giovedì 25 marzo 2021

Dantedì

Nella giornata dedicata a Dante, scelgo le terzine che si ipotizza siano state dedicate a Pia de’ Tolomei, uccisa dal marito, facendola precipitare da un balcone del castello:

“Deh, quando tu sarai tornato al mondo
e riposato de la lunga via”,
seguitò ‘l terzo spirito al secondo,
“ricorditi di me, che son la Pia;
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che ‘nnanellata pria
disposando m’avea con la sua gemma”.

Non ci sono certezze storiche sul personaggio ma quella a cui si accenna, purtroppo, è la storia di tante donne anche di oggi, che troppo spesso subiscono violenze e vengono uccise dagli uomini a cui sono legate.
Scelgo questa vicenda perché, da un anno, a causa della pandemia, siamo sempre più chiusi in casa, e lo sono soprattutto le donne: sono le prime, infatti, ad aver perso posti lavoro o ad averci rinunciato per dedicarsi alla cura dei figli che non potevano andare a scuola o non potevano esser accuditi da altri, con conseguenze gravissime dal punto di vista dei diritti che sembravano acquisiti e che si sono visti di nuovo messi in discussione, delle pari opportunità di affermarsi nella vita professionale, delle possibilità di rendersi indipendenti economicamente, della possibilità di vivere la propria libertà e ancora più grave è stato per tutte coloro che già prima si trovavano in situazioni difficili.
Ricordiamoci delle donne, come chiede Pia, ma soprattutto impegniamoci per evitare che si trovino a vivere non libere o che vengano uccise nell’indifferenza generale.

venerdì 5 marzo 2021

Il dibattito interno ad un partito non può tradursi in una polemica continua portata sui giornali

Abbiamo appreso con grande sconcerto l’annuncio delle dimissioni di Nicola Zingaretti da Segretario del PD, ruolo ottenuto vincendo le primarie a larga maggioranza soltanto due anni fa.
Sono stati certamente due anni intensi e particolari in cui sono cambiate molte cose nella nostra vita e nello scenario politico.
Il PD partiva tramortito dall’esito elettorale del 2018. Si è passati attraverso tornate elettorali amministrative e regionali che ci hanno visto riprendere slancio, si è tornati faticosamente al Governo in una situazione complicata politicamente, dal momento che i numeri in Parlamento non aiutavano a recuperare un ruolo centrale ma siamo comunque riusciti a ottenere importanti risultati, invertendo il senso di marcia che aveva dato Salvini al Paese nei confronti dell’Europa e ricostruendo un clima civile nella società.
Poi è arrivata la pandemia che ha sconvolto ogni aspetto della nostra vita e, dal Governo, abbiamo lavorato per gestirla e per non lasciare da sole le persone che sono andate in difficoltà a causa della sopraggiunta crisi economica.
Probabilmente non è andato tutto bene ma come poteva andare tutto bene in una situazione drammatica come quella in cui ci siamo trovati? Neanche nel resto del mondo è andato tutto bene, come le cronache dei notiziari ci ricordano ogni giorno.
All’improvviso tutto è cambiato, con una crisi di Governo assurda, aperta in maniera irresponsabile, in piena pandemia e per settimane la politica è stata rappresentata sulle pagine dei giornali come una partita di poker in cui si giocava di posizionamento e di equilibrismo, mentre i cittadini chiedevano risposte alle loro difficoltà. Pagine di giornali che anche il dibattito interno al PD non ha mai smesso di alimentare, con dichiarazioni non opportune e continue mentre difficili trattative erano in corso.
È arrivato un nuovo Governo guidato da Mario Draghi e sostenuto da quasi tutte le forze politiche presenti in Parlamento. Si è aperto un nuovo quadro più complicato per il PD, che è la quarta forza parlamentare e pesa come tale all’interno del nuovo Governo e si trova in una maggioranza composta anche da soggetti con idee e visione del Paese diametralmente opposte, come ad esempio la Lega (che negli ultimi anni ha portato avanti una visione sovranista e razzista e ora si è riconvertita all’improvviso sulla via dell’europeismo e della normalità).
Il PD, nonostante il quadro politico penalizzante, non si è tirato indietro: ha risposto responsabilmente all’appello del Presidente della Repubblica, come era giusto che fosse; ha accettato questa nuova sfida e ha guardato all’interesse del Paese e dei cittadini.

Tutti questi passaggi sono stati accompagnati da riunioni continue della Direzione Nazionale del Partito Democratico (e anche di assemblee e direzioni locali) e tutte le Relazioni del Segretario Zingaretti sono state approvate all’unanimità.
Eppure il chiacchiericcio di discussioni tutte interne sbattute sui giornali non si è mai fermato, anzi ha proseguito con ancora maggior vigore e insistenza ogni giorno di più e ogni giorno con un pretesto nuovo.
L’avvio del Governo Draghi, tanto difficile da accettare per la composizione dei Ministri oltre che della stessa maggioranza larghissima, avrebbe richiesto che il PD rivendicasse da subito con forza e orgoglio la propria presenza per rimarcare il proprio ruolo e per non cedere spazio ad altre forze politiche. E invece, pochi minuti dopo l’annuncio dei nuovi Ministri, mentre tutto il centrodestra dichiarava alla stampa la propria soddisfazione e il proprio convinto contribuito al nuovo Governo, nel PD è partita la polemica sulla mancanza di donne tra i propri Ministri, così che il Segretario, come prima dichiarazione pubblica per la nascita del nuovo esecutivo ha dovuto mandare una sorta di scuse e annunciare un recupero di presenze femminili nelle nomine successive. Ma non è bastato: la polemica, iniziata la sera sui social network, è proseguita dalla rete alle pagine dei giornali e ai talk show per giornate intere così che, mentre il centrodestra parlava dei progetti per il rilancio del Paese e si intestava un possibile cambio di passo in economia, il PD si presentava sempre più aggrovigliato in questioni interne, anche legittime ma che potevano essere affrontate negli organismi interni visto che non erano materia di interesse per i cittadini, soprattutto in piena pandemia, con la crisi economica che si aggrava e pesa per tante famiglie, come ha rimarcato un’indagine dell’Istat.
Ma niente, un pezzo del partito ha scelto di proseguire così, di polemica in polemica.
Il nuovo Governo si è avviato e il PD, anziché finalmente provare rivendicare il proprio peso in quel contesto e chiarire cosa si sarebbe voluto fare per le persone e per l’economia, si avviluppato sempre più in una discussione stucchevole sul nulla, in cui i cittadini non venivano minimamente contemplati.
Accantonata la polemica sulle donne e nominati i Sottosegretari al Governo, infatti, è cominciata una nuova polemica per i posti non presi e da lì si è scivolati sulla richiesta di un congresso.
Zingaretti ha ragione quando scrive «da 20 giorni si parla solo di poltrone e primarie, quando in Italia sta esplodendo la terza ondata del Covid, c’è il problema del lavoro, degli investimenti e la necessità di ricostruire una speranza soprattutto per le nuove generazioni».
Siamo apparsi così ai cittadini, ai nostri iscritti, ai nostri elettori, a chi pensava che fossimo un partito solido, serio e responsabile. Siamo apparsi nuovamente e perennemente litigiosi, interessati alla spartizione delle poltrone, a discutere di posizionamenti interni, primarie, congressi mentre il mondo affronta la pandemia, aspetta i vaccini, chiede di tornare a vivere.
C’è un Governo nuovo, di cui facciamo parte, anche voluto fortemente da un pezzo del PD e invece che occuparci di farlo funzionare bene, di portare risultati per il Paese, l’abbiamo accantonato per rinchiuderci a guardarci l’ombelico.

Da Segretaria di Circolo non nascondo il profondo sconcerto per come sia degenerato il dibattito interno nelle ultime settimane.
Il disagio e la vergogna espressi da Nicola Zingaretti sono anche i nostri.
I nostri iscritti e i nostri militanti più affezionati sono disorientati. Così come sono basiti gli elettori.
Lo spettacolo che il PD ha dato sui media in queste settimane è stato indecoroso e non degno di un partito serio.
Stiamo attraversando una fase difficile anche per ragioni logistiche dovute alle giuste precauzioni sanitarie e abbiamo attraversato passaggi politicamente complicati che avrebbero richiesto un coinvolgimento e una discussione ampia anche all’interno dei nostri circoli, allo scopo di non perdere pezzi e tenere unita la nostra comunità ma, non potendo fare assemblee in presenza e non essendo tutti dotati di strumenti tecnologici e connessioni internet adeguate, abbiamo faticato a mantenere le relazioni, a spiegare e a far digerire alcune vicende alle persone che normalmente ci accompagnano nel partito.
La degenerazione di questi giorni che ha portato poi all’annuncio di dimissioni di Zingaretti è un’altra tegola che ci cade sopra la testa e di cui non avevamo bisogno.
Quello che è accaduto mina pesantemente la nostra credibilità come partito e ci rende deboli di fronte alle nuove imminenti sfide che ci attendono.

Il Paese ha urgenza di risposte e un partito che sta al Governo si deve preoccupare di trovarle. La linea politica molto spesso si caratterizza anche sulla base delle battaglie che si fanno e dei provvedimenti che si prendono. Noi dovremmo parlare di questo e occupare le pagine dei giornali con queste discussioni.
Questo non significa non vedere che c’è un problema più complessivo di visione all’interno del PD ma non può certamente essere né affrontato né risolto in uno scontro quotidiano sui giornali.
Siamo in una situazione molto fluida, che potrebbe produrre nuovi cambiamenti. Per questa ragione è stupido cristallizzare posizioni e polarizzare lo scontro sulla base di queste, anche perché potrebbero venire superate nel giro di poco.
Zingaretti, fino ad oggi, ha saputo adattarsi ai cambiamenti della realtà, superare le posizioni di partenza e arrivare a soluzioni possibili negli scenari dati. Anche per questo motivo l’accentuazione della conflittualità interna al PD appare priva di senso.
La nuova fase in cui ci troviamo richiede senza dubbio una riflessione ma richiede anche il mantenimento di un’apertura rispetto ai posizionamenti perché è troppo presto per fossilizzare la discussione.
Rimangono, tuttavia, alcuni punti certi:
1) Difficilmente cambierà la legge elettorale nazionale: non sembra essere una delle priorità dell’agenda di Draghi e probabilmente potrebbe non esserla più neanche nel centrodestra visto che questa nuova esperienza di Governo, unitamente all’avvicinarsi delle elezioni amministrative, sta ricompattando quello schieramento. Potremmo, quindi, arrivare alle future elezioni politiche con l’attuale legge elettorale che prevede collegi eletti con il sistema maggioritario. Nel 2018 siamo andati al voto con questa legge sostanzialmente da soli, con l’aggiunta di qualche cespuglio, con il risultato di perdere le elezioni e ritrovarci isolati e ininfluenti. Oggi non possiamo permetterci di compiere lo stesso errore, per cui è necessario lavorare alla costruzione di un campo politico alternativo al centrodestra (che già è unito e presente) e bisogna farlo partendo dalle forze disponibili con cui si è lavorato fino ad ora. Se poi se ne aggiungeranno altre che riusciremo ad aggregare ben venga ma almeno si inizi a partire da ciò che c’è e ad elaborare un progetto condiviso con chi c’è.
2) Serve tornare a essere protagonisti della scena politica caratterizzandoci per i temi che vogliamo portare avanti e non per il chiacchiericcio interno, perché è sulla base di questo che si va a chiedere il voto ai cittadini.

Oggi, purtroppo, rimane lo sconcerto, la delusione e anche la rabbia per essere arrivati a questo punto nel dibattito interno e per le dimissioni di un Segretario che è stato eletto soltanto due anni fa.
Non è questo ciò di cui abbiamo bisogno. Non è questo che ci rende più forti davanti all’opinione pubblica. L’Italia sta vivendo una situazione difficile e il PD deve concentrarsi sul lavoro per il Paese. Non è utile e non è comprensibile agli occhi dei cittadini una discussione tutta interna su congressi e primarie.
Vicinanza a Nicola Zingaretti per quanto ha espresso e auspico che tutto il partito torni a concentrarsi sulle priorità del Paese, discutendo e confrontandosi nelle sedi opportune.

domenica 13 dicembre 2020

La voglia di normalità

Oggi in Corso Garibaldi a Milano c'era pieno di gente, come in una normale domenica di shopping natalizio. 
Per le strade c'era un traffico di auto peggio che nelle ore di punta dei giorni lavorativi. 
In tantissimi erano accalcati ai tavolini dei bar appena riaperti, come li erano nei periodi normali e forse anche di più. 
Tantissimi che camminavano guardando le vetrine e qualche negozio aveva la coda all'ingresso. 
Tutti o quasi avevano la mascherina, a parte i tanti seduti ai bar che, dovendo bere e mangiare, stavano senza. Tanti erano in difficoltà e discutevano del lavoro perso o sospeso fino a data da destinarsi. 
Ma l'impressione generale era che le persone avessero deciso di fregarsene del virus o per lo meno di sperare di riuscire a conviverci senza modificare il proprio stile di vita perché non sembravano proprio avere intenzione di modificarlo e, soprattutto, credo che siano stanche di rinunciare alla socialità.

lunedì 7 dicembre 2020

Beppe Sala c'è!


Beppe Sala per Milano c'è! E noi anche!

Finalmente una buona notizia in quest'anno difficile!



sabato 21 novembre 2020

Non dobbiamo chiudere gli occhi sulle mafie


Tre anni fa ero ad un'iniziativa per la legalità organizzata da Confcommercio con imprenditori, magistrati e istituzioni in cui si discuteva delle infiltrazioni mafiose nelle attività economiche e, in particolare, negli esercizi commerciali. 
Una tematica che torna drammaticamente attuale oggi, con la crisi che molti settori stanno attraversando a causa degli stop alle attività imposti nel tentativo di rallentare la diffusione del virus. 
Più volte in questi mesi, è capitato di leggere le interviste di magistrati allarmati dal rischio che le mafie sfruttino i danni economici e sociali generati dalla pandemia per acquisire attività e accrescere il loro potere sui territori, sulle persone in difficoltà e su settori economici in crisi (come gli esercizi commerciali) o in espansione (è di ieri la notizia dell'inchiesta che smascherava un interesse della camorra per fare business con le imprese di sanificazione). 
Per questo è importante mantenere alta l'attenzione su ciò che succede nelle nostre realtà e le istituzioni devono lavorare per fare in modo che sia lo Stato ad arrivare presto a sostenere chi è in difficoltà, non lasciando spazio alle organizzazioni criminali. 
Oggi, a ricordarci il quadro entro cui ci muoviamo è un sondaggio realizzato da Demos e Libera e spiegato con un'analisi di Diamanti su Repubblica, secondo cui il 70% degli intervistati ritiene che, in Italia, in seguito al Covid, si stia diffondendo ancora di più la corruzione e le mafie aumentino la loro presenza e il loro potere. 
Non dobbiamo chiudere gli occhi su questo.

mercoledì 4 novembre 2020

Le persone hanno paura di perdere tutto e di non risollevarsi

Non ho capito cosa c'era di incomprensibile nel DPCM del Governo arrivato questa mattina e perché oggi sui social network si è scatenata l'isteria (fomentata a volte anche da giornalisti che in rete si lasciano andare a esternazioni personali pesanti mentre esercitano la professione). 
Oggi pomeriggio, io sono andata in giro per il mio quartiere per comprare alcune cose che immaginavo non avrei trovato se fosse arrivato il lockdown domani. 
In molti devono aver avuto la mia stessa idea perché le vie erano piuttosto piene, sebbene i bambini fossero già usciti da scuola. 
Tanti i commercianti che ho visto sugli ingressi dei negozi: alcuni parlavano tra loro, altri parlavano con i clienti in uscita, altri sistemavano cartelli sulle vetrine con le informazioni su come fare per avere consegne a domicilio e sugli orari per gli ordini; insomma, erano già tutti organizzatissimi in vista di una chiusura considerata ormai certa e imminente.
Alcuni commercianti erano arrabbiati per gli investimenti fatti e la mancata compensazione economica di tanti sacrifici affrontati in breve tempo; altri erano più rassegnati da questa situazione così strana e incomprensibile ma tutti erano preoccupati per l’incertezza del futuro, per la paura di non sapere se sarebbero arrivati gli aiuti economici e se sarebbero stati sufficienti per far fronte alla chiusura e anche a rimettersi in piedi dopo.
Non c’era nessuno, quindi, che non avesse capito cosa fare o cosa stesse per succedere e nessuno che si preoccupasse di che colore fosse la Lombardia perché tutti davano ormai per certo che sarebbe stata una “zona rossa”.
I giornalisti, in questi giorni, hanno caricato molto questa spinta alla zona rossa. Ben prima che si parlasse di un nuovo DPCM, infatti, era iniziato il tormentone sulla necessità di chiudere o meno il Paese o le Regioni, con i giornali e tv che pullulavano di interviste a virologi o presunti tali che si contraddicevano l'un l'altro e questo non ha aiutato a rasserenare un clima già teso. 
In strada, però, tra la gente vera, tutta questa ansia isterica da misure in arrivo non c'era, in quanto le possibili nuove norme erano già considerate certe; c’era invece un’inquietudine profonda per la situazione economica propria, dei propri cari e del Paese. Chiacchierando, in molti manifestavano una grande paura di perdere tutto: il lavoro, l’attività, la possibilità di mantenere la propria famiglia; la paura di non essere in grado di reinventarsi o di rimettere in piedi ciò che si è dovuto fermare e attorno a cui si è costruito la propria vita fino ad oggi.
Questa è la grande paura delle persone a cui occorre cercare di trovare soluzioni

Le soluzioni, purtroppo, non saranno facili da trovare perché nessuno ha la bacchetta magica e le risorse non sono illimitate.
In una fase così drammatica e delicata dove, oltre che per la salute, la vita delle persone è in gioco anche per ragioni economiche occorre fare molta attenzione ai messaggi che si mandano e credo che non facciano bene le tifoserie da social network tra chi spinge per il lockdown (spesso persone che giustamente hanno paura della malattia ma che fanno parte in qualche modo di categorie garantite economicamente) contro chi invoca l’apertura sempre e comunque a prescindere dalla situazione sanitaria (perché fa parte di una categoria che, se chiude, non ha più entrate economiche). 
Serve equilibrio, serve sforzarsi di comprendere il disagio dell’una e dell’altra parte e serve che - chi ha la mente lucida e non oppressa dalle preoccupazioni - rifletta e ragioni prima di esprimersi, soprattutto sui mezzi di informazione.
Serve poi che i giornalisti tornino a fare il loro mestiere, che è quello di raccontare la realtà, non di inventarsela o di diffondere suggestioni che passano per la testa mentre si è annoiati e seduti alla scrivania davanti a uno schermo.
Il Governo non ha la bacchetta magica o ricette miracolose e nemmeno le Regioni e i Comuni. 
Tutti auspichiamo che si trovino risorse e strumenti per far fronte alla situazione e fare in modo che le persone non vengano lasciate sole ora e possano poi rimettersi in piedi ma ognuno deve fare la propria parte e non aspettare che ci pensi qualcun altro. 
Si è parlato per mesi, durante il lockdown dello scorso inverno, della necessità di reinventare gli orari delle città e del lavoro per non affollare i mezzi pubblici in orari di punta. Lo ha fatto qualcuno? C’è qualche azienda che ha modificato l’orario di ingresso e di uscita dei suoi dipendenti? No. Qualche azienda si è dotata di bus aziendale per i propri dipendenti per evitare che affollassero i mezzi pubblici? No. Ecco, allora poi è inutile andare in giro a pontificare contro il trasporto pubblico affollato o contro il sacrificio degli studenti, costretti a studiare a casa davanti al computer invece che in una scuola insieme ai compagni, se poi chi doveva fare qualcosa per dare una mano a migliorare la situazione non se ne è minimamente preoccupato. Non avremo pensato davvero che avrebbero messo altri mezzi pubblici?! Dove li andavano a prendere? E dove li mettevano che le strade sono tornate ad essere trafficatissime tra auto, bici, motorini e anche monopattini proprio perché le persone hanno paura di prendere i mezzi pubblici?!
A questo giro, dopo tanti paroloni a vuoto delle varie categorie produttive, stanno pagando ancora gli studenti e le scuole, che sono le uniche realtà su cui il Governo può intervenire: lì si erano fatti gli orari diversificati di entrata e uscita, eppure ora i ragazzi si devono fermare e rinunciare a una parte importante della loro formazione personale (perché stare in classe non è solo studiare cosa c’è scritto sui libri ma è costruire relazioni, legami, confrontarsi, impostare comportamenti) per non fermare la produzione e, quindi, l’economia. 
Oggi pomeriggio nei bar del mio quartiere era pieno di ragazzini seduti con cappuccini o aperitivi: erano tutti arrabbiatissimi e delusi del fatto che si fosse promesso loro che non avrebbero chiuso le scuole e invece da domani si sarebbero dovuti vedere solo sul web. 
Anche questi ragazzi rischiano di vedere compromesso il loro futuro se nessuno si farà carico di una parte del problema per fare in modo che a loro venga consentito di tornare a scuola. 

P.S.: Diffidate di chi racconta il mondo chiuso dentro a una stanza senza aver mai messo un piede fuori e parlato con la gente per strada.

lunedì 19 ottobre 2020

Milano ricorda Lea Garofalo


Oggi Milano ricorda Lea Garofalo e, con lei, ricorda che la brutalità delle mafie è arrivata fino a qui e anche oltre e non bisogna chiudere gli occhi. 

sabato 17 ottobre 2020

Tra periferie e lotta alle mafie


Mattina al Naviglio Pavese, ad un incontro in cui si sono confrontati cittadini, associazioni, politica e istituzioni sulla questione di Via Gola e le possibilità di interventi in un'ottica anche di rigenerazione urbana.


Pomeriggio a Villa Fiorita è stato presentato il libro "Testimone di ingiustizia" di Eugenio Arcidiacono con il senatore Franco Mirabelli e si è parlato di Calabria e lotta alle mafie.

mercoledì 14 ottobre 2020

Due giorni in centro a Roma


Due giorni in centro a Roma.
Oltre a guardare la bellezza di Roma, lunedì pomeriggio ero nella Sala Capitolare della Biblioteca del Senato per un convegno dedicato all'orientamento e alla formazione organizzato dal senatore Mirabelli e che ha visto la partecipazione del senatore Nannicini e di professori ed esperti del settore.

mercoledì 16 settembre 2020

Il futuro non è facile da ricostruire

Oggi ci siamo ritrovati di persona al Circolo PD di Niguarda, per la prima volta dopo il lockdown, per discutere insieme delle tante cose avvenute in questi mesi.

Ecco una parte del mio intervento di apertura: 

Questa è anche la prima iniziativa che facciamo e abbiamo voluto ricominciare l’attività pubblica facendo un po’ il punto sulle tante cose avvenute nell’arco di questi mesi e, venendo incontro anche alle richieste che ci sono pervenute, di discutere insieme del referendum per cui si andrà a votare domenica e per cui il Partito Democratico, il Segretario Zingaretti, la Direzione Nazionale hanno preso ufficialmente posizione per il sì, come era anche nell’accordo con cui il nostro partito ha accettato di dare vita al Governo in carica. 

Sul referendum, sono per il sì: non sono appassionata di riforme complesse e non credo che abbiamo bisogno di incartare di nuovo tutta la discussione politica sui possibili assetti istituzionali, come già abbiamo fatto in un recente passato. Credo nelle cose semplici, comprensibili (la riduzione del numero dei parlamentari senza altre implicazioni la è) e credo che le persone vogliano che ci si occupi di lavoro, economia, welfare, diritti. 
La democrazia è una conquista importante e non scontata, come si vede da quel che accade in alcuni Paesi dell’Est Europa ma la democrazia si misura nelle cose concrete che caratterizzano la vita di tutti i giorni delle persone. 
Non credo nella finta “democrazia diretta” (o eterodiretta dai click che raccontano i 5 Stelle) e non credo che il tema della rappresentanza sia slegato dalle responsabilità dei partiti politici. 
Io sono favorevole ad una maggior responsabilizzazione dei vertici dei partiti perché scelgano figure adeguate al ruolo istituzionale che devono andare a ricoprire. Gli elettori comuni, i cittadini normali, non appassionati di politica, non conoscono la maggioranza degli eletti e non saprebbero dire se Tizio è meglio di Caio ma chi dirige un partito ha il dovere e la responsabilità di saperlo. 
A me importa poco se eleggono quelli fedeli ai capi di turno (succede anche nelle aziende, non è una tragedia) ma mi interessa che si scelgano quelli bravi, competenti, adeguati.
La responsabilità di chi dirige i partiti c’è sempre e allora se la assumano fino in fondo.
Domenica e lunedì, però, si vota anche per eleggere il sindaco in molti Comuni, anche qui attorno a Milano e, soprattutto si vota per le elezioni regionali in diverse Regioni importanti, dove la campagna elettorale è stata tutta in salita e dove la maggioranza di Governo si è presentata divisa. 
Il dibattito sulle alleanze ci ha accompagnato un po’ per tutta l’estate.
Così come quello sulla tenuta del Governo, del sempre difficile equilibrio da mantenere all’interno della maggioranza, dell’ombra di Draghi che viene fatta incombere come una minaccia su Conte. 

In tutto questo scenario, interessante per gli appassionati di politica, però si gioca anche il futuro del Paese: c’è un’Italia fuori dai Palazzi del potere che sta cercando di rimettersi in piedi. 
Sulle spiagge in tanti parlavano di contratti scaduti durante il lockdown e non più rinnovati, di attività da reinventare, di lavoro arretrato da recuperare affannosamente per non perderci troppo. E ora, se parlate con chi ha ripreso la vita in ufficio dopo mesi di lavoro da casa a cui non era abituato, vi racconteranno della fatica di ritornare ai ritmi della normalità e della difficoltà di confrontarsi con le nuove regole di sicurezza, la paura di prendere i mezzi pubblici.

Qui a Niguarda, nei mesi scorsi, con alcuni di voi, ci siamo mossi per incontrare alcune realtà associative che animano la vita del quartiere (dallo sport, alla cultura, al sociale) e in tantissimi ci hanno raccontato la difficoltà di mantenere l’attività, perché la sicurezza richiede degli adeguamenti di spazi e mezzi e ha dei costi aggiuntivi onerosi e i mesi di chiusura hanno fatto mancare dei contributi preziosi. Alcuni progetti ambiziosi che c’erano sono dovuti rimanere nei cassetti. 
Il futuro, insomma, non è facile da ricostruire e sembra lontano da come lo si era immaginato prima del coronavirus.