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martedì 14 giugno 2011

Italia e Europa per la Strategia 2020

Aula affollata all’Università Bocconi per il convegno “Quali riforme per la crescita? Italia e Europa per la Strategia 2020” a cui hanno partecipato importanti personalità dell’economia.
Ad aprire i lavori è stata la relazione di Mario Monti, il quale ha ripreso parte di ciò che aveva scritto nell’editoriale sul Corriere della Sera Una strategia per la crescita dell’1 maggio. Editoriale che ha fatto un po’ da base ai discorsi di tutto il convegno. 
Piergaetano Marchetti, Presidente RCS Media Group, ha evidenziato i meriti del Corriere della Sera nel tenere accesi i riflettori sull’Europa. In merito all’argomento del dibattito, ha sottolineato l’importanza della Strategia Europa 2020 in quanto permette di inserire le riforme dei singoli Paesi in una visione globale coordinata.
Lucio Battistotti, Direttore della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea, ha ricordato i passi avanti fatti dalla Strategia Europa 2020 rispetto al Trattato di Lisbona, segnalando come quello sia «praticamente fallito perché assomigliava un po’ al libro dei sogni» ed inoltre, in questa nuova strategia, si tende a dare un modello inclusivo e attento alla coesione sociale, molto diverso da quello liberista.
Anne Bucher, Direttore della Direzione Riforme Strutturali e Competitività della DG ECFIN della Commissione Europea, ha illustrato, con un’ampia presentazione, alcuni dei grandi problemi italiani rispetto agli altri Paesi europei e la necessità che vengano messe in atto alcune misure per il consolidamento del sistema fiscale, l’aumento della competitività, il sostegno e gli investimenti nei settori di ricerca & sviluppo e innovazione, ma anche una particolare attenzione deve essere data al mercato del lavoro, ancora troppo diseguale (in cui i giovani sono penalizzati rispetto agli adulti, i contratti sono troppi e quasi tutti per tipologie inquadrabili nel parasubordinato, senza contare le aziende familiari che attuano una sorta di protezionismo).
Ferruccio De Bortoli, Direttore del Corriere della Sera, che moderava l’incontro, ha ricordato che per mettere in atto tutte le raccomandazioni suggerite dalla Bucher sarebbe necessario avere un governo forte e stabile, che attualmente (soprattutto dopo le due tornate elettorali avute) non c’è. De Bortoli ha espresso perplessità anche per il modo in cui il governo ha varato il Piano di riforme nazionale: «sembrava fatto controvoglia, quasi giustificandolo come una misura da fare perché altri lo chiedono ma di fatto l’agenda non c’è», ha affermato il direttore del Corriere della Sera.
Stefano Micossi, Direttore Generale Assonime, ha messo in luce le novità di alcune politiche europee ma ha anche espresso grande preoccupazione per l’esito del referendum, nel merito dei contenuti di indirizzo politico che proponeva. Micossi ha precisato che quando agli italiani sono state spiegate bene le riforme, argomentando con precisione costi e benefici, i cittadini non si sono tirati indietro dal fare sacrifici, mentre forse ora è mancata l’attenzione a spiegare alcune decisioni intraprese.
L’Unione Europea, oggi, secondo Micossi, pone dei vincoli di sorveglianza sui disavanzi eccessivi e sugli squilibri e questo, al di là dei governi in carica, crea delle condizioni esterne molto stringenti che devono essere rispettate.
Accanto al riequilibrio dei conti pubblici (fatto attraverso il controllo della spesa, allargando la base imponibile e eliminando i sussidi dannosi), per Micossi, occorre una strategia macroeconomica che corregga gli squilibri per realizzare quella che gli economisti chiamano “area economica ottimale”.
Critiche sono giunte da Micossi al sistema bancario che, spesso, fa da freno e c’è difficoltà a reperire credito, mentre l’Europa su questo terreno ancora sta prendendo tempo.
Positivo, invece, per Micossi il fatto che torni al centro delle strategie la riforma del mercato del lavoro; ambito in cui, a suo avviso, è utile seguire la flex security perché «per aprire le porte all’ingresso, occorre aprirle all’uscita».
Sulla Direttiva dei Servizi proposta dall’Unione Europea, Micossi ha segnalato un cambio di impostazione che obbliga i Paesi membri a redigere una lista delle restrizioni in essere. Oggi, tuttavia, c’è una resistenza molto forte all’attuazione del mercato interno – ha segnalato Micossi – per paura delle ricadute sui servizi.
Antonio Spilimbergo, Economista presso il Fondo Monetario Internazionale, ha segnalato come l’Italia – contrariamente ad altri Paesi dell’Unione – non è cresciuta e, a suo avviso, non può esserci un consolidamento fiscale senza crescita.
Spilimbergo ha chiesto se ha ancora senso parlare di riforme strutturali per i singoli Paesi, quando, andando ad analizzare i dati, si può vedere come tutto sia ormai riconducibile a grandi “macroregioni”. In Italia è utile aumentare il Pil al Sud per portarlo ai livelli degli altri Paesi, ma è anche necessario che ripartano le regioni del Nord che, invece, si sono fermate. In Italia, le varie differenziazioni creano immobilismo, mentre l’Unione Europea, con i suoi vincoli, fa da sprone perché le cose si muovano e, questo, può essere anche di aiuto per ottenere il consenso verso determinate politiche, che la disomogeneità italiana non consente.
Tito Boeri, Professore Ordinario Università Bocconi, in apertura del suo intervento, ha messo in luce il fatto che, mentre molti Paesi europei, pensando allo scenario del 2020, fanno piani di crescita, l’Italia immagina di tornare a livelli di reddito che c’erano prima della crisi (circa indietro di 15 anni, quindi), senza alcuna previsione di sviluppo. Boeri ha poi polemizzato sulla stesura dei documenti italiani: 100 pagine per il Piano Nazionale delle Riforme, con molteplici riferimenti a norme e leggi (alla faccia della semplificazione) e poca chiarezza.
Per Boeri, dato che l’Europa chiede un aggiustamento di 3 punti del Pil da qui al 2014, se non si vogliono aumentare le tasse, bisogna intervenire sulla spesa corrente: «per avere + 3% di Pil, occorre tagliare a -6% la spesa. Se il governo vuole fare questo senza toccare le pensioni, vuol dire incidere su sanità, giustizia, istruzione… arrivando a tagli del 12%, ma le riforme strutturali possono rendere i tagli meno onerosi».
Boeri ha accusato la classe politica di utilizzare spesso la scusa che non ci sono fondi per fare le riforme, mentre alcune si potrebbero fare a costo zero, come ad esempio quella del mercato del lavoro: «l’Unione Europea dice di decentrare la contrattazione ma istituendo un salario minimo lo si fa; così come contro la segmentazione bisogna unificare i contratti e l’ingresso al mondo del lavoro, dando le protezioni necessarie ai giovani che entrano», ha affermato Boeri.
Un’altra necessità, secondo Boeri, è quella di rendere stabili gli incentivi perché le aziende che devono fare investimenti necessitano di lunghi periodi, altrimenti non li fanno.
Per Stefano Grassi, Direzione del coordinamento politico ed Europa 2020, Segretariato Generale, Commissione Europea, occorre ampliare il campo visuale delle riforme dall’Italia all’Europa: le specificità nazionali non vanno contrapposti ai punti in comune dell’area Euro ma occorre farli convergere.
Secondo Grassi le programmazioni nazionali di riforme funzionano meglio quando nascono dal confronto tra le parti e non quando vengono imposte ed ha preso ad esempio il patto di stabilità, rispetto al Trattato di Lisbona che invece sembrava il libro dei sogni.
Grassi ha segnalato, però, che in tutti i programmi di riforma c’è poco spazio all’innovazione (green economy) mentre c’è molta attenzione data ai conti pubblici, probabilmente anche a causa della congiuntura economica non favorevole che si sta attraversando.
Grassi ha ricordato anche che è sempre Bruxelles ha farsi carico delle riforme più impopolari e mai i singoli Stati.
Il problema dell’Unione Europea, secondo Grassi, è dato dalla stagnazione della produttività (che prima si riusciva a compensare con l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, ma oggi questi restano disoccupati e si investe poco in formazione), di qui la necessità di trovare delle politiche adeguate a rilanciarla.
Franco Bruni, Professore Ordinario Università Bocconi, ha detto che l’Unione Europea giudica il piano di riforme italiano non abbastanza ambizioso e, in parallelo, ha lanciato un pacchetto di cambiamento della governance che è molto ambizioso. L’Europa lega la finanza pubblica alle riforme strutturali, mentre in Italia questo è ancora marginale.
Rispondendo a Boeri, Bruni ha segnalato che non sono sufficienti le riforme a costo zero, ne servono altre ma è difficile realizzarle avendo poca elasticità di bilancio, perché servono investimenti (oltre che consenso politico).
Bruni ha sottolineato però la possibilità di invertire il rapporto tra riforme e consenso e ha espresso la necessità di costruire quest’ultimo attorno delle proposte di riforme, attraverso marketing, politica, comunicazione, chiarezza nella spiegazione di cosa si intende fare e partecipazione dei cittadini; quindi non fare passare le riforme come un formale adempimento tecnico o come un qualcosa di imposto da altri che vedono il governo sulla difensiva.
Bruni ha segnalato la necessità – poco evidenziata nella Strategia Europa 2020, a parte per le risorse ambientali – di prestare attenzione all’importanza dei beni pubblici, i quali non significano solo buona amministrazione della cosa pubblica. Bruni ha quindi contestato la cultura egoistica tipica del nostro tempo, secondo cui conta solo ciò che avviene a noi dentro casa nostra e il resto diventa poco importante.
Una critica forte è stata espressa da Bruni anche verso il liberalismo, ricordando che era nato in un periodo in cui il popolo cercava di difendersi dai potenti che detenevano in mano ogni cosa, mentre ora i beni pubblici vanno difesi dai privati e quindi occorrono delle regole e queste sono il terreno della politica.
Le conclusioni del pomeriggio di convegno sono toccate a Guido Tabellini, Rettore Università Bocconi, il quale ha ricordato come le disomogeneità nel territorio nazionale ci siano sempre state, ma in precedenza le regioni riuscivano comunque a crescere. La riforma fiscale, secondo Tabellini, è un passaggio fondamentale e l’unica via è quella di ridurre il peso fiscale sul lavoro spostandolo sui consumi e sulle rendite finanziarie.
In merito alla tanto contestata Strategia di Lisbona, Tabellini ha ricordato che voleva essere uno stimolo alla crescita ma poi non ha avuto effetti sulle politiche nazionali, mentre ora l’Unione Europea prende posizione con maggiore forza e accompagna le raccomandazioni con delle sanzioni per chi non rispetta i vincoli.
Il pubblico, quasi eslusivamente di addetti ai lavori e illustri personalità dell'economia e del mondo del lavoro, ha mostrato di apprezzare le discussioni in campo; un po' diversa l'opinione di alcuni studenti che erano in aula e che invece avrebbero gradito maggior dibattito, mentre hanno segnalato che ciascuno si è presentato ad esporre la propria tesi e le proprie ricette, senza un reale confronto.

lunedì 13 giugno 2011

La giunta di Pisapia

Sembrava tutto troppo bello per essere vero: Milano conquistata da Pisapia, la giunta nuova arrivata con tanto di parità di genere e l’avvio di un nuovo percorso per la città, come auspicano i cittadini.
E invece no, qualcuno deve cominciare a pestare i piedi, senza troppi motivi validi.
Chi? Roberto Cornelli il segretario provinciale del Partito Democratico a Milano. Persona importante, rispettabilissimo e apprezzatissimo sindaco a Cormano e anche ottimo docente universitario, esperto di criminologia e problematiche della sicurezza ma che – spiace dirlo – come segretario metropolitano qualche perplessità la suscita.
Gli ottimi risultati ottenuti dal Partito Democratico a Milano a questa tornata elettorale (più per merito di alcuni candidati che non del partito stesso, a dire il vero) avevano fatto accantonare tutti i problemi pregressi e ci si era uniti in una festosa euforia da vittoria che aveva permesso anche di non dare troppo peso ad alcune scelte poco opportune (come quella di non farsi neanche vedere a salutare i propri elettori durante la festa per Pisapia in piazza Duomo il pomeriggio della vittoria per cedere il palco ad altri esponenti di altri partiti), ma evidentemente i dirigenti locali sono recidivi nei loro errori.
A giunta fatta, con tanto di validi assessorati conquistati dagli eletti del Partito Democratico (Majorino al Welfare, Maran alla mobilità e ambiente, Granelli alla sicurezza, Boeri alla cultura con delega sull’Expo) nonché il ruolo di vicesindaco assegnato a Maria Grazia Guida; Roberto Cornelli ha pensato bene di protestare per l’assegnazione di un incarico a Tabacci (Api) appellandosi alle stesse motivazioni dell’Italia dei Valori, ovvero il doppio incarico.
Motivazione giustissima, soltanto che, mentre l’Idv protesta perché pur essendo una lista che ha sostenuto la candidatura di Pisapia non ha avuto nulla (del resto non ha preso neanche molti volti), il Partito Democratico ha avuto molto e questo andare a rompere le scatole è un po’ pretestuoso.
Non che la nuova giunta sia perfetta, alcune scelte suscitano perplessità (non tanto nelle persone che sono indubbiamente tutte meritevoli, quanto nell’assegnazione degli incarichi), ma ha una sua logica di fondo.
Il Pd voleva Boeri vicesindaco scrive Il Giornale. Ipotesi molto probabile, anche in virtù dei tantissimi voti presi da Stefano Boeri, ma Pisapia aveva annunciato subito dopo la sua vittoria di volere una donna come vice (decisione che va tanto di moda) e anche alcune componenti dei democratici, all’inizio, si erano espresse favorevolmente in tal senso. Non è colpa di Pisapia se poi le donne a cui si è rivolto o di cui si è fatto i nomi (Adamo, Pollastrini, Toia) non erano disponibili perché già elette in altri ruoli a cui non avevano intenzione di rinunciare (e il vicesindaco è un ruolo un po’ complesso da gestire con doppio incarico). Pisapia ha fatto la scelta più ovvia, andando a prendere una figura in vista come Maria Grazia Guida, cattolica e quindi in qualche modo in grado di fare da contraltare all’immagine di “uomo di sinistra estrema” che gli hanno attribuito durante la campagna elettorale, e che era in lista con il Pd (anche se certamente di voti non ne ha presi poi moltissimi e non è una figura rappresentativa del Partito Democratico).
In merito a Stefano Boeri, forse tutti si aspettavano Expo o urbanistica, dimenticando che il noto architetto ha perso le primarie anche perché molti non volevano votarlo proprio per il suo conflitto di interessi sull’urbanistica e per le vicende legate all’Expo (di cui è espertissimo e spiace che non possa mettere a frutto a pieno le sue competenze ma un segnale di discontinuità Pisapia, evidentemente, vuol darlo).
Di tutte le altre poltrone democratiche, quella più azzeccata sembra essere quella ottenuta da Pierfrancesco Maran.
Curioso infatti che Marco Granelli, da tempo noto per il suo impegno nel mondo dell’associazionismo e del volontariato cattolico, sia stato messo a gestire la sicurezza (anche se ufficialmente figura come “Sicurezza e coesione sociale, Polizia locale, Protezione civile, Volontariato”… una definizione un po’ surreale, per dirla con un eufemismo). Così come una qualche perplessità l’ha suscitata la sua prima dichiarazione da assessore che, dalle pagine di Repubblica, ha detto di voler valorizzare il ruolo del volontariato: parole giustissime e meritevoli ma forse Granelli non ha ben chiaro che i milanesi, da chi gestisce la sicurezza, si aspettano appunto sicurezza e non altro.
Stessa problematicità per Pier Francesco Majorino al welfare che ha dichiarato a Repubblica “Chiamerò gli artisti”… Viene da chiedersi “a fare che?” dato che il suo ambito è “Politiche sociali e servizi per la salute”.
Però tutte queste scelte non sono state fatte a caso, c’è una logica di Pisapia ben precisa che va al di là dei singoli interessi personali degli assessori (si capiva bene che l’aspirazione di Majorino era la cultura, di Granelli il welfare e di Boeri qualcosa di più) e che tiene conto della necessità di non creare conflitti di interessi. Lo si nota molto bene anche con altri assessori non Pd, che sostanzialmente hanno le stesse situazioni di “poca pratica” con il campo loro affidato. Questo forse rischia di creare qualche problema sulle competenze ma, essendo anche una giunta di persone prevalentemente giovani, si presume che siano più duttili di mentalità e quindi più facilmente ricollocabili nei nuovi ambiti rispetto a ciò di cui si sono sempre occupati.
Così come una scelta precisa del sindaco è stata quella di non farsi incastrare negli equilibrismi dei partiti, rivendicando da subito una sua autonomia. Scelta questa che dovrebbe aver intrapreso intanto mirando ad un’idea di linea politica che intende mettere in atto ma poi anche alla solidità della giunta stessa e al garantire la governabilità (di qui la decisione di coinvolgere il centrista Tabacci, che inizialmente era stata accolta favorevolmente anche dal Pd).
Essendo Cornelli un uomo di “ area Bersani”, lo inviterei a seguire il consiglio del segretario nazionale di non stare a guardarsi l’ombelico o la punta delle scarpe: abbiamo vinto, abbiamo preso tanti voti, abbiamo ottenuto dei buoni assessorati, hanno preso incarichi le persone che per voti e per esperienza potevano prenderli; cerchiamo di far funzionare bene ciò che abbiamo ottenuto e non andiamo a protestare sui giornali per problemi che - per quanto reali - non dipendono da noi.
Questo, ovviamente, non giustifica Tabacci, che in realtà farebbe bene a non sminuire il problema del doppio incarico (come ha fatto nell’intervista a Repubblica di questa mattina) perché sarebbe opportuno che chi è dedito alla cosa pubblica si occupasse di gestirla bene e non di collezionare poltrone, ma l’approccio con cui va affrontato è certamente diverso dalle proteste sulle pagine dei giornali, soprattutto in questo momento.
 
La giunta di Giuliano Pisapia, Sindaco
Partecipate, Innovazione, Risorse umane e organizzazione, Giovani, Agenda digitale, Sistemi informativi, Avvocatura, Facility management, Comunicazione, Sistema di gestione della qualità

Maria Grazia Guida, Vice sindaco
Educazione e Istruzione, Rapporti con il Consiglio comunale, Attuazione del programma

Assessori
Daniela Benelli
: Area metropolitana, Decentramento e municipalità, Servizi civici
Chiara Bisconti: Benessere, Qualità della vita, Sport e tempo libero
Stefano Boeri: Cultura, Expo, Moda, Design
Lucia Castellano: Casa, Demanio, Lavori pubblici
Franco D'Alfonso: Commercio, Attività produttive, Turismo, Marketing territoriale
Lucia De Cesaris: Urbanistica, Edilizia privata
Marco Granelli: Sicurezza e coesione sociale, Polizia locale, Protezione civile, Volontariato
Pierfrancesco Majorino: Politiche sociali e servizi per la salute
Pierfrancesco Maran: Mobilità, Ambiente, Arredo urbano, Verde
Bruno Tabacci: Bilancio, Patrimonio, Tributi
Cristina Tajani: Politiche per il lavoro, Sviluppo economico, Università e ricerca
 
Organi di Garanzia
Valerio Onida:
Autorità per le Garanzie civiche (partecipazione e trasparenza). Si avvarrà della collaborazione dell’Avv. Umberto Ambrosoli

Piero Bassetti: Consulta per l’internazionalizzazione del Sistema Milano

venerdì 6 maggio 2011

Per una Milano più europea con Martin Schulz

Un bellissimo pomeriggio quello trascorso con Martin Schulz a Milano. Il capogruppo S&D al Parlamento Europeo è giunto in Italia a sostegno della campagna elettorale del centrosinistra e, dopo la tappa torinese di mercoledì che lo ha visto accanto a Piero Fassino, ieri è stato il turno di Milano con Giuliano Pisapia.
Molti giornalisti e i fotografi presenti alla conferenza al Circolo della Stampa, a cui hanno partecipato anche il segretario metropolitano Pd Roberto Cornelli, il segretario regionale Maurizio Martina e i parlamentari europei Patrizia Toia e Antonio Panzeri.
A Giuliano Pisapia, hanno domandato commenti in merito alle vicende di Lassini ma anche sull’Expo o sulla questione dei luoghi di culto e il candidato sindaco del centrosinistra è stato lapidario nel rispondere che Letizia Moratti prima di lanciargli accuse farebbe meglio a leggere i contenuti del programma della coalizione con cui lui è candidato.
Durante la conferenza stampa, invece, Pisapia ha ringraziato Schulz per la sua presenza a Milano, segnalando come la città debba ritornare ad essere un punto di riferimento in Europa, un po’ come per i giovani sono Berlino, Madrid e Parigi (città guidate da sindaci riformisti).
Da Milano e dalle altre città guidate dal centrosinistra come Torino, per Pisapia potrà rinascere una coalizione riformista in Italia verso l’Europa e, anche in quest’ottica, intende rilanciare l’aeroporto di Malpensa, porta per l’internazionalità del capoluogo lombardo, senza per questo sminuire Linate.
Martin Schulz ha ricordato come nel centrosinistra si sia ormai un movimento comune, facente parte di un’unica famiglia dei socialisti e democratici, con valori condivisi e questi devono concretizzarsi nei governi delle città perché è da qui che parte lo sviluppo economico e sociale. Schulz ha ricordato l’importanza di Milano e la necessità che venga amministrata e guidata bene per il futuro della città ma anche perché da qui potrà partire la forza del futuro. Da Milano, secondo Schulz, è possibile cambiare il governo della città e con questo anche dare una svolta al Paese che, attualmente è mal governato e anche in Europa se ne risente.
Schulz ha ricordato, secondo i valori del gruppo S&D, che la forza economica deve sempre coniugarsi alla giustizia sociale.
Il capogruppo S&D si è poi mostrato incantato dalla bellezza della nuova sede del Circolo della Stampa milanese, definendola un castello, e ha poi scherzato sul fatto che in Germania le conferenze stampa si tengono in stanze simili a quelle degli ospedali militari.
Rispondendo alla domanda di un giornalista che chiedeva a Schulz se era consapevole di essere famoso in Italia per la battuta impropria che gli aveva rivolto Berlusconi, il capogruppo S&D ha risposto di saperlo ma anche di non essere l’unica vittima del Presidente del Consiglio italiano: «La prima vittima di Berlusconi è l’Italia», ha concluso Schulz.
Dopo una corsa in una Tv locale, il pomeriggio milanese di Martin Schulz è proseguito con un incontro pubblico alla Camera del Lavoro, questa volta con Stefano Boeri (candidato capolista Pd al Consiglio Comunale), gli europarlamentari Toia e Panzeri e Onorio Rosati padrone di casa.
Grande successo ha avuto proprio Martin Schulz, che ha parlato in un chiarissimo francese, applaudito con calore dalla sala gremita.
Schulz, nel suo discorso, ha mostrato anche grande simpatia, lasciandosi andare spesso a battute. Ha esordito dicendo che una volta sarebbe stato facile aprire un discorso mentre ora quando si inizia occorre dire «Cari amici, colleghi, compagni, fratelli, sorelle!», ricordando che il centrosinistra è una famiglia variegata ma però unita da valori profondi e Milano deve orientarsi verso un futuro giusto ed equo, basato sulla Costituzione e non sulla filosofia di Berlusconi.
«Milano, in Europa, è simbolo del berlusconismo, perché lui è partito da qui» - ha affermato Schulz - «e adesso occorre farla diventare il simbolo della fine di Berlusconi. Per questo la battaglia milanese interessa all’Europa».
Nel suo discorso Martin Schulz ha contrapposto i valori del centrosinistra della giustizia sociale, della solidarietà a quelli del berlusconismo, dell’egoismo, della legge del più furbo.
Martin Schulz ha poi scherzato nuovamente sulla bellezza del Circolo della Stampa ma anche affermato di amare l’Italia perché è un Paese bellissimo: «il mio cuore è con l’Italia anche se non è con Berlusconi», ha affermato il capogruppo S&D, «la mia Italia è quella di Giorgio Napolitano».
«Je suis milanes», ha detto Schulz chiudendo il suo discorso e preannunciando un suo ritorno in caso di ballottaggio per festeggiare perché «Milano è un simbolo, se si cambia a Milano è l’apertura per cambiare il Paese».
 
Per una Milano più europea

lunedì 15 novembre 2010

Pisapia, le primarie e il Pd

A Milano si è appena conclusa una domenica di primarie. Il centrosinistra ha scelto il suo candidato sindaco per le elezioni comunali: Giuliano Pisapia.
In corsa, questa volta, c’erano dei validissimi candidati e la sfida è stata vera.
Giuliano Pisapia aveva il sostegno ufficiale di Sinistra Ecologia e Libertà, ma è stato largamente apprezzato anche dalla base del Pd (come poi ha dimostrato l’esito del voto). Stefano Boeri aveva l’appoggio del Pd (tutto a livello ufficiale e con qualche distinzione rimasta però per lo più in ombra). La candidatura di Valerio Onida è nata con l’appoggio di un comitato esterno anche se vicino al Pd (e forse proprio questa candidatura ha giocato in sfavore di Boeri). L’ecologista Michele Sacerdoti era il candidato più in ombra e autonomo.
La giornata di pioggia non ha certamente incentivato le persone ad andare a votare, anche se guardando le tante code ai seggi, il calo di affluenza che è poi risultato dai conteggi non era affatto percepibile.
Quello che invece si percepiva benissimo era il tipo di elettorato che partecipava: a sfilare davanti ai seggi delle primarie erano in prevalenza persone anziane (anche molto anziane), tutti ex qualcosa (ex-pci, ex-ds, ex-socialisti, ex-sinistra). Sono loro la base che sempre si mobilita per questi appuntamenti elettorali in prevalenza e, se da un lato è ammirevole l’impegno e la dedizione per degli ideali da parte di queste persone che spesso, pur acciaccate, escono di casa e si mettono pazientemente in fila, dall’altro lato non si può non notare che puntualmente esprimono scelte di voto più vicine al passato che non al futuro. Alle primarie per l’elezione del segretario del Pd vinse Bersani e qui ha vinto un candidato di chiara espressione di sinistra: insomma, se non è ancora chiaro, la base che il Partito Democratico riesce a mobilitare è sempre la stessa ed è di sinistra e non smette di chiedere al suo partito di fare scelte di sinistra.
Il Pd ci prova in tutti i modi a scommettere su progetti diversi e su candidati meno legati a quel passato ma, non c’è nulla da fare, il nuovo non si mobilità, non viene a votare e trionfa l’ideologia: “gli elettori hanno preferito un candidato di bandiera”, ha scritto qualcuno su facebook ed è così.
È evidente che se la situazione è questa, il Pd dovrà anche cominciare a studiare altre forme di partecipazione (oltretutto in questo caso le primarie sono state anche poco partecipate) e soprattutto prestare più attenzione alle candidature che sceglie di mettere in campo.
La scarsa affluenza ai seggi delle primarie di per sé dovrebbe far aprire una discussione interna: davvero è solo la pioggia che ha tenuto gli elettori a casa?
Probabilmente no.
Probabilmente la bellissima campagna elettorale organizzata non ha saputo raggiungere adeguatamente tutti i cittadini (del resto bastava partecipare a qualche appuntamento per comprendere che le facce presenti erano più o meno sempre le stesse di persone dei circoli o legate alle amicizie dei circoli e pochissimi gli estranei). In questo senso il “porta a porta” è sicuramente una scelta utile, da intendersi come “fare una comunicazione capillare in grado di raggiungere tutti” e non tanto di suonare ai vari campanelli e quindi c’è senza dubbio la necessità di organizzazione.
Ma questo da sola non basta, occorrono anche scelte politiche credibili.
Qualche considerazione sulle scelte fallimentari del Pd milanese e lombardo, infatti, va fatta perché la sconfitta del candidato che aveva scelto di appoggiare alle primarie è solo l’ultima di una lunga serie.
In queste primarie, molti hanno contestato che il Partito Democratico sostenesse ufficialmente un candidato, ma la realtà è che il Pd ha diritto di schierarsi, scegliere chi gli pare e sostenerlo; esattamente come Sel ha appoggiato Pisapia.
Solo che, forse, il Pd ha scelto il candidato sbagliato a cui si è aggiunta la successiva candidatura di Onida (arrivata poco dopo che il Partito Democratico aveva espresso il suo sostegno a Boeri) e che inevitabilmente ha sottratto voti.
L’architetto Boeri era quello di minor spessore dal punto di vista politico tra i candidati in campo (per non dire per nulla politico). Il Pd ha sostenuto Boeri perché lo ha ritenuto in grado di raccogliere un consenso vasto sulla città di Milano, così da poter battere il centrodestra (perché l’obiettivo vero che deve essere chiaro a tutti è che non basta vincere le primarie, ma conquistare il comune).
Per Boeri è stata fatta una splendida campagna elettorale, moderna, aperta, partecipata ma, probabilmente, il problema vero era proprio Boeri stesso e la sua non appartenenza politica per la base dell’elettorato che ha votato alle primarie (senza contare le implicazioni nella vicenda expo dell’architetto e l’amicizia con il tanto contestato palazzinaro Ligresti).
Insomma, Boeri è stato bravissimo, simpatico, ha mostrato grandi competenze e capacità e magari sarebbe stato anche un ottimo sindaco ma politicamente è inconsistente e l'elettorato arrivato a votare oggi era fortemente connotato politicamente.
“Le indicazioni del partito da una parte, gli elettori dall'altra”, ha commentato qualcuno sulla rete. E non è una novità, per questo, il Pd milanese qualche responsabilità è il caso che se la assuma.
Ovviamente è difficile che ciò accada perché il sostegno alla candidatura di Boeri è stato espresso ufficialmente da tutti, anche da coloro che non erano d’accordo (innanzitutto perché non ci sono state molte occasioni per discuterne e poi perché le defezioni sono rimaste piuttosto “silenziose” e hanno agito senza disturbare troppo il lavoro ufficiale, per giusto senso di responsabilità verso il partito) e la candidatura unitaria implica una responsabilità generale e quindi è come dire che non è colpa di nessuno.

Più facile sarà cercare di scaricare la colpa sulle primarie, che certamente qualche problema lo creano se vengono gestite male, ma anche su Valerio Onida (che sicuramente ha portato via dei voti utili a Boeri e che ha fatto una campagna elettorale piuttosto brutta e tutta giocata contro il Pd per guadagnare qualche titolo sui giornali).
La realtà, però, è che Onida è una persona di alto spessore politico e noto sia nel mondo cattolico che tra i giustizialisti di sinistra che lo hanno ascoltato tante volte nei convegni in cui si parlava della difesa della costituzione e, forse, se fosse stato sponsorizzato al posto di Boeri (nonostante l’età non proprio giovane in tempi di “rottamazione”) avrebbe potuto spuntarla, ma ormai il Pd aveva scelto l’architetto ed era difficile tornare indietro.
La domanda che sorge spontanea è: ma possibile che nel Pd non si sapesse che Onida stava per accettare la candidatura? E se lo si sapeva, perché non si è scelto un candidato dal così alto spessore politico ma certamente non un estremista per preferire un candidato “civico” fratello di un economista famoso (perché ovviamente quello noto era Tito, non l’architetto Stefano)? Ha senso puntare su un candidato “civico” dopo la gestione disastrosa della Moratti (che politica non è) quando si ha a disposizione un così valido esponente politico non legato ai partiti?
Domande da riunioni interne al Pd. Domande che forse adesso sono inutili e che comunque difficilmente avranno risposta perché adesso sono già tutti pronti a concentrarsi sulla nuova campagna elettorale che dovrà portare Pisapia a Palazzo Marino. Cosa giustissima, anche se la politica fatta all’esterno non deve essere un alibi per nascondere il problema interno.
Il vero problema di oggi è: Pisapia, potrà battere la Moratti?
Quanti elettori non di sinistra lo voterebbero?
L’affluenza alle primarie al di sotto delle aspettative, come scrive Civati (in una cautissima analisi), indica che in questo momento il centrosinistra non sta bene.
E soprattutto ha senso una candidatura legittimata da una parte ristretta di elettorato? È chiaro che non è colpa di quelli che hanno votato se una parte, magari in disaccordo con il loro voto, non si è presentata alle urne ed è chiaro anche che una legittimazione di 68mila persone è sempre molto più ampia di quella di pochi dirigenti chiusi in una stanza, ma il problema esiste.
La città di Milano è grande e tendenzialmente vota a destra... Basteranno i disastri fatti dalla Moratti per convincere i cittadini a non rivotarla?
Oltretutto Pisapia è il candidato di Sel, che è un partito che conta poco o nulla ma che adesso alzerà inevitabilmente la posta in gioco e pretenderà di avere un bel peso.
Adesso sono tutti bravi a dire che daranno il loro sostegno a Pisapia e non c’è dubbio che lo facciano davvero: la base del Pd non avrà difficoltà a appoggiarlo e il voto di oggi lo ha dimostrato ma il problema è capire se il resto della città vorrà votare un candidato così marcatamente di sinistra. Probabile un ritorno sulla scena di Berlusconi che gridi il pericolo del ritorno dei comunisti o una campagna martellante della Lega su immigrazione e insicurezza.
Ovviamente gli elettori di Pisapia non si sono mai posti questi problemi, per loro è il miglior candidato che ci sia (e sicuramente è validissimo). Qualcuno, su facebook, afferma che ha vinto Vendola (per il grosso apporto che il leader di Sel ha dato alla campagna elettorale), qualcun altro ironizza “Per il futuro della sinistra rivolgersi a Fini”.
Altro punto su cui discutere, infatti, è l’assenza dei big nazionali Pd per Milano. Lo scenario si era già visto ai ballottaggi per le elezioni provinciali che portarono alla sconfitta di Filippo Penati (giugno 2009), alle elezioni regionali (con qualche iniziale eccezione) che portarono sempre alla sconfitta di Penati e adesso (mentre per Pisapia è arrivato Nichi Vendola).
La domanda che viene da farsi è: i leader nazionali hanno così paura a metterci la faccia sulle questioni lombarde perché sanno di andare incontro a sconfitte certe? Nel caso dei ballottaggi alle provinciali, Penati disse di non volere l’appoggio di nessuno perché in Lombardia ce la saremmo cavati da soli. Difficile dire se era la verità, una scelta tattica perché anche allora il Pd nazionale non stava benissimo (inoltre era guidato da Franceschini e non è che con Penati andasse proprio d’accordo) o se fu una scelta per dimostrare che il Nord sa compiere le sue scelte senza bisogno che arrivino imbeccate da Roma. Sta di fatto che il Pd ha sempre perso e l’attenzione che sanno suscitare esponenti di spicco della scena politica nazionale, difficilmente riesce ad averla un candidato locale e, anche solo dal punto di vista della “capillarità della comunicazione” e dell’attenzione dei media, avere qualche politico di peso da spendere sul campo sarebbe stato utile (il centrodestra stesso mette in campo Berlusconi in prima persona).
La realtà comunque è che Pisapia non è Vendola e adesso ha bisogno di campagna elettorale forte e che sia in grado di parlare davvero a tutti e non solo ad una parte politica.