domenica 20 marzo 2011

Il partito nuovo non c'è

Rinnovamento è una parola che ogni tanto torna fuori nel dibattito interno al Partito Democratico. Prende forme diverse a seconda del personaggio che, di volta in volta, sembra ergersi ad incarnazione di quel concetto. Un’espressione del rinnovamento è stata la “giovane” Debora Serracchiani, diventata famosa per le sue sparate contro l’apparato ma che poi ha cambiato metodo perché deve aver capito che, al di là della simpatia della gente e di qualche buon titolo sui giornali, non le avrebbero reso vita facile dentro al Pd. Espressione del rinnovamento o della “rottamazione” è stato di recente anche Matteo Renzi, il quale se ad un certo punto sembrava aver ammorbidito i toni, poi ha scelto di rialzarli perché ha capito che tutto sommato gli fa ancora comodo così. In entrambi i casi si tratta di persone mediamente giovani di età, almeno rispetto al resto dei rappresentanti del Pd.
È curioso, invece, che in questi ultimi giorni, si voglia far portavoce del rinnovamento anche un soggetto che giovane non è (né per politica né per età) quale Giuseppe Fioroni.
Fioroni, nella rivista Il Domani d’Italia, appena lanciata in rete, scrive un articolo intero dedicato al rinnovamento, ponendo una domanda di fondo: “E la prima domanda che onestamente dobbiamo farci è: possiamo pensare che il domani, dopo Berlusconi, sia rappresentato da un centrosinistra che invece ha le stesse facce di ieri? O non è forse arrivata l'ora anche per noi di avere coraggio? Sappiamo che entro un congruo numero di mesi avremo davanti a noi la sfida più importante: archiviare Berlusconi senza esserne archiviati anche noi”.
La domanda non è sbagliata, ma lascia emergere due elementi di fondo: 1) Berlusconi, 2) la classe dirigente del Pd.
Fioroni cita Berlusconi in ogni passaggio del suo articolo, quasi come se vero il tema di fondo non fosse il rinnovamento del Pd, ma la scelta di una linea politica improntata sul cosiddetto antiberlusconismo. Opinione legittima, che oltretutto Fioroni non ha mai nascosto, ma che poco ha a che vedere con il rinnovamento del partito (come fa notare anche Debora Serracchiani, in un altro articolo), dove in realtà, i giovani sono molto più antiberlusconiani dei non giovani (Renzi a parte, guarda caso ben visto da Fioroni, vista la sua visita ad Arcore).
La classe dirigente del Pd (di cui oltretutto Fioroni fa parte e non da oggi), invece, rappresenta solo una parte del problema del rinnovamento.
Il problema del rinnovamento, infatti, non riguarda solo i vertici, anzi molto più spesso riguarda la base, intendendo per tale sia i militanti, gli iscritti, coloro che si occupano di veicolare le idee del partito sul territorio o che lo rappresentano nelle istituzioni locali (anche di basso livello), sia il bacino elettorale del Pd (la cui composizione emerge in modo piuttosto netto al momento delle primarie ma anche alle iniziative locali del partito).
Tuttavia, questo problema sembra che il Pd faccia fatica ad affrontarlo: ogni volta c’è qualcosa di più urgente, sia l’emergenza democratica in cui ci fa precipitare Berlusconi, sia la crisi economica, sia la possibilità di far cedere il governo e quindi la necessità di mostrarsi uniti di fronte agli elettori… Senza contare che il segretario Bersani è abilissimo nello svicolare i problemi, preferendo non dare risposte e lasciare passare il tempo, in modo che prima o poi svaniscano da soli e vengano messi da parte da questioni più importanti (che certamente ci sono e sono tutte più che legittime, ma non risolvono i disagi di tutt’altra natura). “Dovremmo saperlo che, quando non ci si occupa di un problema, di solito, prima o poi è il problema che si occupa di te. E occuparsene non significa soltanto mettere in segreteria un certo numero di quarantenni, o assicurare che i “giovani” saranno mandati in tv”, scrive infatti Debora Serracchiani.
Il problema è che non basta correggere la rotta e aggiustare un po’ le cose ma bisogna cambiare il sistema.
La si vede in continuazione la riproposizione del vecchio sistema, soprattutto nei momenti vicini alle elezioni, in cui c’è la necessità di formare liste elettorali. Non è colpa di nessuno, la “vecchia guardia” che porta avanti il partito è abituata a fare politica così e cerca di farlo bene, ma mantenendo la vecchia impostazione.
Debora Serracchiani, giustamente, segnala che “Innanzitutto, l’interrogativo sul rinnovamento del Pd è di fondo e di merito, e riguarda la transizione talvolta incompiuta dai partiti d’origine a quello democratico, la riproposizione all’interno del Pd di logiche proprie dei vecchi partiti, fino all’affiorare degli aspetti più preoccupanti dell’elettoralismo o del raggrumarsi di bozzoli di partito nel partito”.
Non è un problema di persone, è un problema di metodo. Le persone che ci sono cercano di agire per il meglio, secondo le loro idee e le loro abitudini. Non possono cambiare loro e non possono cambiare da soli: c'è bisogno di gente nuova che, evidentemente, non c'è e quando c’è si trova a disagio e o tace o se ne va.
Quello che manca, oggi, è la mediazione tra il vecchio e il nuovo. Troppo spesso le persone nuove (giovani o meno che siano) si trovano davanti ad una serie di imposizioni di metodo già consolidate e che nessuno intende mettere in discussione, contro le quali sembra impossibile tentare anche la più piccola modifica. Di fronte a ciò, spesso accade che o i nuovi si arrabbiano e cercano di imporre la loro voce (spesso con i toni sgraziati alla Renzi, soprattutto se sono giovani perché abituati a questo tipo di linguaggio tipico della società moderna, sempre molto urlata e poco incline alla vecchia maniera della diplomazia) oppure desistono e se ne vanno perché non si sentono più a casa (cosa che capita di frequente sia tra i giovani che i meno giovani). Dall’altra parte, sul versante della “vecchia guardia”, c’è una difficoltà enorme nel comprendere le ragioni di questo disagio e anche dei linguaggi con cui viene mostrato, classificando spesso le persone che ne sono portatori come irrispettosi, ambiziosi, indisponenti, arroganti, e finendo così per arroccarsi in una difesa a spada tratta dell’esistente, giustificata dal sentirsi minacciati e aggrediti dal nuovo che non riescono a comprendere. Così è facile che tra le parti si crei un muro e, per solito, dove c’è già una realtà consolidata, a soccombere è il nuovo arrivato e non il vecchio sistema. E questo è un peccato perché il Pd ha bisogno di risorse nuove e le perde se continua a chiudere loro la porta in faccia. Oggi c'è troppa chiusura dentro a schemi vecchi. C'è troppa paura di aprirsi. I nuovi non riescono ad esprimere compiutamente un parere diverso perché non vengono accettati, vengono zittiti e tacciati di irrealismo o di inesperienza o, semplicemente perché il ragionamento di cui sono portatori non rientra nello schema mentale della “vecchia guardia”.
La realtà, però, è che non tutti i nuovi che utilizzano i linguaggi coloriti di Matteo Renzi sono come lui, anzi molto spesso sono diversissimi e nemmeno apprezzano troppo il sindaco di Firenze, solo che in un contesto così piatto soffocante non riescono a trovare forme espressive migliori per dar voce al proprio disagio e finiscono per prendere in prestito quelle del furbetto toscano che, in realtà, non pensa affatto al rinnovamento ma a se stesso.
Di questa modalità, le maggiori espressioni si hanno tra i giovani perché il loro mondo è fatto così. La società di oggi non è più la stessa di cinque o dieci anni fa: il mondo cambia velocemente, il tempo trasforma le cose in fretta e anche solo quello che era valido un anno prima può già non esserlo più e allora ecco spiegata la loro impazienza, la loro fretta di arrivare, di non perdere il treno perché quello successivo potrebbe passare troppo tardi o non passare affatto. Le regole del mondo dei giovani sono queste: è cambiato il mondo, cosa devono aspettare? Di finire rottamati prima ancora di aver provato ad esprimersi? È l’impostazione della società che spinge a pensieri di questo tipo, non è solo un problema di regole e di conformazione del Partito Democratico. In una società dove il merito non esiste, dove ad andare avanti sono i più furbi e i più raccomandati (poco importa se sanno far qualcosa o meno), chi si sente di essere almeno un po’ preparato quale aspettativa deve avere?
Quello che sarebbe utile è trovare un punto di equilibrio tra vecchio e nuovo; una mediazione, un reciproco venirsi incontro per cercare una convergenza, anziché evidenziare le differenze e finire a scontrarsi su quelle. Ma per trovare un punto di equilibrio è indispensabile che entrambe le parti facciano dei passi indietro e delle rinunce rispetto all’irrigidimento sulle proprie posizioni.
Tutto questo è necessario che parta dalla base prima ancora che ai vertici. Il vertice riproduce lo stesso identico meccanismo problematico.
Non serve mettere un leader che incarni il nuovo se ha dietro di sé una base vecchia perché finirebbe per essere travolto (è accaduto a Veltroni, mai compreso dall’establishment del vecchio PCI, è accaduto a Franceschini, addirittura mai considerato solo perché ex democristiano e accadrebbe anche ai prossimi). Questo vale per i vertici nazionali ma vale anche per i vertici locali.
Dove ci sono vertici nuovi, troppo spesso, si trovano ad agire arroccati in se stessi, completamente isolati dal resto del partito, da cui sono mal visti e da cui necessitano di difendersi perché, anziché trovare disponibilità di aiuto per i momenti di difficoltà, sostegno e supporto, si trovano attorniati da un branco di squali che non aspetta altro che vederli inciampare per sbranarseli. Il risultato è che l’inesperienza dei nuovi li porta a fare errori piuttosto grossolani e con conseguenze gravi ma che chi si offre di dar loro aiuto, in realtà, il più delle volte, sono persone cercano di sfrattarli dalla poltrona conquistata.
Dove ci sono vertici espressione del vecchio establishment si verifica lo stesso meccanismo, con il perpetrarsi di sistemi consolidati ma non sempre vincenti e intorno un coro di voci nuove insofferenti che reclamano spazi che non vengono concessi.
Anche in questo caso è più che mai necessaria la mediazione: occorre un passaggio, attraverso la formazione politica, ai nuovi arrivati che oggi manca ma che non può nemmeno essere fatta con i metodi vecchi di secoli fa perché il mondo è profondamente cambiato. Occorre che le “vecchie guardie” cerchino di andare incontro ai nuovi arrivati, ascoltandoli, aprendo loro la porta e cercando di fare loro quel lavoro di diplomazia necessaria per trovare una convergenza e ottenere un risultato che sia gradito ad entrambi. I nuovi arrivati, spesso dimostrano poca pazienza, sono poco inclini alle vecchie liturgie e, giusto o sbagliato che sia, dal loro punto di vista hanno ragione e non gli si può chiedere di adeguarsi a qualcosa che non appartiene al loro mondo ed è ormai profondamente disancorato dalla realtà attuale. È impensabile che siano i nuovi a cercare la sintesi: non ne hanno la formazione e l’esperienza necessaria; questi possono solo metterci la pazienza di capire che non tutto si ottiene subito e come lo si vuole, la costanza nell’impegno anche nei momenti non propriamente felici, la capacità di imparare ad esprimersi adeguatamente e nel rispetto di tutti; ma poi occorre che anche i “vecchi” assumano un atteggiamento corretto, smettendo di fingere di voler aiutare i nuovi mentre, in realtà li usano semplicemente come bandiere di facciata dietro alle quali nascondersi per continuare a perpetrare i loro metodi e il loro potere (dove c’è).

Occorre “fare un partito nuovo in un tempo nuovo”, lo ha detto Dario Franceschini più volte nei suoi interventi ma, al di là delle parole, questa operazione non è mai stata messa in pratica e, anche là dove era stata cominciata, si è fermata perché i nuovi da soli non vanno da nessuna parte e i vecchi, in realtà, alla necessità di rinnovamento non sembrano mai averci creduto. Al di là delle frasi di circostanza che si dicono sempre sul caso, la realtà dei fatti è sotto agli occhi di tutti: il partito è ancora fortemente legato alle vecchie logiche di Ds e Margherita e gli scontri attuali, più che sulle idee, continuano ad avvenire per ragioni di poltrone e leadership.

venerdì 4 marzo 2011

Uno scherzo di pochi e un danno a tanti

Uno svarione non da poco quello di Bersani sulle firme raccolte dal Pd per mandare a casa Berlusconi.
È inutile fare finta di niente e nascondere la testa sotto la sabbia: per uno scherzo di pessimo gusto di pochi, si è fatto una figuraccia in tanti.
È su molti giornali di oggi l’ironia dei commentatori che accusano il Partito Democratico di una “patacca” con quelle firme tra cui figurano pure Paperino e Fidel Castro.
Qualcuno ha detto che raccogliere le firme in rete è stato un errore, qualcun altro ha replicato che pure ai gazebo si poteva firmare più volte senza che nessuno se ne accorgesse.
Cose capitano, niente di grave: c’è sempre chi fa il cretino e si diverte a mettere i bastoni tra le ruote alla gente per bene che lavora con impegno e c’è sempre chi invece lo fa sbadatamente, senza accorgersi che sta facendo un danno con una firma in più.
Il fatto abbastanza grave, però, è come il tutto è stato gestito dal segretario del Pd e, soprattutto dal suo staff, perché magari lui nemmeno ha tempo di badare a queste cose.
Lo slogan delle dieci milioni di firme era sembrato a tutti decisamente troppo azzardato: si poteva puntare ad un numero più basso, come hanno suggerito in molti interni al Pd, ma si poteva anche non dare alcun numero. A cifra lanciata, in ogni caso, nessuno si è tirato indietro e tutti i circoli si sono attivati con gazebi, presenze alle manifestazioni e mercati per ottenere il massimo possibile.
E la gente (quella vera, non quella che si firma Paperino) c’era, accorreva, firmava convintamente e non tutti erano elettori Pd, anzi, qualche volta è capitato pure qualcuno di destra che si è presentato a firmare perché diceva di non si sentirsi rappresentato da Berlusconi e non vedeva l’ora di liberarsene.
Ecco perché questa storia delle firme taroccate fa male: chi ha fatto quello scherzo o chi ha firmato più volte, ha tradito quelle persone che hanno firmato davvero, che hanno messo in piedi i gazebi, che si sono date tanto da fare per raccogliere le firme. Uno scherzo di pochi che ha sporcato il lavoro e anche la credibilità di molti.
Sì, la credibilità, perché un cittadino non strettamente legato al Pd che accetta di mettere una firma per un’iniziativa di questo tipo, in qualche modo ti sta aprendo una porta, ti sta dicendo che, anche se non ti vota, in questa battaglia ti sostiene e, se te la giochi bene, non è detto che in futuro non tornerà a guardarti e a sostenerti per altre iniziative.
Il risultato è che adesso, molte di quelle persone probabilmente si sentono prese in giro da un partito che anziché fare le cose serie e per bene, ha fatto una patacca. Involontaria, certamente, ma sempre patacca resta. E se a mettere le firme finte non sono stati simpatici perditempo ma veri e propri sabotatori (com’è accaduto alle ultime discusse primarie napoletane) è anche peggio perché ciò che emerge è che nessuno si è preoccupato di controllare.
Pazienza per le firme ai gazebi: difficile sapere se qualcuno firma più volte, sta al buon senso delle persone non farlo.
Ma sulle firme in rete, possibile che nessuno del Pd abbia visto e controllato?
Possibile che prima di far esporre il segretario, mettendogli in bocca cifre e dati, nessuno del suo staff si sia preoccupato di fare una verifica?
Probabilmente, le firme false sono pochissime e la vicenda non ha un reale peso ma proprio per questo andavano individuate e rimosse per tempo. Perché giocarsi la credibilità di un’iniziativa che - al di là dei numeri - si stava rivelando una bella operazione d’immagine e che stava portando tanta gente ad avvicinarsi al Pd?
Oltretutto, non c’era più bisogno di rimarcare il numero, finché la partita era aperta e alla fine sarebbe bastato consegnare uno scatolone simbolico di firme… Tante volte si finisce a farsi male da soli, scivolando su delle piccolezze.

domenica 27 febbraio 2011

Valori e democrazia per ricostruire la società italiana

Sala gremita venerdì sera al Palazzo delle Stelline per il convegno “I valori e la democrazia in politica”, organizzato dall’Associazione Democratici per Milano, a cui sono intervenuti Dario Franceschini (Capogruppo Pd alla Camera dei Deputati), Padre Bartolomeo Sorge (esperto di dottrina sociale della Chiesa), Luigi De Paoli (Professore di Economia dell’Energia all’Università Bocconi), introdotti da Patrizia Toia (Eurodeputato Pd) e Franco Mirabelli (Consigliere regionale Pd).
Tra il pubblico tanta gente comune ma anche tutto lo stato maggiore del Partito Democratico lombardo, da Maurizio Martina (segretario regionale Pd) a Francesco Laforgia (coordinatore dei circoli di Milano), ai parlamentari Erminio Quartiani, Emilia De Biasi, Enrico Farinone, la senatrice Fiorenza Bassoli e il candidato al consiglio comunale Stefano Boeri, ma anche importanti rappresentanti del mondo dell’associazionismo e della cultura. Video integrale dell'incontro>>>
Padre Bartolomeo Sorge ha aperto il suo intervento ricordando che viviamo in un momento di depressione collettiva: «Nel secolo scorso c’erano le ideologie ma erano accompagnate dai grandi ideali; oggi siamo passati alla “politica del fare”».
Il vuoto di ideali, secondo Padre Sorge, è stato riempito dall’ideologia tecnocratica che si è accompagnata al neoliberismo e questo si è trasformato in pensiero unico dominante grazie alla diffusione fatta dai mezzi di comunicazione di massa, primo fra tutti la televisione.
Quello che oggi chiamiamo “Berlusconismo”, ha affermato Padre Sorge, altro non è che «un neoliberismo consumistico e individualistico». Pensiero questo che a parere di Padre Sorge, oggi è andato in crisi in quanto le promesse che lo avevano portato al trionfo, si sono rivelate impossibili da realizzare. L’esplosione della bolla finanziaria che ha determinato la crisi economica globale ne è l’esempio e indica, per Padre Sorge, che «anche il capitalismo è arrivato al capolinea, esattamente come è stato per il socialismo reale con la caduta del Muro di Berlino».
Restano, tuttavia, i problemi legati al neoliberismo: «è aumentata la conflittualità sociale: la politica del fare ha portato ad un prevalere di interessi personali o di “casta”, finendo per generare una crisi della democrazia e anche della rappresentanza e ha alimentato forme di autoritarismo populista», ha sottolineato Padre Sorge.
Padre Sorge non ha mancato di evidenziare come nella società, attualmente, stiamo assistendo ad un fermento nuovo ma che non viene affatto messo in luce dai mezzi di comunicazione.
In politica, come nella società, per Padre Sorge, è necessario fare un «salto di qualità» che, probabilmente al Pd è mancato, in quanto il «partito non è mai nato perché si sono solo giustapposte posizioni provenienti dall’antico ma è mancata una fase costituente».
Padre Sorge si è poi soffermato sulla questione cattolica e sull’apporto dei cattolici dentro al Partito Democratico e dentro la politica.
«I valori - ha detto Padre Sorge – sono principi irrinunciabili e vanno enunciati: occorre passare attraverso il convincimento e la pazienza» e, soprattutto «i valori etici vengono prima del consenso; sono iscritti nella coscienza delle persone: non è una maggioranza a legittimarli».
Se il tempo delle barriere ideologiche è terminato, per Padre Sorge, oggi occorre trovare una sintesi nuova: i padri costituenti per scrivere la carta costituzionale trovarono una sintesi tra personalismo, solidarietà, laicità… Oggi, secondo Padre Sorge, occorre «lavorare insieme per un nuovo umanesimo, che dev’essere l’anima per una nuova convivenza civile». Un umanesimo che deve essere laico – ha sostenuto Padre Sorge – ma deve avere un’anima etica, mettere al centro la persona, la solidarietà, la legalità. «occorre trovare una strada nuova che abbia valore non solo per noi e il Partito Democratico può essere un esempio di sintesi culturale nuova», ha concluso Padre Sorge.

Il professor Luigi De Paoli ha utilizzato l’economia – sua materia – come base per allargare il discorso alla politica e ai valori: «il mercato è l’istituzione più consona alla democrazia», ha detto in apertura del suo intervento, senza per questo dimenticare che «il mondo per sua natura è imperfetto e le regole non camminano da sole, ma necessitano di persone che le portino avanti e le facciano rispettare».
La globalizzazione, secondo De Paoli, ha molti aspetti ma occorre cercare di utilizzare quelli positivi, ad esempio cercando di favorire la diffusione della conoscenza e dell’informazione che, sono modi di garantire diritti e democrazia.
Oggi, ha ricordato De Paoli, si parla molto di sviluppo sostenibile, che è un concetto ampio e non sempre chiarissimo ma che sostanzialmente significa cercare di conciliare la crescita economica (legata al reddito e alla produzione) con il rispetto dell’ambiente e dei diritti delle persone. Questo concetto, secondo il prof. De Paoli, è un importante valore che riscuote anche un notevole consenso ma deve esserlo per tutti, non solo per una parte politica, mentre sembra che i governi di centrodestra tendano a frenare questa idea.
Lo stesso discorso De Paoli lo ha applicato al federalismo: «un buon federalismo deve essere condiviso, non può essere imposto secondo le esigenze di una parte a tutti gli altri», ha sostenuto il professore. Il governo di centrodestra, invece, secondo De Paoli, «tende a frenare l’Italia e a generare conflitti a tutti i livelli: tra chi è protetto e chi no, tra giovani e anziani»: lo si vede anche nel mondo del lavoro e nei problemi che comporta il precariato con alcuni che hanno molti diritti e altri che non ne hanno neanche uno.
Oggi i partiti tendono a preoccuparsi solo del breve periodo, per De Paoli, ovvero di come vincere le elezioni, anche perché tra politiche e amministrative ci sono tornate elettorali abbastanza frequenti e questa continua campagna elettorale consente poco di occuparsi di governare e mettere mano ai problemi del Paese. «I politici – ha concluso De Paoli – devono gestire il bene comune ispirandosi a valori ideali che spesso configgono con le cose concrete», un esempio è la vicenda libica, dove l’Italia ha numerosi interessi commerciali ma dove sono in gioco anche la democrazia e i diritti delle persone.
Dario Franceschini ha aperto il suo intervento ricordando che la politica deve offrire una soluzione ai problemi del giorno dopo ma all’interno di un progetto.
«Oggi – ha detto Franceschini – il Paese vive una fortissima crisi di identità: il ventennio berlusconiano ha smontato valori, ideali e principi su cui si era basata tutta la ricostruzione italiana del dopoguerra, basta pensare al messaggio che arriva nelle case con i comportamenti personali di Berlusconi: un uomo pubblico con le sue parole e i suoi atteggiamenti crea inevitabilmente dei comportamenti emulativi».
Berlusconi e la Lega, che per Franceschini sono due facce della stessa medaglia, hanno trasmesso «un messaggio di egoismo sociale e territoriale» che è stato amplificato dalle televisioni in questi anni.
«Fino a qualche tempo fa era la ricchezza l’apice da raggiungere, adesso non basta più neanche quello», ha segnalato Dario Franceschini: «Adesso conta la popolarità, diventare famosi, andare in tv. Una volta, in televisione ci andava chi sapeva fare qualcosa, ora ci si va anche se non si sa far niente». «E’ stata completamente rovesciata la gerarchia dei valori», ha denunciato Franceschini, raccontando che una volta gli insegnanti erano rispettati in quanto educatori dei figli, mentre adesso non vengono rispettati né dagli allievi né dai genitori perché magari guadagnano pochi soldi al mese e arrivano a scuola in motorino.
I valori di uguaglianza, solidarietà, sussidiarietà, famiglia su cui era stata improntata la società italiana, secondo Dario Franceschini, sono stati rovesciati e la società è rimasta come «intorpidita».
«Oggi – ha evidenziato Franceschini – è cominciato un risveglio della società: lo abbiamo visto con la manifestazione delle donne del 13 febbraio, nata in rete ma che ha richiamato moltissime persone, e soprattutto lo abbiamo visto con il festival di Sanremo, tempio della cultura nazional-popolare dove c’è stato Roberto Benigni che ha raccontato la storia dell’Unità d’Italia e Roberto Vecchioni, votato dal televoto, che ha vinto con una canzone impegnata che mandava un messaggio chiarissimo». Il Pd, per Franceschini, deve lavorare su questo terreno e non disperdere il risveglio della società civile.
Franceschini ha evidenziato poi che, probabilmente, il giorno dopo la caduta di Berlusconi, si troveranno le macerie e, per ricostruire il tessuto delle regole e dei valori condivisi, c’è l’esigenza di avere un’alleanza larga e solo dopo aver ricostruito la base comune si potrà ristabilire il confronto normale tra le parti.
Il capogruppo Pd ha insistito anche sulla necessità di sfidare la destra sul terreno dei valori, facendo proposte alternative e non dei correttivi a quanto propongono altri: «Dopo la caduta del Muro di Berlino, in Europa, i partiti socialisti si sono limitati a proporre delle correzioni alle proposte politiche della destra, invece la globalizzazione ha mostrato come ci sia una linea distintiva enorme tra i due schieramenti».
In Europa non sono riuscite ad emergere le forze progressiste perché la destra ha sfruttato le paure della gente, enfatizzandole per ottenere consenso, offrendo idee di chiusura e protezione, ha ricordato Franceschini, mentre Obama, in America, non ha proposto dei correttivi delle politiche di Bush ma ha presentato un progetto alternativo e ha creato aspettative così alte che adesso è normale che si presenti la delusione da parte degli elettori.
«Il Partito Democratico – ha detto ancora Dario Franceschini – è nato per questo: per creare un ambizioso progetto di cambiamento per il Paese. La sintesi è rimasta incompiuta perché ci si trova ad agire sempre dentro a scenari di emergenza, con elezioni o minacce di elezioni continue».
«Fare un partito nuovo in un tempo nuovo è una sfida enorme», ha affermato Franceschini, segnalando che la globalizzazione è un tempo emozionante che offre sfide per cui si può ridiscutere tutto. Alcuni esempi fatti da Franceschini hanno riguardato l’estensione globale dei diritti attraverso internet (dalla manifestazione delle donne italiane ai movimenti del Nord Africa), la necessità di un welfare universale (in quanto siamo in un mondo in cui sono aumentate le disuguaglianze), ma anche la necessità di uscire dalla chiusura dei nazionalismi per considerare l’Europa come nuova area (in questo «i governi – soprattutto quelli di destra che hanno seminato euroscetticismo - sono indietro rispetto all’opinione pubblica, ai cittadini che viaggiano, che usano la rete», ha sottolineato il capogruppo Pd).
Per Franceschini, inoltre, il Pd deve riappropriarsi di alcune battaglie, come quella dell’uguaglianza unita al merito e per questo è indispensabile investire nella ricerca e nella cultura.
In merito al ruolo dei cattolici in politica, Franceschini ha affermato che non può essere solo quello di presidiare alcuni temi, ma occorre che i cattolici si occupino di cercare la sintesi tra le posizioni.
In chiusura del suo intervento, Dario Franceschini ha citato il libro di Edmondo Berselli “L’economia giusta”, in cui nel finale c’è scritto che per il futuro bisognerà imparare ad essere più poveri. «Abbiamo pensato prima ad espandere il mercato che le regole», ha ricordato Franceschini, affermando che «essere più poveri significa anche sprecare meno e quindi garantire uno sviluppo sostenibile. Oggi si hanno molti beni materiali e poco tempo per usarli».
I valori e la democrazia in politica

domenica 20 febbraio 2011

Luci a Sanremo





Roberto Vecchioni è stato grande. Ha meritatamente vinto con una splendida canzone, nel suo stile ma non banale, attualissima nei contenuti ed emozionante.
Ci sono parole e cose che danno un senso di "respiro" dall'oppressione del presente, che fanno immaginare che esiste un fuuro e che possiamo fare qualcosa per costruircelo.    Sono commossa davvero dall'esibizione del Professore sul palco dell'Ariston. La vittoria di Vecchioni ha ridato speranza ad una parte di Italia: a quella che non si arrende, che non ci sta all'appiattimento generale del pensiero. Quella vittoria è molto di più della vittoria di una canzone ad una gara musicale, è il segnale che non è ancora tutto piatto, non siamo ancora tutti addomesticati, c'è ancora chi ha il coraggio di dire no a questo sistema di appiattimento subculturale e di rivendicare con forza che esiste un modo diverso di essere nel mondo. Forse qualcosa sta cambiando e sono gli artisti a farsi portavoce del cambiamento... Speriamo che sia davvero l'inizio di un risveglio
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lunedì 14 febbraio 2011

Se non ora, quando?!


Tanta gente per "Se non ora quando?", tantissima come a Milano non la si è vista mai per una manifestazione. Persone che arrivavano da ogni parte in continuazione, nonostante la pioggia e il clima non proprio gradevole. Persone che hanno affollato piazza Castello, ma anche tutte le strade attorno fino a piazza del Duomo. Persone (anche non più giovani) arrampicate in ogni angolo: sulle pensiline delle fermate del tram, sulle cabine telefoniche, sulle statue, sulla fontana del Castello, sui cornicioni delle finestre.
Tanti i politici in mezzo alla gente: Antonio Di Pietro (che chiacchierava liberamente con tutti), Nichi Vendola (scortato da militanti e security) acclamato dalla folla e che lasciava in preda alle emozioni le ragazzine che si accalcavano per stringergli la mano, ma anche tutto il Pd, da Filippo Penati a Pierfrancesco Majorino, alle donne organizzatrici dell’evento (tra cui Piera Landoni, acclamata come una diva) fino ai militanti intenti nella raccolta delle firme per mandare a casa Berlusconi.
Dal palco si sono susseguiti tantissimi interventi, dagli immancabili Dario Fo e Franca Rame a Gad Lerner, da Ottavia Piccolo a Daria Colombo e poi tanta musica e tante sciarpe bianche che venivano fatte sventolare.
Vani erano i tentativi di spostarsi da un punto all’altro della piazza: troppo pieno e, ovunque ci si muovesse, era un andare incontro a un altro fiume di gente.
Tantissime donne, ovviamente, ma anche tanti uomini. Famiglie intere, ragazzini, signori anziani, italiani e stranieri. Ed erano proprio gli stranieri a non capire perché in Italia un Presidente del Consiglio poteva permettersi tutto quello che si è permesso Berlusconi: «Ci sono presidenti che si dimettono per molto meno», raccontava una giovane italo-brasiliana arrivata sola alla manifestazione perché amici e fidanzato sono berlusconiani. Non se lo riusciva a spiegare come fosse possibile che gli «italiani non riescano a svegliarsi e se ne freghino dei fatti accaduti come se fossero cose di scarsa importanza», anche se comprendeva alla perfezione i meccanismi della società mediatica ed era la prima a puntare il dito contro il conflitto di interessi di Berlusconi e a ricordare che in altri Paesi, chi ha le tv, non si candida in politica.
Ma lei, che non si è fermata un momento («devo fare tante foto, così le metto su facebook e le faccio vedere ai miei amici perché capiscano che qui siamo in tanti e che forse qualcosa si sta muovendo e bisogna darsi da fare per cambiare», spiegava), non era sola: c’era anche una ragazza del Senegal, un signore spagnolo, una coppia argentina e molti altri immigrati che da anni vivono in Italia e conoscono il nostro Paese e la nostra politica meglio di noi ed erano in piazza anche loro per dire basta a questo modello politico-subculturale sbagliato.
E poi tantissimi giornalisti, operatori, fotografi (anche stranieri) e tra questi colpiva la presenza numerosa delle ragazze (alcune dalle capigliature appariscenti), anche molto giovani, tutte dotate di macchine fotografiche professionali e tutte prontissime ad arrampicarsi in ogni punto pur di avere scatti che rendessero perfettamente l’idea di cosa accadeva in piazza.
In piazza era una festa, una enorme festa bellissima e man mano che passava il tempo e smetteva di piovere, le persone continuavano ad arrivare.
La veduta dall’alto di quella marea umana era davvero impressionante: nessuno si aspettava tanto successo a Milano, città normalmente fredda (non solo per il clima).
Anche quando è arrivato il buio e la manifestazione si è conclusa, le persone sono rimaste lì, ad ascoltare la musica che continuava ad arrivare degli altoparlanti, e a ballare e saltare come se in qualche modo, dopo i discorsi importanti, la festa continuasse.


È stato bellissimo, una manifestazione stupenda!
La scena più bella che ricorderò è quella dell’anziano Orsini in piedi sul cornicione di una finestra, aggrappato alle sbarre, mentre sventola la sciarpa bianca e la folla sotto che si accalca per trovare un varco verso il palco e poi la gente che continua a ballare e a restare in piazza anche quando ormai tutti gli organizzatori scendono dal palco e la manifestazione è finita.

venerdì 11 febbraio 2011

La misoginia di Giuliano Ferrara

Non sono mai stata un’estimatrice di Giuliano Ferrara, ma ultimamente ammetto di provare proprio un certo fastidio verso il modo in cui si impossessa della scena (mediatica o di carta) per intestarsi della battaglie misogine e fuori luogo (nei modi e nel merito).
Tempo fa, ha fatto discutere per il suo mettersi a capo delle battaglie contro il referendum per modificare la Legge 40 (quella relativa alla fecondazione assistita), con numerose sceneggiate e fiumi di inchiostro scritti dalle colonne dei quotidiani, fino a concretizzare un movimento politico antiabortista (operazione sciocca e al quanto inutile dal punto di vista politico ma che sicuramente avrà permesso al noto giornalista di vendere qualche copia in più del suo giornale e di attirare un po’ di attenzione – sbagliata – su se stesso più che sui temi di cui voleva farsi portavoce).
Poi c’è stata un’altra battaglia “in difesa della vita” portata avanti con forza da Giuliano Ferrara, nei momenti drammatici in cui si decideva del destino di Eluana Englaro. Una questione di dolore privato trasformata in battaglia parlamentare e di piazza (con Ferrara che invitata a portare bottigliette d’acqua davanti al Duomo di Milano per dire di non lasciar “morire di sete” la giovane in stato vegetativo).
Al di là delle opinioni, tutte legittime, quello che suscita un certo sconcerto è il modo in Giuliano Ferrara le esprime, volutamente sopra le righe, infiammando polemiche dove in realtà non c’è affatto bisogno che ce ne siano e finendo per brutalizzare e banalizzare con questi suoi toni tra l’arringa e il grottesco, questioni che invece sono molto serie e andrebbero trattate con rispetto e con linguaggi appropriati.
Sembra quasi che il direttore del Foglio si diverta a spararla grossa con l’unico scopo di sollevare polemiche pretestuose e non per mettere davvero argomenti dentro al dibattito in corso che possano in qualche modo a contribuire ad arricchirlo. Insomma, sembra quasi che l’unico scopo di Ferrara, con queste uscite sgraziate e fuori luogo, sia solo quello di creare caos e magari spostare l’attenzione da un dibattito anche serio e importante su tutt’altri piani che finiscono per sminuire il valore delle discussioni in corso.
Tutte le battaglie che si è intestato Ferrara negli scorsi mesi, oltretutto, sono profondamente oscurantiste, legate a visioni del mondo e della vita di secoli fa e che poco si addicono ai cambiamenti della società attuale, ai progressi della scienza e anche alle nuove esigenze delle persone.
È un po’ curioso che Giuliano Ferrara, dopo essersi intestato una campagna pro-life, altamente moralizzatrice, in merito alla Legge 40 (che oltretutto finiva per fare del male al corpo delle donne), e contro le aperture del mondo femminile ottenute in secoli di battaglia, adesso invece si schieri dall’altra parte, a sostegno del libertinaggio più spinto (di signorine dalle scelte di vita discutibili, non solo sul piano morale ma anche legale, visto che ci sono alcune indagate per favoreggiamento della prostituzione).
Unico tratto comune a tutte le battaglie superflue di Giuliano Ferrara è la misoginia, frutto di una visione maschilista e retrograda: il suo voler relegare la donna a oggetto, prima come macchina per fare figli, poi come oggetto sessuale (del premier o di chi ha i soldi per comprarsele), come se le donne fossero per destino questo e nulla altro.
Personalmente, da donna, preferirei che Giuliano Ferrara non parlasse più di questioni che riguardano il mondo femminile perché non ne è in grado: non conosce minimamente la realtà delle donne (giovani e meno giovani) normali, che studiano, lavorano, inseguono le loro aspirazioni (che non sono certo quelle di fare il Bunga Bunga ad Arcore, anche se 7 mila euro in una sera aiuterebbero a risolvere non pochi problemi, ma non è quello il modo di risolvere le cose). Ci sono donne che faticano quotidianamente, la cui strada è tutta in salita e si scontra con molti muri nella vita affettiva come nel lavoro eppure a loro nessuno pensa, nessuno offre aiuto concreto, che non sono 7 mila euro per ballare attaccata al palo di una discoteca in una festa privata, ma sono leggi che favoriscano l’occupazione femminile attraverso politiche dell’infanzia (più asili nido, congedo di paternità e di maternità, garanzia di non essere licenziata se in gravidanza - che esiste sulla carta ma non nei fatti - orari lavorativi flessibili) e di assistenza agli anziani adeguate e soprattutto è necessaria la collaborazione degli uomini con cui quotidianamente si raffrontano.
Le donne hanno fatto un lungo cammino nel corso degli anni per ribadire la loro libertà, anche in ambito sessuale, ma questa libertà non è garantita se il ruolo della donna viene ridotto ad oggetto del piacere maschile di cui disporre a pagamento.

AreaDem Milano torna in campo

Lunedì sera a Milano si è tenuta un’appassionante riunione di Area Dem con la partecipazione di Antonello Giacomelli.
Sostanzialmente c’è stata una grande convergenza di vedute tra tutti gli intervenuti, che hanno evidenziato il ruolo importante svolto dalla componente di Area Dem a livello nazionale dentro al Partito Democratico, rivendicando i risultati ottenuti nell’arco di questi ultimi mesi, ma che hanno anche richiesto di non lasciare che siano altri a portare avanti tematiche di innovazione o delicate in cui è necessario un consistente lavoro di sintesi tra le posizioni.
Tanti gli argomenti di discussione, comunque, oltre al ruolo di Area Dem a livello nazionale e locale, anche il clima che si respira nel Paese in queste settimane, le manifestazioni organizzate dalla società civile, il Partito Democratico e le sue ultime riunioni nazionali.
Ad aprire la serata è stato il coordinatore regionale di Area Dem Lombardia, Franco Mirabelli, il quale ha segnalato i risultati positivi riscontrati sia alla Direzione Nazionale che all’Assemblea Nazionale, da cui il Pd è uscito più unito, lasciandosi alle spalle la lunga fase di incertezza e di divisione che aveva caratterizzato i mesi precedenti e che aveva alimentato l’idea che ciò che non va nel Paese non fosse solo colpa di Berlusconi ma anche dell’opposizione.
Berlusconi sta facendo pagare all’Italia i danni che crea l’assenza del governo e – ha ricordato Mirabelli – Bersani, nel suo discorso in Assemblea, ha fatto un richiamo forte alle classi dirigenti del Paese affinché non rimangano più in silenzio di fronte ai danni provocati dal governo.
Mirabelli ha ricordato anche che Bersani ha presentato un’agenda per lo sviluppo, un programma in cui il Pd ha messo in campo delle proposte.
In merito al clima che si respira nel Paese, Mirabelli ha registrato che qualcosa sta cambiando e lo dimostrano le tante manifestazioni organizzate a cui i cittadini partecipano e la raccolta di firme lanciata dal Pd per chiedere le dimissioni di Berlusconi, che sta andando molto bene.
Il Pd, in questo scenario, si pone come una forza che può raccogliere intorno a sé le altre opposizioni, anche perché i rischi che sta correndo la democrazia italiana sono sempre più evidenti. Mirabelli quindi ha sottolineato il ruolo importante svolto da Area Dem in questo contesto, segnalando che molte cose espresse in Direzione e in Assemblea dalla componente che fa capo alla maggioranza sono le stesse che aveva detto Franceschini a Cortona in precedenza.
Oltretutto, ad oggi, la maggioranza congressuale non c’è più, all’interno di quel gruppo si sono create divisioni e personalismi (lo stesso Bersani ha una sua corrente: “Per l’Italia, per Bersani”). Ad un certo punto si è quasi avuta l’impressione che Area Dem fosse stata cooptata dalla maggioranza e si fosse appiattita su quelle posizioni, ma questo non deve essere, anzi, Mirabelli ha precisato che proprio in un simile momento è ancora più necessaria Area Dem perché ha al suo interno rappresentanti di tutte le culture che hanno dato vita al Pd e, fino ad ora, è stata l’unica componente in grado di fare sintesi tra esse.
Area Dem, dunque, deve continuare a stare in campo e portare il suo contributo all’interno del Partito Democratico.
A Milano, secondo Mirabelli, un risultato importante ottenuto è stato quello di non avere liste civiche a sostegno del sindaco ma di presentare tutti i nostri candidati nella lista del Pd. Un altro importante lavoro da svolgere è quello che riguarda la collocazione di Pisapia: alla sua corsa per la poltrona di sindaco occorre dare un profilo riformista, moderno, innovatore e su questo si può giocare il ruolo di Area Dem, anche attraverso iniziative che guardino non solo dentro al Pd ma anche fuori, cercando di allargare il consenso. Quello di Area Dem, insomma, è anche un ruolo importante di ponte tra il partito e la società civile.
La riunione è proseguita con interventi dei vari esponenti milanesi e nazionali, da cui è emerso un sostanziale riconoscimento del grande lavoro fatto da Area Dem dentro al Pd.
Le conclusioni della riunione sono state affidate ad Antonello Giacomelli, il quale ha ripreso un po’ tutti i punti toccati nel corso della serata e ha lasciato qualche spunto per condurre la campagna elettorale a Milano.
In merito alle manifestazioni di piazza, Giacomelli ha precisato come in realtà, nel Paese, l’indignazione è meno forte di quanto la si potrebbe ritenere adeguata: il premier ferisce la dignità del proprio ruolo, del proprio Paese e lo getta nel ridicolo, ma non si è determinata una rivolta profonda rispetto a tutte queste vicende.
Il Pd, secondo Giacomelli, deve far partire nel Paese una nuova fase, ricreare un’etica, ridare senso alle parole e impedire colpi di coda violenti perché la fase che stiamo attraversando è pericolosa e inquietante.
Giacomelli ha denunciato, infatti, come il potere sia stato lasciato solo nelle mani di Berlusconi: i suoi alleati non hanno voluto fare un’altra coalizione di centrodestra senza di lui e anche nel contesto internazionale le cose non vanno bene perché ci sono stati troppi rapporti con persone sbagliate.
Giacomelli ha segnalato come Berlusconi ha saputo unire la destra ad una parte della Dc e quel blocco che ha creato, oggi, diffida della nostra parte politica.
In merito all’emergenza democratica, Giacomelli ha evidenziato che non si tratta di una cosa astratta: è sufficiente considerare il problema dei mezzi di informazione che sono tutti piegati a Berlusconi e non presentano più critiche in grado di suscitare analisi o indirizzi nell’opinione pubblica.
Sul ruolo giocato da Area Dem in questi mesi, Giacomelli ha affermato che è costato caro, con inimicizie, assemblee infuocate, accuse di tradimento, ma poi i MoDem sono tornati indietro sulle loro posizioni e, oggi, sostanzialmente, sostengono le stesse tesi di Area Dem e della maggioranza del partito.
Certamente Area Dem ha pagato un prezzo alto in visibilità ma, secondo Giacomelli, se si fosse seguita la linea voluta dai MoDem (in particolare su una maggiore opposizione interna) si sarebbe fatta la fine del Partito Democratico.
Giacomelli ha sottolineato poi che Area Dem è l’unica componente che ha scommesso sulla mescolanza nel Pd e che ha al suo interno tutte le culture che hanno dato vita al Partito Democratico, per questo deve tornare a giocare un ruolo centrale.
Sui temi del lavoro, Giacomelli ha ricordato che Area Dem la sintesi l’ha fatta nell’ultimo appuntamento di Cortona, in cui si è anche parlato dei diritti e adesso sarà necessario avviare una riflessione anche su quanto sta accadendo nel Nord Africa.
Altro punto su cui far leva è la Lega è un elemento di rottura e occorre evidenziarne le contraddizioni, tra cui il federalismo che usa come bandiera ma è una cosa fittizia e pericolosa.
In merito alla questione cattolica e al rapporto con il mondo cattolico, Giacomelli ha ricordato che non può essere un tema personale ma deve assumerselo il Pd. La questione riguarda anche i diritti civili così come l’art. 41 della Costituzione che il governo vorrebbe modificare. Giacomelli, infatti, ha ricordato che questo articolo parla della funzione sociale delle imprese e il fatto che Berlusconi voglia modificarlo mette in luce la sua chiusura, il suo tendere a proteggere tutto dentro a un recinto invece di condividere le opportunità.
Giacomelli ha segnalato anche che questo tema può essere molto “milanese” in quanto la città è la patria di Montini e in questa funzione sociale delle imprese si iscrivono anche i diritti delle persone (a Cortona, ad ottobre, si era detto che i diritti appartengono alle persone e non al tipo di contratto).
Sul tema dei diritti, Giacomelli ha evidenziato anche che è un errore mandare a parlare a nome del Pd persone di rottura o che rappresentano solo una parte perché diventa un danno fatto a loro e a tutto il partito.
Stando sui temi di attualità partitica, Giacomelli ha espresso con forza l’importanza dell’elezione di Piero Fassino a sindaco di Torino perché il Pd ha bisogno di un sindaco che incarni le posizioni del partito e trascini su questo anche gli altri.
Sulla questione elettorale, Giacomelli ha segnalato che forse non è poi vero che il Pd perde voti al centro, in quanto il partito di Casini viaggia su percentuali stabili da quando è nato, mentre il Pd sembra perdere nelle ali più estreme a vantaggio di Vendola e Di Pietro.
A Milano, per le elezioni comunali, anche secondo Giacomelli è corretto mettere in primo piano un’azione riformatrice e riformista del Pd accanto alla candidatura di Pisapia e rendere Area Dem più visibile sul territorio.

sabato 5 febbraio 2011

Pubblico da concerto rock per Libertà e Giustizia

Un appuntamento imperdibile quello di oggi pomeriggio al PalaSharp di Milano con Libertà e Giustizia. Un appuntamento nato da un’associazione che è sempre stata considerata un po’ d’élite (perché al suo interno vi sono illustri personalità) che, nel giro di pochi giorni, si è trasformato in un evento di massa, carico di attese e di personaggi importanti del mondo della cultura, dell’informazione, della politica e della società civile.
Non è una novità che gli eventi di Libertà e Giustizia riscuotano successo, lo si era visto in anni passati con le importanti giornate dedicate alla Costituzione, ma un conto è riempire un teatro e un altro conto è riempire un palasport da 10.000 posti e avere ancora gente che attende di entrare fuori dai cancelli.
Dopo tante giornate di freddo, oggi c’era un sole caldissimo a splendere su Milano e non pesava l’attesa dell’apertura dei cancelli tra i chiostri dei panini, i volontari di partiti e associazioni che distribuivano volantini (quelli per i diritti dei lavoratori, quelli delle firme per le dimissioni di Berlusconi, quelli per la manifestazione ad Arcore di domani, quelli per la manifestazione delle donne) e giornalisti a caccia di interviste.
In fila c’era gente arrivata da ogni parte d’Italia: persone arrivate all’alba con gli aerei dal Sud, ragazze di Arezzo arrivate in treno, delle signore di Bologna, una ragazza bulgara da anni residente a Milano e poi sono arrivati i pullman da Ravenna, Torino e altre città.
I posti all’interno sono stati esauriti in fretta e la composizione del pubblico (in prevalenza femminile) era stranamente molto eterogenea: c’erano giovani, famiglie con bambini, persone anziane… un pubblico ben più variegato di quello che solitamente si vede nelle platee degli eventi centrosinistra, segno che questa volta il vaso è davvero colmo e le persone hanno sentito il bisogno di partecipare.
Un’ovazione è scattata spontanea poco prima dell’inizio della manifestazione, quando un’esponente di Libertà e Giustizia ha preso il microfono per una comunicazione di servizio: voleva avvisare la signora che aveva perso la borsa che era stata ritrovata e che la tenevano gli addetti della sicurezza a bordo palco. «In questo Paese dove sembra dominare l’illegalità, suscita meraviglia il fatto che una borsa non venga rubata ma trovata e riconsegnata alla proprietaria», ha commentato una signora anziana con sua nipote.
Tanti anche i cartelloni portati, con scritte ironiche su Berlusconi ma anche altri messaggi come “Saviano vieni via con me”, firmato da tre ragazze.
Proprio Roberto Saviano è stato accolto con un tifo da stadio: pubblico in piedi, applausi, urla (soprattutto dalle ragazze che hanno mostrato di apprezzarlo molto e non solo per le sue doti intellettuali).
Roberto Saviano, al di là del bellissimo discorso, ha detto due cose personali che facevano riflettere sulla sua condizione. Saviano ha affermato di avere trent’anni e, salutando il pubblico, si è anche detto emozionato perché davanti a così tanta gente tutta insieme non c’era mai stato.
Saviano è salito sul palco accompagnato da due uomini della scorta e un terzo è rimasto sotto a controllare. Gli uomini della scorta sono rimasti dietro a Saviano sempre, anche mentre parlava. Quando Saviano ha finito il suo discorso, uno dei due uomini si è avvicinato, probabilmente per riportarlo via, ma lui ha fatto capire di volere restare e si è seduto accanto a Eco e agli altri di Libertà e Giustizia. I due uomini della scorta hanno assunto un’aria perplessa, poi si sono messi nuovamente dietro allo scrittore, accanto alla parete del palco. Saviano è rimasto presente per due interventi, poi il terzo uomo della scorta si è avvicinato e gli ha detto che doveva andare via. Lui ha fatto segno “uno” con il dito indice, ma la scorta ha detto di no e se n’è andato via, tra gli applausi e l’acclamazione del PalaSharp.
A osservare questa scena c’era da restare impressionati: che vita fa un ragazzo che ha trent’anni non può stare in mezzo alla gente? Non può andare a un concerto dentro a un palazzetto e non può nemmeno fermarsi ad un evento a cui è stato invitato e dove la maggior parte del pubblico è lì per ascoltare lui. E probabilmente non può fare molte altre cose, anche più banali.
Capita a volte di non condividere o di non gradire il fatto che ogni cosa che dice Saviano venga presa come se fosse fonte assoluta di saggezza e verità; capita di non apprezzare il fenomeno che trasforma tutto in “mito”; capita di sentire la frase «Saviano ha fatto i soldi». Tutto legittimo da pensare, solo che quando si vede una scena del genere, si capisce che tutti questi pensieri spariscono o comunque hanno poca importanza perché - al di là di come la si pensi sui contenuti degli scritti di Saviano, sulle sue opinioni e sugli eventuali soldi - che vita è quella che è costretto a fare questo ragazzo di trent’anni?
I discorsi volavano alto all’interno del palazzetto oltre che con Saviano, anche con persone come Zagrebelsky, Eco, De Gregorio, Camusso, Lerner, Ovadia, Pollini, Scalfaro (in video) e Ginsborg (al telefono), Bice e Carla Biagi
Grandi applausi suscitati un po’ da tutti, con il pubblico che ogni tanto si soffermava su qualche passaggio e si ripeteva le frasi più importanti come a volerle sottolineare e imprimersele nella memoria.
Qualche perplessità l’ha suscitato il video della scrittrice che è intervenuta a parlare del corpo delle donne: una denuncia importante la sua contro la società mercificatoria e maschilista che riduce le donne a corpi, presentata quotidianamente dai media. Il suo discorso non faceva una piega, ma il video-denuncia di introduzione (realizzato con un collage di spezzoni televisivi in cui le donne apparivano prevalentemente mezze nude) era forse troppo lungo e alla fine, anche gli uomini in sala hanno urlato «basta» di fronte all’ennesimo sedere scoperto.
Un boato di delusione c’è stato quando Sandra Bonsanti ha annunciato che Landini non sarebbe arrivato perché colpito dall’influenza. Ed è strano per una platea come quella di Libertà e Giustizia avere così tanta simpatia per un rappresentante della Fiom: segno il pubblico è arrivato da ben più parti che dai semplici canali dell’associazione e di Repubblica (che tanto ha supportato l’evento).
Il Partito Democratico era presente al gran completo, dai responsabili cittadini Cornelli, Laforgia e Majorino ai militanti fino ai parlamentari (De Biasi, Bachelet e Franceschini): nessuno di loro aveva simboli di partito, come avevano chiesto gli organizzatori. Non è andata allo stesso modo per Sinistra Ecologia e Libertà, altrettanto presente ma altamente riconoscibile con i suoi rappresentanti con i cartelli appiccicati alla schiena con il simbolo del partito ben in evidenza (e non è la prima volta che succede una cosa del genere a manifestazioni della società civile).
Sul palco, in chiusura di giornata, è salito a parlare anche Giuliano Pisapia, candidato a sindaco di Milano per il centrosinistra.
Dai discorsi di chi è intervenuto sul palco, in prevalenza sono arrivati anche appelli all’unità delle forze politiche perché liberino l’Italia da Berlusconi e dal malcostume che rappresenta. Qualche connotazione un po’ più forte nei toni è stata usata da Moni Ovadia, applauditissimo. In molti, invece, si sono domandati come fare per fare arrivare i messaggi che si dicevano lì dentro anche all’esterno e a chi la pensa diversamente.
Una lunga e bella giornata quella di oggi organizzata da Libertà e Giustizia, densa di contenuti importanti, di belle parole, di appelli a far sentire la propria voce per chiedere rispetto, diritti e soprattutto per ribadire che il Paese è diverso e migliore di quella minoranza che lo sporca.

Mi sono commossa ad ascoltare Saviano e non lo avrei mai immaginato. Così come non avrei mai immaginato di vedere un tifo da stadio per lui e quella presenza così evidente della scorta.
Bellissimi anche i discorsi di Scalfaro, Susanna Camusso e Concita De Gregorio.



 

domenica 23 gennaio 2011

Il ritorno di Veltroni

A leggere i giornali oggi, sembra che Walter Veltroni, dal palco del Lingotto di Torino, abbia palesato la voglia riprendersi la guida del Pd.
In realtà, l’impressione è che ieri Veltroni si sia candidato a premier più che a segretario (ruolo d’ombra per il quale può andare benissimo anche Bersani) e il gruppo dirigente presente al completo (in nome dell'unità del partito, che non può permettersi di essere rappresentato diviso in un momento politico tanto delicato) di fatto ne abbia preso atto senza protestare.
L’iniziativa di ieri a Torino, dal punto di vista della forma, è senza dubbio riuscitissima; del resto Walter Veltroni è sempre stato un maestro nel realizzare perfettamente eventi mediatici e, forse, in questo l’organizzazione del Partito Democratico, indipendentemente da chi ne sia la guida, dovrebbe cominciare ad imparare. Molto light nella gestione della scaletta con tempi certi e contingentati per ogni intervento, conduzione snella e agile di Touadì, che rendeva piacevole l’ascolto e creava dinamismo sul palco (cosa che solitamente non accade ai convegni di partito e, per questo, richiamava molto la riunione fiorentina “Prossima Fermata Italia” dei “rottamatori”).
Molto appariscente il “Lingotto 2”, inoltre, già dalla scelta della location: altro che i luoghi ameni e remoti dei normali raduni delle correnti, Veltroni si è piazzato nel cuore di una grande città, proprio nel momento in cui era tornata alla ribalta per le questioni industriali, in una struttura moderna, dall’esterno a vetri e con i totem e i manifesti sull’incontro ben piazzati.
Un’organizzazione da grandi eventi, insomma, con tanto di pullman di militanti organizzati dalle province più scomode per poter arrivare ad ascoltare.
Troppo perché questo sia esclusivamente frutto della passione per “l’apparenza” tipicamente veltroniana: quell’evento voleva essere una prova di forza dei MoDem per dimostrare (come Fioroni e Gentiloni hanno dichiarato in più interviste) di non essere affatto «quattro gatti», come qualcuno voleva far credere e di essere pronti a riprendersi la leadership.
In sostanza, dal punto di vista puramente della forma, l’evento si può dire ottimo e perfettamente riuscito e condivisibile da tutti.
Ma, certamente, se l’impatto esterno è positivo e può aiutare a riportare in modo forte sulla scena mediatica un Pd che spesso appare sbiadito, dal punto di vista dei posizionamenti interni, tutto questo, qualche problema lo crea: non si è mai vista un’organizzazione simile per un evento di corrente e i dirigenti, accorsi tutti ai piedi di Veltroni in nome dell’unità del Pd, dopo avere cercato più volte di isolarlo (e certamente a ridimensionarlo nei contenuti espressi ci sono riusciti) facevano un po’ la figura dei fessi a star lì a fargli da claque.

Dal punto di vista dei contenuti, invece, qualche cosa andrebbe affrontata in modo più approfondito.
Alcuni discorsi fatti dal palco erano sicuramente condivisibili da tutti, come ad esempio quello del magistrato Raffaele Cantone, che ha parlato di antimafia e legalità.
Ci sono state sicuramente delle convergenze tra la linea politica espressa dal Lingotto e quella uscita dalla Direzione Nazionale del Pd (ad esempio sulla questione alleanze, ieri, Veltroni ha detto cose che Bersani e Franceschini dicono da mesi) ma ci sono state anche delle differenze profonde (come sulla questione lavoro con l’intervento di un imprenditore che si chiedeva se il Pd sposa la Flexsecurity di Ichino o se pensa di «tenersi i diritti dei lavoratori come dice Cesare Damiano» che, al di là del concetto che questa persona voleva esprimere è aberrante per le parole che ha usato, come se i diritti dei lavoratori fossero una cosa brutta da spazzar via; o il “caso Fiat” con addirittura la presunta operaia della catena di montaggio marchionnista convinta).
Fuori dal ‘900. Giusta, aperta, forte. Viva l’Italia” era il titolo dell’iniziativa del Lingotto, ma forse è il caso di chiarire che cosa voglia dire quel titolo nel dettaglio, che cosa intenda per modernità il MoDem prima di esprimere convergenze, perché, ad esempio sulla questione lavoro se, come hanno detto in tanti dal palco, non si può pensare che il sindacato oggi faccia da cinghia di trasmissione della politica o viceversa, non è che la modernità debba identificarsi con un appiattimento sulle posizioni imprenditoriali: ci deve essere autonomia da entrambi i campi.

Difficile capire che cosa sia arrivato ai cittadini di tutto questo e come abbiano accolto l’evento veltroniano, ma chi sta all’interno del partito qualche domanda se la pone perché adesso non è più chiaro quale sia la linea del Pd. È quella espressa dal segretario Bersani in direzione la scorsa settimana o è quella uscita ieri dal Lingotto ieri, a cui comunque il segretario ha mostrato aperture? La prossima settimana c'è l'Assemblea Nazionale a Napoli, uscirà un'altra linea politica ancora o uscirà una sintesi di tutto questo?  Secondo Fioroni (che pure ha fatto un bel discorso di chiusura ieri) la linea del Pd c’è ed è quella espressa al Lingotto, cosa rimarcata più volte anche da altri MoDem che hanno preso la parola. Non è stato certamente un passaggio elegante nei confronti di Bersani o degli altri dirigenti questo, anche perché se la linea del Pd è uscita dal Lingotto, da un evento della corrente di minoranza, viene da chiedersi cosa si sia riunita a fare a la Direzione Nazionale la settimana prima e cosa decida la maggioranza.
La sintesi spetta al segretario e forse, in questo, un po’ di chiarezza dovrebbe farla perché, è vero che tutti i contributi sono utili e importanti e tutte le voci devono essere ascoltate (sarebbe piaciuto che avesse ascoltato in precedenza anche AreaDem invece di ignorarla) ma sarebbe meglio che queste voci gli arrivassero alle orecchie prima che la Direzione si chiuda e abbia tracciato una linea perché altrimenti il rischio è di lasciare intendere che il Partito Democratico una linea chiara non ce l’ha e cambia quotidianamente a seconda di chi alza la voce di più.

I giornali di oggi salutano tutti o quasi con grande favore il ritorno in scena di Veltroni, il quale sui media ha sempre dimostrato di saperci stare perfettamente. Nonostante i drammatici errori mostrati da Veltroni nei momenti in cui ha guidato il Partito Democratico (la forza dell’evocazione di un sogno ma la scarsa capacità di dire come tradurlo in realtà, tanto che poi non ci è riuscito) non sono mai stati un problema per i giornalisti, che invece hanno sempre trattato con circospezione Franceschini, sottolineandone fino all’inverosimile i presunti errori durante la sua segreteria (non c’era cosa che facesse che ai giornali andasse bene, neanche le mosse più mediatiche) e non hanno mai mostrato alcuna simpatia verso Bersani nonostante ne avessero auspicato l’approdo alla segreteria.
L'articolo di Eugenio Scalfari palesa tutto questo già dal titolo: “Ritorna in scena il Partito Democratico”, come se fino ad ora il Pd fosse sparito… Lo andasse a spiegare a tutte le persone che quotidianamente si impegnano a tenere aperti i circoli, a volantinare nelle strade e a mettere in piedi i gazebi!
Certo molti problemi di immagine e di forza di imporsi sulla scena il Pd bersaniano ce li ha, ma forse, Scalfari avrebbe fatto meglio a titolare “Ritorna in scena Veltroni”, perché di questo si tratta.
Nel suo editoriale, inoltre, Scalfari fa una bella analisi del discorso di ieri di Veltroni e soprattutto dello stile con cui il primo segretario del Pd riesce a comunicare ma, forse un po’ pregiudizialmente, sbaglia il giudizio sull’intervento di Bersani definito dal «modo di parlare paesano e colloquiale. Dopo il discorso di Veltroni così teso e intenso, faceva uno strano effetto, di quelli che spesso Crozza provoca quando lo imita a Ballarò». Normalmente i toni di Bersani sono proprio quelli descritti da Scalfari, ma ieri, al Lingotto, invece, ha fatto un buon intervento anche lui ed è ingeneroso muovergli una simile critica.

Faceva invece una certa impressione quel continuo risuonare della parola “Walter”, richiamato in ogni intervento dal palco come un mantra da dirigenti tutti pronti a tessergli elogi: una sviolinata eccessiva, soprattutto perché uscita dalla bocca di persone che non sempre hanno espresso idee propriamente veltroniane.

mercoledì 15 dicembre 2010

Scenari post-fiducia

Una giornata importante quella di ieri nei due rami del Parlamento, dove si votavano le mozioni di sfiducia al governo Berlusconi.
Sfiducia respinta senza troppi problemi in Senato e giocata fino all’ultimo minuto alla Camera con ambigui passaggi di deputati da una parte all’altra.
Alla fine, alla Camera, la maggioranza di governo si è imposta con 314 voti contro 311. Con Pdl e Lega hanno votato i deputati di Noi Sud-Pid, i tre del nuovo Movimento di responsabilità nazionale Massimo Calearo, Bruno Cesario e Domenico Scilipoti, il Libdem Maurizio Grassano, l'ex Idv Antonio Razzi (ora con Noi Sud) e Catia Polidori, Giampiero Catone e Maria Grazia Siliquini di Fli.
Gli unici due che non hanno partecipato al voto, oltre a Fini, sono stati Silvano Moffa (Fli) e Antonio Gaglione (ex Pd passato con Noi Sud).
Di tutti questi, avevano apposto la firma sotto alle mozioni di sfiducia presentate solo: Razzi, Scilipoti, Moffa, Polidori e Siliquini.
Il Partito Democratico è andato in aula compatto per la sfiducia, come si è affrettato a ricordare il capogruppo Dario Franceschini: «Su 206 deputati presenti, abbiamo assicurato 206 voti», riuscendo a far partecipare addirittura Federica Mogherini (prossima al parto) e Marco Fedi (eletto in Australia e affetto da gravi problemi di salute). [Tutti gli interventi delle dichiarazioni di voto degli esponenti del Pd>>]

Da tutto questo emergono in modo evidente due cose: i “comprati” dell’ultima ora appartengono tutti a Idv e Fli.
Per l’Idv che ha giocato l’intera linea politica sull’antiberlusconismo, lo smacco è stato grande e lo ha fatto notare qualche giorno fa Michele Serra su Repubblica, nella sua Amaca, affermando che «Sorge il sospetto che neppure il modello "opposizione tutta d'un pezzo", pancia in dentro petto in fuori, che ha consentito all'Idv una discreta fortuna elettorale, tuteli da fuoruscite imbarazzanti, alla Calearo: e se il Pd ha l'attenuante dei grandi numeri (le comitive folte sono spesso indisciplinate), l'Idv non ha neanche quella».
Per Fli, invece, la vicenda è semplicemente grave: Berlusconi voleva isolare Fini, dimostrargli che non contava nulla e, portandogli via tre voti, ci è riuscito. Fini è riuscito a contenere le defezioni del gruppo di Moffa, il quale però ha subito chiesto le dimissioni di Bocchino, facendo così intuire che la sua linea politica è ben differente da quella espressa dal capogruppo di Fli.
A Casini è andata meglio, i suoi deputati sono fuggiti altrove con qualche settimana di anticipo e lui in aula ha preso le distanze dagli ami lanciatigli da Berlusconi ma, adesso che il governo ha ottenuto una così labile fiducia, resisterà ancora?
Berlusconi e Bossi si sono affrettati a far sapere a Casini di volerlo nel governo: sono ben consapevoli che una maggioranza di tre voti non è sufficiente a garantire la stabilità per portare in aula serenamente i prossimi decreti e, per non fare la misera fine di Prodi, le uniche alternative sarebbero o continuare a comprare voti o andare direttamente alle urne.
A Casini, da buon democristiano, le poltrone sono sempre piaciute. Certo è che di “acqua sotto i ponti” ne è passata da quando ha scaricato Berlusconi e il Pdl e ha avviato la costruzione del “Terzo Polo” e sarebbe un po’ assurdo fare marcia indietro proprio ora.
Tuttavia, sono mesi che si sentono pronunciare da tutti parole come «responsabilità»… E non sarebbe forse un gesto di «responsabilità» andare a soccorrere un governo che non ce la fa, per il bene del Paese che è attanagliato dalla crisi e per cui andare alle urne «sarebbe una sciagura» (come tutti ripetono in continuazione)?
Oltretutto piacerebbe molto anche negli ambienti vaticani, a cui il partito di Casini è tanto legato…
Certo se Casini dovesse giocarsi male questa partita e mettere la faccia su “leggi-vergogna” o leggi ad personam non ne uscirebbe bene ma i politici sono sempre pronti a rivendersi come opere buone per la nazione qualsiasi cosa.
L’unico vero problema di Casini, in questa partita, è il suo tanto amato terzo poloperché inevitabilmente andrebbe a frantumarsi: Berlusconi ha detto in tutti i modi che con Fini ha chiuso e il gesto di comprare i suoi deputati ieri, rifiutando anche ogni trattativa al Senato, ne è stata la chiara dimostrazione.
Fini, da solo, senza Casini, non può fare assolutamente nulla, sarebbe politicamente morto.
Basterà Fini a trattenere Casini dalle tentazioni di Berlusconi?

In tutto questo, emerge anche il dramma del Pd che si è comportato bene sia alla Camera che al Senato, che è reduce da una manifestazione di piazza piena di gente nel cuore di Roma ma che ha investito quasi tutta la sua linea politica nell’alleanza con il terzo polo di Fini e Casini.
Casini si era già dimostrato un alleato frivolo alle elezioni Regionali, ma da allora sono accadute molte cose. Fini, invece, ha sempre detto pubblicamente che ad alleanze con il Pd non era interessato (se poi lo pensi davvero o no, non è dato saperlo, ma almeno è abbastanza furbo da non disorientare il suo potenziale elettorato, in prevalenza di destra).
È chiaro che nessuno ha la sfera di cristallo e non si possono prevedere le situazioni come quella in cui ci si è trovati a votare la mozione di sfiducia alla Camera, salvo quando si è a ridosso dell’evento ma, forse, un po’ di lungimiranza in più in alcune scelte del Pd non sarebbe guastata.
In seguito ad una riunione Pd, pare che il MoDem (di Veltroni, Fioroni, Gentiloni) abbia ricominciato a pestare i piedi e a chiedere un cambio di passo nella linea politica per riportare il partito al centro. Il tutto è stato poi smentito, ovviamente, ma l’impressione è che qualche disagio ci sia.
Non si tratta di pura battaglia interna o di contrapporre sogni meravigliosi a realtà ben diverse, ma la sensazione che qualcosa non funzioni per il verso giusto e che ci si debba correggere, c’è.
È un po’ paradossale che, in questi mesi, il Pd non abbia fatto altro che convocare conferenze stampa nel disperato tentativo di attirare l’attenzione dei media sulle sue proposte concrete per il Paese e puntualmente il giorno dopo un esponente a turno rilasciava interviste su alleanze, scenari e simili, perché puntualmente sui giornali ci finivano queste ultime e le proposte sparivano (anche perché in quanto espresse da un partito dell’opposizione avevano ben poca possibilità di vedersi concretizzare).
Il Pd continua ad affidarsi troppo agli altri presunti potenziali alleati - o almeno così appare dalle innumerevoli interviste che rilasciano i suoi esponenti su giornali e tv - e di questi altri, che prima mostravano scarso interesse, ieri qualcuno è anche caduto.
Fini (tanto ricercato dal Pd, anche su Repubblica e al Tg3 di ieri Bersani ne parlava) si è rivelato insignificante in Parlamento, con un partitino spaccato.
L'Udc tutt’ora non è chiarissimo cosa voglia fare.
L'Idv si è dimostrato un partito di comprabili.
Vendola aspira alla leadership e fa sognare il popolo della sinistra.
In tutto questo scenario, forse sarebbe il caso che il Pd si occupasse davvero un po' di rilanciare se stesso: ha da poco concluso i cosiddetti “porta per porta” (che se li sono filati in pochi), ha fatto anche una grande manifestazione sabato che avrebbe dovuto servire a questo, non a rincorrere gli altri o lanciare con decisione governi tecnici quando già i numeri cominciavano a traballare (e ieri questa ipotesi è definitivamente morta). Non perché gli alleati non contino o perché il governo tecnico fosse sbagliato ma perché tatticamente conveniva non farlo, dato che già sabato si aveva la sensazione che qualcosa non stesse andando nel verso sperato nel pallottoliere della Camera.
Forse sarebbe il caso che il Pd in pubblico cercasse di parlare al Paese con delle proposte politiche e non di lanciare ami a potenziali alleati (questo lo può fare benissimo lavorando in Parlamento o in privato).
La manifestazione del Partito Democratico di sabato scorso avrebbe dovuto consentire al Pd di emergere nel crollo berlusconiano, ma in questo tempo veloce dove tutto si consuma in fretta e sovraffollato di notizie e informazioni, ad emergere è stato prima lo scricchiolio della certezza della sfiducia al governo e poi il ko di Fini.
Non è una colpa specifica del Pd (che, a dire il vero, di sforzi ne fa tanti per emergere, ma probabilmente non tutti nel verso giusto): i giornalisti fiutano la notizia e, al giorno d’oggi, sembra che ci siano molte cose più interessanti per la stampa che non il rilancio del Pd; eppure senza una buona presenza mediatica non si smuovono le opinioni dei cittadini.

E se si andasse davvero alle elezioni a marzo (come tanti ipotizzano) qualche motivo agli elettori per farsi votare bisognerà pur darlo e, non sempre, le tante battaglie positive portate avanti dal Pd in questo periodo di opposizione sono sufficienti per convincere cittadini sempre più lontani dalla politica.
Anche questa non è una colpa del Pd, ma il clima generale che si respira nel Paese non è positivo e occorre difendersi ogni giorno con più forza da attacchi non sempre giustificati, alzare maggiormente la voce anche su questioni che dovrebbero esser palesi e invece improvvisamente non le sono più.
Mentre nei palazzi delle istituzioni andava in scena il teatrino della sfiducia al governo e della compra-vendita dei parlamentari, ieri, le strade di Roma erano piene di cittadini che manifestavano il loro profondo dissenso per l’operato del governo: c’erano gli studenti contro il ddl Gelmini, c’erano i metalmeccanici, c’erano i terremotati dell’Aquila… Poi, purtroppo, sono sopraggiunti i violenti che hanno devastato la città.
A guardare i siti web dei giornali e delle agenzie di stampa in quei momenti faceva impressione il quadro che emergeva: era terribile l’accostamento tra i cori della Camera, le botte, lo sventolamento di bandiere, il sorriso di Berlusconi e le immagini della strada, le auto a fuoco, i fumi dei lacrimogeni, i primi feriti, gli scontri.
In quelle strade c’era un pezzo di Paese (poi strumentalizzato da infiltrati facinorosi che nulla avevano a che vedere con le cause della manifestazione) che non trova ascolto dentro i palazzi della politica e che è stanco e sta cominciando a non poterne più di questi teatrini che alla fine favoriscono solo la casta dei politici (che vengono percepiti quasi tutti allo stesso modo e poco importa se ieri se la sono presi con i “venduti”, perché domani i bersagli saranno altri).
Nel Paese c’è un clima pericoloso che può degenerare facilmente e l’unica via di uscita è che la politica si assuma le proprie responsabilità e smetta di giocare a barcamenarsi tra i palazzi ma dia le risposte ai cittadini, si occupi di loro, dei loro problemi.

Il Pd, in questi mesi, ha sempre mostrato attenzione per i problemi reali del Paese, eppure in questo clima cupo e surriscaldato, non sempre viene percepito ma, anzi, è il primo soggetto che rischia di venire buttato in mezzo al calderone del “tutto è uguale a tutto” dell’antipolitica e di esserne travolto.
Ecco perché allora occorre davvero rilanciare il Pd, i progetti che intende mettere in campo per il Paese e fare in modo di distinguersi sempre dai biechi maneggi del centrodestra. E per farlo occorre partire dal parlare all’esterno di quelle cose e non di alleanze (che sono indispensabili per vincere nelle battaglie parlamentari come nelle urne e vanno fatte, ma non vanno discusse a mezzo stampa ogni settimana) perché altrimenti l’unità del gruppo dirigente non serve a nulla se non a essere uniti sull’orlo del baratro in cui si rischia di cadere dentro tutti insieme.