vendita dei parlamentari, ieri, le strade di Roma erano piene di cittadini che manifestavano il loro profondo dissenso per l’operato del governo: c’erano gli studenti contro il ddl Gelmini, c’erano i metalmeccanici, c’erano i terremotati dell’Aquila… Poi, purtroppo, sono sopraggiunti i violenti che hanno devastato la città.
A guardare i siti web dei giornali e delle agenzie di stampa in quei momenti faceva impressione il quadro che emergeva: era terribile l’accostamento tra i cori della Camera, le botte, lo sventolamento di bandiere, il sorriso di Berlusconi e le immagini della strada, le auto a fuoco, i fumi dei lacrimogeni, i primi feriti, gli scontri.
In quelle strade c’era un pezzo di Paese (poi strumentalizzato da infiltrati facinorosi che nulla avevano a che vedere con le cause della manifestazione) che non trova ascolto dentro i palazzi della politica e che è stanco e sta cominciando a non poterne più di questi teatrini che alla fine favoriscono solo la casta dei politici (che vengono percepiti quasi tutti allo stesso modo e poco importa se ieri se la sono presi con i “venduti”, perché domani i bersagli saranno altri).
Nel Paese c’è un clima pericoloso che può degenerare facilmente e l’unica via di uscita è che la politica si assuma le proprie responsabilità e smetta di giocare a barcamenarsi tra i palazzi ma dia le risposte ai cittadini, si occupi di loro, dei loro problemi.

Il Pd, in questi mesi, ha sempre mostrato attenzione per i problemi reali del Paese, eppure in questo clima cupo e surriscaldato, non sempre viene percepito ma, anzi, è il primo soggetto che rischia di venire buttato in mezzo al calderone del “tutto è uguale a tutto” dell’antipolitica e di esserne travolto.
Ecco perché allora occorre davvero rilanciare il Pd, i progetti che intende mettere in campo per il Paese e fare in modo di distinguersi sempre dai biechi maneggi del centrodestra. E per farlo occorre partire dal parlare all’esterno di quelle cose e non di alleanze (che sono indispensabili per vincere nelle battaglie parlamentari come nelle urne e vanno fatte, ma non vanno discusse a mezzo stampa ogni settimana) perché altrimenti l’unità del gruppo dirigente non serve a nulla se non a essere uniti sull’orlo del baratro in cui si rischia di cadere dentro tutti insieme.

domenica 10 ottobre 2010

L'assemblea, il Nord, la Lega, il Pd

Assemblea Nazionale Pd VareseIl Pd è specializzato per la scelta di location irraggiungibili, ma così irraggiungibili come Malpensafiere non era mai capitato.
I delegati, per fortuna, nella maggior parte dei casi non se ne sono accorti, perché il partito, questa volta, ha organizzato tutto per loro.
I lombardi appiedati, invece, se ne sono accorti eccome della difficoltà di raggiungere il centro congressi, disperso nelle campagne intorno all’aeroporto di Malpensa.
Le navette Pd, infatti, recuperavano le persone nel viaggio di andata del giorno 8 da tutte le stazioni, ma il ritorno era previsto solo a partire dalle ore 23.00 con destinazione hotel. Chi non necessitava di hotel, doveva arrangiarsi. La mattina del giorno 9, le navette recuperavano le persone dagli hotel, quindi gli altri dovevano arrangiarsi.
Nulla di male, è giusto che il partito pensi ai suoi delegati, ma dato che si era annunciata questa assemblea a Varese come luogo simbolo per parlare al Nord, magari sarebbe stato il caso di incentivarlo un po’ il Nord a venire a vederla questa assemblea.
Malpensafiere è raggiungibile solo in macchina: non esistono mezzi pubblici che portano lì; le stazioni ferroviarie di Busto Arsizio distano circa 4 Km e l’aeroporto ne dista 15. Se vuoi spendere meno in taxi, devi andare a Busto Arsizio ma, se vuoi trovarlo il taxi, devi andare all’aeroporto…
Mi spiace perdere le due giornate più importanti del mio partito, dove hanno anche detto di volersi occuparsi del Nord, così telefono a mezzo mondo, mando e-mail ma non c’è niente da fare: di questa assemblea non frega niente a nessuno.
Maurizio Martina, qualche settimana fa, aveva inviato un’e-mail ai circoli per dire di far partecipare le persone, poi però non aveva fatto sapere più nulla. La verità è che Martina si è sbagliato, ha confuso l’assemblea (luogo di lavoro dei delegati e di equilibrismi pericolosi dei big del partito e con accesso riservato a delegati, invitati e giornalisti accreditati) con una manifestazione e quando si è accorto della stupidaggine che aveva scritto ha smesso di inviare comunicazioni.
Ma tanto è uguale, pure se avesse mandato gli inviti per tutti, non sarebbe andato nessuno: la maggioranza degli iscritti del Pd è di età molto adulta, di assemblee ne ha viste tante, anche con esponenti politici migliori di quelli attuali, sai cosa gliene importa di andare a sorbirsi due giorni di discussioni vuote nel deserto della campagna varesotta?!
Così al primo giorno rinuncio anch’io: non mi fido ad andare in un luogo del genere sapendo di dover tornare a casa da sola la sera senza aver chiaro con quale mezzo (anche le 21.00 di sera, là in mezzo al niente non sono un bello scenario).
Ci vado sabato, prendo il treno delle 9 fino a Busto Arsizio e spero di trovare un taxi (ovviamente mi porto dietro anche i numeri di Malpensafiere, che non si sa mai).

La giornata è grigissima e anche piuttosto fredda. Sul treno ci sono solo stranieri.
Alla stazione di Legnano c’è un bambino seduto in braccio ai nonni che guarda i treni passare e saluta con la mano.
In mezz’ora sono a Busto Arsizio, come il treno apre la porta mi trovo davanti un muro giallo con la scritta «ti amo principessa». Sorrido.
Cerco il sottopassaggio, scendo le scale e poi non so se andare a destra o a sinistra: non ci sono cartelli, solo scritte di ragazzi sui muri e cattivi odori.
Vado a destra e sbaglio: esco su una strada in cui non c’è niente.
Torno indietro, verso sinistra e finalmente esco sulla stazione: piccola, buia e deserta.
Fuori sulla piazza c’è un signore che fuma, ha una giacca blu, sembra un uomo delle FS, gli chiedo informazioni sui taxi o sui bus.
È un delegato Pd di Milano, il taxi glielo hanno fregato due donne, ma il taxista ha giurato di tornare in un quarto d’ora. Tuttavia, l’amico delegato non è troppo convinto del taxista: «ieri sera per tornare a casa è stato un inferno: avevano chiamato due taxi dalla fiera e non ne arrivava neanche uno, poi ne è arrivato un terzo prenotato da un’altra persona che doveva andare in aeroporto e sono salito anch’io», mi racconta.
Cerco tra i miei numeri di telefono, provo il radiotaxi di Busto ma resto allibita quando sento che a suonare è la colonnina dietro le mie spalle sul piazzale… A cosa serve un radiotaxi del genere?
Chiamo Malpensafiere, mi risponde Giovanni e si offre di aiutarci: cerca un altro taxi ma non c’è, alla fine intercetta una navetta Pd, «sta andando all’aeroporto a caricare delle persone, se volete poi la dirotto da voi, però ci impiegherà mezzora».
Stiamo per accettare, quando appare il nostro taxi, in un tempismo perfetto. Ringraziamo Giovanni e ci mettiamo in macchina verso il centro congressi.
Il taxista è un leghista, ci detesta perché sappiamo solo fare opposizione e odia Di Pietro perché insulta e offende. Vani sono i tentativi di spiegargli che anche Bossi insulta e offende («no, è diverso, è rozzo ma sono solo battute così», risponde) e che il ruolo dell’opposizione è opporsi e il centrodestra faceva lo stesso quando al governo c’era il centrosinistra («quello di Prodi non era un governo e poi i politici fanno così», sentenzia).
Il taxista ci crede al federalismo di Bossi, è convinto che, con quella legge, la Lombardia diventerà come il Trentino Alto Adige.
Mentre il taxista leghista e il delegato Pd discutono, capisco che qui al Nord c’è davvero tanto lavoro da fare e il Pd ha fatto bene a venire, solo che doveva farlo con un’altra forma: non servono i politici se stanno blindati in un’assemblea chiusa e sperduta nel nulla; serve che si facciano vedere, che parlino in piazza, che discutano con le persone, che spieghino loro le bugie della Lega (ma non su un volantino, come dice Bersani, che va bene ma non basta: ci vuole di più, ci vogliono le parole di persone che hanno credibilità, non solo dei comuni iscritti).
Per fortuna il tragitto è breve (8€ che paga l’amico delegato).
Arrivati in fiera scopriamo che c’è già Fassino sul palco a parlare e la sala è stracolma di gente e non ci sono sedie libere.
Abbandono la giacca al guardaroba, faccio un giro di perlustrazione, studio tatticamente i luoghi migliori per piazzarmi poi vado anche in bagno (che non si sa mai che dopo non abbia più tempo).
Bersani mi porta sfortuna, ogni volta che lo incontro mi capita qualcosa e stavolta non sto bene! Non ho preso pastiglie perché me ne sono accorta troppo tardi e non sono sicura di riuscire a stare in piedi tutto quel tempo.
Decido immediatamente di rimuovere il pensiero, quindi cerco di distrarmi come posso: scatto foto e giro un po’ per il padiglione alla ricerca dei conoscenti milanesi e non e ne trovo tanti (Ettore, Piera, Matteo, Diana, Teresa, Roberto, Carlo, Emanuele, Debora, Luca, Sara…).
Wanda mi trova lei: dice che mi ha vista sullo schermo…
Molti mi salutano, mi conoscono ma io ci impiego un po’ a riconoscere loro: la sala è buia e, nonostante gli occhiali, ho difficoltà a distinguere bene le persone (soprattutto quelle viste poche volte).
La platea, che viene salutata con un «Cari dirigenti del Pd» da Bersani (suscitando svariate ilarità), è piuttosto appassionata, segue, commenta e applaude i suoi leader di riferimento.
I massimi esponenti del Pd sono tutti nelle prime file.
I big del partito seduti al tavolo della presidenza hanno facce serissime: ascoltano chi interviene, leggono documenti, scrivono, giocano con i telefoni, giocano con il computer (Scalfarotto twitta tutto, ma anche Sarubbi a bordo palco).
Il computer è il vero protagonista di questa assemblea: chi è collegato ad internet può leggere tutti i cinguettii dei vari delegati in tempo reale.
Franceschini sbircia spesso il monitor di Scalfarotto e Scalfarotto riesce anche a strappare una risata a Franceschini (cosa rara nelle riunioni di partito, ci riuscirà poi anche Bersani con una delle sue frasi incomprensibili).
Sassoli scrive e ogni tanto si alza e fugge, forse a salutare qualcuno o forse a fumare.
Scalfarotto digita sempre.
In sala, i giornalisti vanno e vengono a seconda di chi prende la parola sul palco: Fioroni e Franceschini fanno il pieno (oltre ovviamente a Bersani).
Incontro spesso Balzoni del Tg1 (la cosa mi sorprende perché credevo che avessero inviato un'altra persona) e Chiara Geloni che fa avanti e indietro dalle prime file; cerco l’amica Elisabetta del Tg3 ma non la vedo.
L’assemblea è tranquilla, nella giornata di venerdì, i vari gruppi sembravano essersi venuti reciprocamente incontro con diverse aperture (Letta, Veltroni, Finocchiaro) e, in generale, sembra che l’unità del Pd sia stata ritrovata, nonostante l’intervento di Fioroni molto critico (ma il suo discorso sembra essere rivolto volutamente contro Franceschini e quindi perde consistenza) e Ignazio Marino che – come sempre – ne ha per tutti (memorabile quando ha chiesto a Bersani di spiegare il Nuovo Ulivo perché nessuno ha capito cosa sia)!

Franceschini è chiaro, forte e deciso. Il suo intervento è sulla stessa linea di quello che ormai va raccontando in ogni intervista e in ogni festa democratica: presenta un doppio scenario in cui, nel caso che il governo Berlusconi reggesse ci si deve concentrare sul progetto del Pd, mentre in caso la situazione precipitasse si dovrebbe fronteggiare la possibile emergenza democratica con una risposta di emergenza. A tutto questo, unisce la proposta sul welfare universale, l’importanza di reintrodurre il merito, l’attenzione a come viene trattato il tema dell’immigrazione e un finale importante in cui dice: «Non vorrei che diventassimo un partito che sospende lo scontro il giorno dell'assemblea nazionale e che poi lo riprende il giorno dopo sui giornali», fino poi ad appellarsi direttamente a Bersani per ricordare che alle primarie ha promesso che chi avesse perso avrebbe sostenuto il segretario eletto.
Gli applausi sottolineano più punti del discorso di Franceschini.
Un grande discorso, un grande Franceschini (come sempre e come sempre sono più convinta che mai di averlo sostenuto e di continuare a stare dalla sua parte).
Tuttavia questo finale con questi richiami diretti a Bersani mi turbano non poco: sono correttissimi e sono le stesse identiche cose che Franceschini ha detto anche nelle riunioni di Area Dem (e che comunque condivido), ma questo è un altro contesto e, al di là del clima generale disteso e delle aperture di tutti, un po’ mi inquieta… non vorrei che finissero per aprire spazi ad altre brillanti iniziative di qualche -one di turno…
Personalmente finisco sempre per uscire turbata dalle assemblee politiche, il più delle volte per ragioni di natura non politica. Questa volta il mio turbamento è sia personale che politico, ma ogni dubbio mi viene spazzato via poco dopo quando, nello spazio di un saluto, capisco che chissenefrega, a me va bene così, va bene lo stesso e se sorgeranno problemi li si affronteranno volta per volta: io ho scelto da che parte stare e ne sono fierissima, comunque sia.
Il discorso di Bersani, invece, parte moscio e sconclusionato. Nessuno capisce le battute in bersanese del segretario. Dopo un paio di frasi, ci guardiamo tutti in faccia e ci chiediamo reciprocamente che sta dicendo: bho, non si sa.
Sullo schermo appare inquadrata una signora che sbadiglia, stiracchiandosi le braccia. Lei si accorge, avvampa e si ricompone. La platea scoppia in una fragorosa risata: quello sbadiglio rappresenta tutti noi, è l’emblema del discorso di Bersani. La delegata che sbadiglia è l’immagine simbolo dell’assemblea.
Pian piano il discorso si risolleva e anche il bersanese sembra diventare meglio comprensibile (almeno per una parte della platea). Franceschini diventa il traduttore simultaneo per Scalfarotto, in particolare sull’espressione «sgrugnare» (che fa ridere tutta la sala).
Io sto sempre in piedi e comincio a non poterne più.
Appena Bersani finisce (meglio di come aveva cominciato), tutti si alzano: i dirigenti scendono dal palco, i delegati girano per la sala e cominciamo a salutarsi.
L’assemblea prosegue con i voti sui documenti elaborati nella notte, qualcuno va a mangiare, altri si preparano per ripartire subito.
Anch’io faccio gli ultimi giri della sala, saluto un po’ di gente, mangio qualcosa e mi dirigo verso le navette.
Mi va bene: riesco a prendere quella diretta verso la stazione centrale di Milano. L’autista ci dice che in tre quarti d’ora arriviamo.
Mi siedo, appiccico la faccia al finestrino per un ultimo sguardo al centro congressi, alla gente che continua ad uscire, alle auto blu parcheggiate… Mi dispiace che sia già finita e sia già ora di tornare a casa.
Sono stanca e comincio davvero a non stare bene, nonostante l’aspirina presa in pausa pranzo, ma cerco di non pensarci.
La radio passa le canzoni di Alessandra Amoroso e dei Modà: mi piacciono queste musiche da ragazzini.
Devo avere un’espressione da ebete mentre tengo lo sguardo fisso nel finestrino e i pensieri altrove, mi chiedo cosa penserà la mia vicina di posto. Mi giro, la guardo: non pensa niente, si è addormentata, è stanca anche lei.
Sul pullman ci sono anche Patrizia Toia e Vincenzo Vita: si incontrano per la prima volta, si presentano, parlano tra loro per tutto il viaggio.
A Milano arriviamo in fretta, tra canzoni e commenti politici. In stazione, i delegati raccolgono le loro valigie e si salutano, si ritroveranno a Napoli; io, invece, cerco l’autobus che mi riporta a casa.


Assemblea Nazionale Pd - Varese

venerdì 1 ottobre 2010

Area Democratica cambia passo

Area Democratica Roma - Foto Salvatore ContinoArea Democratica è tornata ed più viva e più decisa che mai a rimettersi in pista con idee e anche strutturandosi nel territorio.
Tantissime erano le persone arrivate da tutta Italia, ieri a Roma, per partecipare all’incontro nazionale indetto da Dario Franceschini solo pochi giorni prima: 400 secondo l’AGI, in ogni caso molto al di sopra delle aspettative, tanto che la Sala Conferenze di Palazzo Marini (dove hanno sede gli uffici della Camera dei Deputati) non bastava a contenerle tutte e hanno dovuto mettere a disposizione un altro spazio attrezzato con la diffusione della diretta video.
La composizione del “pubblico” era la più varia: si andava dai dirigenti di partito ai deputati e senatori (che però hanno dovuto fare avanti e indietro al Senato dove si stava votando la fiducia a Berlusconi), dagli amministratori locali ai semplici iscritti del Pd e, tra loro, anche tanti giovani.
Oltre ai tantissimi romani, molti sono arrivati in gruppo da Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Campania.
L’introduzione di Dario Franceschini (Video) ha messo sul tavolo tutte le questioni principali: la situazione del Paese, la probabile imminente crisi di governo, le possibili alleanze in un clima come quello attuale, la ricerca di convergenze con le altre forze dell’opposizione su possibili battaglie comuni (dentro e fuori dal Parlamento), fino alle discussioni più strettamente interne riguardanti il ruolo di Area Democratica dentro al Pd, la necessità di una maggior strutturazione, la questione del documento dei 75 e l’analisi di tre punti su cui puntare.
Come emerge anche dai tanti resoconti fatti dalle agenzie di stampa e dall’ottima sintesi di Rudy Francesco Calvo su Europa, il senso fondamentale di questo incontro è stato quello di fare il punto della situazione sia per ciò che concerne il governo italiano che Area Democratica e, da qui, decidere come ripartire, con quali forme, strutture e da quali contenuti.
Sulla necessità di strutturarsi sul territorio, Fassino ci ha giocato quasi l’intero intervento e Franceschini stesso ne ha fatto un accenno in apertura, dicendo che da ora in poi sarà necessario avere strutture snelle e referenti.
Un «cambio di passo» (per dirla alla Fassino che, nel suo intervento ha citato Bersani) dunque in Area Democratica che, al momento della sua nascita, Franceschini aveva preferito lasciare senza strutture - facendone solo un luogo di elaborazione di idee - per non dare troppo l’idea di “corrente” (per il terrore che suscita quella parola dentro al partito). Ma, a questo punto, le strutture (snelle, senza tessere o altro che possa sembrare una sostituzione del partito) diventano necessarie per contare di più, portare avanti le proprie idee (perché come ben spiegava Fassino, in molte zone si stanno per fare i congressi provinciali e se si vuole avere un peso nel momento delle decisioni del partito occorre anche mettersi in gioco ed essere presenti negli organismi dirigenti), ma anche per contarsi e per evitare che altre strutture arrivino a portare via la rete faticosamente tenuta insieme in questo anno di Area Democratica (cosa che nessuno ha detto ma che, dopo ciò che è accaduto con “la conta” dei 75, si intendeva perfettamente).
C’è tanto da costruire, insomma, e le costruzioni implicano sempre molte cose oltre alle idee.
Le idee da mettere in campo comunque non sono mancate e l’obiettivo a cui mirare, secondo Franceschini, è «distinguerci dalla destra», attraverso punti che possono accomunare le battaglie delle opposizioni (anche in Parlamento) e ne ha avanzate tre da affrontare e da portare avanti:
1) Scuola, università, ricerca, formazione
2) Welfare universale
3) Battaglia per la legalità
Il tema della formazione, per Franceschini, è quello che maggiormente può differenziare il Pd dalla destra e non soltanto per la questione dei tagli messi in atto dal governo, ma come battaglia culturale da portare avanti per ragioni individuali ed economiche.
Secondo Franceschini, infatti, oggi non c’è più l’ascensore sociale, chi è bravo rischia di non emergere, i figli spesso finiscono per seguire le carriere dei padri e questo mortifica i destini individuali.
Inoltre, nel mondo globale, secondo Franceschini, occorre investire sulla creatività, sui cervelli per essere competitivi.
Sul welfare, Franceschini è stato altrettanto chiaro: «il mercato del lavoro del futuro non sarà più quello di prima, con il posto fisso» e un grande partito deve stare dalla parte dei più deboli ma questi non possono essere individuati con le categorie del secolo scorso.
La battaglia per la legalità, contro la criminalità organizzata, per riconquistare pezzi di territorio allo Stato (anche al Nord) per Franceschini è un altro importante «elemento di distinzione da chi dice che Mangano era un eroe».
Idee queste da portare tutte avanti nel partito, attraverso la gestione collegiale e qui Franceschini ha ricordato il ruolo di Area Democratica: aiutare il Pd a rimanere il più vicino possibile all’idea originaria ma «risolviamo i problemi in un clima di collaborazione; senza rinunciare a nessuna delle nostre idee, ma mettendole a disposizione del partito».
Idem per Piero Fassino che ha ribadito che il «compito della minoranza non è mettersi a bordo capo e fischiare i falli alla maggioranza, ma stare in campo e aiutare la squadra a vincere».
Tesi queste sostenute da Dario Franceschini anche in nome del patto fatto con i suoi elettori delle primarie, a cui aveva promesso che chiunque sarebbe stato eletto segretario, lo avrebbe sostenuto.
E qui è arrivata un’altra novità perché quella che ha preso corpo a Roma è un’Area Democratica di cui Franceschini è sembrato volersi far carico completamente, ricordando che quella componente è nata in seguito alla sua mozione congressuale e sottolineando i voti presi da lui alle primarie, espressi da un milione di elettori al quale lui si sente vincolato.
Anche questo è un «cambio di passo» rispetto alla precedente gestione di Area Dem che Franceschini ha definito una sorta di federazione in cui, agli incontri, si vedevano «gli amici Tizio, gli amici di Caio ecc.» (ed era verissimo, chi ha partecipato ai seminari di Cortona non può non aver notato gli equilibrismi della scaletta degli interventi e le frecciate che le varie componenti si tiravano tra di loro), mentre ora la rivendicava per sé ma chiedendo anche ai partecipanti di fare un passo in più e «di mescolarsi definitivamente».
Tanti gli interventi che si sono susseguiti, nonostante il tempo ristretto del giovedì pomeriggio. La maggior parte delle personalità che ha preso la parola, oltre ad esporre il proprio argomento (per chi lo aveva), ha espresso la propria criticità verso il documento dei 75: parole piuttosto ovvie e condivisibili per i presenti in sala che, però, dette da Franceschini avevano un senso perché a lui toccava fare chiarezza sulla vicenda, mentre sulla bocca degli altri, forse potevano anche essere tralasciate, innanzitutto per la presenza dei giornalisti in sala che, però, fortunatamente, hanno intuito che il fulcro della giornata era altro e non hanno alimentato possibili polemiche, ma poi anche perché oramai è chiaro che le strade sono separate.
Sulla separazione delle strade, proprio Franceschini ha fatto sapere di avere ricevuto nella mattinata una lettera dai 75, in cui si definisce - a detta sua, «con toni costruttivi» - la cosiddetta “separazione consensuale” del gruppo.
Lettera che è stata ripresa in parte dai giornali e che, a leggerla bene, suona un po’ contraddittoria e sembra una presa in giro dato quel che è accaduto in questi giorni: dopo che in una riunione notturna i 75 avevano definito Area Dem come morta e superata e avevano presentato il loro documento, a cui era però seguita la rivendicazione dell’Area di cui contestavano l’appropriazione (secondo loro indebita) da parte di Franceschini appena lui ne aveva convocato una nuova riunione senza di loro; e adesso scrivono per dire «ce ne andiamo per la nostra strada»…
Tuttavia Franceschini non ha commentato nulla e non ha voluto riaprire polemiche inutili su quella vicenda.
Un commento a parte lo merita, invece, il discorso di David Sassoli che ha suscitato grande stupore (per dire un eufemismo) in molti.
Sassoli ha praticamente demolito Veltroni, la sua lettera al Corriere (dicendo che era illusoria, vendeva un sogno che non esiste) e il documento dei 75 (criticato «per forma, per spirito e anche per la sostanza»).
Sassoli è stato durissimo nell’evidenziare tutti i limiti e le contraddizioni delle proposte veltroniane, contestando innanzitutto l’uso spregiativo del termine «difendere» e ricordando la validità delle battaglie sostenute dal Partito Democratico per la difesa della libertà di stampa, della legalità, della Costituzione (riagganciandosi anche allo scenario di emergenza democratica presentato da Franceschini in apertura di discorso). Cose queste che sicuramente Veltroni non aveva messo in discussione ma che rischiano di venire accantonate in nome di un’idea dell’innovare non troppo definita e completamente avulsa dalla realtà concreta.
Sassoli ha poi ricordato che non bisogna inseguire la destra copiandone i modelli ma averne dei propri (anche Franceschini ha sostenuto, con altre parole, che occorre distinguersi dalla destra) e anche per questo ha rivendicato con forza anche le storie di provenienza di ciascuno, dicendo che è sbagliato vagheggiare l’oblio perché il passato conta, ma occorre guardare al futuro e lavorare su quello.
Il punto è che fa uno strano effetto sentire quelle parole lì - che sembrano di un dalemiano (erano loro a sostenere che il modello veltroniano era la fotocopia del berlusconismo) - in bocca ad uno che tutti pensavano veltroniano (tanto che figura anche tra i collaboratori della rivista Pane e Acqua di Veltroni).
La verità, però, è che Sassoli ha detto esattamente ciò che diceva nella sua campagna elettorale per le elezioni europee (anche se lì non c’è mai stato alcun riferimento a Veltroni e qui ha usato toni molto più duri).
Sfidare la destra sui valori, proponendo i nostri (che da qualche parte occorre andarli a prendere e dove si li cercano se si cancella il passato? Questo non vuol dire riproporre le stesse cose di secoli fa, ma avere un fondamento delle proprie idee, sì), dare modelli culturali alternativi a quelli introdotti dal berlusconismo e non inseguirlo… Erano queste le parole del Partito Democratico di Dario Franceschini (senza tuttavia l’uso polemico verso qualcuno) ed erano queste le parole dette anche nel percorso delle primarie.
Eppure il fatto che Sassoli abbia usato tali parole come frecciate pesanti a Veltroni ha fatto un certo effetto.

Interventi più pacati e importanti sono arrivati da Franco Marini, Debora Serracchiani, Pier Paolo Baretta, Cesare Damiano, Enzo Bianco.
Prossimo incontro nazionale con Area Democratica è dal 22 al 24 ottobre a Cortona e, memore dell’esperienza del dicembre 2009, Franceschini ha promesso che, questa volta, la sala sarà riscaldata.


Area Dem
P.s.: Personalmente sono rimasta con un dubbio: l’impressione è che siamo sempre al punto di partenza. Probabilmente, in questo caso, è anche vero: Area Dem si è ritrovata dopo il terremoto prodotto dal documento dei 75 e la riunione di Roma doveva servire anche a rilanciare un po’ l’Area e a tracciare la direzione da intraprendere per il futuro.
Inizialmente, invece, il difficile equilibrismo tra le diverse anime che componevano Area Dem aveva un po’ “imbrigliato” le potenzialità che venivano espresse nei vari incontri e, forse, nel tentativo di non sbilanciarsi troppo da una parte o dall’altra (la «federazione», «gli amici di Tizio e gli amici di Caio») si rimaneva sempre un po’ “al palo”, pur riuscendo anche a discutere di contenuti validissimi.
In molti ieri eravamo contenti del fatto che al nostro interno si fosse fatta un po’ di chiarezza e che, anche se dispiace aver perso per strada molti amici con cui abbiamo condiviso tanto e con cui crediamo di poter ancora portare avanti molte cose che abbiamo in comune (e molti di loro ci mancheranno ai prossimi incontri), forse questa volta, con maggior convergenza di vedute al nostro interno sia davvero possibile portare avanti qualcosa di più concreto.
Personalmente, questa volta vorrei che si partisse davvero: non vorrei che tornassimo a Cortona a ripeterci le stesse cose di un anno fa, che poi diventano lettera morta appena usciamo dalla sala.
Dico di più: queste assemblee in cui ci incontriamo sempre tutti e ci diciamo più o meno tutti le stesse cose, sono momenti piacevoli, interessanti anche per alcune tematiche affrontate, di incontro, di ascolto di alcune realtà, tuttavia mi piacerebbe che, oltre a tutto questo, ogni tanto si uscisse anche con delle iniziative mirate su contenuti specifici (magari prendendo spunto proprio da quello che emerge in queste assemblee) da portare sui territori con titoli precisi e relatori appositi.
Penso, ad esempio, al convegno sull’economia proposto da Piero Fassino in febbraio o ai corsi di Democratica prima che arrivasse il documento dei 75.
Insomma, senza produrre conte, documenti divisori o stranezze di varia interpretabilità, credo che se abbiamo delle idee non basta che ce le raccontiamo tra di noi, bisogna che le confrontiamo con il resto del partito e che poi - verificata la possibilità di renderle un vero contributo utile - le proponiamo al di fuori in modo che possano attrarre tutti gli interessati.