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giovedì 8 ottobre 2015

Il sindaco non pervenuto

Il caso Roma è da tempo sotto gli occhi di tutti.
Marino ha avuto, negli scorsi mesi, più occasioni per dimettersi e, soprattutto, per farlo a testa alta, facendo emergere in modo forte la differenza tra il sistema criminogeno che tiravano fuori le inchieste e i suoi tentativi di rompere quei meccanismi e di ripristinare la legalità e la trasparenza.
Invece, non lo ha fatto: Marino è stato lì perché, da persona onesta, riteneva di dover restare e mentre a lasciare avrebbero dovuto essere gli altri, quelli corrotti e compromessi.
E' stato lì anche perché un pezzo di chi ce lo ha messo (il PD) ha pensato che andare al voto equivalesse consegnare la città ad altre forze politiche e che comunque, prima o poi, si sarebbe trovato il modo di rimettere la situazione in ordine e che lasciare in ordine è sempre più conveniente che uscire di scena in mezzo agli scandali.
Il problema è che nulla si è risollevato. I pasticci a Roma hanno continuato a susseguirsi uno dopo l'altro su tutti i fronti e senza che fossero individuate responsabilità precise (il funerale del Casamonica che tutti sapevano ma non si sono parlati tra loro per impedirlo) o senza che venissero individuate delle soluzioni (i mezzi pubblici sempre fermi per scioperi o per guasti ma su Atac non si può nulla).
Nel frattempo è iniziata anche un'evidente campagna mediatica contro Marino, in parte fomentata dal Movimento Cinque Stelle con il pallino degli scontrini (la Panda in zona vietata, le vacanze lontane mentre Roma affonda, le risposte sgarbate date ai cittadini, il nuovo viaggio in America annunciato come su invito del Papa e poi smentito dal Papa stesso, le cene pagate dal Comune): un accerchiamento che aveva l'obiettivo neanche tanto velato di farlo fuori ma resta che il sindaco di Roma ci è caduto completamente dentro.
Marino solo ingenuo o distratto? Può essere ma sviste di questo genere spesso si pagano, anche perché si sta parlando del sindaco della Capitale d'Italia e, quindi, di un uomo e di una città che hanno visibilità nel Paese e nel mondo e la visibilità degli ultimi tempi non è stata certo positiva.
E' una colpa di Marino? Probabilmente no o non del tutto.
La colpa principale di Marino è quella di non aver fatto il sindaco. Da quando è emersa l'inchiesta "Mafia Capitale", tutto ha continuato a ruotare intorno ai problemi di legalità, nomine, potere, gestione e tutto il resto è sparito dall'agenda mediatica del sindaco. Magari poi nei fatti Giunta e Consiglio Comunale hanno anche lavorato per temi più concreti di interesse dei romani ma il sindaco lo si è visto solo concentrato su se stesso e il suo problema personale nel rapporto con i partiti che lo sostenevano e con gli avversari mentre la città aveva bisogno di uno che facesse il sindaco non lo sceriffo o l'equilibrista. I suoi assessori (compresi i nuovi persi tra visibilità e bestemmie) non hanno fatto altro che contribuire all'ampliamento di questa distanza dai cittadini e dalle loro domande di governo della città.
Anche la pantomima di oggi sulle dimissioni annunciate e poi smentite è un'altra ridicolaggine di cui la Capitale d'Italia non aveva bisogno.

domenica 10 ottobre 2010

L'assemblea, il Nord, la Lega, il Pd

Assemblea Nazionale Pd VareseIl Pd è specializzato per la scelta di location irraggiungibili, ma così irraggiungibili come Malpensafiere non era mai capitato.
I delegati, per fortuna, nella maggior parte dei casi non se ne sono accorti, perché il partito, questa volta, ha organizzato tutto per loro.
I lombardi appiedati, invece, se ne sono accorti eccome della difficoltà di raggiungere il centro congressi, disperso nelle campagne intorno all’aeroporto di Malpensa.
Le navette Pd, infatti, recuperavano le persone nel viaggio di andata del giorno 8 da tutte le stazioni, ma il ritorno era previsto solo a partire dalle ore 23.00 con destinazione hotel. Chi non necessitava di hotel, doveva arrangiarsi. La mattina del giorno 9, le navette recuperavano le persone dagli hotel, quindi gli altri dovevano arrangiarsi.
Nulla di male, è giusto che il partito pensi ai suoi delegati, ma dato che si era annunciata questa assemblea a Varese come luogo simbolo per parlare al Nord, magari sarebbe stato il caso di incentivarlo un po’ il Nord a venire a vederla questa assemblea.
Malpensafiere è raggiungibile solo in macchina: non esistono mezzi pubblici che portano lì; le stazioni ferroviarie di Busto Arsizio distano circa 4 Km e l’aeroporto ne dista 15. Se vuoi spendere meno in taxi, devi andare a Busto Arsizio ma, se vuoi trovarlo il taxi, devi andare all’aeroporto…
Mi spiace perdere le due giornate più importanti del mio partito, dove hanno anche detto di volersi occuparsi del Nord, così telefono a mezzo mondo, mando e-mail ma non c’è niente da fare: di questa assemblea non frega niente a nessuno.
Maurizio Martina, qualche settimana fa, aveva inviato un’e-mail ai circoli per dire di far partecipare le persone, poi però non aveva fatto sapere più nulla. La verità è che Martina si è sbagliato, ha confuso l’assemblea (luogo di lavoro dei delegati e di equilibrismi pericolosi dei big del partito e con accesso riservato a delegati, invitati e giornalisti accreditati) con una manifestazione e quando si è accorto della stupidaggine che aveva scritto ha smesso di inviare comunicazioni.
Ma tanto è uguale, pure se avesse mandato gli inviti per tutti, non sarebbe andato nessuno: la maggioranza degli iscritti del Pd è di età molto adulta, di assemblee ne ha viste tante, anche con esponenti politici migliori di quelli attuali, sai cosa gliene importa di andare a sorbirsi due giorni di discussioni vuote nel deserto della campagna varesotta?!
Così al primo giorno rinuncio anch’io: non mi fido ad andare in un luogo del genere sapendo di dover tornare a casa da sola la sera senza aver chiaro con quale mezzo (anche le 21.00 di sera, là in mezzo al niente non sono un bello scenario).
Ci vado sabato, prendo il treno delle 9 fino a Busto Arsizio e spero di trovare un taxi (ovviamente mi porto dietro anche i numeri di Malpensafiere, che non si sa mai).

La giornata è grigissima e anche piuttosto fredda. Sul treno ci sono solo stranieri.
Alla stazione di Legnano c’è un bambino seduto in braccio ai nonni che guarda i treni passare e saluta con la mano.
In mezz’ora sono a Busto Arsizio, come il treno apre la porta mi trovo davanti un muro giallo con la scritta «ti amo principessa». Sorrido.
Cerco il sottopassaggio, scendo le scale e poi non so se andare a destra o a sinistra: non ci sono cartelli, solo scritte di ragazzi sui muri e cattivi odori.
Vado a destra e sbaglio: esco su una strada in cui non c’è niente.
Torno indietro, verso sinistra e finalmente esco sulla stazione: piccola, buia e deserta.
Fuori sulla piazza c’è un signore che fuma, ha una giacca blu, sembra un uomo delle FS, gli chiedo informazioni sui taxi o sui bus.
È un delegato Pd di Milano, il taxi glielo hanno fregato due donne, ma il taxista ha giurato di tornare in un quarto d’ora. Tuttavia, l’amico delegato non è troppo convinto del taxista: «ieri sera per tornare a casa è stato un inferno: avevano chiamato due taxi dalla fiera e non ne arrivava neanche uno, poi ne è arrivato un terzo prenotato da un’altra persona che doveva andare in aeroporto e sono salito anch’io», mi racconta.
Cerco tra i miei numeri di telefono, provo il radiotaxi di Busto ma resto allibita quando sento che a suonare è la colonnina dietro le mie spalle sul piazzale… A cosa serve un radiotaxi del genere?
Chiamo Malpensafiere, mi risponde Giovanni e si offre di aiutarci: cerca un altro taxi ma non c’è, alla fine intercetta una navetta Pd, «sta andando all’aeroporto a caricare delle persone, se volete poi la dirotto da voi, però ci impiegherà mezzora».
Stiamo per accettare, quando appare il nostro taxi, in un tempismo perfetto. Ringraziamo Giovanni e ci mettiamo in macchina verso il centro congressi.
Il taxista è un leghista, ci detesta perché sappiamo solo fare opposizione e odia Di Pietro perché insulta e offende. Vani sono i tentativi di spiegargli che anche Bossi insulta e offende («no, è diverso, è rozzo ma sono solo battute così», risponde) e che il ruolo dell’opposizione è opporsi e il centrodestra faceva lo stesso quando al governo c’era il centrosinistra («quello di Prodi non era un governo e poi i politici fanno così», sentenzia).
Il taxista ci crede al federalismo di Bossi, è convinto che, con quella legge, la Lombardia diventerà come il Trentino Alto Adige.
Mentre il taxista leghista e il delegato Pd discutono, capisco che qui al Nord c’è davvero tanto lavoro da fare e il Pd ha fatto bene a venire, solo che doveva farlo con un’altra forma: non servono i politici se stanno blindati in un’assemblea chiusa e sperduta nel nulla; serve che si facciano vedere, che parlino in piazza, che discutano con le persone, che spieghino loro le bugie della Lega (ma non su un volantino, come dice Bersani, che va bene ma non basta: ci vuole di più, ci vogliono le parole di persone che hanno credibilità, non solo dei comuni iscritti).
Per fortuna il tragitto è breve (8€ che paga l’amico delegato).
Arrivati in fiera scopriamo che c’è già Fassino sul palco a parlare e la sala è stracolma di gente e non ci sono sedie libere.
Abbandono la giacca al guardaroba, faccio un giro di perlustrazione, studio tatticamente i luoghi migliori per piazzarmi poi vado anche in bagno (che non si sa mai che dopo non abbia più tempo).
Bersani mi porta sfortuna, ogni volta che lo incontro mi capita qualcosa e stavolta non sto bene! Non ho preso pastiglie perché me ne sono accorta troppo tardi e non sono sicura di riuscire a stare in piedi tutto quel tempo.
Decido immediatamente di rimuovere il pensiero, quindi cerco di distrarmi come posso: scatto foto e giro un po’ per il padiglione alla ricerca dei conoscenti milanesi e non e ne trovo tanti (Ettore, Piera, Matteo, Diana, Teresa, Roberto, Carlo, Emanuele, Debora, Luca, Sara…).
Wanda mi trova lei: dice che mi ha vista sullo schermo…
Molti mi salutano, mi conoscono ma io ci impiego un po’ a riconoscere loro: la sala è buia e, nonostante gli occhiali, ho difficoltà a distinguere bene le persone (soprattutto quelle viste poche volte).
La platea, che viene salutata con un «Cari dirigenti del Pd» da Bersani (suscitando svariate ilarità), è piuttosto appassionata, segue, commenta e applaude i suoi leader di riferimento.
I massimi esponenti del Pd sono tutti nelle prime file.
I big del partito seduti al tavolo della presidenza hanno facce serissime: ascoltano chi interviene, leggono documenti, scrivono, giocano con i telefoni, giocano con il computer (Scalfarotto twitta tutto, ma anche Sarubbi a bordo palco).
Il computer è il vero protagonista di questa assemblea: chi è collegato ad internet può leggere tutti i cinguettii dei vari delegati in tempo reale.
Franceschini sbircia spesso il monitor di Scalfarotto e Scalfarotto riesce anche a strappare una risata a Franceschini (cosa rara nelle riunioni di partito, ci riuscirà poi anche Bersani con una delle sue frasi incomprensibili).
Sassoli scrive e ogni tanto si alza e fugge, forse a salutare qualcuno o forse a fumare.
Scalfarotto digita sempre.
In sala, i giornalisti vanno e vengono a seconda di chi prende la parola sul palco: Fioroni e Franceschini fanno il pieno (oltre ovviamente a Bersani).
Incontro spesso Balzoni del Tg1 (la cosa mi sorprende perché credevo che avessero inviato un'altra persona) e Chiara Geloni che fa avanti e indietro dalle prime file; cerco l’amica Elisabetta del Tg3 ma non la vedo.
L’assemblea è tranquilla, nella giornata di venerdì, i vari gruppi sembravano essersi venuti reciprocamente incontro con diverse aperture (Letta, Veltroni, Finocchiaro) e, in generale, sembra che l’unità del Pd sia stata ritrovata, nonostante l’intervento di Fioroni molto critico (ma il suo discorso sembra essere rivolto volutamente contro Franceschini e quindi perde consistenza) e Ignazio Marino che – come sempre – ne ha per tutti (memorabile quando ha chiesto a Bersani di spiegare il Nuovo Ulivo perché nessuno ha capito cosa sia)!

Franceschini è chiaro, forte e deciso. Il suo intervento è sulla stessa linea di quello che ormai va raccontando in ogni intervista e in ogni festa democratica: presenta un doppio scenario in cui, nel caso che il governo Berlusconi reggesse ci si deve concentrare sul progetto del Pd, mentre in caso la situazione precipitasse si dovrebbe fronteggiare la possibile emergenza democratica con una risposta di emergenza. A tutto questo, unisce la proposta sul welfare universale, l’importanza di reintrodurre il merito, l’attenzione a come viene trattato il tema dell’immigrazione e un finale importante in cui dice: «Non vorrei che diventassimo un partito che sospende lo scontro il giorno dell'assemblea nazionale e che poi lo riprende il giorno dopo sui giornali», fino poi ad appellarsi direttamente a Bersani per ricordare che alle primarie ha promesso che chi avesse perso avrebbe sostenuto il segretario eletto.
Gli applausi sottolineano più punti del discorso di Franceschini.
Un grande discorso, un grande Franceschini (come sempre e come sempre sono più convinta che mai di averlo sostenuto e di continuare a stare dalla sua parte).
Tuttavia questo finale con questi richiami diretti a Bersani mi turbano non poco: sono correttissimi e sono le stesse identiche cose che Franceschini ha detto anche nelle riunioni di Area Dem (e che comunque condivido), ma questo è un altro contesto e, al di là del clima generale disteso e delle aperture di tutti, un po’ mi inquieta… non vorrei che finissero per aprire spazi ad altre brillanti iniziative di qualche -one di turno…
Personalmente finisco sempre per uscire turbata dalle assemblee politiche, il più delle volte per ragioni di natura non politica. Questa volta il mio turbamento è sia personale che politico, ma ogni dubbio mi viene spazzato via poco dopo quando, nello spazio di un saluto, capisco che chissenefrega, a me va bene così, va bene lo stesso e se sorgeranno problemi li si affronteranno volta per volta: io ho scelto da che parte stare e ne sono fierissima, comunque sia.
Il discorso di Bersani, invece, parte moscio e sconclusionato. Nessuno capisce le battute in bersanese del segretario. Dopo un paio di frasi, ci guardiamo tutti in faccia e ci chiediamo reciprocamente che sta dicendo: bho, non si sa.
Sullo schermo appare inquadrata una signora che sbadiglia, stiracchiandosi le braccia. Lei si accorge, avvampa e si ricompone. La platea scoppia in una fragorosa risata: quello sbadiglio rappresenta tutti noi, è l’emblema del discorso di Bersani. La delegata che sbadiglia è l’immagine simbolo dell’assemblea.
Pian piano il discorso si risolleva e anche il bersanese sembra diventare meglio comprensibile (almeno per una parte della platea). Franceschini diventa il traduttore simultaneo per Scalfarotto, in particolare sull’espressione «sgrugnare» (che fa ridere tutta la sala).
Io sto sempre in piedi e comincio a non poterne più.
Appena Bersani finisce (meglio di come aveva cominciato), tutti si alzano: i dirigenti scendono dal palco, i delegati girano per la sala e cominciamo a salutarsi.
L’assemblea prosegue con i voti sui documenti elaborati nella notte, qualcuno va a mangiare, altri si preparano per ripartire subito.
Anch’io faccio gli ultimi giri della sala, saluto un po’ di gente, mangio qualcosa e mi dirigo verso le navette.
Mi va bene: riesco a prendere quella diretta verso la stazione centrale di Milano. L’autista ci dice che in tre quarti d’ora arriviamo.
Mi siedo, appiccico la faccia al finestrino per un ultimo sguardo al centro congressi, alla gente che continua ad uscire, alle auto blu parcheggiate… Mi dispiace che sia già finita e sia già ora di tornare a casa.
Sono stanca e comincio davvero a non stare bene, nonostante l’aspirina presa in pausa pranzo, ma cerco di non pensarci.
La radio passa le canzoni di Alessandra Amoroso e dei Modà: mi piacciono queste musiche da ragazzini.
Devo avere un’espressione da ebete mentre tengo lo sguardo fisso nel finestrino e i pensieri altrove, mi chiedo cosa penserà la mia vicina di posto. Mi giro, la guardo: non pensa niente, si è addormentata, è stanca anche lei.
Sul pullman ci sono anche Patrizia Toia e Vincenzo Vita: si incontrano per la prima volta, si presentano, parlano tra loro per tutto il viaggio.
A Milano arriviamo in fretta, tra canzoni e commenti politici. In stazione, i delegati raccolgono le loro valigie e si salutano, si ritroveranno a Napoli; io, invece, cerco l’autobus che mi riporta a casa.


Assemblea Nazionale Pd - Varese