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giovedì 1 novembre 2012

L'ipocrisia di Travaglio

Marco Travaglio è ipocrita. Dovrebbe smettere di usare l'alibi del giornalismo come foglia di fico per mascherare le sue simpatie grilline e dipietriste. Farebbe meglio a dichiarare apertamente da che parte sta e fare liberamente il tifoso della propria parte e delle proprie idee, senza cercare di fare passare tutti gli altri per delle schifezze. Non è giornalismo quello che ha praticato questa sera durante la puntata di Servizio Pubblico ma un puro atto di propaganda politica. Gli altri partiti possono sicuramente fare di più e meglio ma l'Italia dei Valori non mi pare sia nelle condizioni per dare lezioni ad alcuno e il Movimento Cinque Stelle farebbe bene a preoccuparsi degli anatemi di Grillo anche contro i suoi stessi "attivisti" prima di sindacare le scelte altrui.

mercoledì 22 febbraio 2012

Incontro delle opposizioni per discutere della crisi del modello Formigoni

Un incontro importante quello che si è tenuto lunedì a Milano, con l’organizzazione di Libertà Eguale, sulla crisi del modello Formigoni in Lombardia a cui hanno partecipato esponenti politici di tutte le forze dell’opposizione (che, però, si sono subito affrettati tutti a puntualizzare che non si trattativa di un preludio per una futura alleanza ma di un semplice incontro per discutere dei temi).
L’incontro è stato presieduto da Roberto Vitali di Libertà Eguale, il quale ha subito ricordato che nella Regione si è instaurato un sistema di potere e culturale parallelo a quello istituzionale.
A mettere sul tavolo tutti i punti della discussione ci ha pensato Erminio Quartiani (parlamentare del Pd) che, nella sua introduzione, ha evidenziato che quello che emerge in questa fase è una crisi di un modello, ancora prima che una crisi politica e morale di Formigoni e del suo governo e che è resa ancora più esplicita dal riassetto della Giunta regionale.
Secondo Quartiani, si è arrivati alla fine di un ventennio di potere che ha segnato questa Regione ma che condizionerà la realtà lombarda ancora per molto e, per questo, è bene cominciare a ragionare su un progetto per una Lombardia diversa, ricostruire i fondamentali di un modello lombardo che giochi un ruolo anche per il resto d’Italia.
La crisi del modello di Formigoni, infatti, è destinata a ripercuotersi su tutto il sistema lombardo, dal welfare all’assistenza fino alle industrie (che oggi sono in enorme difficoltà, in particolare nel rapporto con le banche, per ragioni di accesso al credito ma senza la disponibilità di fondi di investire nell’innovazione è impensabile di reggere alla crisi economica attuale).
Quartiani ha poi segnalato la necessità di collegare ciò che avviene in ambito nazionale con ciò che si può fare in Lombardia (ad esempio in materia di liberalizzazioni e delle ex municipalizzate).
Per impostare un modello lombardo nuovo, secondo Quartiani, è necessario avviare un confronto con le rappresentanze dei corpi intermedi della società (che oggi sono dentro al modello di Formigoni che sta andando in crisi) e, ovviamente, servirà trovare dei contenuti su cui discutere e non cominciare da ipotesi di alleanze.
Un po’ sganciato da tutto il contesto della discussione e anche molto più cupo è stato l’intervento di Savino Pezzotta (Udc). “C’è ancora spazio per il ruolo dei partiti o no? Non sappiamo ancora cosa accadrà ai partiti da qui al 2013”; ha esordito Pezzotta, segnalando che c’è un “oltre” che viene avanti e occorre capire come collocarsi: “Siamo tutti preoccupati di ciò che siamo e non di cosa potremmo essere. Non abbiamo neanche elaborato il come eravamo prima. Saremo ancora in una democrazia bipolare o no? In questi 15 anni ci siamo fatti del male, ma il contesto di prima non c’è più. Formigonismo e berlusconismo sono già cose del passato”.
Analisi un po’ povera, per non dire che manca del tutto e, data l’intelligenza di Pezzotta, viene il sospetto che non sia casuale il suo tentativo di passare a parlare d’altro, superando il discorso di Formigoni (che, però, non è affatto archiviato, intanto perché il Presidente della Lombardia è ancora in carica e poi per tutto ciò che con i suoi molteplici mandati ha messo in piedi e che – come ha anticipato Quartiani e come gli ha risposto poi anche Maurizio Martina – continuerà a condizionare la realtà regionale se non si capisce cos’è e come costruire l’alternativa).
Restando sullo scenario nazionale, Pezzotta ha poi ricordato che la fiducia nelle forze politiche è in continuo calo da parte dei cittadini: “non credono più ai partiti e noi come possiamo proporli come modelli? I partiti attuali non arriveranno al 2013 così come sono. C’è un partito maggioritario che è costituito da quelli che non vanno a votare e questo dimostra che l’antipolitica ha lavorato”.
Secondo Pezzotta si pone il problema di come governare dopo il 2013 se non si vuole che vadano persi i sacrifici pagati dagli italiani ora e, quindi, serve un’azione riformatrice che vada avanti.
Altro dato da non trascurare, per Pezzotta, è quanto sta avvenendo dentro la Lega, dove non sarà ininfluente se a prevalere nello scontro politico forte che è in atto tra l’ala movimentista di Bossi e quella più stabile di Maroni fosse quella dei maroniani.
In un ragionamento un po’ contraddittorio – ma supportato dalle analisi e dai sondaggi pubblicati sui giornali di questi giorni – Pezzotta ha evidenziato che siamo anche di fronte ad un crollo della personalizzazione della politica, anche se noi continuiamo a mettere i nomi dentro i simboli (resta da spiegare come mai, però, a godere della fiducia dei cittadini sono proprio i singoli presidente della Repubblica Napolitano, presidente del Consiglio Monti e non il governo interamente).
Anche allargando l’orizzonte all’Europa, secondo Pezzotta, il quadro non è roseo: “I partiti europei sono vecchi. L’Italia deve capire come collocarsi: si ritiene solo un Paese europeo o anche un Paese euro-mediterraneo? Siamo ad una svolta profonda e molte cose utilizzate fino ad ora non vanno più bene: lo stesso schema “destra-sinistra-centro” è vecchio e non funziona più”.
In conclusione del suo intervento e venendo finalmente a rispondere al tema dell’incontro, Pezzotta ha ribadito il dovere delle opposizioni di incalzare Formigoni (che, però, sembra logicamente intenzionato a resistere nonostante gli scandali) ma ha segnalato anche come queste fino ad ora non sembrino aver trovato l’alternativa e occorre che si discuta ancora sul merito dei temi e si insista sul governo della Lombardia.
Una discussione questa che, tuttavia, secondo Pezzotta, non può prescindere da un’interlocuzione con il centrodestra, segnalando che anche il centrodestra va sfidato sul tema dei cambiamenti e molti paradigmi vanno ripensati.
E da qui si capisce lo schema che ha in mente Pezzotta e, probabilmente, tutta l’Udc.
A Savino Pezzotta ha ben risposto Maurizio Martina (segretario regionale Pd Lombardia), ricordando che la Lombardia è una regione che ha sempre cercato di tracciare la traiettoria anche per il resto d’Italia e non è possibile archiviare il discorso sulle questioni lombarde ma bisogna fare una discussione aperta sul modello di Formigoni per capirne i punti di forza, i limiti e qual è la prospettiva.
Venendo al tema delle analisi e dei sondaggi, secondo Martina, nelle recenti esperienze elettorali ci sono dei tratti di novità e di radicalità che vanno approfonditi, così come occorre discutere per verificare se si è davvero alla fine di una vicenda iperpersonalistica (come quella di Formigoni) e la questione della partecipazione che, però, non è sempre stabile: “C’è chi dice che, nel mondo, l’evoluzione dei partiti è quella di trasformarsi in comitati elettorali e avere una partecipazione fluttuante. Noi abbiamo un’idea diversa anche per garantire una migliore qualità della democrazia”. Esempio positivo di questo, secondo il segretario del Pd, è l’esperienza di Milano e l’idea di una ricostruzione dal basso.
In Lombardia, secondo Martina, siamo giunti alla fine di un ciclo politico: “Oggi siamo ad una crisi drammatica e questa allarga il solco tra società e politica. La riorganizzazione della giunta regionale è una ridefinizione degli equilibri interni ma questo è il problema e non la soluzione: è un tentativo di resistenza. La legge sul Fattore Famiglia serviva per un equilibrio tra Pdl e Lega ma rischia di creare problemi seri alle famiglie”. Di fronte a tutte queste manifestazioni di debolezza, secondo Martina, occorre costruire l’alternativa e i partiti, pur potendo non essere più sufficienti, hanno il dovere di farlo.
In merito ai tentativi di resistenza di Formigoni, Martina ha evidenziato che la Lombardia ha bisogno di un punto di svolta ed è auspicabile che il governatore si dimetta il prima possibile, anche perché questo potrebbe accelerare una discussione anche da parte del Pd e delle opposizioni. Senza contare che, per Martina, una leadership si misura anche per la capacità di fare scelte decisive e resistere sulle poltrone senza considerare le ripercussioni negative sul governo dei cittadini che questo ha, non è certo una manifestazione della forza di un leader.
All’incontro hanno partecipato anche Magni (Sel), il quale ha ammesso che se, in tutti questi anni, Formigoni è riuscito a vincere nonostante i tanti scandali è perché evidentemente è mancata l’alternativa da parte delle opposizioni, oltre che per il potere della rete di CL.
Magni ha tenuto a valorizzare l’esperienza di Milano e di Pisapia che ha messo in luce un rapporto tra società civile e partiti che ha saputo costruire un modello di partecipazione; così come il Referendum è stato un altro grande momento di partecipazione, anche se il messaggio che ha portato oggi viene politicamente calpestato. “La gente partecipa quando capisce che il suo partecipare può contribuire a qualcosa”, ha segnalato Magni, ricordando che “Il problema è che siamo vecchi come partiti e ci saranno sicuramente delle scomposizioni rispetto a ciò che c’è ora”.
Più aderente alle tematiche concrete è stato l’intervento di Valditara (Fli), che ha focalizzato la sua relazione su alcuni temi su cui Fli ha dato battaglia come sanità, scuola, smart cities, ricerca e università.
Stando in un quadro più generale, Valditara ha ricordato che “Dopo una stagione di contrapposizione isterica è corretto auspicare un dialogo (sui temi concreti della vita quotidiana dei cittadini) dei moderati. Serviranno sicuramente nuove regole per ristabilire il ruolo della politica e dei partiti. La società dei tecnici, tuttavia, va bene in situazioni particolari ma non può essere il futuro della politica. Monti ci lascerà in eredità la capacità di occuparsi degli interessi generali della gente, un nuovo decoro e una nuova dignità della politica. Servirà ridare dignità alla nostra Regione come è stata ridata dignità al Paese”.
Un intervento di denuncia delle molte problematiche della gestione Formigoni è stato quello di Piffari (Idv), il quale, però, ha anche difeso con forza il bipolarismo, definendolo necessario per far emergere l’alternativa. Adesso, secondo Piffari, i partiti che ci sono devono fare la loro parte e trovare la strada per tornare a vincere in Lombardia.
L’incontro – molto partecipato ma esclusivamente da esponenti politici e addetti ai lavori (anche a causa della collocazione oraria in cui era stato programmato) - è stato molto interessante e, sicuramente, utile per cominciare a comprendere le posizioni delle diverse parti politiche in merito a quanto sta avvenendo in Regione. Il tema è, tuttavia, ancora da approfondire di molto perché la maggior parte delle questioni sono solo state presentate.
Di particolare rilevanza sono i temi evidenziati dagli interventi di Quartiani e Martina (che poi erano già stati anticipati da un articolo di Franco Mirabelli di un po’ di tempo fa) e che dovrebbero trovare nuove sedi per essere sviluppati e affrontati addentrandosi un po’ più nel merito e non lasciati cadere nel vuoto data la rilevanza che hanno in questo particolare momento in cui sembra essere davvero giunti alla fine del ciclo formigoniano in Lombardia e occorre più che mai chiarirsi le idee su quale strada imboccare.

lunedì 13 giugno 2011

La giunta di Pisapia

Sembrava tutto troppo bello per essere vero: Milano conquistata da Pisapia, la giunta nuova arrivata con tanto di parità di genere e l’avvio di un nuovo percorso per la città, come auspicano i cittadini.
E invece no, qualcuno deve cominciare a pestare i piedi, senza troppi motivi validi.
Chi? Roberto Cornelli il segretario provinciale del Partito Democratico a Milano. Persona importante, rispettabilissimo e apprezzatissimo sindaco a Cormano e anche ottimo docente universitario, esperto di criminologia e problematiche della sicurezza ma che – spiace dirlo – come segretario metropolitano qualche perplessità la suscita.
Gli ottimi risultati ottenuti dal Partito Democratico a Milano a questa tornata elettorale (più per merito di alcuni candidati che non del partito stesso, a dire il vero) avevano fatto accantonare tutti i problemi pregressi e ci si era uniti in una festosa euforia da vittoria che aveva permesso anche di non dare troppo peso ad alcune scelte poco opportune (come quella di non farsi neanche vedere a salutare i propri elettori durante la festa per Pisapia in piazza Duomo il pomeriggio della vittoria per cedere il palco ad altri esponenti di altri partiti), ma evidentemente i dirigenti locali sono recidivi nei loro errori.
A giunta fatta, con tanto di validi assessorati conquistati dagli eletti del Partito Democratico (Majorino al Welfare, Maran alla mobilità e ambiente, Granelli alla sicurezza, Boeri alla cultura con delega sull’Expo) nonché il ruolo di vicesindaco assegnato a Maria Grazia Guida; Roberto Cornelli ha pensato bene di protestare per l’assegnazione di un incarico a Tabacci (Api) appellandosi alle stesse motivazioni dell’Italia dei Valori, ovvero il doppio incarico.
Motivazione giustissima, soltanto che, mentre l’Idv protesta perché pur essendo una lista che ha sostenuto la candidatura di Pisapia non ha avuto nulla (del resto non ha preso neanche molti volti), il Partito Democratico ha avuto molto e questo andare a rompere le scatole è un po’ pretestuoso.
Non che la nuova giunta sia perfetta, alcune scelte suscitano perplessità (non tanto nelle persone che sono indubbiamente tutte meritevoli, quanto nell’assegnazione degli incarichi), ma ha una sua logica di fondo.
Il Pd voleva Boeri vicesindaco scrive Il Giornale. Ipotesi molto probabile, anche in virtù dei tantissimi voti presi da Stefano Boeri, ma Pisapia aveva annunciato subito dopo la sua vittoria di volere una donna come vice (decisione che va tanto di moda) e anche alcune componenti dei democratici, all’inizio, si erano espresse favorevolmente in tal senso. Non è colpa di Pisapia se poi le donne a cui si è rivolto o di cui si è fatto i nomi (Adamo, Pollastrini, Toia) non erano disponibili perché già elette in altri ruoli a cui non avevano intenzione di rinunciare (e il vicesindaco è un ruolo un po’ complesso da gestire con doppio incarico). Pisapia ha fatto la scelta più ovvia, andando a prendere una figura in vista come Maria Grazia Guida, cattolica e quindi in qualche modo in grado di fare da contraltare all’immagine di “uomo di sinistra estrema” che gli hanno attribuito durante la campagna elettorale, e che era in lista con il Pd (anche se certamente di voti non ne ha presi poi moltissimi e non è una figura rappresentativa del Partito Democratico).
In merito a Stefano Boeri, forse tutti si aspettavano Expo o urbanistica, dimenticando che il noto architetto ha perso le primarie anche perché molti non volevano votarlo proprio per il suo conflitto di interessi sull’urbanistica e per le vicende legate all’Expo (di cui è espertissimo e spiace che non possa mettere a frutto a pieno le sue competenze ma un segnale di discontinuità Pisapia, evidentemente, vuol darlo).
Di tutte le altre poltrone democratiche, quella più azzeccata sembra essere quella ottenuta da Pierfrancesco Maran.
Curioso infatti che Marco Granelli, da tempo noto per il suo impegno nel mondo dell’associazionismo e del volontariato cattolico, sia stato messo a gestire la sicurezza (anche se ufficialmente figura come “Sicurezza e coesione sociale, Polizia locale, Protezione civile, Volontariato”… una definizione un po’ surreale, per dirla con un eufemismo). Così come una qualche perplessità l’ha suscitata la sua prima dichiarazione da assessore che, dalle pagine di Repubblica, ha detto di voler valorizzare il ruolo del volontariato: parole giustissime e meritevoli ma forse Granelli non ha ben chiaro che i milanesi, da chi gestisce la sicurezza, si aspettano appunto sicurezza e non altro.
Stessa problematicità per Pier Francesco Majorino al welfare che ha dichiarato a Repubblica “Chiamerò gli artisti”… Viene da chiedersi “a fare che?” dato che il suo ambito è “Politiche sociali e servizi per la salute”.
Però tutte queste scelte non sono state fatte a caso, c’è una logica di Pisapia ben precisa che va al di là dei singoli interessi personali degli assessori (si capiva bene che l’aspirazione di Majorino era la cultura, di Granelli il welfare e di Boeri qualcosa di più) e che tiene conto della necessità di non creare conflitti di interessi. Lo si nota molto bene anche con altri assessori non Pd, che sostanzialmente hanno le stesse situazioni di “poca pratica” con il campo loro affidato. Questo forse rischia di creare qualche problema sulle competenze ma, essendo anche una giunta di persone prevalentemente giovani, si presume che siano più duttili di mentalità e quindi più facilmente ricollocabili nei nuovi ambiti rispetto a ciò di cui si sono sempre occupati.
Così come una scelta precisa del sindaco è stata quella di non farsi incastrare negli equilibrismi dei partiti, rivendicando da subito una sua autonomia. Scelta questa che dovrebbe aver intrapreso intanto mirando ad un’idea di linea politica che intende mettere in atto ma poi anche alla solidità della giunta stessa e al garantire la governabilità (di qui la decisione di coinvolgere il centrista Tabacci, che inizialmente era stata accolta favorevolmente anche dal Pd).
Essendo Cornelli un uomo di “ area Bersani”, lo inviterei a seguire il consiglio del segretario nazionale di non stare a guardarsi l’ombelico o la punta delle scarpe: abbiamo vinto, abbiamo preso tanti voti, abbiamo ottenuto dei buoni assessorati, hanno preso incarichi le persone che per voti e per esperienza potevano prenderli; cerchiamo di far funzionare bene ciò che abbiamo ottenuto e non andiamo a protestare sui giornali per problemi che - per quanto reali - non dipendono da noi.
Questo, ovviamente, non giustifica Tabacci, che in realtà farebbe bene a non sminuire il problema del doppio incarico (come ha fatto nell’intervista a Repubblica di questa mattina) perché sarebbe opportuno che chi è dedito alla cosa pubblica si occupasse di gestirla bene e non di collezionare poltrone, ma l’approccio con cui va affrontato è certamente diverso dalle proteste sulle pagine dei giornali, soprattutto in questo momento.
 
La giunta di Giuliano Pisapia, Sindaco
Partecipate, Innovazione, Risorse umane e organizzazione, Giovani, Agenda digitale, Sistemi informativi, Avvocatura, Facility management, Comunicazione, Sistema di gestione della qualità

Maria Grazia Guida, Vice sindaco
Educazione e Istruzione, Rapporti con il Consiglio comunale, Attuazione del programma

Assessori
Daniela Benelli
: Area metropolitana, Decentramento e municipalità, Servizi civici
Chiara Bisconti: Benessere, Qualità della vita, Sport e tempo libero
Stefano Boeri: Cultura, Expo, Moda, Design
Lucia Castellano: Casa, Demanio, Lavori pubblici
Franco D'Alfonso: Commercio, Attività produttive, Turismo, Marketing territoriale
Lucia De Cesaris: Urbanistica, Edilizia privata
Marco Granelli: Sicurezza e coesione sociale, Polizia locale, Protezione civile, Volontariato
Pierfrancesco Majorino: Politiche sociali e servizi per la salute
Pierfrancesco Maran: Mobilità, Ambiente, Arredo urbano, Verde
Bruno Tabacci: Bilancio, Patrimonio, Tributi
Cristina Tajani: Politiche per il lavoro, Sviluppo economico, Università e ricerca
 
Organi di Garanzia
Valerio Onida:
Autorità per le Garanzie civiche (partecipazione e trasparenza). Si avvarrà della collaborazione dell’Avv. Umberto Ambrosoli

Piero Bassetti: Consulta per l’internazionalizzazione del Sistema Milano

giovedì 19 maggio 2011

Analisi del voto

I giornali di questi giorni sono pieni di pagine di analisi elettorali, più o meno tutte simili tra loro perché ciò che è accaduto con la tornata di elezioni amministrative appena trascorsa è ben evidente agli occhi di tutti.
Semplificando, come ha detto il segretario Pd Pier Luigi Bersani, il centrosinistra ha vinto e il centrodestra ha perso: il dato è abbastanza omogeneo su tutta l’Italia e ha valenza politica nazionale per come è stata condotta la campagna elettorale ma anche perché a metà legislatura del governo è ovvio che gli italiani abbiamo cominciato a fare un bilancio dell’azione della maggioranza in carica.
Quel che emerge chiarissimamente da tutti i risultati è che il centrodestra ha perso consensi: gli elettori delusi o hanno votato altrove o non hanno votato affatto.
Tutti gli analisti, infatti, si sono affrettati a segnalare che questa volta, a differenza del passato, non c'è stato scambio di voti tra Lega e Pdl. «Ci sono state, invece, perdite nette dell'uno e dell'altro. - scrive Roberto D’Alimonte su Il Sole 24 Ore - Contrariamente alle aspettative i delusi di Berlusconi non hanno votato Bossi. E così tutto il centrodestra arretra. Il problema non si presenta solo a Milano. Se così fosse la spiegazione potrebbe essere cercata in fattori locali. Rispetto alle ultime regionali Pdl e Lega perdono sistematicamente in tutto il Nord sia nei comuni che nelle province».
Milano è, tuttavia, il caso più eclatante di quanto avvenuto oltre che una città simbolo del potere del centrodestra che, questa volta, sembra essere giunto al termine.
Innanzitutto, tutte le nove zone della città sono passate al centrosinistra (prima soltanto la Zona 9 era governata dal centrosinistra, mentre le altre otto erano del centrodestra).
Andando ad analizzare i dati elettorali, inoltre, emerge un fatto importante: le preferenze, di solito abbastanza complicate da raccogliere, sono state utilizzate dagli elettori del centrosinistra molto più che da quelli del centrodestra. I partiti maggiori e i candidati più noti, ovviamente, sono quelli che ne hanno raccolte di più. Per il centrosinistra, 49.153 preferenze sono state espresse per i candidati del Partito Democratico (con un trionfo di Stefano Boeri) e 10.956 da Sinistra Ecologia e Libertà, poche quelle per gli altri partiti (per lo più attribuite al candidato di punta della lista). Spicca la scarsità di preferenze raccolte dall’Italia dei Valori: nessun numero eclatante sulla lista e questo è un dato curioso perché notoriamente gli elettori di quel partito sono persone molto attente e tendono ad informarsi bene sui candidati.
Complessivamente, l’Italia dei Valori ha perso molto in queste elezioni in tutta Italia a vantaggio delle liste del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo (ad eccezione di Napoli, dove la popolarità di Luigi De Magistris hanno concesso al partito di Di Pietro di arrivare al ballottaggio) e viene da pensare che il tutto sia ricollocabile in chiave di politica nazionale: la compravendita dei deputati da parte di Berlusconi che ha visto come protagonisti principali proprio tre dipietristi deve aver lasciato il segno.
Le liste del centrodestra a Milano hanno raccolto ben poche preferenze: il partito che ne ha ottenute di più è il Pdl (grazie a nomi noti messi in lista), scarsissime quelle della Lega con l’eccezione di Matteo Salvini e questo è un dato che dovrebbe far riflettere sul presunto radicamento nel territorio dei candidati leghisti, perché la preferenza è un segno chiaro che gli elettori hanno scelto consapevolmente quel candidato.
Perplessità emergono poi sul cosiddetto Terzo Polo: su scala nazionale si è mostrato irrilevante, segno che la politica dei “mille forni” di Casini non paga. Del resto è un po’ difficile sparare contro Berlusconi in una città e presentarsi suo alleato in un'altra...
Inoltre, a questo si aggiunge l’idea del voto utile, ben spiegata da Massimo D’Alema, in un’intervista a La Stampa: «Queste elezioni dimostrano che se la richiesta di cambiamento è così diffusa, allora i cittadini utilizzano il voto che ritengono utile per ottenere il cambiamento. Voglio dire che se a Milano si pensa che occorra chiudere con la Moratti, allora i cittadini - con tutto il rispetto per il Terzo polo - votano per Pisapia, che è il candidato che può batterla. L’idea bipolare è ormai radicata nella testa degli elettori, e a volte la “terzietà”, se è fine a se stessa, si paga. Ripeto: ho grande rispetto per la discussione in corso nel Terzo polo, ma chiedo loro in che prospettiva strategica si pongono. Se si vuole superare il berlusconismo, bisogna assumersi delle responsabilità. E non mi riferisco certo a questi ballottaggi».
Le cose, infatti, cambiano notevolmente adesso con i ballottaggi perché il Terzo Polo potrebbe diventare un pericoloso ago della bilancia.
Nel caso specifico di Milano, è stato anche merito di Casini (oltre che delle intemperanze di Berlusconi, Lassini e Santanché) se la Moratti ha perso 80.000 voti: il venerdì di chiusura della campagna elettorale è stato lui ad andare su tutte le televisioni a dichiarare che gli estremisti stavano nel centrodestra. Monito importante per quello che potrebbe essere il suo bacino elettorale che, indipendentemente dal fatto che possa aver votato per Manfredi Palmeri o no, sicuramente, dopo quelle affermazioni, non ha votato per il sindaco uscente.
Anche questo dei toni utilizzati nella campagna elettorale è stato un tratto che – come tutti hanno rilevato – ha inciso enormemente nella scelta da fare alle urne.
La comparsata televisiva ad Anno Zero di Daniela Santanché ha regalato una marea di voti di indecisi a Pisapia: non ci voleva molto a capirlo, bastava andare per strada il giorno dopo per sentire cosa dicevano le persone.
Michele Brambilla, su La Stampa, commenta: «Milano è troppo sobria per quella gente là, abbiamo sentito dire da una signora, che per “quella gente là” intendeva i pasdaran della politica urlata, i titolisti dal pugno nello stomaco, i professionisti del dossieraggio: gente che non è neanche di Milano e non sa che quello stile lì a Milano può funzionare sul breve ma non alla distanza. Perché “il troppo stroppia” è un altro proverbio che fa parte del patrimonio di saggezza di questa città. Perché che Pisapia sia un estremista, o il capo di un’eventuale giunta di estremisti, a Milano non la beve nessuno».
E ancora «Occupata com’era a dimostrare (o a far dimostrare) con ogni argomento – tutti sistematicamente sbugiardati – che Giuliano Pisapia non è una “forza gentile” espressione della buona borghesia milanese ancorché di sinistra, ma più o meno un mascherato fiancheggiatore di terroristi di varia natura, non si è accorta che i milanesi in effetti si sono presi paura. Non già di Pisapia, ma dell’estremismo che lei, eccessiva nel Dna, incarna», scrive di Daniela Santanché, Fabrizia Bagozzi su Europa.
Ed è tutto vero perché Giuliano Pisapia non è quello che la destra ha cercato di far credere e le persone, che in questi mesi lo hanno cercato, incontrato, ascoltato, lo sanno benissimo.

Lo stupore per il risultato elettorale (tanto per l’arrivo al ballottaggio, quanto per le percentuali con cui si è arrivati) che ha colto tanti commentatori e anche tanti dirigenti di partito, in realtà lascia intendere come questi siano stati molto distratti nei mesi di campagna elettorale perché bastava girare un po’ per le iniziative a cui era prevista la partecipazione di Giuliano Pisapia per accorgersi che qualcosa si stava muovendo, che c’era tanta attenzione attorno a lui (anche da parte di persone che normalmente non si vedono alle iniziative politiche) e tanta voglia di conoscerlo, di sentire cosa aveva da raccontare e, al di là del commento sulle doti comunicative del candidato sindaco del centrosinistra, quello che colpiva di lui era proprio la sua naturalezza, il suo essere in mezzo agli altri, il suo parlare di cose normali (che interessano a tutti i cittadini, come l’abitare, le case, il verde, il traffico, l’inquinamento, l’acqua pubblica, l’occupazione, la trasparenza nella politica) come una persona normale. Qualità rare queste in un tempo di politici urlanti e venditori di sogni impossibili.
Lasciando Milano per guardare alle tendenze nazionali, emergono complessivamente due dati:
1) Il centrosinistra ovunque vince se è unito. In questa tornata elettorale, a parte Napoli, fondamentalmente la coalizione di centrosinistra si è mostrata unita, mentre il centrodestra ha perso pezzi da tutte le parti (il Terzo Polo è andato da solo, la Lega in alcuni comuni ha scelto di andare da sola e anche dove era insieme al Pdl ha mostrato forti segni di insofferenza). E qui, inevitabilmente, si apre la questione delle alleanze e tutte le problematiche che queste comportano. Alla luce dei risultati elettorali, da una parte Romano Prodi è intervenuto gioioso per dire che l’Ulivo era rinato, e dall’altra parte Dario Franceschini ha riproposto la teoria dell’alleanza larga comprendente il Terzo Polo. Tutte ipotesi percorribili e tutte corrette perché, se la matematica non è un’opinione, i numeri usciti da questa tornata elettorale parlano chiaro: divisi non si va da nessuna parte. Ma allora, assoldato il fatto che le alleanze sono indispensabili, occorre necessariamente valutare con attenzione con chi allearsi e quale ruolo ritagliarsi all’interno dell’alleanza e questo è il punto che il Partito Democratico deve chiarire (soprattutto con se stesso perché, anche in questo caso i numeri parlano chiaro, molti problemi sono di natura interna e non si ripercuotono sulle scelte degli elettori).
Franceschini, in una recente intervista a Repubblica Tv, ha affermato che il ruolo del Pd – in quanto partito più grande – deve essere quello che tiene insieme la coalizione e che, quindi, sta in mezzo tra la sinistra (rappresentata da Vendola in prevalenza) e il Terzo Polo. Posizione questa che, per quanto abbastanza naturale, è un po’ riduttiva dal punto di vista politico: forse Franceschini si è espresso male ma, al maggior partito della coalizione dovrebbero spettare proposte (che per altro ci sono) e, con queste, la guida nella linea politica. Se il Pd deve essere solo un collante tra due forze (una di sinistra e una di centro), serve a poco.
2) Al di là della tendenza complessiva, secondo cui gli italiani con il voto volevano esprimere la loro sfiducia al governo in carica, vincono meglio i candidati noti, forti e dal profilo politico riconoscibile, gli altri fanno più fatica. Lo dimostrano l’enorme successo avuto da Piero Fassino (il sindaco più votato) nonostante le candidature fossero 37, lo dimostra De Megistris (a scapito di Morcone, il quale oltre a non essere conosciuto si trovava a dover scontare i pasticci del Partito Democratico di Napoli sulle primarie e la propaganda pressante sul dramma dei rifiuti che continua ad attanagliare la città), lo dimostra anche Giuliano Pisapia (persona molto conosciuta e dal profilo politico chiarissimo e netto) e lo dimostra anche la difficoltà di Virginio Merola a Bologna, in bilico fino all'ultimo (pagava l’affaire Del Bono che ha portato all'exploit i grillini, alcuni svarioni che ha preso durante la campagna elettorale ma anche il fatto di essere sostanzialmente un personaggio non noto).
Un dato che tutti i giornali hanno voluto mettere in risalto (erroneamente) il giorno successivo alle elezioni è stato quello del cosiddetto trionfo della «sinistra estrema» (scritto proprio così), in quanto Pisapia (Milano), Zedda (Cagliari) e De Magristris (Napoli) sarebbero esponenti di quelle tendenze.
A parte il fatto che, caso mai si tratta di “sinistra più radicale” o semplicemente “sinistra”, questo dato però è vero solo parzialmente: è vero che la candidatura di Pisapia è nata nell’ambito di Rifondazione/Sinistra Ecologia e Libertà, così come a Sel appartiene Zedda e De Magistris sicuramente non è annoverabile tra i soggetti moderati, ma questi partiti, in realtà, alle elezioni hanno preso pochi voti. A Milano è stato un trionfo del Pd che, arrivando al 28%, ha raggiunto il Pdl e nelle altre città la tendenza è la stessa.
Gli elettori, pur scegliendo persone di partiti piccoli per la guida del loro comune o della loro provincia, non hanno poi dato il voto di lista a quei partiti ma si sono concentrati sui partiti maggiori, forse in quanto più conosciuti i loro esponenti e forse anche perché ritenuti una miglior garanzia di governabilità in caso di vittoria elettorale.
Il Partito Democratico, dunque, per quanto perennemente impelagato nelle discussioni interne di alcuni suoi esponenti a livello nazionale e per quanto presentasse situazioni politicamente problematiche a livello locale, da questa tornata elettorale ne è uscito benissimo. Segno, questo, che ai cittadini-elettori non interessa minimamente tutta la discussione interna sugli equilibri delle componenti e la problematica sulla consistenza o meno dei dirigenti locali: questi sono tutti fattori che all’esterno non si guardano, non interessano e anche quando si vedono si comprendono poco. Ecco allora che l’unità e la compattezza del partito diventano importanti agli occhi dell’esterno e quando si va a parlare fuori occorre che i dirigenti si assumano completamente questa responsabilità. Ciò non significa negare i problemi o non discutere, ma vuol dire farlo all’interno, negli organismi, per poi uscire uniti e più forti insieme, perché ciò che è un problema per gli equilibri interni al partito non necessariamente lo è per i comuni cittadini, anzi, il più delle volte non lo è affatto e quindi è meglio se questi fattori non vengono accentuati quando si parla fuori.
Venendo agli equilibri interni, tuttavia, guardando ai dati elettorali milanesi, qualche riflessione va fatta. Affari Italiani, per quanto riguarda il Pd, segnala che «Dalle urne è uscita una leadership riconosciuta: quella di Stefano Boeri. Nessuno a sinistra ha ottenuto mai tanti voti quanto lui. Altro "vincitore" è stato Pierfrancesco Maran, che è riuscito a costruire una rete di apparentamenti molto efficaci con i consigli di zona e che si propone come uomo di innovazione nell'ambito della politica democratica. Risultato da rimarcare anche per Carmela Rozza, che è stata non solo la donna del Pd più votata, ma la più votata in generale tra tutte le candidature femminili. Tra quelli che possono gioire ci sono anche i cattolici, che hanno fatto lavoro di squadra e che conquistano il sesto, il settimo e l'ottavo posto in consiglio con Granelli, Pantaleo e Fanzago».
Nomi e reti queste che agli elettori possono non voler dire niente ma che all’interno del partito dicono moltissimo. Anche in piccolo, come per le tendenze nazionali, chi ottiene di più è chi è più conosciuto ma anche chi ha una buona rete di sostegno perché, pure in questo caso, da soli si va poco lontano mentre con buone reti si vince. E, allora, per il futuro, è bene che le componenti riflettano sui successi o meno dei loro candidati e, soprattutto, sul funzionamento della rete che doveva servire a portare loro voti, per consolidare o rinnovare dove serve.