In tempi di richiesta di rinnovamento o rottamazione da una parte e di profondo attaccamento alla poltrona dall'altra, uno che si fa da parte da solo senza aspettare che glielo dicano compie sicuramente un bel gesto. Resta che Veltroni che annuncia la sua non candidatura il giorno dell'avvio della campagna per le primarie di Bersani e del compleanno del Pd è sospetto, soprattutto se si considera la sua posizione rispetto all'agenda-Bersani...
Visualizzazione post con etichetta rinnovamento. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta rinnovamento. Mostra tutti i post
domenica 14 ottobre 2012
giovedì 6 settembre 2012
Dalla partecipazione alla sostituzione
Ad ascoltare i discorsi della gente comune sulla politica ultimamente c'è da rabbrividire. La richiesta di partecipazione è degenerata in voglia di sostituzione. Le mancanze della politica si sono accompagnate ad un progressivo inferocimento delle persone comuni.
C'è qualcosa di distorto e di inquietante nell'idea del "andate a casa tutti che tanto non siete capaci e ci pensiamo noi": c'è un retaggio di cultura berlusconiana, dell'idea che conta il fare (poco importa come e perché), c'è anche una totale noncuranza del fatto che per dirigere un comune, una regione o uno Stato servano visione, competenza, capacita' di mediazione oltre che di amministrazione (cose che sicuramente anche oggi non sempre ci sono ma che comunque non si improvvisano).
Le svolte che si stanno prendendo lasciano inquieti.
mercoledì 5 settembre 2012
Pd: la guerra interna continua
Da un po’ di tempo a questa parte, le pagine dei grandi quotidiani sono piene di articoli riguardanti il dibattito interno al Partito Democratico.
Dibattito, spesso dai toni piuttosto accesi, che è innescato in prevalenza per questioni generazionali (di “rinnovamento” o “rottamazione”).
L’ufficializzazione della candidatura di Matteo Renzi alle primarie (quali? Al momento non risulta alcuna data stabilita) ha ridato fiato alle mai sopite polemiche tra la vecchia guardia del partito e il nuovo che vorrebbe avanzare ma, non riuscendoci, urla.
Nulla di nuovo sotto il sole, dunque, se non che, questa mattina, ad aprire i giornali e a leggere le pagine riguardanti il Partito Democratico, c’era da mettersi le mani nei capelli. Su tutte le testate campeggiano le battute al veleno che si rimbalzano Renzi e i suoi avversari di partito dai vari dibattiti alle Feste Democratiche: se prima lo scontro era Renzi-Bersani, negli ultimi giorni è diventato Renzi-Orfini, Renzi-D’Alema (il quale ha definito il sindaco di Firenze “inadatto” a governare, con il rischio di fargli un grande favore in termini di accaparramento del consenso), Renzi-Bindi (quest’ultima ha invocato l’intervento del segretario per ripristinare il rispetto… cosa seria ma che al giorno d’oggi, detta così poi, fa scappare da ridere).
La litania di Renzi è sempre la stessa: tutti i big del Pd, considerato che hanno già oltrepassato i 15 anni in Parlamento e alcuni sono anche stati membri dei due governi Prodi finiti male, devono andare a casa, farsi da parte perché hanno già fatto abbastanza.
Una litania che, però, non è ripetuta solo dal sindaco rottamatore: al congresso del 2009 era l’area di Franceschini a invocare con più forza il rinnovamento, poi quella richiesta si è sopita, è stata portata avanti prevalentemente da Debora Serracchiani (per lo più perché le pongono domande sul tema, come è accaduto di recente a Sky, in cui avrebbe dichiarato “D'Alema? Se non sbaglio ha perso. All'estero, di solito, chi perde si ritira o fa un passo indietro”) e ultimamente si sono aggiunti i “Giovani turchi” (che, però, intendono rimuovere i vecchi nella speranza di andare poi a ricoprirne gli incarichi).
Il quadro della situazione, decisamente degenerata, lo ha dato questa mattina un articolo di Repubblica, in cui si lascia intendere una battaglia generazionale di tutti contro tutti. Difficile negare la situazione perché, al di là delle buone intenzioni di Bersani lanciate prima delle vacanze con la Carta degli Intenti e il tentativo di dialogare anche all’interno delle Feste Democratiche con i vari attori e le varie forze in campo per “rifare l’Italia”, troppo spesso ciò che finisce all’esterno dei dibattiti svolti sono le battute e le stoccate dei vari esponenti democratici rivolte all’interno. Tuttavia, colpisce che ci sia stato bisogno di vedere una rappresentazione del Pd così brutta come quella apparsa oggi su tutti i giornali perché i vari esponenti prendessero atto di quale immagine del partito stavano trasmettendo all’esterno (sempre che tutti ne abbiano davvero preso atto). E così il segretario è stato costretto a intervenire per porre fine alla querelle (in particolare sulla questione della presunta spartizione di posti in caso di vittoria elettorale) ma a parlare è stata anche Marina Sereni che ha segnalato: “Vedo rappresentato sui media un dibattito che ruota tutto sui destini personali di questo o quel dirigente. Tutte le aspirazioni personali sono legittime, c’è una domanda giusta di rinnovamento della politica e delle classi dirigenti che il Pd deve saper raccogliere ma non possiamo trasformare le primarie nel centrosinistra in una lotta senza regole e senza contenuti. Non possiamo prestare il fianco e favorire il disegno di quanti forse vorrebbero impedire al Pd e alle forze progressiste di guidare una stagione di innovazione e di crescita”; che tradotto significa: datevi una regolata quando parlate all’esterno.
Staremo a vedere nei prossimi giorni se il messaggio intelligente della Sereni sarà colto o se i vari esponenti democratici continueranno a farsi guerra tra loro.
Resta, però, il problema vero del rinnovamento che, in questa lotta di posizionamenti, rischia di finire schiacciato e accantonato come se il nome di qualcuno che sostituisce qualcun altro di per sé fosse sufficiente a risolvere la questione.
Il discorso del rinnovamento era, appunto, stato affrontato inizialmente con la campagna congressuale del 2009, poi il tutto si è un po’ ridimensionato e adesso è tornato a esplodere con prepotenza.
Non che la segreteria Bersani si sia dimenticata dei giovani, anzi, li ha inseriti nei gruppi dirigenti, li ha portati avanti, molti sono anche stati eletti nelle istituzioni, solo che poi questi giovani non li vede nessuno perché puntualmente l’immagine e la rappresentanza del Partito Democratico rimangono saldamente ancorate a Bindi, D’Alema, Finocchiaro, Veltroni… e allora c’è un problema perché il rinnovamento invisibile non serve a nessuno.
Gli unici nuovi che si vedono sono i giovani che urlano, quelli in perenne contrasto con il gruppo dirigente. Solo di recente hanno cominciato a fare la voce grossa e, quindi, ad assumere visibilità anche i giovani della segreteria di Bersani (i Giovani turchi, che poi ad ascoltarli bene si capisce che sono tutto tranne che nuovi). Perciò bisogna essere chiari, il rinnovamento non è solo una questione generazionale: ci sono soggetti percepiti come nuovi che giovani non sono (si veda i membri del governo Monti e l’impatto che hanno avuto sull’opinione pubblica rispetto agli eletti in Parlamento dei vari partiti), così come ci sono giovani che sono più vecchi dei vecchi perché cresciuti e formati secondo gli schemi che c’erano una volta. E allora il rinnovamento non è solo una questione di giovani contro anziani, ma è il cercare persone nuove (anche l’immagine conta, difficile spacciare come nuovo qualcuno che si vede in giro da vent’anni e che gli si è visto assumere tutte le posizioni politiche possibili), nel senso che abbiano idee nuove adatte ai tempi nuovi, capaci di presentare progetti e prospettive in linea con le aspettative attuali.
Su questo terreno si gioca la questione del rinnovamento. Questione che è esplosa perché la si è lasciata inaffrontata per troppo tempo e adesso non ci crede più nessuno all’idea che si voglia cambiare davvero e sentir parlare di possibili posti garantiti (che in altri contesti avrebbero una ragione seria e sensata dietro), oggi, fa orrore e diventa un ulteriore elemento di diffidenza dei cittadini e un’arma in più nelle mani di chi dice “rottamiamo tutti perché tanto questi non se ne vanno”.
Legata alla questione del rinnovamento, ve ne sono poi altre due: la prima è quella del presunto fallimento di chi c’era prima e la seconda è quella che riguarda il concetto del nuovo.
Il discorso fatto da Debora Serracchiani a Sky su D'Alema, secondo cui “Se non sbaglio ha perso. All'estero, di solito, chi perde si ritira o fa un passo indietro” è lo stesso identico discorso che ci si poneva al congresso del 2009 nell’allora mozione Franceschini.
Qualcuno obietta che D’Alema, così come gli altri esponenti dei precedenti governi di centrosinistra, non hanno perso nulla, hanno svolto il loro compito egregiamente, poi altri hanno fatto cadere i governi. Discorso opinabile ma poco importa perché il punto è un altro: nella testa degli italiani i due governi Prodi del centrosinistra sono rimasti come due governi caduti e quindi falliti, così come deluse sono state le speranze che vi erano appese, con il risultato che, per la proprietà transitiva, anche chi era un esponente di quei governi ha fallito o comunque ha delle responsabilità in quel fallimento e, la conseguenza, è che chi perde deve andare via (soprattutto nel caso che si sia perso non una volta sola ma ben due, tre e in alcuni casi anche quattro volte). Insomma, i mali della sinistra italiana, per gli italiani, stanno in quella classe dirigente e adesso non la vogliono più rivedere a dirigere nulla.
Se non entra questo nella testa di chi deve rinnovare, non si va molto lontano.
Ovviamente questa è una percezione che i cittadini hanno e non significa che tale percezione corrisponda alla realtà ma o si è talmente bravi da riuscire a ribaltare questa percezione (cosa che fino ad ora non è riuscita per niente) oppure si procede con il rinnovamento e si fa in modo che questo sia visibile, così da mettere a tacere una volta per tutte le voci insistenti su garantismi e simili.
Rinnovare non significa buttare via una storia, non significa cancellare delle persone (anche se qualcuno probabilmente lo meriterebbe), ma significa guadare avanti, fare un bilancio di dove si è arrivati fin qui e delle risorse a disposizione, guardarsi intorno per capire che aria tira e come si può mettere a frutto il patrimonio (di esperienze maturate e di idee) per cercare di elaborare un progetto adeguato alla situazione attuale, collocando le caselle che si hanno nel modo più adatto. Questo è ciò che deve fare il Pd al suo interno. Altrimenti non c’è rinnovamento, c’è solo una sostituzione di una persona con un’altra, la quale probabilmente finirà per volersi attaccare alla poltrona come chi l’ha preceduta e di innovazione se ne vedrà ben poca.
L’altra questione poi riguarda proprio la direzione che il “nuovo” dovrebbe prendere, che poi è la vera questione che serpeggia e divide il Pd: per una parte del Pd il nuovo coincide con l’andare verso destra mentre il vecchio è tutto ciò che guarda a sinistra. Questo, ovviamente, genera l’astio profondo da chi la pensa all’opposto. Il vero problema del Pd non è generazionale, ma la questione irrisolta su quale profilo deve assumere il partito, la mancata sintesi tra parte più liberale e quella più di sinistra, che è una divisione molto più profonda di quella tra ex Ds ed ex Margherita perché le due posizioni si sono spinte molto più all’estremo e ad oggi la sintesi continua non vedersi o a vedersi per qualche fugace momento, per poi frantumarsi di nuovo e palesarsi in ogni scontro interno tra i vari esponenti (come dimostrano anche le ultime battute Boccia-Orfini). È questo il primo nodo da risolvere e il segretario la sintesi l’aveva fatta con la Carta degli intenti ma nessuno nel partito ha pensato di mantenerla.
Intanto la guerra interna continua e ogni pretesto è buono per scatenarla.
Dibattito, spesso dai toni piuttosto accesi, che è innescato in prevalenza per questioni generazionali (di “rinnovamento” o “rottamazione”).
L’ufficializzazione della candidatura di Matteo Renzi alle primarie (quali? Al momento non risulta alcuna data stabilita) ha ridato fiato alle mai sopite polemiche tra la vecchia guardia del partito e il nuovo che vorrebbe avanzare ma, non riuscendoci, urla.
Nulla di nuovo sotto il sole, dunque, se non che, questa mattina, ad aprire i giornali e a leggere le pagine riguardanti il Partito Democratico, c’era da mettersi le mani nei capelli. Su tutte le testate campeggiano le battute al veleno che si rimbalzano Renzi e i suoi avversari di partito dai vari dibattiti alle Feste Democratiche: se prima lo scontro era Renzi-Bersani, negli ultimi giorni è diventato Renzi-Orfini, Renzi-D’Alema (il quale ha definito il sindaco di Firenze “inadatto” a governare, con il rischio di fargli un grande favore in termini di accaparramento del consenso), Renzi-Bindi (quest’ultima ha invocato l’intervento del segretario per ripristinare il rispetto… cosa seria ma che al giorno d’oggi, detta così poi, fa scappare da ridere).
La litania di Renzi è sempre la stessa: tutti i big del Pd, considerato che hanno già oltrepassato i 15 anni in Parlamento e alcuni sono anche stati membri dei due governi Prodi finiti male, devono andare a casa, farsi da parte perché hanno già fatto abbastanza.
Una litania che, però, non è ripetuta solo dal sindaco rottamatore: al congresso del 2009 era l’area di Franceschini a invocare con più forza il rinnovamento, poi quella richiesta si è sopita, è stata portata avanti prevalentemente da Debora Serracchiani (per lo più perché le pongono domande sul tema, come è accaduto di recente a Sky, in cui avrebbe dichiarato “D'Alema? Se non sbaglio ha perso. All'estero, di solito, chi perde si ritira o fa un passo indietro”) e ultimamente si sono aggiunti i “Giovani turchi” (che, però, intendono rimuovere i vecchi nella speranza di andare poi a ricoprirne gli incarichi).
Il quadro della situazione, decisamente degenerata, lo ha dato questa mattina un articolo di Repubblica, in cui si lascia intendere una battaglia generazionale di tutti contro tutti. Difficile negare la situazione perché, al di là delle buone intenzioni di Bersani lanciate prima delle vacanze con la Carta degli Intenti e il tentativo di dialogare anche all’interno delle Feste Democratiche con i vari attori e le varie forze in campo per “rifare l’Italia”, troppo spesso ciò che finisce all’esterno dei dibattiti svolti sono le battute e le stoccate dei vari esponenti democratici rivolte all’interno. Tuttavia, colpisce che ci sia stato bisogno di vedere una rappresentazione del Pd così brutta come quella apparsa oggi su tutti i giornali perché i vari esponenti prendessero atto di quale immagine del partito stavano trasmettendo all’esterno (sempre che tutti ne abbiano davvero preso atto). E così il segretario è stato costretto a intervenire per porre fine alla querelle (in particolare sulla questione della presunta spartizione di posti in caso di vittoria elettorale) ma a parlare è stata anche Marina Sereni che ha segnalato: “Vedo rappresentato sui media un dibattito che ruota tutto sui destini personali di questo o quel dirigente. Tutte le aspirazioni personali sono legittime, c’è una domanda giusta di rinnovamento della politica e delle classi dirigenti che il Pd deve saper raccogliere ma non possiamo trasformare le primarie nel centrosinistra in una lotta senza regole e senza contenuti. Non possiamo prestare il fianco e favorire il disegno di quanti forse vorrebbero impedire al Pd e alle forze progressiste di guidare una stagione di innovazione e di crescita”; che tradotto significa: datevi una regolata quando parlate all’esterno.
Staremo a vedere nei prossimi giorni se il messaggio intelligente della Sereni sarà colto o se i vari esponenti democratici continueranno a farsi guerra tra loro.
Resta, però, il problema vero del rinnovamento che, in questa lotta di posizionamenti, rischia di finire schiacciato e accantonato come se il nome di qualcuno che sostituisce qualcun altro di per sé fosse sufficiente a risolvere la questione.
Il discorso del rinnovamento era, appunto, stato affrontato inizialmente con la campagna congressuale del 2009, poi il tutto si è un po’ ridimensionato e adesso è tornato a esplodere con prepotenza.
Non che la segreteria Bersani si sia dimenticata dei giovani, anzi, li ha inseriti nei gruppi dirigenti, li ha portati avanti, molti sono anche stati eletti nelle istituzioni, solo che poi questi giovani non li vede nessuno perché puntualmente l’immagine e la rappresentanza del Partito Democratico rimangono saldamente ancorate a Bindi, D’Alema, Finocchiaro, Veltroni… e allora c’è un problema perché il rinnovamento invisibile non serve a nessuno.
Gli unici nuovi che si vedono sono i giovani che urlano, quelli in perenne contrasto con il gruppo dirigente. Solo di recente hanno cominciato a fare la voce grossa e, quindi, ad assumere visibilità anche i giovani della segreteria di Bersani (i Giovani turchi, che poi ad ascoltarli bene si capisce che sono tutto tranne che nuovi). Perciò bisogna essere chiari, il rinnovamento non è solo una questione generazionale: ci sono soggetti percepiti come nuovi che giovani non sono (si veda i membri del governo Monti e l’impatto che hanno avuto sull’opinione pubblica rispetto agli eletti in Parlamento dei vari partiti), così come ci sono giovani che sono più vecchi dei vecchi perché cresciuti e formati secondo gli schemi che c’erano una volta. E allora il rinnovamento non è solo una questione di giovani contro anziani, ma è il cercare persone nuove (anche l’immagine conta, difficile spacciare come nuovo qualcuno che si vede in giro da vent’anni e che gli si è visto assumere tutte le posizioni politiche possibili), nel senso che abbiano idee nuove adatte ai tempi nuovi, capaci di presentare progetti e prospettive in linea con le aspettative attuali.
Su questo terreno si gioca la questione del rinnovamento. Questione che è esplosa perché la si è lasciata inaffrontata per troppo tempo e adesso non ci crede più nessuno all’idea che si voglia cambiare davvero e sentir parlare di possibili posti garantiti (che in altri contesti avrebbero una ragione seria e sensata dietro), oggi, fa orrore e diventa un ulteriore elemento di diffidenza dei cittadini e un’arma in più nelle mani di chi dice “rottamiamo tutti perché tanto questi non se ne vanno”.
Legata alla questione del rinnovamento, ve ne sono poi altre due: la prima è quella del presunto fallimento di chi c’era prima e la seconda è quella che riguarda il concetto del nuovo.
Il discorso fatto da Debora Serracchiani a Sky su D'Alema, secondo cui “Se non sbaglio ha perso. All'estero, di solito, chi perde si ritira o fa un passo indietro” è lo stesso identico discorso che ci si poneva al congresso del 2009 nell’allora mozione Franceschini.
Qualcuno obietta che D’Alema, così come gli altri esponenti dei precedenti governi di centrosinistra, non hanno perso nulla, hanno svolto il loro compito egregiamente, poi altri hanno fatto cadere i governi. Discorso opinabile ma poco importa perché il punto è un altro: nella testa degli italiani i due governi Prodi del centrosinistra sono rimasti come due governi caduti e quindi falliti, così come deluse sono state le speranze che vi erano appese, con il risultato che, per la proprietà transitiva, anche chi era un esponente di quei governi ha fallito o comunque ha delle responsabilità in quel fallimento e, la conseguenza, è che chi perde deve andare via (soprattutto nel caso che si sia perso non una volta sola ma ben due, tre e in alcuni casi anche quattro volte). Insomma, i mali della sinistra italiana, per gli italiani, stanno in quella classe dirigente e adesso non la vogliono più rivedere a dirigere nulla.
Se non entra questo nella testa di chi deve rinnovare, non si va molto lontano.
Ovviamente questa è una percezione che i cittadini hanno e non significa che tale percezione corrisponda alla realtà ma o si è talmente bravi da riuscire a ribaltare questa percezione (cosa che fino ad ora non è riuscita per niente) oppure si procede con il rinnovamento e si fa in modo che questo sia visibile, così da mettere a tacere una volta per tutte le voci insistenti su garantismi e simili.
Rinnovare non significa buttare via una storia, non significa cancellare delle persone (anche se qualcuno probabilmente lo meriterebbe), ma significa guadare avanti, fare un bilancio di dove si è arrivati fin qui e delle risorse a disposizione, guardarsi intorno per capire che aria tira e come si può mettere a frutto il patrimonio (di esperienze maturate e di idee) per cercare di elaborare un progetto adeguato alla situazione attuale, collocando le caselle che si hanno nel modo più adatto. Questo è ciò che deve fare il Pd al suo interno. Altrimenti non c’è rinnovamento, c’è solo una sostituzione di una persona con un’altra, la quale probabilmente finirà per volersi attaccare alla poltrona come chi l’ha preceduta e di innovazione se ne vedrà ben poca.
L’altra questione poi riguarda proprio la direzione che il “nuovo” dovrebbe prendere, che poi è la vera questione che serpeggia e divide il Pd: per una parte del Pd il nuovo coincide con l’andare verso destra mentre il vecchio è tutto ciò che guarda a sinistra. Questo, ovviamente, genera l’astio profondo da chi la pensa all’opposto. Il vero problema del Pd non è generazionale, ma la questione irrisolta su quale profilo deve assumere il partito, la mancata sintesi tra parte più liberale e quella più di sinistra, che è una divisione molto più profonda di quella tra ex Ds ed ex Margherita perché le due posizioni si sono spinte molto più all’estremo e ad oggi la sintesi continua non vedersi o a vedersi per qualche fugace momento, per poi frantumarsi di nuovo e palesarsi in ogni scontro interno tra i vari esponenti (come dimostrano anche le ultime battute Boccia-Orfini). È questo il primo nodo da risolvere e il segretario la sintesi l’aveva fatta con la Carta degli intenti ma nessuno nel partito ha pensato di mantenerla.
Intanto la guerra interna continua e ogni pretesto è buono per scatenarla.
Etichette:
bersani,
bindi,
boccia,
dalema,
democratici,
franceschini,
liberal,
orfini,
pd,
renzi,
rinnovamento,
rottamazione,
sereni,
serracchiani,
sinistra
domenica 27 maggio 2012
L'ansia del nuovo
Dai commenti seguiti all'analisi del voto delle amministrative, oramai tutti si sono lasciati travolgere dell'ansia del rinnovamento. Un rinnovamento che è stato richiesto chiaramente dagli elettori, che nelle ultime amministrative si sono astenuti in massa oppure hanno cominciato a guardare al Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo in segno di protesta verso tutta la classe politica esistente (che qualche colpa l'ha collezionata nel corso degli anni, qualcuno di più, altri meno, ma purtroppo nessuno si è mostrato esente da errori anche abbastanza gravi).
Un'ansia da rinnovamento che mandato in tilt il centrodestra, ormai nella confusione più totale dopo la scomparsa dei voti di Pdl e Lega e la quasi inconsistenza dell'ex Terzo Polo, ma che non ha lasciato indenne nemmeno il Pd, che pure ha resistito bene alle amministrative e ha vinto in moltissimi comuni (compresi quelli dove non avrebbe mai pensato di arrivare).
Un'ansia da rinnovamento che è giusta e che forse i dirigenti del Partito Democratico avrebbero dovuto porsi anche prima di arrivare a questo scenario perché le avvisaglie c'erano tutte già da tempo e anche le lamentele interne erano da parecchio molto insistenti. E, invece, il tutto è esploso adesso, quando al Pd basterebbe guardarsi dentro per scoprire la ricchezza di innovazione che ha al suo interno e che continua a tenere ben nascosta per lasciare che a presentarsi sia "il vecchio".
Beppe Grillo è stato poco simpatico come sempre nel dare a Bersani dello Zombies ma la percezione generale è un po' quella, pur non essendo colpa di Bersani. Il punto, infatti, è che da dopo la caduta del governo Berlusconi e l'avvento di Monti e della sua squadra di tecnici (per quanto antipatici, spocchiosi) tutta la classe politica precedente appare come qualcosa di vecchio e superato, anche quelli che in una situazione normale non lo sarebbero affatto.
A pesare sono stati certamente anche i troppi scandali che hanno coinvolto molti esponenti politici che ricoprono incarichi istituzionali, soprattutto del centrodestra (che dopo i disastri prodotti al governo, le case prese a Scajola a sua insaputa, le inchieste su Papa e Milanese, gli scandali del Bunga Bunga e le vicende della famiglia Bossi con i soldi dei rimborsi elettorali destinati alla Lega, infatti, è lo schieramento uscito praticamente morto da quest'ultima tornata elettorale) ma non è che il centrosinistra stia molto meglio perché gli elettori si aspettavano qualcosa in più di ciò che è avvenuto (si pensi ai casi Lusi e Penati ma anche a come sono state gestite male le vicende sulla riforma dei rimborsi elettorali, a cui si è arrivati dopo che lo scandalo è scoppiato e aggiustando il tiro dopo una serie di uscite fuori luogo di esponenti di peso del Pd).
Insomma, tutti sapevano che dopo Monti nulla sarebbe stato più come prima, ma forse non pensavano che la situazione potesse precipitare fino al punto in cui è arrivata, con il rischio che alle prossime elezioni tutta la classe politica attuale venga letteralmente spazzata via. Da qui l'ansia disperata di cercare il nuovo o di far vedere che non si è troppo vecchi.
Casini ci sta provando con l'idea di un nuovo partito, forse per agganciare Montezemolo (possibile cavallo vincente alla prossima disperata tornata elettorale); Berlusconi si dice che abbia ipotizzato un listone civico di giovani (come se la gente fosse cieca da non accorgersi che lui è sempre lì); Maroni ha annunciato l'ipotesi di uscita dal Parlamento per la Lega; mentre Grillo, dopo la vittoria di Parma (la sua "Stalingrado") ha già minacciato la "conquista di Berlino".
In tutto questo rivolgimento, i giornalisti e i commentatori se la prendono con il Pd, che arranca, si stizzisce, non capisce.
Personalmente non sapevo se sorridere o no per i video o le figurine fatte girare su facebook e su YouDem con le "facce nuove e giovani" dei democratici, come a dire che ci sono. Certo che ci sono, peccato che in televisione a parlare agli elettori Pd ci siano sempre quelli che nuovi non sono. Le televisioni, ovviamente, invitano persone note perché sono garanzie di ascolto, ma forse starebbe anche alle segreterie o agli stessi noti provare a segnalare qualche "nuovo" da mandare al posto loro in rappresentanza del Pd.
Personalmente, sono d'accordo per mandare persone "nuove" sia in tv sia nelle istituzioni, però forse è il caso di chiarirsi le idee su che cosa è "nuovo".
Il sospetto è che l'unica cosa che venga presentata come nuova (nel Pd e non) siano i "rompicoglioni". Si vedano ad esempio come sono emersi Serracchiani, Renzi e Civati.
Debora Serracchiani è stata candidata alle europee e diventata famosa dall'Assemblea dei circoli in cui attaccò il segretario di allora Franceschini. Senza quel passaggio, forse, oggi non ci sarebbe la nuova stella del Pd e non sarebbe così ricercata da giornali e tv come "volto nuovo del Pd".
Pippo Civati è diventato famoso per i continui distinguo sulla linea dalla segreteria (ma anche delle altre componenti) pubblicati sul suo blog e grazie a questo riceve l'attenzione di giornali e tv.
Matteo Renzi è diventato famoso con l'idea della rottamazione.
Pippo Civati è diventato famoso per i continui distinguo sulla linea dalla segreteria (ma anche delle altre componenti) pubblicati sul suo blog e grazie a questo riceve l'attenzione di giornali e tv.
Matteo Renzi è diventato famoso con l'idea della rottamazione.
E' chiaro che i giornali sono attratti da questo tipo di notizie e, quindi, danno ben spazio a questi personaggi, ma in questo modo, sembra che il nuovo sia solo chi urla contro e tutto il resto non esiste. Un "nuovo" posto in questo modo non è tanto diverso dal "nuovo" dei grillini.
Il rischio è che se uno fa bene il suo lavoro senza alzare troppo la voce e senza rompere le scatole a nessuno sembra che sia vecchio o che non esista e nessuno si preoccupa di farlo esistere. Così facendo, c'è la possibilità reale che tutta questa ansia di nuovo faccia buttare via persone che vecchie non sono, che lavorano nelle istituzioni magari da tempo e lo fanno bene e con competenza (conosciute o meno che siano). Oltretutto, la percezione del "vecchio" e del "nuovo" cambiano da Regione a Regione, da città a città: ci sono esponenti locali che sul territorio sono conosciutissimi perché magari hanno fatto un ampio percorso politico (utilissimo per la loro formazione e per l'acquisizione di competenze), che non sono "vecchi" anagraficamente, che in altri territori sono dei perfetti sconosciuti ma che nella loro realtà rischiano di venir considerati già "da rottamare". Così come il discorso del limite dei mandati in Parlamento non risolve molto la questione delle percezioni perchè ci sono esponenti politici mai visti che non sono "nuovi" e esponenti visti fin troppo "nuovi" o "vecchi" che siano.
Oltretutto, non è che tutto il "vecchio" sia da buttare: molto sicuramente sì, però, ci sono persone che hanno fatto un percorso politico importante, che hanno acquisito competenze e che è anche giusto che le mettano a frutto. Sarebbe più utile fare dei distinguo, verificare chi lavora e chi no, invece di buttare via tutto in nome del fatto che "tanto alcuni non schiodano e quindi per farne fuori un po' bisogna spazzarli via tutti" e poi "tutti sono uguali". Senza contare che non è accettabile che vengano considerati come "nuovi" solo i giovani che urlano.
Tuttavia, la domanda di rinnovamento è reale, forte e va colta in fretta (e sarebbe ora che anche Bersani e il suo poco simpatico entourage la recepisse, invece, di giocare con le figurine che poi tiene appiccate in un album ben chiuso nel cassetto) ma non facciamo travolgere tutto: è giusto chiedere che molti di quelli che appartengono alla classe politica che ci hanno guidato fin qui facciano un passo indietro, è giusto chiedere di far vedere di più figure diverse dalle solite (nuove o no che siano, anche in prima serata) ma evitando di buttare via "il bambino con l'acqua sporca" (per dirla con una brutta metafora bersaniana) e tagliando fuori persone che non sono né "nuove" né "vecchie" ma che semplicemente fanno bene il loro lavoro anche senza urlare contro qualcuno in continuazione.
sabato 3 marzo 2012
Il Pd oltre Monti
Continua il dibattito intorno al governo Monti e alla maggioranza che lo sostiene. A gettare benzina sul fuoco ci ha pensato Berlusconi che, giorni fa, ha detto che Pd, Pdl e Udc dovrebbero presentarsi insieme alle elezioni del 2013 per proseguire l’opera riformatrice del governo Monti, nell’interesse dell’Italia.
Una frase detta da Berlusconi nel tentativo di risolvere i problemi interni al Pdl (in cui sono in corso i congressi) ma che mira a far breccia sul disagio e la crisi dei consensi che tutti i sondaggi mostrano esserci anche negli altri partiti e che ha trovato subito, però, il no secco di Bersani.
Un “no” doveroso ma che non è così scontato nello scenario nuovo che si è configurato.
Il governo Monti è sostenuto dai voti in Parlamento di Pd, Pdl e Udc e il Pd è il partito che maggiormente si è speso affinché questo governo avesse vita (un po’ perché era l’unica possibilità per far uscire di scena Berlusconi e un po’ perché la situazione italiana era drammatica e urgeva dare una svolta repentina che il passaggio dalle urne non avrebbe potuto dare).
Nel Pd, però, è anche dove si registrano le maggiori perplessità: il partito, si sa, è composto da tante anime con visioni spesso un po’ troppo discordanti tra loro ma a far sorgere malumori in questo caso è stato il divario molto forte tra le aspettative che si sono create con l’uscita di scena di Berlusconi e le reali mosse della prima fase del governo Monti.
Le prime mosse del governo Monti (in particolare la riforma delle pensioni, necessaria ma sicuramente non proprio equa per alcune fasce e una gran parte dell’elettorato del Pd è composto proprio da pensionati e iscritti alla Cgil che su questo tema tanto hanno protestato) abbinate anche ad un certo terrorismo comunicativo messo in pratica da quasi tutti i quotidiani hanno creato una prima spaccatura nell’opinione pubblica.
In favore di Monti e dei suoi Ministri restavano la stima personale, l’apprezzamento per la dimostrazione di sobrietà, di competenza per il ruolo che si trovavano a ricoprire, la riconquistata dignità sul piano internazionale: tutte caratteristiche che nell’epoca dei governi Berlusconi non esistevano e che certamente hanno prodotto una sorta di felice stupore nell’opinione pubblica.
Ma non si campa solo di questo. Poi, certo, c’è chi vede “il bicchiere mezzo pieno” e chi lo vede “mezzo vuoto” ma è chiaro che tutte le doti personali e professionali degli esponenti del governo devono accompagnarsi a corrette scelte governative.
Nel giudicare queste scelte, l’opera riformatrice del governo Monti e la direzione che le nuove leggi stanno prendendo entra in scena la visione politica che ciascuno ha ed ecco allora che sorgono i problemi concreti.
Questo governo è sostenuto da una maggioranza strana, con visioni piuttosto distanti tra loro e le riforme approvate sono tendenzialmente il frutto di un compromesso tra le parti: alcune scelte sono gradite prevalentemente al centrodestra, altre al centrosinistra. Ciascuno si trova, poi, sul territorio a fare i conti con il proprio elettorato che magari avrebbe voluto quelle riforme un po’ diverse da come sono uscite e qui si gioca la sfida vera.
Non si può andare dai propri elettori a dire che va tutto bene e che siamo tutti molto soddisfatti quando loro vengono a segnalarci che registrano un problema e che soddisfatti non li sono per niente. Non lo si può fare perché altrimenti si finirebbe per sembrare lontani dalla realtà quotidiana che le persone si trovano a vivere e rischieremmo di perdere per strada pezzi che invece vogliono stare con noi ma hanno bisogno di qualche chiarimento in più.
Personalmente, non ho mai amato le tifoserie acritiche e anche in questo contesto le comprendo poco perché non è facendo il tifo che si riuscirà a spiegare alle persone che davvero stanno vivendo dei problemi sulla propria pelle che devono sopportare i sacrifici perché non c’è altra strada.
Concordo, invece, con un’analisi scritta da Guelfo Fiore sul quotidiano Europa, in cui si dice “sì a Monti ma senza esagerare”, perché sicuramente questo governo ha fatto alcune riforme giuste e altre necessarie (anche se piacciono poco al Pd o semplicemente il Pd le avrebbe fatte un po' diversamente), sicuramente era l’unica via per far uscire l’Italia dal baratro e altri sforzi saranno necessari ma credo anche che ci sia una parte di persone (nostri elettori e non) che da quelle riforme si sono trovati un po' “travolti” e non le si possono ignorare o liquidare con frasi da tifoseria o semplicemente assicurando loro che va tutto bene così oppure che certe scelte le abbiamo subite e non possiamo farci niente. Dobbiamo sapere che senza questo governo e senza molte di queste scelte (comprese quelle impopolari) avremmo avuto il baratro ma non possiamo ignorare che alcuni problemi restano e che l'equità non la si vede molto bene.
Una frase detta da Berlusconi nel tentativo di risolvere i problemi interni al Pdl (in cui sono in corso i congressi) ma che mira a far breccia sul disagio e la crisi dei consensi che tutti i sondaggi mostrano esserci anche negli altri partiti e che ha trovato subito, però, il no secco di Bersani.
Un “no” doveroso ma che non è così scontato nello scenario nuovo che si è configurato.
Il governo Monti è sostenuto dai voti in Parlamento di Pd, Pdl e Udc e il Pd è il partito che maggiormente si è speso affinché questo governo avesse vita (un po’ perché era l’unica possibilità per far uscire di scena Berlusconi e un po’ perché la situazione italiana era drammatica e urgeva dare una svolta repentina che il passaggio dalle urne non avrebbe potuto dare).
Nel Pd, però, è anche dove si registrano le maggiori perplessità: il partito, si sa, è composto da tante anime con visioni spesso un po’ troppo discordanti tra loro ma a far sorgere malumori in questo caso è stato il divario molto forte tra le aspettative che si sono create con l’uscita di scena di Berlusconi e le reali mosse della prima fase del governo Monti.
Le prime mosse del governo Monti (in particolare la riforma delle pensioni, necessaria ma sicuramente non proprio equa per alcune fasce e una gran parte dell’elettorato del Pd è composto proprio da pensionati e iscritti alla Cgil che su questo tema tanto hanno protestato) abbinate anche ad un certo terrorismo comunicativo messo in pratica da quasi tutti i quotidiani hanno creato una prima spaccatura nell’opinione pubblica.
In favore di Monti e dei suoi Ministri restavano la stima personale, l’apprezzamento per la dimostrazione di sobrietà, di competenza per il ruolo che si trovavano a ricoprire, la riconquistata dignità sul piano internazionale: tutte caratteristiche che nell’epoca dei governi Berlusconi non esistevano e che certamente hanno prodotto una sorta di felice stupore nell’opinione pubblica.
Ma non si campa solo di questo. Poi, certo, c’è chi vede “il bicchiere mezzo pieno” e chi lo vede “mezzo vuoto” ma è chiaro che tutte le doti personali e professionali degli esponenti del governo devono accompagnarsi a corrette scelte governative.
Nel giudicare queste scelte, l’opera riformatrice del governo Monti e la direzione che le nuove leggi stanno prendendo entra in scena la visione politica che ciascuno ha ed ecco allora che sorgono i problemi concreti.
Questo governo è sostenuto da una maggioranza strana, con visioni piuttosto distanti tra loro e le riforme approvate sono tendenzialmente il frutto di un compromesso tra le parti: alcune scelte sono gradite prevalentemente al centrodestra, altre al centrosinistra. Ciascuno si trova, poi, sul territorio a fare i conti con il proprio elettorato che magari avrebbe voluto quelle riforme un po’ diverse da come sono uscite e qui si gioca la sfida vera.
Non si può andare dai propri elettori a dire che va tutto bene e che siamo tutti molto soddisfatti quando loro vengono a segnalarci che registrano un problema e che soddisfatti non li sono per niente. Non lo si può fare perché altrimenti si finirebbe per sembrare lontani dalla realtà quotidiana che le persone si trovano a vivere e rischieremmo di perdere per strada pezzi che invece vogliono stare con noi ma hanno bisogno di qualche chiarimento in più.
Personalmente, non ho mai amato le tifoserie acritiche e anche in questo contesto le comprendo poco perché non è facendo il tifo che si riuscirà a spiegare alle persone che davvero stanno vivendo dei problemi sulla propria pelle che devono sopportare i sacrifici perché non c’è altra strada.
Concordo, invece, con un’analisi scritta da Guelfo Fiore sul quotidiano Europa, in cui si dice “sì a Monti ma senza esagerare”, perché sicuramente questo governo ha fatto alcune riforme giuste e altre necessarie (anche se piacciono poco al Pd o semplicemente il Pd le avrebbe fatte un po' diversamente), sicuramente era l’unica via per far uscire l’Italia dal baratro e altri sforzi saranno necessari ma credo anche che ci sia una parte di persone (nostri elettori e non) che da quelle riforme si sono trovati un po' “travolti” e non le si possono ignorare o liquidare con frasi da tifoseria o semplicemente assicurando loro che va tutto bene così oppure che certe scelte le abbiamo subite e non possiamo farci niente. Dobbiamo sapere che senza questo governo e senza molte di queste scelte (comprese quelle impopolari) avremmo avuto il baratro ma non possiamo ignorare che alcuni problemi restano e che l'equità non la si vede molto bene.
E qui sorge un altro problema che è quello della frase lanciata da Berlusconi su un dopo-Monti con una coalizione targata Pd-Pdl-Udc.
Bersani ha liquidato il tutto con un “non se ne parla nemmeno”, Franceschini si è affrettato a rassicurare che concorda con la risposta del segretario e ha fatto bene a chiarire la sua posizione (che non è così scontata e, comunque, non è detto che sia definitiva dati i rivolgimenti piuttosto repentini che hanno avuto le sue posizioni politiche nel Pd dal congresso ad oggi), i veltroniani tacciono ma spingono perché Monti resti come candidato Premier (del resto spingerebbero chiunque purché non fosse Bersani e, in questa fase, non hanno tutti i torti).
Il quadro, però, è complesso come ha ben raccontato Goffredo De Marchis in un articolo di Repubblica: c’è una parte del Pd che sostiene convintamente Monti e le sue scelte (comprese quelle più liberal) ed è appunto il gruppo che fa capo a Veltroni ma anche a Fioroni e parte dell’area legata a Franceschini; c’è la necessità di presentarsi in modo forte e innovativo di fronte agli elettori (e i partiti in questo momento sono decisamente poco attraenti, secondo i sondaggi) e c’è la necessità di decidere che impronta dare al Partito Democratico (e qui emerge in modo netto la spaccatura tra liberal e labour che tutti i giorni si contendono le pagine dei giornali, in particolare sul tema del lavoro, con toni guerreschi piuttosto vergognosi che più che far apparire il Pd come un luogo di più anime lo fanno apparire come un partito pesantemente spaccato e litigioso fino ad oscurare quale sia la posizione ufficiale, sempre che questa conti qualcosa per davvero).
Tornando agli schemi elettorali, fu Franceschini, molto tempo fa, a lanciare l’idea di un’alleanza costituzionale (che però si fermava all’Udc e terzo polo) per ricostruire l’Italia. Adesso i tempi sono diversi e la situazione in campo è troppo fluida per capire cosa si configurerà per il futuro.
Una cosa è certa: i partiti così come sono hanno poche speranze di sopravvivere; tutti i sondaggi mostrano un calo pesante della fiducia da parte dei cittadini mentre Monti registra un grande consenso, tanto che tutti gli schieramenti si sono affrettati a offrirgli una candidatura a Premier anche nel 2013.
Monti per ora si nega e non può fare altrimenti perché essendo a capo di un governo sostenuto da schieramenti opposti non potrebbe certo continuare a reggere se dovesse dichiararsi come rappresentante di una parte sola, così come sarebbe difficile che il suo operato non venisse poi riletto in chiave di parte se alla fine del mandato dovesse scegliere di schierarsi con uno dei due schieramenti. Da qui la scappatoia proposta da Berlusconi del continuare a stare insieme con Monti messo a capo della coalizione: un tentativo, insomma, che potrebbe essere utile a tutti i partiti in campo per sopravvivere poggiandosi sulla credibilità di un “Papa straniero”.
Una scappatoia che, però, potrebbe anche rivelarsi mortale perché è un po’ difficile spiegare agli elettori che ci si presenta alle elezioni come alleati di coloro che si erano contrastati fino al giorno prima e con cui, comunque, restano visioni politiche piuttosto divergenti.
In particolare, il problema lo si avrebbe per il Partito Democratico: è difficile pensare che gli elettori del Pd non sappiano che gli esponenti del Pdl sono gli stessi che in questi anni hanno portato avanti le scelte di Berlusconi, che le hanno votate in Parlamento (convinti o no lo hanno fatto) e ci hanno portato nel baratro per cui è dovuto intervenire Monti e per cui ora si stanno facendo molti sacrifici per uscirne e altri dovranno essere fatti.
Non è una questione di mettersi necessariamente contro. “Il Governo Monti ha l'indubbio merito di portarci fuori dalla contrapposizione frontale, su cui vorrei ricordare Berlusconi è allegramente vissuto per molti anni, che ha reso impossibile fare delle vere riforme in questo Paese. Però sarebbe assolutamente sbagliato lasciar passare l'idea che non ci siano più differenze, che ora si siano miracolosamente create le condizioni per un'ammucchiata indistinta”, ha scritto, qualche giorno fa, Marina Sereni ed è vero perché ci sono riforme che vanno condivise sempre ma poi ci sono anche scelte politiche che, invece, sono chiaramente l'espressione di una parte perché ne rappresentano le idee. Il Pd ha lottato per mesi e ancora lotta contro le argomentazioni dell’antipolitica per dire che “Non siamo tutti uguali” e non si capirebbe se si finisse con il presentarsi alle elezioni insieme a quelli che dovrebbero essere avversari.
Non è una questione di creare lo scontro ma è che non abbiamo gli stessi approcci ai problemi e, soprattutto, non abbiamo tutti le stesse identiche soluzioni (ad esempio il Pd non la pensa allo stesso modo di Sacconi sul lavoro o non condivide la riforma Gelmini sull’istruzione), sarebbe piuttosto grave il contrario perché non si capirebbe più perché scegliere una parte o l'altra. Il centrosinistra deve presentarsi come alternativo al centrodestra, non come la sua fotocopia sbiadita o addirittura suo succube.
Bersani ha liquidato il tutto con un “non se ne parla nemmeno”, Franceschini si è affrettato a rassicurare che concorda con la risposta del segretario e ha fatto bene a chiarire la sua posizione (che non è così scontata e, comunque, non è detto che sia definitiva dati i rivolgimenti piuttosto repentini che hanno avuto le sue posizioni politiche nel Pd dal congresso ad oggi), i veltroniani tacciono ma spingono perché Monti resti come candidato Premier (del resto spingerebbero chiunque purché non fosse Bersani e, in questa fase, non hanno tutti i torti).
Il quadro, però, è complesso come ha ben raccontato Goffredo De Marchis in un articolo di Repubblica: c’è una parte del Pd che sostiene convintamente Monti e le sue scelte (comprese quelle più liberal) ed è appunto il gruppo che fa capo a Veltroni ma anche a Fioroni e parte dell’area legata a Franceschini; c’è la necessità di presentarsi in modo forte e innovativo di fronte agli elettori (e i partiti in questo momento sono decisamente poco attraenti, secondo i sondaggi) e c’è la necessità di decidere che impronta dare al Partito Democratico (e qui emerge in modo netto la spaccatura tra liberal e labour che tutti i giorni si contendono le pagine dei giornali, in particolare sul tema del lavoro, con toni guerreschi piuttosto vergognosi che più che far apparire il Pd come un luogo di più anime lo fanno apparire come un partito pesantemente spaccato e litigioso fino ad oscurare quale sia la posizione ufficiale, sempre che questa conti qualcosa per davvero).
Tornando agli schemi elettorali, fu Franceschini, molto tempo fa, a lanciare l’idea di un’alleanza costituzionale (che però si fermava all’Udc e terzo polo) per ricostruire l’Italia. Adesso i tempi sono diversi e la situazione in campo è troppo fluida per capire cosa si configurerà per il futuro.
Una cosa è certa: i partiti così come sono hanno poche speranze di sopravvivere; tutti i sondaggi mostrano un calo pesante della fiducia da parte dei cittadini mentre Monti registra un grande consenso, tanto che tutti gli schieramenti si sono affrettati a offrirgli una candidatura a Premier anche nel 2013.
Monti per ora si nega e non può fare altrimenti perché essendo a capo di un governo sostenuto da schieramenti opposti non potrebbe certo continuare a reggere se dovesse dichiararsi come rappresentante di una parte sola, così come sarebbe difficile che il suo operato non venisse poi riletto in chiave di parte se alla fine del mandato dovesse scegliere di schierarsi con uno dei due schieramenti. Da qui la scappatoia proposta da Berlusconi del continuare a stare insieme con Monti messo a capo della coalizione: un tentativo, insomma, che potrebbe essere utile a tutti i partiti in campo per sopravvivere poggiandosi sulla credibilità di un “Papa straniero”.
Una scappatoia che, però, potrebbe anche rivelarsi mortale perché è un po’ difficile spiegare agli elettori che ci si presenta alle elezioni come alleati di coloro che si erano contrastati fino al giorno prima e con cui, comunque, restano visioni politiche piuttosto divergenti.
In particolare, il problema lo si avrebbe per il Partito Democratico: è difficile pensare che gli elettori del Pd non sappiano che gli esponenti del Pdl sono gli stessi che in questi anni hanno portato avanti le scelte di Berlusconi, che le hanno votate in Parlamento (convinti o no lo hanno fatto) e ci hanno portato nel baratro per cui è dovuto intervenire Monti e per cui ora si stanno facendo molti sacrifici per uscirne e altri dovranno essere fatti.
Non è una questione di mettersi necessariamente contro. “Il Governo Monti ha l'indubbio merito di portarci fuori dalla contrapposizione frontale, su cui vorrei ricordare Berlusconi è allegramente vissuto per molti anni, che ha reso impossibile fare delle vere riforme in questo Paese. Però sarebbe assolutamente sbagliato lasciar passare l'idea che non ci siano più differenze, che ora si siano miracolosamente create le condizioni per un'ammucchiata indistinta”, ha scritto, qualche giorno fa, Marina Sereni ed è vero perché ci sono riforme che vanno condivise sempre ma poi ci sono anche scelte politiche che, invece, sono chiaramente l'espressione di una parte perché ne rappresentano le idee. Il Pd ha lottato per mesi e ancora lotta contro le argomentazioni dell’antipolitica per dire che “Non siamo tutti uguali” e non si capirebbe se si finisse con il presentarsi alle elezioni insieme a quelli che dovrebbero essere avversari.
Non è una questione di creare lo scontro ma è che non abbiamo gli stessi approcci ai problemi e, soprattutto, non abbiamo tutti le stesse identiche soluzioni (ad esempio il Pd non la pensa allo stesso modo di Sacconi sul lavoro o non condivide la riforma Gelmini sull’istruzione), sarebbe piuttosto grave il contrario perché non si capirebbe più perché scegliere una parte o l'altra. Il centrosinistra deve presentarsi come alternativo al centrodestra, non come la sua fotocopia sbiadita o addirittura suo succube.
Qui sorge il terzo e più importante problema: il partito. I partiti, lo vediamo dalle analisi dei sondaggisti - ma basta andare un po’ per strada a chiacchierare con la gente per accorgesene - non godono di grande simpatia e allora è più che mai necessaria un’opera di rinnovamento. Il Partito Democratico, se vuole non solo superare questa fase particolare ma anche configurarsi come un progetto valido e credibile per il futuro, dovrebbe cominciare a trovare dentro di sé la forza di rinnovarsi, aprirsi e rimettersi al passo con i tempi.
Non è una questione di rottamazione o giovanilismo: Monti riesce ad apparire come “nuovo” e “credibile” pur non essendo né “nuovo” né tanto meno “giovane”.
Il Pd e i suoi dirigenti, invece, appaiono quasi tutti “vecchi” (non di età ma di impostazione, di approccio, di immagine fin troppo usurata) e in giro c'è voglia di aria nuova.
Ecco allora che se, da un lato, il Pd ha la necessità di non regalare Monti e la sua azione riformatrice alla destra, dall’altro lato vi è anche la necessità di non appiattirsi su Monti come se da soli non si fosse in grado di proporre altro. Il Pd deve trovare il modo di liberare le risorse che ha dentro (e dove queste non ci sono, non deve avere paura di andarle a cercare fuori) per diventare un soggetto politico moderno, attraente, innovatore (che non può voler dire diventare “di destra”), saper elaborare ricette nuove per risolvere i problemi del mondo di oggi, che certamente non corrispondono a quelli del passato, senza continuare a ridursi in una lotta sterile tra liberal e labour ma cercando una sintesi condivisa e di concreta applicazione.
Non è una questione di rottamazione o giovanilismo: Monti riesce ad apparire come “nuovo” e “credibile” pur non essendo né “nuovo” né tanto meno “giovane”.
Il Pd e i suoi dirigenti, invece, appaiono quasi tutti “vecchi” (non di età ma di impostazione, di approccio, di immagine fin troppo usurata) e in giro c'è voglia di aria nuova.
Ecco allora che se, da un lato, il Pd ha la necessità di non regalare Monti e la sua azione riformatrice alla destra, dall’altro lato vi è anche la necessità di non appiattirsi su Monti come se da soli non si fosse in grado di proporre altro. Il Pd deve trovare il modo di liberare le risorse che ha dentro (e dove queste non ci sono, non deve avere paura di andarle a cercare fuori) per diventare un soggetto politico moderno, attraente, innovatore (che non può voler dire diventare “di destra”), saper elaborare ricette nuove per risolvere i problemi del mondo di oggi, che certamente non corrispondono a quelli del passato, senza continuare a ridursi in una lotta sterile tra liberal e labour ma cercando una sintesi condivisa e di concreta applicazione.
Etichette:
berlusconi,
bersani,
fiore,
franceschini,
monti,
partiti,
pd,
pdl,
rinnovamento,
sereni,
udc
domenica 20 marzo 2011
Il partito nuovo non c'è
Rinnovamento è una parola che ogni tanto torna fuori nel dibattito interno al Partito Democratico. Prende forme diverse a seconda del personaggio che, di volta in volta, sembra ergersi ad incarnazione di quel concetto. Un’espressione del rinnovamento è stata la “giovane” Debora Serracchiani, diventata famosa per le sue sparate contro l’apparato ma che poi ha cambiato metodo perché deve aver capito che, al di là della simpatia della gente e di qualche buon titolo sui giornali, non le avrebbero reso vita facile dentro al Pd. Espressione del rinnovamento o della “rottamazione” è stato di recente anche Matteo Renzi, il quale se ad un certo punto sembrava aver ammorbidito i toni, poi ha scelto di rialzarli perché ha capito che tutto sommato gli fa ancora comodo così. In entrambi i casi si tratta di persone mediamente giovani di età, almeno rispetto al resto dei rappresentanti del Pd.
È curioso, invece, che in questi ultimi giorni, si voglia far portavoce del rinnovamento anche un soggetto che giovane non è (né per politica né per età) quale Giuseppe Fioroni.
Fioroni, nella rivista Il Domani d’Italia, appena lanciata in rete, scrive un articolo intero dedicato al rinnovamento, ponendo una domanda di fondo: “E la prima domanda che onestamente dobbiamo farci è: possiamo pensare che il domani, dopo Berlusconi, sia rappresentato da un centrosinistra che invece ha le stesse facce di ieri? O non è forse arrivata l'ora anche per noi di avere coraggio? Sappiamo che entro un congruo numero di mesi avremo davanti a noi la sfida più importante: archiviare Berlusconi senza esserne archiviati anche noi”.
La domanda non è sbagliata, ma lascia emergere due elementi di fondo: 1) Berlusconi, 2) la classe dirigente del Pd.
Fioroni cita Berlusconi in ogni passaggio del suo articolo, quasi come se vero il tema di fondo non fosse il rinnovamento del Pd, ma la scelta di una linea politica improntata sul cosiddetto antiberlusconismo. Opinione legittima, che oltretutto Fioroni non ha mai nascosto, ma che poco ha a che vedere con il rinnovamento del partito (come fa notare anche Debora Serracchiani, in un altro articolo), dove in realtà, i giovani sono molto più antiberlusconiani dei non giovani (Renzi a parte, guarda caso ben visto da Fioroni, vista la sua visita ad Arcore).
La classe dirigente del Pd (di cui oltretutto Fioroni fa parte e non da oggi), invece, rappresenta solo una parte del problema del rinnovamento.
È curioso, invece, che in questi ultimi giorni, si voglia far portavoce del rinnovamento anche un soggetto che giovane non è (né per politica né per età) quale Giuseppe Fioroni.
Fioroni, nella rivista Il Domani d’Italia, appena lanciata in rete, scrive un articolo intero dedicato al rinnovamento, ponendo una domanda di fondo: “E la prima domanda che onestamente dobbiamo farci è: possiamo pensare che il domani, dopo Berlusconi, sia rappresentato da un centrosinistra che invece ha le stesse facce di ieri? O non è forse arrivata l'ora anche per noi di avere coraggio? Sappiamo che entro un congruo numero di mesi avremo davanti a noi la sfida più importante: archiviare Berlusconi senza esserne archiviati anche noi”.
La domanda non è sbagliata, ma lascia emergere due elementi di fondo: 1) Berlusconi, 2) la classe dirigente del Pd.
Fioroni cita Berlusconi in ogni passaggio del suo articolo, quasi come se vero il tema di fondo non fosse il rinnovamento del Pd, ma la scelta di una linea politica improntata sul cosiddetto antiberlusconismo. Opinione legittima, che oltretutto Fioroni non ha mai nascosto, ma che poco ha a che vedere con il rinnovamento del partito (come fa notare anche Debora Serracchiani, in un altro articolo), dove in realtà, i giovani sono molto più antiberlusconiani dei non giovani (Renzi a parte, guarda caso ben visto da Fioroni, vista la sua visita ad Arcore).
La classe dirigente del Pd (di cui oltretutto Fioroni fa parte e non da oggi), invece, rappresenta solo una parte del problema del rinnovamento.
Il problema del rinnovamento, infatti, non riguarda solo i vertici, anzi molto più spesso riguarda la base, intendendo per tale sia i militanti, gli iscritti, coloro che si occupano di veicolare le idee del partito sul territorio o che lo rappresentano nelle istituzioni locali (anche di basso livello), sia il bacino elettorale del Pd (la cui composizione emerge in modo piuttosto netto al momento delle primarie ma anche alle iniziative locali del partito).
Tuttavia, questo problema sembra che il Pd faccia fatica ad affrontarlo: ogni volta c’è qualcosa di più urgente, sia l’emergenza democratica in cui ci fa precipitare Berlusconi, sia la crisi economica, sia la possibilità di far cedere il governo e quindi la necessità di mostrarsi uniti di fronte agli elettori… Senza contare che il segretario Bersani è abilissimo nello svicolare i problemi, preferendo non dare risposte e lasciare passare il tempo, in modo che prima o poi svaniscano da soli e vengano messi da parte da questioni più importanti (che certamente ci sono e sono tutte più che legittime, ma non risolvono i disagi di tutt’altra natura). “Dovremmo saperlo che, quando non ci si occupa di un problema, di solito, prima o poi è il problema che si occupa di te. E occuparsene non significa soltanto mettere in segreteria un certo numero di quarantenni, o assicurare che i “giovani” saranno mandati in tv”, scrive infatti Debora Serracchiani.
Il problema è che non basta correggere la rotta e aggiustare un po’ le cose ma bisogna cambiare il sistema.
La si vede in continuazione la riproposizione del vecchio sistema, soprattutto nei momenti vicini alle elezioni, in cui c’è la necessità di formare liste elettorali. Non è colpa di nessuno, la “vecchia guardia” che porta avanti il partito è abituata a fare politica così e cerca di farlo bene, ma mantenendo la vecchia impostazione.
Debora Serracchiani, giustamente, segnala che “Innanzitutto, l’interrogativo sul rinnovamento del Pd è di fondo e di merito, e riguarda la transizione talvolta incompiuta dai partiti d’origine a quello democratico, la riproposizione all’interno del Pd di logiche proprie dei vecchi partiti, fino all’affiorare degli aspetti più preoccupanti dell’elettoralismo o del raggrumarsi di bozzoli di partito nel partito”.
Non è un problema di persone, è un problema di metodo. Le persone che ci sono cercano di agire per il meglio, secondo le loro idee e le loro abitudini. Non possono cambiare loro e non possono cambiare da soli: c'è bisogno di gente nuova che, evidentemente, non c'è e quando c’è si trova a disagio e o tace o se ne va.
La si vede in continuazione la riproposizione del vecchio sistema, soprattutto nei momenti vicini alle elezioni, in cui c’è la necessità di formare liste elettorali. Non è colpa di nessuno, la “vecchia guardia” che porta avanti il partito è abituata a fare politica così e cerca di farlo bene, ma mantenendo la vecchia impostazione.
Debora Serracchiani, giustamente, segnala che “Innanzitutto, l’interrogativo sul rinnovamento del Pd è di fondo e di merito, e riguarda la transizione talvolta incompiuta dai partiti d’origine a quello democratico, la riproposizione all’interno del Pd di logiche proprie dei vecchi partiti, fino all’affiorare degli aspetti più preoccupanti dell’elettoralismo o del raggrumarsi di bozzoli di partito nel partito”.
Non è un problema di persone, è un problema di metodo. Le persone che ci sono cercano di agire per il meglio, secondo le loro idee e le loro abitudini. Non possono cambiare loro e non possono cambiare da soli: c'è bisogno di gente nuova che, evidentemente, non c'è e quando c’è si trova a disagio e o tace o se ne va.
Quello che manca, oggi, è la mediazione tra il vecchio e il nuovo. Troppo spesso le persone nuove (giovani o meno che siano) si trovano davanti ad una serie di imposizioni di metodo già consolidate e che nessuno intende mettere in discussione, contro le quali sembra impossibile tentare anche la più piccola modifica. Di fronte a ciò, spesso accade che o i nuovi si arrabbiano e cercano di imporre la loro voce (spesso con i toni sgraziati alla Renzi, soprattutto se sono giovani perché abituati a questo tipo di linguaggio tipico della società moderna, sempre molto urlata e poco incline alla vecchia maniera della diplomazia) oppure desistono e se ne vanno perché non si sentono più a casa (cosa che capita di frequente sia tra i giovani che i meno giovani). Dall’altra parte, sul versante della “vecchia guardia”, c’è una difficoltà enorme nel comprendere le ragioni di questo disagio e anche dei linguaggi con cui viene mostrato, classificando spesso le persone che ne sono portatori come irrispettosi, ambiziosi, indisponenti, arroganti, e finendo così per arroccarsi in una difesa a spada tratta dell’esistente, giustificata dal sentirsi minacciati e aggrediti dal nuovo che non riescono a comprendere. Così è facile che tra le parti si crei un muro e, per solito, dove c’è già una realtà consolidata, a soccombere è il nuovo arrivato e non il vecchio sistema. E questo è un peccato perché il Pd ha bisogno di risorse nuove e le perde se continua a chiudere loro la porta in faccia. Oggi c'è troppa chiusura dentro a schemi vecchi. C'è troppa paura di aprirsi. I nuovi non riescono ad esprimere compiutamente un parere diverso perché non vengono accettati, vengono zittiti e tacciati di irrealismo o di inesperienza o, semplicemente perché il ragionamento di cui sono portatori non rientra nello schema mentale della “vecchia guardia”.
La realtà, però, è che non tutti i nuovi che utilizzano i linguaggi coloriti di Matteo Renzi sono come lui, anzi molto spesso sono diversissimi e nemmeno apprezzano troppo il sindaco di Firenze, solo che in un contesto così piatto soffocante non riescono a trovare forme espressive migliori per dar voce al proprio disagio e finiscono per prendere in prestito quelle del furbetto toscano che, in realtà, non pensa affatto al rinnovamento ma a se stesso.
Di questa modalità, le maggiori espressioni si hanno tra i giovani perché il loro mondo è fatto così. La società di oggi non è più la stessa di cinque o dieci anni fa: il mondo cambia velocemente, il tempo trasforma le cose in fretta e anche solo quello che era valido un anno prima può già non esserlo più e allora ecco spiegata la loro impazienza, la loro fretta di arrivare, di non perdere il treno perché quello successivo potrebbe passare troppo tardi o non passare affatto. Le regole del mondo dei giovani sono queste: è cambiato il mondo, cosa devono aspettare? Di finire rottamati prima ancora di aver provato ad esprimersi? È l’impostazione della società che spinge a pensieri di questo tipo, non è solo un problema di regole e di conformazione del Partito Democratico. In una società dove il merito non esiste, dove ad andare avanti sono i più furbi e i più raccomandati (poco importa se sanno far qualcosa o meno), chi si sente di essere almeno un po’ preparato quale aspettativa deve avere?
Di questa modalità, le maggiori espressioni si hanno tra i giovani perché il loro mondo è fatto così. La società di oggi non è più la stessa di cinque o dieci anni fa: il mondo cambia velocemente, il tempo trasforma le cose in fretta e anche solo quello che era valido un anno prima può già non esserlo più e allora ecco spiegata la loro impazienza, la loro fretta di arrivare, di non perdere il treno perché quello successivo potrebbe passare troppo tardi o non passare affatto. Le regole del mondo dei giovani sono queste: è cambiato il mondo, cosa devono aspettare? Di finire rottamati prima ancora di aver provato ad esprimersi? È l’impostazione della società che spinge a pensieri di questo tipo, non è solo un problema di regole e di conformazione del Partito Democratico. In una società dove il merito non esiste, dove ad andare avanti sono i più furbi e i più raccomandati (poco importa se sanno far qualcosa o meno), chi si sente di essere almeno un po’ preparato quale aspettativa deve avere?
Quello che sarebbe utile è trovare un punto di equilibrio tra vecchio e nuovo; una mediazione, un reciproco venirsi incontro per cercare una convergenza, anziché evidenziare le differenze e finire a scontrarsi su quelle. Ma per trovare un punto di equilibrio è indispensabile che entrambe le parti facciano dei passi indietro e delle rinunce rispetto all’irrigidimento sulle proprie posizioni.
Tutto questo è necessario che parta dalla base prima ancora che ai vertici. Il vertice riproduce lo stesso identico meccanismo problematico.
Non serve mettere un leader che incarni il nuovo se ha dietro di sé una base vecchia perché finirebbe per essere travolto (è accaduto a Veltroni, mai compreso dall’establishment del vecchio PCI, è accaduto a Franceschini, addirittura mai considerato solo perché ex democristiano e accadrebbe anche ai prossimi). Questo vale per i vertici nazionali ma vale anche per i vertici locali.
Dove ci sono vertici nuovi, troppo spesso, si trovano ad agire arroccati in se stessi, completamente isolati dal resto del partito, da cui sono mal visti e da cui necessitano di difendersi perché, anziché trovare disponibilità di aiuto per i momenti di difficoltà, sostegno e supporto, si trovano attorniati da un branco di squali che non aspetta altro che vederli inciampare per sbranarseli. Il risultato è che l’inesperienza dei nuovi li porta a fare errori piuttosto grossolani e con conseguenze gravi ma che chi si offre di dar loro aiuto, in realtà, il più delle volte, sono persone cercano di sfrattarli dalla poltrona conquistata.
Dove ci sono vertici espressione del vecchio establishment si verifica lo stesso meccanismo, con il perpetrarsi di sistemi consolidati ma non sempre vincenti e intorno un coro di voci nuove insofferenti che reclamano spazi che non vengono concessi.
Anche in questo caso è più che mai necessaria la mediazione: occorre un passaggio, attraverso la formazione politica, ai nuovi arrivati che oggi manca ma che non può nemmeno essere fatta con i metodi vecchi di secoli fa perché il mondo è profondamente cambiato. Occorre che le “vecchie guardie” cerchino di andare incontro ai nuovi arrivati, ascoltandoli, aprendo loro la porta e cercando di fare loro quel lavoro di diplomazia necessaria per trovare una convergenza e ottenere un risultato che sia gradito ad entrambi. I nuovi arrivati, spesso dimostrano poca pazienza, sono poco inclini alle vecchie liturgie e, giusto o sbagliato che sia, dal loro punto di vista hanno ragione e non gli si può chiedere di adeguarsi a qualcosa che non appartiene al loro mondo ed è ormai profondamente disancorato dalla realtà attuale. È impensabile che siano i nuovi a cercare la sintesi: non ne hanno la formazione e l’esperienza necessaria; questi possono solo metterci la pazienza di capire che non tutto si ottiene subito e come lo si vuole, la costanza nell’impegno anche nei momenti non propriamente felici, la capacità di imparare ad esprimersi adeguatamente e nel rispetto di tutti; ma poi occorre che anche i “vecchi” assumano un atteggiamento corretto, smettendo di fingere di voler aiutare i nuovi mentre, in realtà li usano semplicemente come bandiere di facciata dietro alle quali nascondersi per continuare a perpetrare i loro metodi e il loro potere (dove c’è).
Occorre “fare un partito nuovo in un tempo nuovo”, lo ha detto Dario Franceschini più volte nei suoi interventi ma, al di là delle parole, questa operazione non è mai stata messa in pratica e, anche là dove era stata cominciata, si è fermata perché i nuovi da soli non vanno da nessuna parte e i vecchi, in realtà, alla necessità di rinnovamento non sembrano mai averci creduto. Al di là delle frasi di circostanza che si dicono sempre sul caso, la realtà dei fatti è sotto agli occhi di tutti: il partito è ancora fortemente legato alle vecchie logiche di Ds e Margherita e gli scontri attuali, più che sulle idee, continuano ad avvenire per ragioni di poltrone e leadership.
Non serve mettere un leader che incarni il nuovo se ha dietro di sé una base vecchia perché finirebbe per essere travolto (è accaduto a Veltroni, mai compreso dall’establishment del vecchio PCI, è accaduto a Franceschini, addirittura mai considerato solo perché ex democristiano e accadrebbe anche ai prossimi). Questo vale per i vertici nazionali ma vale anche per i vertici locali.
Dove ci sono vertici nuovi, troppo spesso, si trovano ad agire arroccati in se stessi, completamente isolati dal resto del partito, da cui sono mal visti e da cui necessitano di difendersi perché, anziché trovare disponibilità di aiuto per i momenti di difficoltà, sostegno e supporto, si trovano attorniati da un branco di squali che non aspetta altro che vederli inciampare per sbranarseli. Il risultato è che l’inesperienza dei nuovi li porta a fare errori piuttosto grossolani e con conseguenze gravi ma che chi si offre di dar loro aiuto, in realtà, il più delle volte, sono persone cercano di sfrattarli dalla poltrona conquistata.
Dove ci sono vertici espressione del vecchio establishment si verifica lo stesso meccanismo, con il perpetrarsi di sistemi consolidati ma non sempre vincenti e intorno un coro di voci nuove insofferenti che reclamano spazi che non vengono concessi.
Anche in questo caso è più che mai necessaria la mediazione: occorre un passaggio, attraverso la formazione politica, ai nuovi arrivati che oggi manca ma che non può nemmeno essere fatta con i metodi vecchi di secoli fa perché il mondo è profondamente cambiato. Occorre che le “vecchie guardie” cerchino di andare incontro ai nuovi arrivati, ascoltandoli, aprendo loro la porta e cercando di fare loro quel lavoro di diplomazia necessaria per trovare una convergenza e ottenere un risultato che sia gradito ad entrambi. I nuovi arrivati, spesso dimostrano poca pazienza, sono poco inclini alle vecchie liturgie e, giusto o sbagliato che sia, dal loro punto di vista hanno ragione e non gli si può chiedere di adeguarsi a qualcosa che non appartiene al loro mondo ed è ormai profondamente disancorato dalla realtà attuale. È impensabile che siano i nuovi a cercare la sintesi: non ne hanno la formazione e l’esperienza necessaria; questi possono solo metterci la pazienza di capire che non tutto si ottiene subito e come lo si vuole, la costanza nell’impegno anche nei momenti non propriamente felici, la capacità di imparare ad esprimersi adeguatamente e nel rispetto di tutti; ma poi occorre che anche i “vecchi” assumano un atteggiamento corretto, smettendo di fingere di voler aiutare i nuovi mentre, in realtà li usano semplicemente come bandiere di facciata dietro alle quali nascondersi per continuare a perpetrare i loro metodi e il loro potere (dove c’è).
Occorre “fare un partito nuovo in un tempo nuovo”, lo ha detto Dario Franceschini più volte nei suoi interventi ma, al di là delle parole, questa operazione non è mai stata messa in pratica e, anche là dove era stata cominciata, si è fermata perché i nuovi da soli non vanno da nessuna parte e i vecchi, in realtà, alla necessità di rinnovamento non sembrano mai averci creduto. Al di là delle frasi di circostanza che si dicono sempre sul caso, la realtà dei fatti è sotto agli occhi di tutti: il partito è ancora fortemente legato alle vecchie logiche di Ds e Margherita e gli scontri attuali, più che sulle idee, continuano ad avvenire per ragioni di poltrone e leadership.
Etichette:
bersani,
ds,
fioroni,
franceschini,
giovani,
leadership,
margherita,
pd,
renzi,
rinnovamento,
rottamatori,
serracchiani
Iscriviti a:
Post (Atom)