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martedì 10 maggio 2011

"Daccapo": una bufera di emozioni

Su “Daccapo”, il nuovo romanzo di Dario Franceschini (edito dalla Bompiani), i giornali hanno scritto molto, o meglio hanno sprecato molte parole a parlare di qualcosa che, in realtà, nel libro non c’è!
Forse un po’ forviati da una nota iniziale della casa editrice, forse perché in fondo sono tutti attratti dai presunti argomenti scandalosi che contrastano con le apparenze per bene che si addicono meglio al quieto vivere, sta di fatto che i giornalisti si sono prodigati in infiniti commenti sulla scelta dell’autore di far precipitare il serissimo protagonista del racconto a confronto con 52 prostitute (in realtà solo nominate) e un ambiente di ladri, umili lavoratori e malfattori.
In realtà, però, la storia racchiusa nel romanzo di Franceschini è un’altra: è una storia intensa dal punto di vista emotivo, piena di sentimento, di turbamenti, di svolte interiori.
Il linguaggio utilizzato da Franceschini riflette tutto questo ed è delicato e forte insieme, con delle parolacce sparate qua e là che ricalcano il pensiero del protagonista ma anche quello del lettore.
Daccapo” è un romanzo emozionante, geniale per alcuni aspetti e leggendolo si ride, si piange, si sorride, ci si deve fermare a riflettere. C’è un mondo di emozioni e di sentimenti, di pensieri e di vite vissute o immaginate tra quelle righe che accomunano tutti, non solo i personaggi.
Franceschini coglie alla perfezione i tratti della psicologia umana, pur racchiudendoli in personaggi un po’ stereotipati, molto simili a quelli de “La follia improvvisa di Ignazio Rando”, nel senso che sono molto schematici e si sa benissimo dove andranno a cadere: è facile intuire che il giovane e timorossimo notaio, sempre irrigidito e serissimo, perderà la testa al primo istante, così si intuisce subito che l’integerrimo notaio morente qualche cosa di poco integerrima e ben nascosta deve avercela (un po’ come il principale di Ignazio Rando che dietro la sua aria seria, autoritaria e rispettabile, stava in ufficio a immaginarsi le donne nude e provava fastidio nel venire interrotto dai suoi sottoposti).
Le prostitute - in realtà se ne vede una sola, Mila, e non la si vede mai fare quel mestiere, ma solo ridere, piangere, saltare addosso all’impacciato notaio, lasciandosi coinvolgere dalle sue vicende più come un’amica o un’amante innamorata che non come una puttana - così come i ladri, il popolo “basso” fanno semplicemente parte del contesto in cui molti fatti si svolgono e sembrano essere una scelta di fantasia narrativa.
Su questi personaggi, pur lasciandoli tutti privi di carattere, e sulle scene (proprio come quelle dei film) che si svolgono nell’ambientazione ferrarese si mostrano tutte le abilità descrittive di Franceschini, sempre precisissimo anche nei particolari, mostrandosi in questo caso molto più vicino a “Nelle vene quell’acqua d’argento”, pur essendo un libro completamente diverso per temi, per linguaggio e per ritmo.
Daccapo”, infatti, è un romanzo che ha un suo ritmo, piuttosto forte (se non altro per l’intensità di ciò che racconta pur rinchiudendolo in contesti molto particolari) ma anche per le continue citazioni di scene cantate nelle canzoni dei cantautori (De André, Dalla, De Gregori, Fossati, i Beatles) che l’autore prende in prestito per completare i quadri del suo racconto.
Una forma letteraria nuova, questa, che assomiglia molto all’utilizzo che tutti facciamo della rete e in particolare di facebook; sul quale siamo un po’ tutti ragazzini e affidiamo i nostri stati d’animo alle parole delle canzoni o alle scene dei film linkate da youtube. E in effetti, per chi non ha trovato le citazioni racchiuse nel libro, basta sfogliare la bacheca facebook di Franceschini degli ultimi mesi per ritrovarsele tutte.
Una forma letteraria originale questa, anche se di fatto l’autore non si è inventato molto di suo perché prende il già raccontato da altri per estrapolarlo dal contesto originario e posizionarlo dove gli serve farlo emergere, per ricontestualizzarlo nella sua nuova storia.
Nei giochi di citazioni, Franceschini finisce per citare più volte anche i suoi precedenti romanzi: due citazioni per “La follia improvvisa di Ignazio Rando” (inizialmente è un personaggio che si trova in treno e legge quel libro e poi è addirittura il giovane notaio a Ferrara ad incontrare il povero Rando, ormai completamente perso nella sua follia, in giro per le strade con un grosso sasso in mano) e una citazione molto bella c’è anche per “Nelle vene quell’acqua d’argento”. In “Daccapo” compare l’ottava figlia della famiglia Bottardi, quella che effettivamente, andando a rileggere il romanzo d’esordio di Franceschini, mancava nel conteggio e che, a questo punto risulta essere figlia di una prostituta e del notaio anziano e fa sapere che ad averglielo rivelato è stato proprio il fratello che dopo essere partito per un viaggio non è più tornato.
Sono citazioni, queste, che in qualche modo lasciano con il sorriso i lettori dei precedenti romanzi di Franceschini perché ritrovare un personaggio o una storia fa sempre piacere, così come spiace sempre, una volta terminato il libro, dover abbandonare quelle vite di carta.
Un tratto caratteristico della scrittura di Franceschini è che spesso l’autore affida il messaggio a lettere e sogni. I personaggi dei romanzi di Franceschini, infatti, scrivono o leggono e sognano: Primo Bottardi di “Nelle vene quell’acqua d’argento” mandava una lettera alla moglie per cercare di spiegarle cosa stava facendo e anche il sogno che aveva fatto, Ignazio Rando aveva lasciato scatole piene di foglietti con annotati i suoi sogni (tra l’altro molto più “hot” che non le prostitute mai viste di “Daccapo”). Anche in “Daccapo” si scrive e si sogna: il padre notaio lascia le tracce per rintracciare i suoi figli scritti in un quaderno, le madri prostitute lasciano lettere ad una strampalata anagrafe che servono per il riconoscimento, il notaio morente lascia una lettera al figlio per spiegargli ciò che non farà in tempo a dirgli, il giovane notaio scrive alla moglie perché non riesce a parlarle e, dove le lettere non bastano, arrivano i videomessaggi (film - che a volte sembrano visioni o sogni - della moglie a cui il protagonista deve rispondere). E poi i sogni: il sogno di una donna che sta per scendere dal treno, terminato da un’altra donna che le sta di fronte e il sogno del giovane notaio.
A differenza dei precedenti romanzi di Franceschini, però, la storia raccontata in “Daccapo” è “colorata”: è l’autore stesso a far sapere che il personaggio si perde in “colori sgargianti”, che sono poi metafora della vita, della gioia ritrovata, del tornare in sintonia con il mondo che lo circonda e con le persone di cui è popolato. Colori che vengono anche associati alla bellissima Mila (di cui, appunto, si sa solo che è “bellissima” e dai capelli neri ma questo basta a darle una fisicità pur non descrivendola mai) e quindi in qualche modo all’innamoramento del protagonista non tanto verso la ragazza (probabilmente anche) ma verso ciò che lei rappresenta: il sorriso (mentre di lui si fa notare che non sorrideva mai), la libertà, la capacità di poter fare ciò che le pare senza troppa attenzione alle apparenze in cui tutti i giorni la maggior parte delle persone ingessa la propria vita e i propri pensieri; un innamoramento che non è mai citato nel testo perché non è importante in quanto tale ma lo è per la funzione di svolta che ha sul protagonista e sul suo modo di vivere.
Un innamoramento che diventa evidente nel momento in cui il protagonista si rende conto di non poter pronunciare il nome di lei perché non reggerebbe, sarebbe troppo forte la scossa e lui sarebbe perso e poi, una volta che lo ha pronunciato, non riesce più trattenerlo quel nome e lo ripete fino a svenire.
E Franceschini si rivela anche un autore romantico nel raccontare i momenti vissuti insieme dal protagonista (improvvisamente capace di pensieri e gesti delicati o appassionanti) e la bellissima Mila.
È Mila a generare la follia, a far emergere un mondo sommerso nelle vie di Ferrara, mentre si porta in giro il notaio alla ricerca della verità sui suoi presunti fratelli o semplicemente a passeggio con lei, ma anche a buttare all’aria il mondo ordinato che c’è dentro il protagonista per liberare i colori, la serenità, il disordine, il sorriso… la vita.
Un mondo quello di Mila e di Ferrara che ad un certo punto della storia, però, si tronca: è come se all’improvviso il protagonista - che ha attraversato la “bufera” (dei sentimenti e delle emozioni) causata dalla rivelazione del padre ma anche dell’incontro con la giovane prostituta - abbandonasse tutto quel che ha fatto emergere, compresa la ricerca dei suoi presunti 52 fratellastri (completata di fatto solo sulla carta ma mai concretizzata nel corso del romanzo: soltanto una è, infatti, la sorella che il protagonista incontra e sfiora per caso senza che i due lo sappiano) per concentrarsi sul problema del rapporto che ha con la moglie (donna dall’apparenza fredda, presente nell’elenco dei fratelli/sorelle e qui, oltre al vezzo di fantasia narrativa, non ci vuole un genio a comprendere la metafora di come spesso vanno a finire per tutti i rapporti tra coniugi con il tempo).
È come se il romanzo, in qualche modo, si dividesse in due: una prima parte dedicata ai turbamenti del protagonista, lo sconvolgimento per la rivelazione di suo padre, la scoperta di un mondo sconosciuto (che avviene forse anche troppo velocemente) nei vicoli di Ferrara popolati da personaggi particolarissimi che letti nel romanzo sembrano reali ma osservati a distanza potrebbero sembrare dei folli; e una seconda parte in cui tutto si concentra sulla scoperta della moglie e di ciò che si agita dentro di lei e tutto il resto diventa in qualche modo funzionale a questo, compresa Mila (che da amante si trasforma improvvisamente in amica e complice per aiutare il suo notaio a “liberare” la moglie da ciò che la opprime).
Franceschini, spesso, racconta che quando scrive non è lui a decidere la storia ma sono i suoi personaggi a portarlo dove vogliono e qui è ben evidente che ad un certo punto tutta l’urgenza della storia da raccontare si focalizza sul giovane notaio e la moglie, accantonando il resto: dalle premesse poteva nascerne una vicenda complicatissima e, invece no, l’autore sorprende tutti, fa concludere le ricerche dei fratelli del protagonista - che comunque non sono suoi - sulla carta perché ciò che conta è che forse il protagonista a quel punto ha trovato se stesso ed è più importante del resto e da cercare e da salvare c’è qualcos’altro.
E allora ecco che “Daccapo” è un romanzo bello, intriso di emozioni, sorprendente, appassionante, divertente e serissimo, che fa ridere e piangere insieme a seconda della scena che si sta leggendo (e bastano poche righe per passare da uno stato d’animo all’altro), dove si mischiano la realtà e la fantasia, con una forza intrinseca nel linguaggio con cui le vicende vengono raccontate (perché qui storia, sentimenti e parole sono fuse insieme) e soprattutto in cui dentro c’è la vita, quella di tutti.
 

sabato 7 maggio 2011

Follia ferrarese nella presentazione di Daccapo a Milano

Lo sciopero non ha fermato i milanesi che sono arrivati in tanti, ieri, alla Fnac per la presentazione di “Daccapo” il nuovo romanzo di Dario Franceschini, edito dalla Bompiani che, per l’occasione era presente al completo, a partire da Elisabetta Sgarbi. Tra il pubblico, molto variegato per provenienza ed età, c’era anche Anna Paola Concia del Pd.
A parlare del romanzo, oltre a Franceschini, c’erano Daria Bignardi e Roberto Vecchioni a cui si è aggiunto qualche commento di Daria Colombo (moglie di Vecchioni e che ha da poco pubblicato il romanzo “Meglio Dirselo”).
Splendido il racconto di “Daccapo” che ha fatto Roberto Vecchioni, appassionato e appassionante, in cui ha saputo intrecciare la vicenda del romanzo e i suoi personaggi con la vita reale. Vecchioni ha fatto notare come la vita grigia e spenta del protagonista assomigli alle vite di tutti noi, sempre ingabbiati nella realtà monotona di tutti i giorni e nei gesti convenzionali di cui ci accompagnamo.
Tante anche le citazioni musicali e cinematografiche messe in risalto per dar vita all’umanità di cui si popola il libro di Franceschini. Inevitabile che il discorso sia poi finito sulle prostitute, citate nel romanzo e su cui i giornali negli ultimi giorni hanno scritto tanto con riferimenti alle vicende della cronaca, da cui l’autore ha cercato di prendere con forza le distanze, rivendicando invece De André come fonte di ispirazione.
Daria Bignardi, invece, ha più volte e vanamente cercato di collegare autore e personaggi e di estorcere a Franceschini analogie tra il mondo raccontato e i suoi pensieri. Franceschini, forse spiazzato da certe allusioni, ha chiarito subito che, anche se è vero che ciascuno tende a lasciare frammenti di sé o dei suoi pensieri in ciò che scrive, non significa che debba essere tutto riferito a lui, ma anzi ha precisato che, per il suo modo di scrivere, sono i personaggi a impossessarsi della storia e a decidere come portarla avanti, perché quando inizia a scrivere non ha un disegno preciso in mente. Una forma di scrittura questa che Daria Bignardi ha definito psicanalitica.
Dario Franceschini ha poi raccontato come alcuni episodi divertenti che si possono leggere tra le pagine del libro siano, in realtà, dei frammenti di vita vera della città di Ferrara. Una Ferrara magica, o comunque molto strana, quella che è emersa, caratterizzata da personaggi singolari, a volte dai tratti buffi. Tutte qualità riassumibili, secondo Franceschini, nella definizione di “follia” ferrarese.
A chiudere la presentazione una lettura tratta dal romanzo e la consueta fila di pubblico per salutare l’autore.

 

venerdì 11 febbraio 2011

La misoginia di Giuliano Ferrara

Non sono mai stata un’estimatrice di Giuliano Ferrara, ma ultimamente ammetto di provare proprio un certo fastidio verso il modo in cui si impossessa della scena (mediatica o di carta) per intestarsi della battaglie misogine e fuori luogo (nei modi e nel merito).
Tempo fa, ha fatto discutere per il suo mettersi a capo delle battaglie contro il referendum per modificare la Legge 40 (quella relativa alla fecondazione assistita), con numerose sceneggiate e fiumi di inchiostro scritti dalle colonne dei quotidiani, fino a concretizzare un movimento politico antiabortista (operazione sciocca e al quanto inutile dal punto di vista politico ma che sicuramente avrà permesso al noto giornalista di vendere qualche copia in più del suo giornale e di attirare un po’ di attenzione – sbagliata – su se stesso più che sui temi di cui voleva farsi portavoce).
Poi c’è stata un’altra battaglia “in difesa della vita” portata avanti con forza da Giuliano Ferrara, nei momenti drammatici in cui si decideva del destino di Eluana Englaro. Una questione di dolore privato trasformata in battaglia parlamentare e di piazza (con Ferrara che invitata a portare bottigliette d’acqua davanti al Duomo di Milano per dire di non lasciar “morire di sete” la giovane in stato vegetativo).
Al di là delle opinioni, tutte legittime, quello che suscita un certo sconcerto è il modo in Giuliano Ferrara le esprime, volutamente sopra le righe, infiammando polemiche dove in realtà non c’è affatto bisogno che ce ne siano e finendo per brutalizzare e banalizzare con questi suoi toni tra l’arringa e il grottesco, questioni che invece sono molto serie e andrebbero trattate con rispetto e con linguaggi appropriati.
Sembra quasi che il direttore del Foglio si diverta a spararla grossa con l’unico scopo di sollevare polemiche pretestuose e non per mettere davvero argomenti dentro al dibattito in corso che possano in qualche modo a contribuire ad arricchirlo. Insomma, sembra quasi che l’unico scopo di Ferrara, con queste uscite sgraziate e fuori luogo, sia solo quello di creare caos e magari spostare l’attenzione da un dibattito anche serio e importante su tutt’altri piani che finiscono per sminuire il valore delle discussioni in corso.
Tutte le battaglie che si è intestato Ferrara negli scorsi mesi, oltretutto, sono profondamente oscurantiste, legate a visioni del mondo e della vita di secoli fa e che poco si addicono ai cambiamenti della società attuale, ai progressi della scienza e anche alle nuove esigenze delle persone.
È un po’ curioso che Giuliano Ferrara, dopo essersi intestato una campagna pro-life, altamente moralizzatrice, in merito alla Legge 40 (che oltretutto finiva per fare del male al corpo delle donne), e contro le aperture del mondo femminile ottenute in secoli di battaglia, adesso invece si schieri dall’altra parte, a sostegno del libertinaggio più spinto (di signorine dalle scelte di vita discutibili, non solo sul piano morale ma anche legale, visto che ci sono alcune indagate per favoreggiamento della prostituzione).
Unico tratto comune a tutte le battaglie superflue di Giuliano Ferrara è la misoginia, frutto di una visione maschilista e retrograda: il suo voler relegare la donna a oggetto, prima come macchina per fare figli, poi come oggetto sessuale (del premier o di chi ha i soldi per comprarsele), come se le donne fossero per destino questo e nulla altro.
Personalmente, da donna, preferirei che Giuliano Ferrara non parlasse più di questioni che riguardano il mondo femminile perché non ne è in grado: non conosce minimamente la realtà delle donne (giovani e meno giovani) normali, che studiano, lavorano, inseguono le loro aspirazioni (che non sono certo quelle di fare il Bunga Bunga ad Arcore, anche se 7 mila euro in una sera aiuterebbero a risolvere non pochi problemi, ma non è quello il modo di risolvere le cose). Ci sono donne che faticano quotidianamente, la cui strada è tutta in salita e si scontra con molti muri nella vita affettiva come nel lavoro eppure a loro nessuno pensa, nessuno offre aiuto concreto, che non sono 7 mila euro per ballare attaccata al palo di una discoteca in una festa privata, ma sono leggi che favoriscano l’occupazione femminile attraverso politiche dell’infanzia (più asili nido, congedo di paternità e di maternità, garanzia di non essere licenziata se in gravidanza - che esiste sulla carta ma non nei fatti - orari lavorativi flessibili) e di assistenza agli anziani adeguate e soprattutto è necessaria la collaborazione degli uomini con cui quotidianamente si raffrontano.
Le donne hanno fatto un lungo cammino nel corso degli anni per ribadire la loro libertà, anche in ambito sessuale, ma questa libertà non è garantita se il ruolo della donna viene ridotto ad oggetto del piacere maschile di cui disporre a pagamento.