Giuliano Pisapia è stato eletto sindaco di Milano con un consenso del 55,1% (contro il 44,9% di Letizia Moratti).
Qui le percentuali di voto nelle 9 zone di Milano>>>
Alcune analisi dei risultati elettorali:
-Il risveglio degli astensionisti - Paolo Natale (Europa)
- Così Bossi e Berlusconi hanno perso il voto del Nord - Marco Catelnuovo (La Stampa) -pdf
- La Lega "partito" non incanta più - Giovanni Cerruti (La Stampa)
- Se tramonta il mito del Nord Padano - Ilvo Diamanti (Repubblica) - pdf
- Fedeltà al candidato e mobilitazione. Così le città hanno virato a sinistra - Renato Mannheimer (Corriere della Sera) - pdf
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mercoledì 1 giugno 2011
Analisi dei ballottaggi
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lunedì 23 maggio 2011
Moratti, promesse contrarie alle sue azioni da sindaco
A proposito delle ultime battute della campagna elettorale vi segnalo un articolo da La Stampa e uno da Il Messaggero di oggi.
Dalla Moratti a Cetto La Qualunque - Luigi La Spina per La Stampa
Dalla Moratti a Cetto La Qualunque - Luigi La Spina per La Stampa
E’ un vero peccato che la campagna elettorale per il ballottaggio a sindaco di Milano si sia conclusa con una settimana d’anticipo e con un risultato a sorpresa: Letizia Moratti ha perso, ma non è stata sconfitta dal suo competitore Giuliano Pisapia, ma da se stessa. Perché potrà anche riuscire a compiere l’impresa disperata di superare il candidato del centrosinistra, lunedì prossimo, ma a un prezzo che non bisognerebbe mai accettare di pagare, quello di rinnegare il proprio passato politico, le scelte programmatiche fatte e tante volte rivendicate, i valori in cui si è creduto o si è detto di credere e, soprattutto, tradendo la fiducia di coloro che per quei valori l’hanno eletta a loro rappresentante.
I segnali di fastidio e di distacco con i quali i moderati milanesi avevano risposto, col risultato del primo turno, ai toni estremistici e spregiudicati usati dalla candidata di Berlusconi e Bossi alla rielezione a sindaco di Milano, evidentemente, non sono bastati.
Così la Moratti, in questi giorni, ha inanellato una serie di promesse demagogiche che non solo contraddicono le decisioni più significative del suo precedente mandato, ma assumono caratteristiche che, nei cittadini più anziani, ricordano le scarpe spaiate offerte da Achille Lauro ai napoletani degli Anni 50 e, in quelli più giovani, i mirabolanti impegni elettorali dell’Antonio Albanese di «Qualunquemente».
L’Ecopass, la Ztl, le strisce blu e gialle sulle strade di Milano sono il segno più visibile e concreto della passata amministrazione milanese. Decisioni discutibili, certo, ma che sono nate dalla consapevolezza dei problemi d’inquinamento ambientale e di mobilità urbana nel centro storico. Ora, con una contraddizione clamorosa rispetto alle intenzioni dichiarate dalla Moratti, quelle di «raccontare ai cittadini le tante cose buone fatte a Milano», il sindaco uscente le rinnega. Con la sconcertante promessa di condonare le multe dei milanesi che hanno violato le disposizioni da lei stessa impartite.
Quale opinione la Moratti pensa possano avere di questi atteggiamenti proprio quegli elettori moderati che, fedeli al principio del rispetto della «legge e dell’ordine», hanno osservato le regole? A quale Milano si rivolge? Non crede di offendere, così, l’onestà e il civismo dei suoi concittadini? Soprattutto non ritiene di offendere se stessa, il suo passato di impegno pubblico, dalla presidenza Rai al ministero dell’Istruzione? Compiti svolti con risultati controversi, ma sempre con dignità e mai segnati da cotanto cinismo politico.
La deriva finale della Moratti sulla via dell’estremismo verbale e della demagogia elettorale più incontrollata può sorprendere chi credeva di conoscerla, ma corrisponde, purtroppo, agli atteggiamenti della coppia Berlusconi-Bossi di questi tempi. Il primo sembra non aver capito che le mosse a sorpresa, sul calare dell’ultimo gong nella campagna elettorale, possono essere efficaci le prime volte. Non più quando vengono ripetute dopo che gli elettori hanno constatato i risultati di quelle promesse. L’esempio più calzante è quello dell’abolizione totale dell’Ici. Una decisione che ha messo in difficoltà tutti i Comuni, costretti o a tagliare i servizi o a ricevere dallo Stato, attraverso le tasse, rimborsi che si sono tradotti in una sostanziale «partita di giro». Risultati ancora peggiori, proprio nell’opinione dei moderati italiani, hanno altre promesse berlusconiane, come quelle di lasciare mano libera all’abusivismo edilizio in Campania.
Impegni ridotti a farsa - Giovanni Sabbatucci - Il Messaggero (pdf)>>>
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venerdì 20 maggio 2011
Le mosse di una destra in affanno
C’è confusione nel centrodestra e si vede. Dopo il momento di shock per l’esito decretato dal primo turno delle elezioni a Milano e dopo il reciproco scambio di accuse tra i vari esponenti di Pdl e Lega (per altro ancora in corso), Letizia Moratti ha deciso di rimettersi in pista da sola (o quasi: ha recuperato parti del vecchio staff elettorale e ha arruolato Red Ronnie, con immensa delusione dei fans del Roxy Bar che lo hanno visto passare dal rock a galoppino di corte) e di buttarsi a capofitto nelle promesse miracolose che le consentano di raggranellare qualche voto in più del candidato del centrosinistra (al primo turno il sindaco uscente ha perso ben 80.000 voti rispetto al 2006).
Letizia Moratti, che la notte della sua sconfitta annunciava alla stampa che avrebbe cambiato i toni della campagna elettorale (un po’ tardi, poteva pensarci prima), tuttavia, non ha affatto cambiato modalità: anche per questa tornata sta utilizzando lo stesso metodo del capo Berlusconi. Se nella prima tornata, infatti, la Moratti aveva approfittato dell’ultimo secondo disponibile in televisione per gettare accuse false all’avversario, non concedendogli tempo di replica, questa volta l’asso nella manica sono le promesse miracolose ai suoi elettori.
Ieri sera Letizia Moratti ha così annunciato di voler togliere l'ecopass ai residenti a Milano, ticket d'ingresso che aveva introdotto lei per disincentivare l'uso dell'automobile per entrare in centro nel tentativo di ridurre l'inquinamento e il traffico.
Mossa interessante ma non scritta nel suo programma elettorale (copiato da quello del 2006).
Inoltre Letizia Moratti dimentica alcune cose fondamentali:
1) L’Ecopass l’aveva introdotto lei stessa, quindi o c'è qualcosa che non va in ciò che ha fatto in questi anni in cui è stata sindaco di Milano o c'è qualcosa che non va nella promessa attuale.
2) L’Ecopass, stando alla promessa dell’ultima ora, dovrebbe esser tolto solo ai residenti a Milano, cioè gli aventi diritto al voto del 29-30 maggio, quindi persone da cui la Moratti spera di avere il consenso ma anche persone che si presume vivano in città e quindi, tutto sommato, qualche mezzo pubblico per muoversi e raggiungere il centro dovrebbero trovarlo, mentre per i pendolari che spesso necessitano di più mezzi di trasporto per raggiungere Milano non cambia nulla e possono serenamente continuare ad arrangiarsi con i loro disagi.
3) Milano, attualmente, è piena di cantieri per la costruzione delle metropolitane, con la conseguenza di avere un traffico fortemente congestionato in molti quartieri, soprattutto nelle ore di punta e, soprattutto, in entrata. La prima domanda che viene da farsi è: a cosa serve tutta queste reti di metropolitana che si sta costruendo se il messaggio che si manda ai milanesi è quello che possono utilizzare la propria auto per arrivare fino in centro? Con una simile situazione di traffico, sarebbe molto più ragionevole cercare di disincentivare l’uso dell’automobile, potenziando i mezzi pubblici, costruendo i parcheggi di interscambio alle stazioni della metropolitana.
4) L’inquinamento. Come fa notare una nota di Giuliano Pisapia: “Letizia Moratti, cinque anni fa, scriveva a chiare lettere nel suo Piano Generale di Sviluppo che intendeva «istituire un pedaggio (pollution charge) per l’accesso e la circolazione in città» per ridurre il numero di veicoli che entrano in città ogni giorno per migliorare la qualità ambientale. Dopo cinque anni di sperimentazione orgogliosamente rivendicati anche nell’opuscolo I cento progetti realizzati gentilmente recapitato nelle case di tutti i milanesi, a soli dieci giorni dal voto, decide che quell’esperienza è finita perché «l’inquinamento, il traffico e gli incidenti sono diminuiti». Letizia Moratti è pronta a sacrificare la salute dei cittadini che nei primi mesi del 2011 hanno sperimentato, proprio nell’area dell’Ecopass, i peggiori livelli di inquinamento da quattro anni da questa. E a dirlo è l’Arpa, l’Agenzia Regionale dell’Ambiente”.
Ieri sera Letizia Moratti ha così annunciato di voler togliere l'ecopass ai residenti a Milano, ticket d'ingresso che aveva introdotto lei per disincentivare l'uso dell'automobile per entrare in centro nel tentativo di ridurre l'inquinamento e il traffico.
Mossa interessante ma non scritta nel suo programma elettorale (copiato da quello del 2006).
Inoltre Letizia Moratti dimentica alcune cose fondamentali:
1) L’Ecopass l’aveva introdotto lei stessa, quindi o c'è qualcosa che non va in ciò che ha fatto in questi anni in cui è stata sindaco di Milano o c'è qualcosa che non va nella promessa attuale.
2) L’Ecopass, stando alla promessa dell’ultima ora, dovrebbe esser tolto solo ai residenti a Milano, cioè gli aventi diritto al voto del 29-30 maggio, quindi persone da cui la Moratti spera di avere il consenso ma anche persone che si presume vivano in città e quindi, tutto sommato, qualche mezzo pubblico per muoversi e raggiungere il centro dovrebbero trovarlo, mentre per i pendolari che spesso necessitano di più mezzi di trasporto per raggiungere Milano non cambia nulla e possono serenamente continuare ad arrangiarsi con i loro disagi.
3) Milano, attualmente, è piena di cantieri per la costruzione delle metropolitane, con la conseguenza di avere un traffico fortemente congestionato in molti quartieri, soprattutto nelle ore di punta e, soprattutto, in entrata. La prima domanda che viene da farsi è: a cosa serve tutta queste reti di metropolitana che si sta costruendo se il messaggio che si manda ai milanesi è quello che possono utilizzare la propria auto per arrivare fino in centro? Con una simile situazione di traffico, sarebbe molto più ragionevole cercare di disincentivare l’uso dell’automobile, potenziando i mezzi pubblici, costruendo i parcheggi di interscambio alle stazioni della metropolitana.
4) L’inquinamento. Come fa notare una nota di Giuliano Pisapia: “Letizia Moratti, cinque anni fa, scriveva a chiare lettere nel suo Piano Generale di Sviluppo che intendeva «istituire un pedaggio (pollution charge) per l’accesso e la circolazione in città» per ridurre il numero di veicoli che entrano in città ogni giorno per migliorare la qualità ambientale. Dopo cinque anni di sperimentazione orgogliosamente rivendicati anche nell’opuscolo I cento progetti realizzati gentilmente recapitato nelle case di tutti i milanesi, a soli dieci giorni dal voto, decide che quell’esperienza è finita perché «l’inquinamento, il traffico e gli incidenti sono diminuiti». Letizia Moratti è pronta a sacrificare la salute dei cittadini che nei primi mesi del 2011 hanno sperimentato, proprio nell’area dell’Ecopass, i peggiori livelli di inquinamento da quattro anni da questa. E a dirlo è l’Arpa, l’Agenzia Regionale dell’Ambiente”.
Ma non bastava la sparata di Letizia Moratti, che ai più è apparsa come una mossa disperata e poco credibile; nella giornata di ieri infatti sono arrivate anche le parole di Umberto Bossi (sempre soft e garbato nei toni che lo contraddistinguono!) in cui ha definito Giuliano Pisapia «un matto» che farà di Milano una «zingaropoli» e che la riempirà di «moschee».
A parte il fatto che nel programma di Giuliano Pisapia non sta scritto nulla del genere, forse Bossi non sa che è stata Letizia Moratti ad aver fatto di Milano una «zingaropoli» in questi 5 anni di assoluto non governo del territorio e i suoi tentativi di smantellare i campi rom che, di fatto, semplicemente si spostavano da un punto all’altro della città senza mai che fosse trovata una soluzione definitiva (per i nomadi e per i residenti dei quartieri che di volta in volta si trovavano a fare i conti con questo problema).
In merito alla questione della moschea, la Lega dovrebbe sapere bene quali problemi dà il centro islamico di viale Jenner (che esiste da parecchi anni e l’hanno costruito i musulmani, non certo la sinistra). La Lega ha spesso innescato proteste per i disagi al traffico e le preghiere sul marciapiede che ostruivano la circolazione dei passanti causati dal centro di Viale Jenner e, allora, forse, anziché dire semplicemente che lì quelle persone non ci devono stare, farebbero meglio ad indicare una soluzione per trovar loro uno spazio consono, che contemporaneamente risolva i disagi dei milanesi.
Senza contare ch la Lega non perde occasione per alzare la voce contro tutti quei Paesi nel mondo in cui manca la libertà di culto e i cristiani vengono perseguitati e allora forse dovrebbe anche rendersi conto che pure i musulmani a Milano hanno diritto ad un loro luogo di culto (esattamente come esistono le sinagoghe, le chiese metodiste ecc.), come c’è in tutte le grandi capitali europee: non è pensabile pretendere diritti per sé negli altri luoghi del mondo e negare gli stessi diritti agli altri quanto vengono nel nostro Paese.
Questo non vuol dire riempire Milano di moschee, ma vuol dire garantire che – al posto delle preghiere sul marciapiede in Viale Jenner – anche i musulmani abbiano un loro luogo di culto, in un luogo consono alle esigenze di tutti.
A parte il fatto che nel programma di Giuliano Pisapia non sta scritto nulla del genere, forse Bossi non sa che è stata Letizia Moratti ad aver fatto di Milano una «zingaropoli» in questi 5 anni di assoluto non governo del territorio e i suoi tentativi di smantellare i campi rom che, di fatto, semplicemente si spostavano da un punto all’altro della città senza mai che fosse trovata una soluzione definitiva (per i nomadi e per i residenti dei quartieri che di volta in volta si trovavano a fare i conti con questo problema).
In merito alla questione della moschea, la Lega dovrebbe sapere bene quali problemi dà il centro islamico di viale Jenner (che esiste da parecchi anni e l’hanno costruito i musulmani, non certo la sinistra). La Lega ha spesso innescato proteste per i disagi al traffico e le preghiere sul marciapiede che ostruivano la circolazione dei passanti causati dal centro di Viale Jenner e, allora, forse, anziché dire semplicemente che lì quelle persone non ci devono stare, farebbero meglio ad indicare una soluzione per trovar loro uno spazio consono, che contemporaneamente risolva i disagi dei milanesi.
Senza contare ch la Lega non perde occasione per alzare la voce contro tutti quei Paesi nel mondo in cui manca la libertà di culto e i cristiani vengono perseguitati e allora forse dovrebbe anche rendersi conto che pure i musulmani a Milano hanno diritto ad un loro luogo di culto (esattamente come esistono le sinagoghe, le chiese metodiste ecc.), come c’è in tutte le grandi capitali europee: non è pensabile pretendere diritti per sé negli altri luoghi del mondo e negare gli stessi diritti agli altri quanto vengono nel nostro Paese.
Questo non vuol dire riempire Milano di moschee, ma vuol dire garantire che – al posto delle preghiere sul marciapiede in Viale Jenner – anche i musulmani abbiano un loro luogo di culto, in un luogo consono alle esigenze di tutti.
La realtà è che il centrodestra (tutto, anche la Lega che agita le paure, come spiega Don Rigoldi in un’intervista a Repubblica, ma non offre soluzioni) in tutti questi anni in cui ha avuto in mano Milano ha fallito su tutti i fronti: il sindaco non ha fatto il suo mestiere (non è nemmeno stata presente durante le sedute del Consiglio Comunale), non ha governato la città, non ha saputo far fronte alle problematiche dell’immigrazione, ha detto tante parole sulla sicurezza ma non è stata in grado di garantirla, offrendo come unica soluzione il coprifuoco dei quartieri.
Il risultato è che i problemi sono ancora tutti presenti e sono sotto gli occhi di tutti i milanesi che, forse, questa volta, hanno scelto davvero di voltare pagina.
Il risultato è che i problemi sono ancora tutti presenti e sono sotto gli occhi di tutti i milanesi che, forse, questa volta, hanno scelto davvero di voltare pagina.
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giovedì 19 maggio 2011
Analisi del voto
I giornali di questi giorni sono pieni di pagine di analisi elettorali, più o meno tutte simili tra loro perché ciò che è accaduto con la tornata di elezioni amministrative appena trascorsa è ben evidente agli occhi di tutti.
Semplificando, come ha detto il segretario Pd Pier Luigi Bersani, il centrosinistra ha vinto e il centrodestra ha perso: il dato è abbastanza omogeneo su tutta l’Italia e ha valenza politica nazionale per come è stata condotta la campagna elettorale ma anche perché a metà legislatura del governo è ovvio che gli italiani abbiamo cominciato a fare un bilancio dell’azione della maggioranza in carica.
Quel che emerge chiarissimamente da tutti i risultati è che il centrodestra ha perso consensi: gli elettori delusi o hanno votato altrove o non hanno votato affatto.
Tutti gli analisti, infatti, si sono affrettati a segnalare che questa volta, a differenza del passato, non c'è stato scambio di voti tra Lega e Pdl. «Ci sono state, invece, perdite nette dell'uno e dell'altro. - scrive Roberto D’Alimonte su Il Sole 24 Ore - Contrariamente alle aspettative i delusi di Berlusconi non hanno votato Bossi. E così tutto il centrodestra arretra. Il problema non si presenta solo a Milano. Se così fosse la spiegazione potrebbe essere cercata in fattori locali. Rispetto alle ultime regionali Pdl e Lega perdono sistematicamente in tutto il Nord sia nei comuni che nelle province».
Semplificando, come ha detto il segretario Pd Pier Luigi Bersani, il centrosinistra ha vinto e il centrodestra ha perso: il dato è abbastanza omogeneo su tutta l’Italia e ha valenza politica nazionale per come è stata condotta la campagna elettorale ma anche perché a metà legislatura del governo è ovvio che gli italiani abbiamo cominciato a fare un bilancio dell’azione della maggioranza in carica.
Quel che emerge chiarissimamente da tutti i risultati è che il centrodestra ha perso consensi: gli elettori delusi o hanno votato altrove o non hanno votato affatto.
Tutti gli analisti, infatti, si sono affrettati a segnalare che questa volta, a differenza del passato, non c'è stato scambio di voti tra Lega e Pdl. «Ci sono state, invece, perdite nette dell'uno e dell'altro. - scrive Roberto D’Alimonte su Il Sole 24 Ore - Contrariamente alle aspettative i delusi di Berlusconi non hanno votato Bossi. E così tutto il centrodestra arretra. Il problema non si presenta solo a Milano. Se così fosse la spiegazione potrebbe essere cercata in fattori locali. Rispetto alle ultime regionali Pdl e Lega perdono sistematicamente in tutto il Nord sia nei comuni che nelle province».
Milano è, tuttavia, il caso più eclatante di quanto avvenuto oltre che una città simbolo del potere del centrodestra che, questa volta, sembra essere giunto al termine.
Innanzitutto, tutte le nove zone della città sono passate al centrosinistra (prima soltanto la Zona 9 era governata dal centrosinistra, mentre le altre otto erano del centrodestra).
Andando ad analizzare i dati elettorali, inoltre, emerge un fatto importante: le preferenze, di solito abbastanza complicate da raccogliere, sono state utilizzate dagli elettori del centrosinistra molto più che da quelli del centrodestra. I partiti maggiori e i candidati più noti, ovviamente, sono quelli che ne hanno raccolte di più. Per il centrosinistra, 49.153 preferenze sono state espresse per i candidati del Partito Democratico (con un trionfo di Stefano Boeri) e 10.956 da Sinistra Ecologia e Libertà, poche quelle per gli altri partiti (per lo più attribuite al candidato di punta della lista). Spicca la scarsità di preferenze raccolte dall’Italia dei Valori: nessun numero eclatante sulla lista e questo è un dato curioso perché notoriamente gli elettori di quel partito sono persone molto attente e tendono ad informarsi bene sui candidati.
Complessivamente, l’Italia dei Valori ha perso molto in queste elezioni in tutta Italia a vantaggio delle liste del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo (ad eccezione di Napoli, dove la popolarità di Luigi De Magistris hanno concesso al partito di Di Pietro di arrivare al ballottaggio) e viene da pensare che il tutto sia ricollocabile in chiave di politica nazionale: la compravendita dei deputati da parte di Berlusconi che ha visto come protagonisti principali proprio tre dipietristi deve aver lasciato il segno.
Le liste del centrodestra a Milano hanno raccolto ben poche preferenze: il partito che ne ha ottenute di più è il Pdl (grazie a nomi noti messi in lista), scarsissime quelle della Lega con l’eccezione di Matteo Salvini e questo è un dato che dovrebbe far riflettere sul presunto radicamento nel territorio dei candidati leghisti, perché la preferenza è un segno chiaro che gli elettori hanno scelto consapevolmente quel candidato.
Perplessità emergono poi sul cosiddetto Terzo Polo: su scala nazionale si è mostrato irrilevante, segno che la politica dei “mille forni” di Casini non paga. Del resto è un po’ difficile sparare contro Berlusconi in una città e presentarsi suo alleato in un'altra...
Inoltre, a questo si aggiunge l’idea del voto utile, ben spiegata da Massimo D’Alema, in un’intervista a La Stampa: «Queste elezioni dimostrano che se la richiesta di cambiamento è così diffusa, allora i cittadini utilizzano il voto che ritengono utile per ottenere il cambiamento. Voglio dire che se a Milano si pensa che occorra chiudere con la Moratti, allora i cittadini - con tutto il rispetto per il Terzo polo - votano per Pisapia, che è il candidato che può batterla. L’idea bipolare è ormai radicata nella testa degli elettori, e a volte la “terzietà”, se è fine a se stessa, si paga. Ripeto: ho grande rispetto per la discussione in corso nel Terzo polo, ma chiedo loro in che prospettiva strategica si pongono. Se si vuole superare il berlusconismo, bisogna assumersi delle responsabilità. E non mi riferisco certo a questi ballottaggi».
Le cose, infatti, cambiano notevolmente adesso con i ballottaggi perché il Terzo Polo potrebbe diventare un pericoloso ago della bilancia.
Nel caso specifico di Milano, è stato anche merito di Casini (oltre che delle intemperanze di Berlusconi, Lassini e Santanché) se la Moratti ha perso 80.000 voti: il venerdì di chiusura della campagna elettorale è stato lui ad andare su tutte le televisioni a dichiarare che gli estremisti stavano nel centrodestra. Monito importante per quello che potrebbe essere il suo bacino elettorale che, indipendentemente dal fatto che possa aver votato per Manfredi Palmeri o no, sicuramente, dopo quelle affermazioni, non ha votato per il sindaco uscente.
Anche questo dei toni utilizzati nella campagna elettorale è stato un tratto che – come tutti hanno rilevato – ha inciso enormemente nella scelta da fare alle urne.
La comparsata televisiva ad Anno Zero di Daniela Santanché ha regalato una marea di voti di indecisi a Pisapia: non ci voleva molto a capirlo, bastava andare per strada il giorno dopo per sentire cosa dicevano le persone.
Michele Brambilla, su La Stampa, commenta: «Milano è troppo sobria per quella gente là, abbiamo sentito dire da una signora, che per “quella gente là” intendeva i pasdaran della politica urlata, i titolisti dal pugno nello stomaco, i professionisti del dossieraggio: gente che non è neanche di Milano e non sa che quello stile lì a Milano può funzionare sul breve ma non alla distanza. Perché “il troppo stroppia” è un altro proverbio che fa parte del patrimonio di saggezza di questa città. Perché che Pisapia sia un estremista, o il capo di un’eventuale giunta di estremisti, a Milano non la beve nessuno».
E ancora «Occupata com’era a dimostrare (o a far dimostrare) con ogni argomento – tutti sistematicamente sbugiardati – che Giuliano Pisapia non è una “forza gentile” espressione della buona borghesia milanese ancorché di sinistra, ma più o meno un mascherato fiancheggiatore di terroristi di varia natura, non si è accorta che i milanesi in effetti si sono presi paura. Non già di Pisapia, ma dell’estremismo che lei, eccessiva nel Dna, incarna», scrive di Daniela Santanché, Fabrizia Bagozzi su Europa.
Ed è tutto vero perché Giuliano Pisapia non è quello che la destra ha cercato di far credere e le persone, che in questi mesi lo hanno cercato, incontrato, ascoltato, lo sanno benissimo.
Lo stupore per il risultato elettorale (tanto per l’arrivo al ballottaggio, quanto per le percentuali con cui si è arrivati) che ha colto tanti commentatori e anche tanti dirigenti di partito, in realtà lascia intendere come questi siano stati molto distratti nei mesi di campagna elettorale perché bastava girare un po’ per le iniziative a cui era prevista la partecipazione di Giuliano Pisapia per accorgersi che qualcosa si stava muovendo, che c’era tanta attenzione attorno a lui (anche da parte di persone che normalmente non si vedono alle iniziative politiche) e tanta voglia di conoscerlo, di sentire cosa aveva da raccontare e, al di là del commento sulle doti comunicative del candidato sindaco del centrosinistra, quello che colpiva di lui era proprio la sua naturalezza, il suo essere in mezzo agli altri, il suo parlare di cose normali (che interessano a tutti i cittadini, come l’abitare, le case, il verde, il traffico, l’inquinamento, l’acqua pubblica, l’occupazione, la trasparenza nella politica) come una persona normale. Qualità rare queste in un tempo di politici urlanti e venditori di sogni impossibili.
Innanzitutto, tutte le nove zone della città sono passate al centrosinistra (prima soltanto la Zona 9 era governata dal centrosinistra, mentre le altre otto erano del centrodestra).
Andando ad analizzare i dati elettorali, inoltre, emerge un fatto importante: le preferenze, di solito abbastanza complicate da raccogliere, sono state utilizzate dagli elettori del centrosinistra molto più che da quelli del centrodestra. I partiti maggiori e i candidati più noti, ovviamente, sono quelli che ne hanno raccolte di più. Per il centrosinistra, 49.153 preferenze sono state espresse per i candidati del Partito Democratico (con un trionfo di Stefano Boeri) e 10.956 da Sinistra Ecologia e Libertà, poche quelle per gli altri partiti (per lo più attribuite al candidato di punta della lista). Spicca la scarsità di preferenze raccolte dall’Italia dei Valori: nessun numero eclatante sulla lista e questo è un dato curioso perché notoriamente gli elettori di quel partito sono persone molto attente e tendono ad informarsi bene sui candidati.
Complessivamente, l’Italia dei Valori ha perso molto in queste elezioni in tutta Italia a vantaggio delle liste del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo (ad eccezione di Napoli, dove la popolarità di Luigi De Magistris hanno concesso al partito di Di Pietro di arrivare al ballottaggio) e viene da pensare che il tutto sia ricollocabile in chiave di politica nazionale: la compravendita dei deputati da parte di Berlusconi che ha visto come protagonisti principali proprio tre dipietristi deve aver lasciato il segno.
Le liste del centrodestra a Milano hanno raccolto ben poche preferenze: il partito che ne ha ottenute di più è il Pdl (grazie a nomi noti messi in lista), scarsissime quelle della Lega con l’eccezione di Matteo Salvini e questo è un dato che dovrebbe far riflettere sul presunto radicamento nel territorio dei candidati leghisti, perché la preferenza è un segno chiaro che gli elettori hanno scelto consapevolmente quel candidato.
Perplessità emergono poi sul cosiddetto Terzo Polo: su scala nazionale si è mostrato irrilevante, segno che la politica dei “mille forni” di Casini non paga. Del resto è un po’ difficile sparare contro Berlusconi in una città e presentarsi suo alleato in un'altra...
Inoltre, a questo si aggiunge l’idea del voto utile, ben spiegata da Massimo D’Alema, in un’intervista a La Stampa: «Queste elezioni dimostrano che se la richiesta di cambiamento è così diffusa, allora i cittadini utilizzano il voto che ritengono utile per ottenere il cambiamento. Voglio dire che se a Milano si pensa che occorra chiudere con la Moratti, allora i cittadini - con tutto il rispetto per il Terzo polo - votano per Pisapia, che è il candidato che può batterla. L’idea bipolare è ormai radicata nella testa degli elettori, e a volte la “terzietà”, se è fine a se stessa, si paga. Ripeto: ho grande rispetto per la discussione in corso nel Terzo polo, ma chiedo loro in che prospettiva strategica si pongono. Se si vuole superare il berlusconismo, bisogna assumersi delle responsabilità. E non mi riferisco certo a questi ballottaggi».
Le cose, infatti, cambiano notevolmente adesso con i ballottaggi perché il Terzo Polo potrebbe diventare un pericoloso ago della bilancia.
Nel caso specifico di Milano, è stato anche merito di Casini (oltre che delle intemperanze di Berlusconi, Lassini e Santanché) se la Moratti ha perso 80.000 voti: il venerdì di chiusura della campagna elettorale è stato lui ad andare su tutte le televisioni a dichiarare che gli estremisti stavano nel centrodestra. Monito importante per quello che potrebbe essere il suo bacino elettorale che, indipendentemente dal fatto che possa aver votato per Manfredi Palmeri o no, sicuramente, dopo quelle affermazioni, non ha votato per il sindaco uscente.
Anche questo dei toni utilizzati nella campagna elettorale è stato un tratto che – come tutti hanno rilevato – ha inciso enormemente nella scelta da fare alle urne.
La comparsata televisiva ad Anno Zero di Daniela Santanché ha regalato una marea di voti di indecisi a Pisapia: non ci voleva molto a capirlo, bastava andare per strada il giorno dopo per sentire cosa dicevano le persone.
Michele Brambilla, su La Stampa, commenta: «Milano è troppo sobria per quella gente là, abbiamo sentito dire da una signora, che per “quella gente là” intendeva i pasdaran della politica urlata, i titolisti dal pugno nello stomaco, i professionisti del dossieraggio: gente che non è neanche di Milano e non sa che quello stile lì a Milano può funzionare sul breve ma non alla distanza. Perché “il troppo stroppia” è un altro proverbio che fa parte del patrimonio di saggezza di questa città. Perché che Pisapia sia un estremista, o il capo di un’eventuale giunta di estremisti, a Milano non la beve nessuno».
E ancora «Occupata com’era a dimostrare (o a far dimostrare) con ogni argomento – tutti sistematicamente sbugiardati – che Giuliano Pisapia non è una “forza gentile” espressione della buona borghesia milanese ancorché di sinistra, ma più o meno un mascherato fiancheggiatore di terroristi di varia natura, non si è accorta che i milanesi in effetti si sono presi paura. Non già di Pisapia, ma dell’estremismo che lei, eccessiva nel Dna, incarna», scrive di Daniela Santanché, Fabrizia Bagozzi su Europa.
Ed è tutto vero perché Giuliano Pisapia non è quello che la destra ha cercato di far credere e le persone, che in questi mesi lo hanno cercato, incontrato, ascoltato, lo sanno benissimo.
Lo stupore per il risultato elettorale (tanto per l’arrivo al ballottaggio, quanto per le percentuali con cui si è arrivati) che ha colto tanti commentatori e anche tanti dirigenti di partito, in realtà lascia intendere come questi siano stati molto distratti nei mesi di campagna elettorale perché bastava girare un po’ per le iniziative a cui era prevista la partecipazione di Giuliano Pisapia per accorgersi che qualcosa si stava muovendo, che c’era tanta attenzione attorno a lui (anche da parte di persone che normalmente non si vedono alle iniziative politiche) e tanta voglia di conoscerlo, di sentire cosa aveva da raccontare e, al di là del commento sulle doti comunicative del candidato sindaco del centrosinistra, quello che colpiva di lui era proprio la sua naturalezza, il suo essere in mezzo agli altri, il suo parlare di cose normali (che interessano a tutti i cittadini, come l’abitare, le case, il verde, il traffico, l’inquinamento, l’acqua pubblica, l’occupazione, la trasparenza nella politica) come una persona normale. Qualità rare queste in un tempo di politici urlanti e venditori di sogni impossibili.
Lasciando Milano per guardare alle tendenze nazionali, emergono complessivamente due dati:
1) Il centrosinistra ovunque vince se è unito. In questa tornata elettorale, a parte Napoli, fondamentalmente la coalizione di centrosinistra si è mostrata unita, mentre il centrodestra ha perso pezzi da tutte le parti (il Terzo Polo è andato da solo, la Lega in alcuni comuni ha scelto di andare da sola e anche dove era insieme al Pdl ha mostrato forti segni di insofferenza). E qui, inevitabilmente, si apre la questione delle alleanze e tutte le problematiche che queste comportano. Alla luce dei risultati elettorali, da una parte Romano Prodi è intervenuto gioioso per dire che l’Ulivo era rinato, e dall’altra parte Dario Franceschini ha riproposto la teoria dell’alleanza larga comprendente il Terzo Polo. Tutte ipotesi percorribili e tutte corrette perché, se la matematica non è un’opinione, i numeri usciti da questa tornata elettorale parlano chiaro: divisi non si va da nessuna parte. Ma allora, assoldato il fatto che le alleanze sono indispensabili, occorre necessariamente valutare con attenzione con chi allearsi e quale ruolo ritagliarsi all’interno dell’alleanza e questo è il punto che il Partito Democratico deve chiarire (soprattutto con se stesso perché, anche in questo caso i numeri parlano chiaro, molti problemi sono di natura interna e non si ripercuotono sulle scelte degli elettori).
Franceschini, in una recente intervista a Repubblica Tv, ha affermato che il ruolo del Pd – in quanto partito più grande – deve essere quello che tiene insieme la coalizione e che, quindi, sta in mezzo tra la sinistra (rappresentata da Vendola in prevalenza) e il Terzo Polo. Posizione questa che, per quanto abbastanza naturale, è un po’ riduttiva dal punto di vista politico: forse Franceschini si è espresso male ma, al maggior partito della coalizione dovrebbero spettare proposte (che per altro ci sono) e, con queste, la guida nella linea politica. Se il Pd deve essere solo un collante tra due forze (una di sinistra e una di centro), serve a poco.
2) Al di là della tendenza complessiva, secondo cui gli italiani con il voto volevano esprimere la loro sfiducia al governo in carica, vincono meglio i candidati noti, forti e dal profilo politico riconoscibile, gli altri fanno più fatica. Lo dimostrano l’enorme successo avuto da Piero Fassino (il sindaco più votato) nonostante le candidature fossero 37, lo dimostra De Megistris (a scapito di Morcone, il quale oltre a non essere conosciuto si trovava a dover scontare i pasticci del Partito Democratico di Napoli sulle primarie e la propaganda pressante sul dramma dei rifiuti che continua ad attanagliare la città), lo dimostra anche Giuliano Pisapia (persona molto conosciuta e dal profilo politico chiarissimo e netto) e lo dimostra anche la difficoltà di Virginio Merola a Bologna, in bilico fino all'ultimo (pagava l’affaire Del Bono che ha portato all'exploit i grillini, alcuni svarioni che ha preso durante la campagna elettorale ma anche il fatto di essere sostanzialmente un personaggio non noto).
1) Il centrosinistra ovunque vince se è unito. In questa tornata elettorale, a parte Napoli, fondamentalmente la coalizione di centrosinistra si è mostrata unita, mentre il centrodestra ha perso pezzi da tutte le parti (il Terzo Polo è andato da solo, la Lega in alcuni comuni ha scelto di andare da sola e anche dove era insieme al Pdl ha mostrato forti segni di insofferenza). E qui, inevitabilmente, si apre la questione delle alleanze e tutte le problematiche che queste comportano. Alla luce dei risultati elettorali, da una parte Romano Prodi è intervenuto gioioso per dire che l’Ulivo era rinato, e dall’altra parte Dario Franceschini ha riproposto la teoria dell’alleanza larga comprendente il Terzo Polo. Tutte ipotesi percorribili e tutte corrette perché, se la matematica non è un’opinione, i numeri usciti da questa tornata elettorale parlano chiaro: divisi non si va da nessuna parte. Ma allora, assoldato il fatto che le alleanze sono indispensabili, occorre necessariamente valutare con attenzione con chi allearsi e quale ruolo ritagliarsi all’interno dell’alleanza e questo è il punto che il Partito Democratico deve chiarire (soprattutto con se stesso perché, anche in questo caso i numeri parlano chiaro, molti problemi sono di natura interna e non si ripercuotono sulle scelte degli elettori).
Franceschini, in una recente intervista a Repubblica Tv, ha affermato che il ruolo del Pd – in quanto partito più grande – deve essere quello che tiene insieme la coalizione e che, quindi, sta in mezzo tra la sinistra (rappresentata da Vendola in prevalenza) e il Terzo Polo. Posizione questa che, per quanto abbastanza naturale, è un po’ riduttiva dal punto di vista politico: forse Franceschini si è espresso male ma, al maggior partito della coalizione dovrebbero spettare proposte (che per altro ci sono) e, con queste, la guida nella linea politica. Se il Pd deve essere solo un collante tra due forze (una di sinistra e una di centro), serve a poco.
2) Al di là della tendenza complessiva, secondo cui gli italiani con il voto volevano esprimere la loro sfiducia al governo in carica, vincono meglio i candidati noti, forti e dal profilo politico riconoscibile, gli altri fanno più fatica. Lo dimostrano l’enorme successo avuto da Piero Fassino (il sindaco più votato) nonostante le candidature fossero 37, lo dimostra De Megistris (a scapito di Morcone, il quale oltre a non essere conosciuto si trovava a dover scontare i pasticci del Partito Democratico di Napoli sulle primarie e la propaganda pressante sul dramma dei rifiuti che continua ad attanagliare la città), lo dimostra anche Giuliano Pisapia (persona molto conosciuta e dal profilo politico chiarissimo e netto) e lo dimostra anche la difficoltà di Virginio Merola a Bologna, in bilico fino all'ultimo (pagava l’affaire Del Bono che ha portato all'exploit i grillini, alcuni svarioni che ha preso durante la campagna elettorale ma anche il fatto di essere sostanzialmente un personaggio non noto).
Un dato che tutti i giornali hanno voluto mettere in risalto (erroneamente) il giorno successivo alle elezioni è stato quello del cosiddetto trionfo della «sinistra estrema» (scritto proprio così), in quanto Pisapia (Milano), Zedda (Cagliari) e De Magristris (Napoli) sarebbero esponenti di quelle tendenze.
A parte il fatto che, caso mai si tratta di “sinistra più radicale” o semplicemente “sinistra”, questo dato però è vero solo parzialmente: è vero che la candidatura di Pisapia è nata nell’ambito di Rifondazione/Sinistra Ecologia e Libertà, così come a Sel appartiene Zedda e De Magistris sicuramente non è annoverabile tra i soggetti moderati, ma questi partiti, in realtà, alle elezioni hanno preso pochi voti. A Milano è stato un trionfo del Pd che, arrivando al 28%, ha raggiunto il Pdl e nelle altre città la tendenza è la stessa.
Gli elettori, pur scegliendo persone di partiti piccoli per la guida del loro comune o della loro provincia, non hanno poi dato il voto di lista a quei partiti ma si sono concentrati sui partiti maggiori, forse in quanto più conosciuti i loro esponenti e forse anche perché ritenuti una miglior garanzia di governabilità in caso di vittoria elettorale.
Il Partito Democratico, dunque, per quanto perennemente impelagato nelle discussioni interne di alcuni suoi esponenti a livello nazionale e per quanto presentasse situazioni politicamente problematiche a livello locale, da questa tornata elettorale ne è uscito benissimo. Segno, questo, che ai cittadini-elettori non interessa minimamente tutta la discussione interna sugli equilibri delle componenti e la problematica sulla consistenza o meno dei dirigenti locali: questi sono tutti fattori che all’esterno non si guardano, non interessano e anche quando si vedono si comprendono poco. Ecco allora che l’unità e la compattezza del partito diventano importanti agli occhi dell’esterno e quando si va a parlare fuori occorre che i dirigenti si assumano completamente questa responsabilità. Ciò non significa negare i problemi o non discutere, ma vuol dire farlo all’interno, negli organismi, per poi uscire uniti e più forti insieme, perché ciò che è un problema per gli equilibri interni al partito non necessariamente lo è per i comuni cittadini, anzi, il più delle volte non lo è affatto e quindi è meglio se questi fattori non vengono accentuati quando si parla fuori.
A parte il fatto che, caso mai si tratta di “sinistra più radicale” o semplicemente “sinistra”, questo dato però è vero solo parzialmente: è vero che la candidatura di Pisapia è nata nell’ambito di Rifondazione/Sinistra Ecologia e Libertà, così come a Sel appartiene Zedda e De Magistris sicuramente non è annoverabile tra i soggetti moderati, ma questi partiti, in realtà, alle elezioni hanno preso pochi voti. A Milano è stato un trionfo del Pd che, arrivando al 28%, ha raggiunto il Pdl e nelle altre città la tendenza è la stessa.
Gli elettori, pur scegliendo persone di partiti piccoli per la guida del loro comune o della loro provincia, non hanno poi dato il voto di lista a quei partiti ma si sono concentrati sui partiti maggiori, forse in quanto più conosciuti i loro esponenti e forse anche perché ritenuti una miglior garanzia di governabilità in caso di vittoria elettorale.
Il Partito Democratico, dunque, per quanto perennemente impelagato nelle discussioni interne di alcuni suoi esponenti a livello nazionale e per quanto presentasse situazioni politicamente problematiche a livello locale, da questa tornata elettorale ne è uscito benissimo. Segno, questo, che ai cittadini-elettori non interessa minimamente tutta la discussione interna sugli equilibri delle componenti e la problematica sulla consistenza o meno dei dirigenti locali: questi sono tutti fattori che all’esterno non si guardano, non interessano e anche quando si vedono si comprendono poco. Ecco allora che l’unità e la compattezza del partito diventano importanti agli occhi dell’esterno e quando si va a parlare fuori occorre che i dirigenti si assumano completamente questa responsabilità. Ciò non significa negare i problemi o non discutere, ma vuol dire farlo all’interno, negli organismi, per poi uscire uniti e più forti insieme, perché ciò che è un problema per gli equilibri interni al partito non necessariamente lo è per i comuni cittadini, anzi, il più delle volte non lo è affatto e quindi è meglio se questi fattori non vengono accentuati quando si parla fuori.
Venendo agli equilibri interni, tuttavia, guardando ai dati elettorali milanesi, qualche riflessione va fatta. Affari Italiani, per quanto riguarda il Pd, segnala che «Dalle urne è uscita una leadership riconosciuta: quella di Stefano Boeri. Nessuno a sinistra ha ottenuto mai tanti voti quanto lui. Altro "vincitore" è stato Pierfrancesco Maran, che è riuscito a costruire una rete di apparentamenti molto efficaci con i consigli di zona e che si propone come uomo di innovazione nell'ambito della politica democratica. Risultato da rimarcare anche per Carmela Rozza, che è stata non solo la donna del Pd più votata, ma la più votata in generale tra tutte le candidature femminili. Tra quelli che possono gioire ci sono anche i cattolici, che hanno fatto lavoro di squadra e che conquistano il sesto, il settimo e l'ottavo posto in consiglio con Granelli, Pantaleo e Fanzago».
Nomi e reti queste che agli elettori possono non voler dire niente ma che all’interno del partito dicono moltissimo. Anche in piccolo, come per le tendenze nazionali, chi ottiene di più è chi è più conosciuto ma anche chi ha una buona rete di sostegno perché, pure in questo caso, da soli si va poco lontano mentre con buone reti si vince. E, allora, per il futuro, è bene che le componenti riflettano sui successi o meno dei loro candidati e, soprattutto, sul funzionamento della rete che doveva servire a portare loro voti, per consolidare o rinnovare dove serve.
Nomi e reti queste che agli elettori possono non voler dire niente ma che all’interno del partito dicono moltissimo. Anche in piccolo, come per le tendenze nazionali, chi ottiene di più è chi è più conosciuto ma anche chi ha una buona rete di sostegno perché, pure in questo caso, da soli si va poco lontano mentre con buone reti si vince. E, allora, per il futuro, è bene che le componenti riflettano sui successi o meno dei loro candidati e, soprattutto, sul funzionamento della rete che doveva servire a portare loro voti, per consolidare o rinnovare dove serve.
sabato 14 maggio 2011
Pisapia e Vecchioni in una piazza Duomo da sogno
Un sogno era questo piazza Duomo a Milano ieri sera, in cui una folla immensa di persone è rimasta incantata dalla musica e dalle parole di Roberto Vecchioni (metà cantante e metà professore) e dalle speranze di una campagna elettorale che si è conclusa con l’augurio di Giuliano Pisapia di riuscire a “liberare Milano per poi liberare anche l’Italia”.
Un sogno che, personalmente, aspettavo da tempo: erano anni che desideravo andare ad un concerto di Vecchioni ma puntualmente, quando se ne presentava l’occasione, capitava sempre qualcosa che mi costringeva a rinunciare. Ci volevano la festa della campagna elettorale e Giuliano Pisapia per realizzarlo!
Sono arrivata in piazza Duomo intorno alle 20.30, in ritardo e di corsa come sempre di questi giorni. Come sono uscita dalla metropolitana sono stata investita dai colori di una piazza bellissima e piena di bandiere e palloncini e accolta dai militanti dei Verdi e dei Radicali che cercavano di dare gli ultimi volantini. Sul lato sinistro uscendo dalle scale della metropolitana c’era il gazebo dei radicali e subito accanto quello di Sinistra Ecologia e Libertà (tutto rosso di bandiere e striscioni), mentre sul lato destro c’era il gazebo dei Verdi e più spostato verso il palco quello tutto arancione di Pisapia. Accanto al palco dall’altra parte c’era un altro gazebo arancione di Milly Moratti (che puntualmente si presenta alle elezioni con una sua lista civica a sostegno di Pisapia). Più spostati gli altri partiti.
Come sono uscita dalla metropolitana mi sono diretta verso il palco, ancora abbastanza avvicinabile, per cercare di trovare qualcuno che conoscevo ma c’erano solo facce nuove. Dopo un po’ che mi guardavo in giro ho cominciato a chiedermi, in mezzo a tutti quei gazebo, dov’era il Pd e come mai non si vedeva. Ho fatto il giro della piazza ma non l’ho visto e allora ho alzato gli occhi al cielo per cercare tra le bandiere: il Pd stava imboscato dietro le scale della metropolitana, dietro il gazebo di Pisapia, dietro i Verdi, oscurati dai radicali (sempre tra i piedi e sempre alla ricerca di telecamere) e persino dietro a un lampione… Quando li ho raggiunti, li avrei fulminati e a un ragazzo dell’organizzazione l’ho detto che potevano mettersi ancora più nascosti già che c’erano. Dentro al gazebo (una struttura bianca con sopra una bandiera Pd che sventolava e nient’altro) c’erano i ragazzi dell’organizzazione che regalavano le ultime bandiere e invitavano chi le prendeva ad andare in piazza. Accanto al gazebo c’era anche Barbara Pollastrini, bellissima come sempre.
Non ho capito perché alla signora Milly Moratti (da sempre vicina al Pd) si consente di fare una lista per i fatti suoi e di piazzarsi con gazebo, bandiere e palloncini in un punto strategico della piazza e il Pd (che è il partito più grande della coalizione) debba starsene nascosto ma, quando l’ho chiesto, la risposta è stata: “Quando siamo arrivati, il gazebo della Moratti era già montato, è arrivata prima”…
Spiace che il Pd sia così poco sveglio dal punto di vista comunicativo e sprechi importanti occasioni di visibilità.
Ho abbandonato in fretta la postazione irrilevante del Pd per tornare verso il palco, ma ormai la piazza del Duomo era già ampiamente riempita ed ho atteso l’inizio della manifestazione.
Ad aprire la festa sono stati i clown di PIC che hanno cercato di far ridere una piazza Duomo ormai strapiena di persone in ogni angolo, fino alla Galleria e poi arrampicate sulle statue e sulle ringhiere delle scale della metro.
Benedetta Tobagi ha poi raccontando alcuni aneddoti della campagna elettorale e ha ricordato alcuni buoni motivi per votare Giuliano Pisapia.
Vecchioni ha introdotto il candidato sindaco (definendolo “l’uomo dei sogni”) sulle note di “Sogna ragazzo sogna” e accolto dagli applausi e dai palloncini della piazza. [video dell'apertura di Roberto Vecchioni>>>]
Pisapia, nel suo discorso, ha toccato un po’ tutti i temi affrontati nel corso della sua lunga campagna elettorale e ha rilanciato la speranza di farcela. Una speranza a cui quella piena di gente vuole credere davvero.
Su Giuliano Pisapia si è detto molto, qualcuno lo voleva diverso (alcuni gli chiedevano più moderazione, più attenzione a discutere di certi temi, altri – al contrario – lo volevano più aggressivo e più incisivo), gli avversari gli hanno attribuito giudizi a dir poco ingenerosi, ma la verità è che ciascuno deve essere se stesso per essere credibile e convincente. Tanti hanno chiesto a Pisapia, in questi mesi, di essere un po’ più uguale a quello che poteva essere il loro candidato ideale ed è una follia perché nessun uomo è uguale a un altro, neanche dentro lo stesso partito la pensiamo uguale e allora perché mai si deve chiedere a qualcun altro di essere uguale a ciò che noi stessi non siamo? Giuliano Pisapia è quello che è: una persona per bene, che si è speso totalmente in questa campagna elettorale, che ha girato la città in ogni angolo, che ha ascoltato le periferie, che si è fermato a parlare con i cittadini comuni senza filtri né barriere e che ha anche un bel progetto per Milano (per una politica condivisa, partecipata, che tenga conto dei bisogni di tutti, attento ai deboli, ai giovani, che restituisca alla cultura e all’istruzione pubblica il suo valore) ed è per questo che deve piacere e deve essere votato. Giuliano Pisapia forse non avrà una grande verve comunicativa, ma nessuno ce l’ha (a parte Berlusconi e Vendola) neanche la Moratti è una gran comunicatrice: lei ha solo molti più soldi da spendere in comunicazione (vale a dire in fotografie che ha fatto mettere in quel libretto di sogni mai realizzati che ha spedito nelle case degli italiani e in improbabili manifesti da pin up).
Giuliano Pisapia, però, ha un grande merito – al di là di come andranno a finire queste elezioni – che è quello di aver fatto sognare: ha ridato la speranza ad una sinistra che non aveva più trovato degni rappresentanti e si affidava al caso di volta in volta oppure non voleva più andare a votare. Giuliano Pisapia, come ha detto Benedetta Tobagi dal palco di Piazza Duomo ieri sera, è riuscito a riunire la sinistra. L’unico problema reale può esser quello di aver trascinato con sé anche partiti molto piccoli che qualche problema nella gestione della politica possono darlo e allora la speranza è che gli elettori concentrino i loro voti sui partiti più grandi della coalizione in modo da dar loro la forza di governare, lasciando ai margini il resto, con la certezza che Pisapia sarà comunque una garanzia per tutti.
Al termine del discorso di Pisapia, è cominciato il bellissimo concerto di Roberto Vecchioni e la magia ha avuto inizio.
Il concerto di Vecchioni è proseguito con “Canzoni e cicogne”, “Le mie ragazze” e “Mi porterò”… Sentire uno dei tuoi cantanti preferiti che apre il concerto con le tue canzoni preferite è una gioia infinita! [Video dell'inizio del concerto>>]
Non so cosa possano aver pensato i miei vicini ma ho cominciato a piangere subito e ho pianto per quasi tutto il concerto: è stata un’emozione immensa e bellissima, un sogno, una magia per la musica e le parole sempre azzeccate e appassionate del professore!
Sì perché Vecchioni non ha solo cantato ma anche letto, recitato e parlato, prima con il Discorso di Pericle agli ateniesi, poi con i versi di Neruda e poi con un messaggio appassionato in favore della cultura. [Video della lettura di Vecchioni del discorso di Pericle>>]
Piazza Duomo – sempre più piena – ballava sulle note di “Milady” e di “Bandolero stanco” e si commuoveva per “La casa delle farfalle”, “Celia De La Cerna” (dedicata alla mamma di Che Guevara) e “Figlia”.
L’immagine più bella è quella di una piazza Duomo piena di gente che gioca con i palloncini arancioni di Pisapia sulle note di “Viola d’inverno” di Vecchioni. Sembrava di stare dentro a un sogno.
Un sogno che, personalmente, aspettavo da tempo: erano anni che desideravo andare ad un concerto di Vecchioni ma puntualmente, quando se ne presentava l’occasione, capitava sempre qualcosa che mi costringeva a rinunciare. Ci volevano la festa della campagna elettorale e Giuliano Pisapia per realizzarlo!
Sono arrivata in piazza Duomo intorno alle 20.30, in ritardo e di corsa come sempre di questi giorni. Come sono uscita dalla metropolitana sono stata investita dai colori di una piazza bellissima e piena di bandiere e palloncini e accolta dai militanti dei Verdi e dei Radicali che cercavano di dare gli ultimi volantini. Sul lato sinistro uscendo dalle scale della metropolitana c’era il gazebo dei radicali e subito accanto quello di Sinistra Ecologia e Libertà (tutto rosso di bandiere e striscioni), mentre sul lato destro c’era il gazebo dei Verdi e più spostato verso il palco quello tutto arancione di Pisapia. Accanto al palco dall’altra parte c’era un altro gazebo arancione di Milly Moratti (che puntualmente si presenta alle elezioni con una sua lista civica a sostegno di Pisapia). Più spostati gli altri partiti.
Come sono uscita dalla metropolitana mi sono diretta verso il palco, ancora abbastanza avvicinabile, per cercare di trovare qualcuno che conoscevo ma c’erano solo facce nuove. Dopo un po’ che mi guardavo in giro ho cominciato a chiedermi, in mezzo a tutti quei gazebo, dov’era il Pd e come mai non si vedeva. Ho fatto il giro della piazza ma non l’ho visto e allora ho alzato gli occhi al cielo per cercare tra le bandiere: il Pd stava imboscato dietro le scale della metropolitana, dietro il gazebo di Pisapia, dietro i Verdi, oscurati dai radicali (sempre tra i piedi e sempre alla ricerca di telecamere) e persino dietro a un lampione… Quando li ho raggiunti, li avrei fulminati e a un ragazzo dell’organizzazione l’ho detto che potevano mettersi ancora più nascosti già che c’erano. Dentro al gazebo (una struttura bianca con sopra una bandiera Pd che sventolava e nient’altro) c’erano i ragazzi dell’organizzazione che regalavano le ultime bandiere e invitavano chi le prendeva ad andare in piazza. Accanto al gazebo c’era anche Barbara Pollastrini, bellissima come sempre.
Non ho capito perché alla signora Milly Moratti (da sempre vicina al Pd) si consente di fare una lista per i fatti suoi e di piazzarsi con gazebo, bandiere e palloncini in un punto strategico della piazza e il Pd (che è il partito più grande della coalizione) debba starsene nascosto ma, quando l’ho chiesto, la risposta è stata: “Quando siamo arrivati, il gazebo della Moratti era già montato, è arrivata prima”…
Spiace che il Pd sia così poco sveglio dal punto di vista comunicativo e sprechi importanti occasioni di visibilità.
Ho abbandonato in fretta la postazione irrilevante del Pd per tornare verso il palco, ma ormai la piazza del Duomo era già ampiamente riempita ed ho atteso l’inizio della manifestazione.
Ad aprire la festa sono stati i clown di PIC che hanno cercato di far ridere una piazza Duomo ormai strapiena di persone in ogni angolo, fino alla Galleria e poi arrampicate sulle statue e sulle ringhiere delle scale della metro.
Benedetta Tobagi ha poi raccontando alcuni aneddoti della campagna elettorale e ha ricordato alcuni buoni motivi per votare Giuliano Pisapia.
Vecchioni ha introdotto il candidato sindaco (definendolo “l’uomo dei sogni”) sulle note di “Sogna ragazzo sogna” e accolto dagli applausi e dai palloncini della piazza. [video dell'apertura di Roberto Vecchioni>>>]
Pisapia, nel suo discorso, ha toccato un po’ tutti i temi affrontati nel corso della sua lunga campagna elettorale e ha rilanciato la speranza di farcela. Una speranza a cui quella piena di gente vuole credere davvero.
Su Giuliano Pisapia si è detto molto, qualcuno lo voleva diverso (alcuni gli chiedevano più moderazione, più attenzione a discutere di certi temi, altri – al contrario – lo volevano più aggressivo e più incisivo), gli avversari gli hanno attribuito giudizi a dir poco ingenerosi, ma la verità è che ciascuno deve essere se stesso per essere credibile e convincente. Tanti hanno chiesto a Pisapia, in questi mesi, di essere un po’ più uguale a quello che poteva essere il loro candidato ideale ed è una follia perché nessun uomo è uguale a un altro, neanche dentro lo stesso partito la pensiamo uguale e allora perché mai si deve chiedere a qualcun altro di essere uguale a ciò che noi stessi non siamo? Giuliano Pisapia è quello che è: una persona per bene, che si è speso totalmente in questa campagna elettorale, che ha girato la città in ogni angolo, che ha ascoltato le periferie, che si è fermato a parlare con i cittadini comuni senza filtri né barriere e che ha anche un bel progetto per Milano (per una politica condivisa, partecipata, che tenga conto dei bisogni di tutti, attento ai deboli, ai giovani, che restituisca alla cultura e all’istruzione pubblica il suo valore) ed è per questo che deve piacere e deve essere votato. Giuliano Pisapia forse non avrà una grande verve comunicativa, ma nessuno ce l’ha (a parte Berlusconi e Vendola) neanche la Moratti è una gran comunicatrice: lei ha solo molti più soldi da spendere in comunicazione (vale a dire in fotografie che ha fatto mettere in quel libretto di sogni mai realizzati che ha spedito nelle case degli italiani e in improbabili manifesti da pin up).
Giuliano Pisapia, però, ha un grande merito – al di là di come andranno a finire queste elezioni – che è quello di aver fatto sognare: ha ridato la speranza ad una sinistra che non aveva più trovato degni rappresentanti e si affidava al caso di volta in volta oppure non voleva più andare a votare. Giuliano Pisapia, come ha detto Benedetta Tobagi dal palco di Piazza Duomo ieri sera, è riuscito a riunire la sinistra. L’unico problema reale può esser quello di aver trascinato con sé anche partiti molto piccoli che qualche problema nella gestione della politica possono darlo e allora la speranza è che gli elettori concentrino i loro voti sui partiti più grandi della coalizione in modo da dar loro la forza di governare, lasciando ai margini il resto, con la certezza che Pisapia sarà comunque una garanzia per tutti.
Al termine del discorso di Pisapia, è cominciato il bellissimo concerto di Roberto Vecchioni e la magia ha avuto inizio.
Il concerto di Vecchioni è proseguito con “Canzoni e cicogne”, “Le mie ragazze” e “Mi porterò”… Sentire uno dei tuoi cantanti preferiti che apre il concerto con le tue canzoni preferite è una gioia infinita! [Video dell'inizio del concerto>>]
Non so cosa possano aver pensato i miei vicini ma ho cominciato a piangere subito e ho pianto per quasi tutto il concerto: è stata un’emozione immensa e bellissima, un sogno, una magia per la musica e le parole sempre azzeccate e appassionate del professore!
Sì perché Vecchioni non ha solo cantato ma anche letto, recitato e parlato, prima con il Discorso di Pericle agli ateniesi, poi con i versi di Neruda e poi con un messaggio appassionato in favore della cultura. [Video della lettura di Vecchioni del discorso di Pericle>>]
Piazza Duomo – sempre più piena – ballava sulle note di “Milady” e di “Bandolero stanco” e si commuoveva per “La casa delle farfalle”, “Celia De La Cerna” (dedicata alla mamma di Che Guevara) e “Figlia”.
L’immagine più bella è quella di una piazza Duomo piena di gente che gioca con i palloncini arancioni di Pisapia sulle note di “Viola d’inverno” di Vecchioni. Sembrava di stare dentro a un sogno.
Vecchioni ha poi mandato il suo saluto a Napoli, facendo cantare alla piazza “O surdato nnammurato” e ha coinvolto tutti con “Samarcanda”, l’attesissima “Chiamami ancora amore” (dove si sono scatenati gli applausi sul passaggio “per quel bastardo che sta sempre al sole”) e il gran finale con “Luci a San Siro” chiusa da Pisapia, che ha detto che “Le luci su Milano le riaccenderemo noi”.
Alla fine del concerto, la festa è continuata con la corsa a bordo palco di tutti quelli che prima non erano riusciti ad avvicinarsi e gli ultimi balli sulle note della musica diffusa dalle casse, mentre i militanti dei partiti distribuivano gli ultimi volantini.
Video del concerto di Vecchioni:
Prima parte - seconda parte - terza parte - quarta parte - quinta parte - sesta parte - settima parte - ottava parte - Milano chiama Napoli - finale
domenica 17 aprile 2011
Rosy Bindi per l'avvio della campagna del Pd a Milano
Ieri, con la pubblicazione definitiva delle liste elettorali, ha preso il via ufficialmente la campagna del Partito Democratico e che ha visto come protagonista Rosy Bindi. Tutta la giornata, in realtà, è stata animata da vari eventi sparsi sul territorio della città di Milano, organizzati dai singoli candidati al consiglio comunale e a cui, il più delle volte, ha preso parte anche Giuliano Pisapia.
Un’iniziativa di rilievo nella mattinata è stato l’incontro organizzato da Pierfrancesco Maran al Teatro Elfo Puccini, in corso Buenos Aires, a cui hanno partecipato anche alcuni dei candidati ai consigli di zona della città, in prevalenza giovani (tra cui Lorenzo Boati per la Zona 7, ventenne e molto impegnato nel settore dell’associazionismo). Si è trattato di un’iniziativa molto vivace, caratterizzata da interventi di cittadini, di esponenti della politica e dell’associazionismo e da una buona presenza di pubblico in sala, concluso con un intervento di Maran che, nonostante all’apparenza sembri un ragazzino, ha trent’anni e ha già maturato cinque anni di esperienza in consiglio comunale e si candida per il secondo mandato. Un discorso molto concreto quello di Maran, incentrato sui problemi reali dei cittadini e sulle promesse non mantenute dalla giunta Moratti, a partire dalla sicurezza annunciata a parole ma che si è tradotta di fatto con coprifuoco nei quartieri e riduzione delle forze dell’ordine, mentre una città è più sicura quando è assicurata la vivibilità dei quartieri. E poi il tema dell’Expo che, secondo Maran, dovrebbe essere motore di sviluppo per la città, mentre invece rischia di ridursi ad affare per pochi, così come dimostra quanto avvenuto sulle aree destinate all’evento (dopo tre anni dall’assegnazione), mentre invece dovrebbe coinvolgere tutta la città e non solo alcuni luoghi. Altro tema legato a questo e toccato da Maran è stato quello dell’occupazione: «La Moratti, nel suo libretto ha promesso 61.000 posti di lavoro ma non ha visto che lo studio da cui ha preso spunto parlava di “occasioni di lavoro” che è una cosa diversa perché può voler significare anche solo contratti di un mese o mal retribuiti», mentre l’Expo dovrebbe poter portare «occupazione sana e buona a Milano», ha sottolineato il consigliere. Occupazione che, secondo Maran, deve riguardare i giovani ma anche chi, raggiunto una certa età e rimasto senza lavoro, ha difficoltà a ricollocarsi. Grande battaglia di Maran portata avanti in comune in questi anni e ribadita nel corso dell’evento è stata poi quella del trasporto pubblico anche per la notte e sul passante ferroviario. Altra contestazione mossa a Letizia Moratti è stata poi quella di aver preso decisioni arbitrarie, senza alcun coinvolgimento dei cittadini e senza nemmeno che si assumesse fino in fondo la responsabilità delle scelte intraprese. [Video di un frammento dell'intervento di Pierfrancesco Maran]
Nel pomeriggio, invece, la città è stata animata da iniziative-festa al Parco Solari e alla Darsena ma, protagonista indiscussa degli eventi milanesi è stata Rosy Bindi, la quale ha preso parte a diversi eventi elettorali e ha fatto il pieno di pubblico ad un incontro al Palazzo delle Stelline, con una sala gremita di gente. Tema dell’incontro è stato quello del welfare, servizi, famiglia, associazionismo e hanno partecipato anche Stefano Boeri, Marco Granelli, Maria Grazia Guida, Fabio Pizzul e, ovviamente Giuliano Pisapia.
Rosy Bindi, nel suo intervento conclusivo, ha sottolineato l’importanza di vincere le elezioni a Milano, luogo in cui sono iniziati diversi cambiamenti nel corso degli anni e, un vento nuovo che parta dal capoluogo lombardo può essere indice di cambiamento anche per il resto d’Italia. «Ce la si può fare», ha affermato Rosy Bindi, incoraggiando i sostenitori del Pd a dare forza a questa campagna elettorale perché «la vostra battaglia milanese è la nostra nazionale: tutto il Pd è per Milano». Rosy Bindi ha, quindi, ricordato che «il primo segnale della debolezza del centrodestra è la discesa in campo di Berlusconi come candidato al consiglio comunale». Tanti, poi, i temi affrontati dalla Bindi nel corso del suo intervento, in cui non ha risparmiato battute a Letizia Moratti e al suo libretto («ma dove ha trovato il tempo di farsi fare tutte queste fotografie?!»), a Berlusconi («si dice di non parlarne male ma come si fa a non parlar male di lui con quello che combina?! Io sono garantista proprio perché mi oppongo all’impunità di Berlusconi») e a Mariastella Gelmini («ricordo bene la Moratti come Ministro dell’Istruzione ma la Gelmini l’ha ampiamente superata…»).
Venendo ai temi dell’incontro, Rosy Bindi ha sottolineato la necessità di convincere che la solidarietà non è solo un dovere ma conviene e dalla crisi non si esce da soli ma si sta bene quando stanno bene in tanti.
«La destra ha smantellato lo stato sociale e poi ha fatto sfoggio dei bonus dati al posto dei servizi tolti», ha affermato la Bindi, contestando la «nuova antropologia» pensata da Sacconi e applicata dalla Moratti, secondo cui non solo hanno smantellato i servizi pubblici ma hanno anche fiaccato il mondo dell’associazionismo e della solidarietà (ad esempio con il congelamento del 5 x mille) e hanno cercato di ammantare tutto ciò come se fosse un valore, raccogliendo anche un certo consenso in quel mondo. [Video dell'intervento di Rosy Bindi]
Dura anche sulla questione della famiglia e dei diritti, Rosy Bindi ha ricordato che la definizione di famiglia è scritta nell’articolo 29 della Costituzione, ma a questo occorre ricordare che esistono i diritti delle persone. [Video dell'intervento di Rosy Bindi]
Un ultimo affondo è stato poi riservato alla Lega, colpevole di voler dividere il Paese non territorialmente, secondo Rosy Bindi, ma creando diseguaglianze e ha invitato i milanesi a fare campagna elettorale contro i leghisti: «Non vengano più a parlare di sicurezza dopo quello che hanno fatto a Lampedusa e dopo aver approvato la prescrizione breve e altre leggi simili», ha tuonato la presidente del Partito Democratico. «La Lega è rimasta vittima delle sue politiche», ha sentenziato, infine, la Bindi. [Video dell'intervento di Rosy Bindi]
In merito all’Europa e all’atteggiamento di chiusura verso l’Italia, la presidente del Pd ha ricordato che quella è l’Europa della destra, non certo quella a cui aveva contribuito Romano Prodi.
In chiusura del suo intervento, Rosy Bindi non ha risparmiato critiche ai manifesti apparsi a Milano contro la magistratura, segnalando che erano parte di una linea (politica e anche grafica) ben precisa e che riportavano parole chiaramente riconducibili alle frasi più volte pronunciate da Berlusconi e quindi era un po’ ridicolo il tentativo del Pdl di fare finta di non saperne nulla. [Video dell'intervento di Rosy Bindi]
Nel complesso si è trattato di una giornata politica milanese molto intensa e ricca di contenuti, a cui le persone hanno dimostrato di partecipare con grande interesse.
Programma del Pd per Milano: www.winciamo.it
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