martedì 31 luglio 2012

Bersani presenta la Carta degli Intenti Pd

A dispetto dei titoli fuorvianti dei giornali e delle critiche immancabili di alcuni maicontenti di professione, il discorso che ha fatto questa mattina Pier Luigi Bersani per la presentazione della Carta degli Intenti per il patto tra Democratici e Progressisti, è stato molto buono.
Per la prima volta Bersani non è apparso in affanno, in cerca di affermazione, in ansia da risultato e non è nemmeno sembrato la caricatura di Crozza: niente battute, neanche una, ma un discorso politico e programmatico.
Un discorso ampio, in cui Bersani ha fatto un ragionamento di prospettiva, dando un senso al percorso che il Pd sta compiendo e collocando il partito in un punto preciso all’interno dello scenario confuso che stiamo attraversando. Un discorso in cui Bersani ha fatto moltissime aperture chiare su tanti fronti: dal dialogo con la società civile (da cui ci si auspica di avere reciprocità, scambio e non un tentativo di assalto come invece è stato in questi mesi) al rinnovamento interno, dalle scelte liberali (senza che ci si dimentichi che, però, i disastri attuali sono stati causati da distorsioni liberiste) ai diritti.
Insomma, finalmente abbiamo visto un Bersani chiaro negli intenti e nel modo in cui intende collocare il Partito Democratico.

“Il Pd è pronto a ogni evenienza. Sosteniamo con le nostre idee questa fase di transizione, con quel che ci piace e quel che non ci piace, caricandoci di responsabilità che non sono nostre”, ha detto il segretario in apertura del suo discorso, precisando che “Siamo alternativi non a Monti ma alla destra. Vogliamo avviare un percorso di alternativa alle destre che in questi dieci anni hanno sfibrato il Paese e portato al disastro”.

La questione democratica si lega alla questione economica e sociale: il Pd è contro il liberismo economico e finanziario che ha portato a tutto quello che stiamo vedendo: ormai siamo arrivati alla distorsione del mercato, siamo al dominio di soggetti incontrollati” – ha avvertito Bersani – “Per uscire dalla crisi bisogna rimettere l’economia sulle sue basi reali (cioè il lavoro), prestare attenzione alla democrazia rappresentativa e rilanciare l’idea dell’Europa e queste sono tutte cose che si tengono insieme”.

Semplicità, sobrietà, legalità, civismo” sono le parole chiave citate dal segretario Pd e di cui tener conto per le riforme da fare. Riforme che devono riguardare anche i costi della politica, un meccanismo per dare più protagonismo alla società civile, delle leggi severe contro la corruzione: “Politica e istituzioni sono nel cuore della riforma”, ha ricordato Bersani.

Bersani che non ha dimenticato di guardare all’orizzonte europeo: “Non sottovalutiamo il rigore e i patti europei: i nostri governi ne hanno tenuto conto sempre e anche in condizioni difficilissime. I democratici e progressisti sono la solidità della scelta europea ma la politica europea così non va: la destra ha disperso la materia prima dell’Unione Europea che era la solidarietà, l’idea di un destino comune. L’austerità da sola non risolve i problemi ma aggrava la situazione”. A proposito del ruolo dell’Italia nel mondo, il segretario Pd ha ricordato che è necessario riprendere questa discussione e che il nostro Paese deve fare la propria parte, esaltando le sue specificità all’interno di un mondo che è completamente nuovo rispetto a prima.

Bersani ha poi citato i temi principali espressi anche dalla Carta degli Intenti elaborata dal Pd, a partire dal lavoro: “Per alleggerire il carico fiscale su lavoro e imprese bisogna spostarlo su grandi patrimoni e rendite”, ha affermato il segretario Pd, ricordando poi che occorre fare di più per l’occupazione femminile, per risolvere precariato, ma anche per combattere la dispersione scolastica. Di qui l’importanza della formazione e della ricerca e “se si taglia qui bisogna tagliare ciò che non funziona ma poi occorre reinvestire sempre in questo settore ciò che si ricava”.

“L’idealità ci dà concretezza”, ha enfatizzato Bersani, citando al primo posto, tra i temi da cui partire, quello dell’uguaglianza (tra Paesi e dentro i Paesi perché “le disuguaglianze hanno fatto danni”).
Duro, poi contro gli evasori fiscali che esportano capitali all’estero, Bersani ha segnalato che “Serve riprendere la ricchezza che scappa via in nome della solidarietà”, senza dimenticare che, però, “Serve ancora più trasparenza in materia fiscale perché com’è oggi non è sufficiente” così come, per il segretario Pd, è necessario “Mettere limiti agli accessi retributivi che fanno scandalo anche al ceto medio non solo ai poveri”. Necessaria per Bersani anche una riforma della Giustizia ma per i cittadini e non legata alle problematiche di qualcuno.
Bersani ha puntualizzato anche la questione della democrazia paritaria, ricordando che nelle liste del Partito Democratico il 50% dei candidati sono donne e il partito ha chiesto che il finanziamento pubblico venga fatto anche in proporzione alle donne elette.
Polemico con la Lega, sul tema dei divari territoriali, Bersani ha affermato che non si può pensare di deprimere il Sud sperando così di salvare il Nord perché tutti i dati dimostrano il contrario e il federalismo è da rifare.
Tema spinoso, poi, quello dei diritti: “Non bastano ricette economiche, l’involuzione economica ha portato anche ad un’involuzione culturale”, ha sottolineato il segretario Pd, affermando che “La prima norma che faremo riguarda i figli degli immigrati nati e vissuti in Italia perché l’Italia deve stare nel mondo di domani”. I diritti, per Bersani, devono essere sociali e civili: “Le unioni gay non fanno dimenticare i diritti degli operai”, ha affermato il segretario del Partito Democratico, quasi a rispondere alle polemiche nate in seguito alle discussioni degenerate dopo l’ultima Assemblea Nazionale su questo tema.
Venendo alla politica, Bersani ha segnalato la necessità di dare più efficienza e prestigio alle istituzioni e per questo “Faremo un governo che unisca rinnovamento a credibilità internazionale, non applicheremo il manuale Cencelli ma manderemo avanti gente nuova e per bene e siamo pronti anche a rivedere tutti gli accordi internazionali”. “Serve darsi una base morale e civica. Promesse a vuoto non possiamo farne ma trasmettere fiducia sì”, ha detto Bersani.

Sempre in tema di aperture, Bersani, più volte ha ribadito che si andrà ad aprire un confronto nell’area progressista che coinvolga politici, civismo, intellettuali. “Lo faremo con i dibattiti nelle nostre feste, con incontri sia a livello nazionale che regionale e locale. I democratici non devono chiudersi ma aprirsi alle altre forze per far fronte comune contro le derive delle destre populiste (a livello europeo, non solo in Italia)”, ha segnalato il segretario, annunciando per i prossimi giorni incontri con Vendola, Forum Terzo Settore, forze intellettuali (storici, studiosi del diritto, economisti), definiti “una risorsa enorme del nostro Paese”.
Bersani ha anche precisato che la Carta di Intenti sarà la base su cui andare ad interloquire con le altre forze, ricordando che comunque il Pd ha elaborato un vasto patrimonio programmatico nel corso degli anni, ma questa volta si intende partire da un percorso diverso, da un’impostazione culturale.

Da chiarire ancora il come mettere in pratica gli intenti annunciati ma, probabilmente, questo lo si definirà dopo le trattative con i potenziali alleati, intanto è chiara la base da cui parte il Pd e non è poco.
 
[ricordo che in questo post ho parlato del discorso di Bersani, non di quello che c’è scritto nella Carta degli Intenti o di come è stata scritta]

mercoledì 25 luglio 2012

L'economia e il vuoto della politica

Leggendo i giornali in queste settimane si fa un gran parlare di Europa ma solo per via delle drammatiche vicende economico-finanziarie che stanno interessando alcuni degli Stati membri dell'Unione. L'impressione generale, comunque, è che ci sia un Nord Europa (ricco e benestante) che non ha intenzione di accollarsi la situazione del Sud Europa (tutt'altro che rosea) e su questo campo si gioca la crisi, la speculazione e anche le soluzioni.
Altro argomento gettonatissimo è l'andamento della borsa e dello spread, di cui improvvisamente tutti sembrano essere diventati massimi esperti.
Delle altre vicende interne agli Stati colpiscono le dure misure di risamento che stanno cercando di attuare alcuni Paesi in difficoltà e le proteste sempre più forti dei cittadini che si sentono minacciati da questi provvedimenti. Nessuna parte politica pensa di rimettersi a giocare in un simile scenario ma ciò non toglie che le diversità di visioni restano. In generale, però, l'impressione è che vi sia una distanza abissale tra ciò che avviene nelle sfere della finanza e dei governi e il sentire dei cittadini, i quali, il più delle volte, si trovano a subire le conseguenze dei tagli e delle misure (anche necessarie) attuate e non ne comprendono minimamente né eventuali benefici né tanto meno la prospettiva che possa essere contenuta in simili provvedimenti.
Quello che manca in questa fase così delicata e drammatica è la politica: è la politica che deve indicare una prospettiva, un progetto, una visione per il futuro del Paese. Oggi non si vede nulla di tutto questo. Si vedono solo i tagli (necessari) e vengono percepiti come imposti dalla crisi, indicati solo come una soluzione (inefficace) per ripianare un debito e per i mercati. Questa non è una prospettiva di futuro (e cambia poco che vi si abbini la parola Italia o Europa). I tagli devono essere fatti per trovare risorse per costruire un Paese migliore, più efficiente, più moderno, più competitivo e per aiutare chi - anche a causa della crisi - non ce la fa da solo con i propri mezzi. Questo discorso manca completamente oppure rimane implicito ed è sbagliato perché non può rimanere un discorso implicito ma deve essere espresso con chiarezza perché altrimenti non si capisce più per chi e per cosa si stanno facendo dei sacrifici tanto pesanti. Non si può neanche far finta di non vedere che alcuni tagli (per quanto giusti o necessari) comportano dei costi sociali: si tagliano dei servizi (e, molte volte, chi ne usufruisce è chi ne ha bisogno e non ha alternative) e, spesso, quelli che si vanno a tagliare sono anche posti di lavoro e quindi sono persone, famiglie, gente che non sempre ha la possibilità di reinventarsi qualcosa (anche per via della crisi). Di questo occorre che se ne tenga conto, perché, come è chiaro, la crisi pesa di più sui più deboli, perché gli altri (quelli con molti soldi, con grandi patrimoni, con altre possibilità lecite o meno che siano) il modo di stare a galla lo trovano comunque.
Insomma, sembra che la politica stia affannosamente cercando di inseguire un'economia sfuggente e non riesca in alcun modo metterle le briglie. In tutto questo gran parlare di banche, di economia, di mercati, di spread, mancano i cittadini. Le persone in tutto questo dove sono? E soprattutto in che modo vengono considerate? L'emergenza che stiamo attraversando, probabilmente, durerà ancora a lungo, allora - oltre alle misure necessarie per cercare di farvi fronte - è bene che si cominci anche parlare di prospettive (anche non rosee) per l'avvenire, che si cominci a tracciare una rotta, che si faccia capire dove ci si vuole dirigere, quale Paese si vuole costruire e su quali pilastri. Senza chiarirsi su questo punto, restano solo delle manovre economiche incomprese e non sempre efficaci e resta aperto un varco in cui è più facile infilarsi per chi urla di più pur non avendo nulla di dire.

domenica 22 luglio 2012

L'uomo della pianura

Dario Franceschini a "La Milanesiana" legge "L'uomo della pianura" - Milano, teatro Dal Verme, 19 luglio 2012


domenica 15 luglio 2012

Incontro a Lacchiarella sulla città metropolitana

Questa mattina, alla Cascina Coriasco di Lacchiarella, nell’ambito della Festa Democratica del Sud Milano, si è svolto un incontro sul tema della città metropolitana che ha visto la partecipazione del parlamentare Vinicio Peluffo, del consigliere regionale Franco Mirabelli, del segretario Pd dell’area metropolitana di Milano Roberto Cornelli, moderato dalla consigliera comunale di Binasco Daniela Re.



L’incontro, a cui erano presenti molti sindaci e amministratori dei paesi limitrofi, aveva l’intento di spiegare meglio il concetto di area metropolitana, anche alla luce delle nuove disposizioni in materia di abolizione delle provincie previste dal decreto sulla Spending Review.
Ad aprire la discussione è stato Roberto Cornelli (video), il quale ha ricordato come il momento economicamente difficile generi la necessità di sostenere anche scelte non facili come quelle previste dalla Spending Review che, tuttavia, devono essere viste nell’ottica di un alleggerimento della pubblica amministrazione ma non di un taglio di servizi per i cittadini. In quest’ottica, secondo il segretario metropolitano del Pd, va vista anche la questione dell’abolizione delle provincie che, comunque, implica una riorganizzazione delle deleghe (ricevute prevalentemente dalle Regioni) e delle funzioni che svolgono (per lo più di coordinamento dei Comuni). Cornelli ha ricordato il grande impegno messo in campo già da tempo da parte del Partito Democratico di Milano, che ha discusso della questione dell’area metropolitana in molti appuntamenti che si sono susseguiti dallo scorso novembre ad oggi.
Cornelli ha segnalato anche come oggi la vita di una città come Milano sia già integrata con i territori limitrofi e, per questo, è necessario che anche i servizi vengano riorganizzati secondo questa ottica e, quindi, il governo metropolitano non deve essere un governo di secondo livello ma una vera e propria riarticolazione del primo livello. Un governo metropolitano che, contrariamente a quanto previsto dal decreto legge, secondo Roberto Cornelli, necessita di una forma democratica di rappresentanza (anche per le sue forme provvisorie, in quanto troppo spesso la provvisorietà nel nostro Paese si protrae per anni); e questo significa che il sindaco di tutta l’area deve essere eletto con i voti dei cittadini e non può automaticamente diventarlo il sindaco del capoluogo.

Franco Mirabelli, nel corso del suo intervento (video), si è soffermato a lungo a chiarire alcuni passaggi relativi alla creazione delle città metropolitane previste dal decreto della Spending Review e ha ricordato che, se Milano vuole competere con le altre città metropolitane del mondo, deve mettere in campo politiche adeguate che riguardano un po’ tutti i settori. Ad esempio, in materia di politiche ambientali, il consigliere regionale ha ricordato che non si può pensare di risolvere il problema delle esondazioni del Seveso o dello smog e dell’inquinamento agendo sui singoli Comuni ma è necessario un ragionamento complessivo dell’intera area.
Per ottenere questo, Mirabelli ha segnalato che occorre una cessione dei poteri da parte della Regione e dei singoli Comuni all’area metropolitana e, in Lombardia, dove si è instaurata una gestione fortemente centralista ad opera di Formigoni è diventato difficile, in quanto il presidente stesso della Regione non sembra affatto intenzionato a ridimensionare le sue competenze. Mirabelli ha ricordato come il percorso per arrivare alla formazione delle città metropolitane sia nato con la modifica del Titolo V della Costituzione, che prevedeva proprio la nascita di esse ma poi non fu mai attuata e, oggi, con il decreto della Spending Review si interviene negli aspetti amministrativi ma in un’ottica del taglio dei costi. Addentrandosi nella spiegazione del decreto, il consigliere regionale ha segnalato come esso preveda che il sindaco dell’area metropolitana sia provvisoriamente il sindaco della città capoluogo e il Consiglio sia formato da membri scelti dall’assemblea dei consiglieri e dei sindaci di tutti i Comuni aderenti. In pratica, ha spiegato Mirabelli, si tratterebbe di un’istituzione di secondo livello e non eletta direttamente dai cittadini; scelta questa che piace poco al Partito Democratico (che in Parlamento ha presentato una serie di emendamenti per correggere questo e altri aspetti del decreto). Il Pd, infatti, predilige che vi sia un’elezione diretta anche di questa istituzione, in quanto vincolerebbe meglio gli eletti a rispettare la volontà dei cittadini e, quindi, anche le scelte che verrebbero intraprese sarebbero maggiormente condivise dalla popolazione.

Più genericamente della Spending Review si è occupato, invece, Vinicio Peluffo (video), il quale ha ricordato come il termine significa in italiano “revisione della spesa”, concetto caro al centrosinistra perché contrapposto alla logica dei tagli lineari applicati dal precedente governo.
Peluffo ha denunciato come le spese italiane siano altissime eppure anche le disuguaglianze siano rimaste troppo alte e questo, secondo il parlamentare del Partito Democratico, significa che per avere risorse da dedicare alla riduzione delle disuguaglianze è necessario combattere le inefficienze della spesa pubblica, senza dimenticare che molti interventi sono stati necessari per evitare un innalzamento dell’IVA e un taglio delle detrazioni ma anche per reperire risorse necessarie per la ricostruzione delle zone colpite dal terremoto e per gli esodati.
Molto partecipato è stato poi anche il dibattito che è seguito con numerosi interventi ad opera dei sindaci presenti, che hanno puntualizzato alcuni aspetti pratici della formazione dell’area metropolitana e del coordinamento tra i Comuni per la gestione dei servizi.


Incontro Pd a Lacchiarella - 15 luglio 2012

venerdì 13 luglio 2012

Toia, Panzeri e Joffrain spiegano la nuova Europa

Grande partecipazione all’incontro di giovedì pomeriggio a Milano sul tema “Dopo il Consiglio Europeo. Continuiamo a costruire l’Europa”, che ha avuto come protagonisti gli europarlamentari del Partito Democratico Patrizia Toia e Antonio Panzeri e l’economista Walter Joffrain. Si è trattato di un incontro volto a far conoscere un po’ meglio ai cittadini le decisioni assunte all’ultimo Consiglio Europeo del 28-29 giugno, di cui tanto hanno dibattuto i giornali, e per approfondire la valenza che le scelte intraprese in sede europea hanno anche sulle nostra politica nazionale e le implicazioni che possono avere nella progettazione del nostro futuro.
Ad aprire l’incontro è stata Patrizia Toia, la quale ha rivendicato il ruolo dei progressisti europei nei passi avanti che sono stati compiuti e che hanno portato ad un complessivo cambiamento di clima del nostro continente. Toia ha sottolineato la responsabilità e il protagonismo del gruppo S&D al Parlamento Europeo, di cui fa parte anche il Partito Democratico, nel mettersi alla testa di processi nuovi che stanno portando dei cambiamenti positivi e auspicati da tempo nella direzione da percorrere e anche nei metodi da utilizzare.
Fortemente critica la parlamentare democratica nei confronti dei vertici conservatori dell’Europa che hanno permesso che si lasciassero soli alcuni Paesi in difficoltà e che, con risposte tardive, hanno consentito l’aggravarsi della crisi che ha colpito l’eurozona.
Un quadro della crisi economica lo ha tracciato Walter Joffrain (*tbc Ph.D. MIT Senior Manager Corporate Finance), il quale ha ripercorso le tappe delle ultime vicende dell’eurozona, spiegando le ragioni che stavano dietro al continuo aggravarsi della situazione. Joffrain ha illustrato anche le risposte portate dall’Europa a questa situazione, attraverso le decisioni assunte nei Consigli europei da marzo a oggi, e ha segnalato come soltanto adesso vi siano chiari indicazioni per procedere verso una prospettiva di crescita, ma tutto questo va ad inserirsi in uno scenario comunque negativo e di totale sfiducia da parte dei cittadini.
Infine Joffrain si è soffermato a commentare la situazione italiana, peggiorata sia dal punto di vista economico che di prospettive, dal 2010 ad oggi.
A chiudere i lavori è stato Antonio Panzeri, il quale ha ricordato che occorre più politica a livello comunitario, occorre dare più forza alle istituzioni democratiche europee affinché le decisioni assunte possano essere realmente condivise dai cittadini e ha ricordato come il contesto europeo sia divenuto oramai imprescindibile per ogni decisione da intraprendere.
Il pomeriggio si è concluso con uno scambio di opinioni tra i relatori e il pubblico, che si è rivelato molto attento e partecipativo.

lunedì 25 giugno 2012

Incontro sulla città metropolitana alla Festa Pd di Cinisello

Sabato pomeriggio alla Festa Democratica di Cinisello Balsamo si è parlato di città metropolitana, tema molto sentito nei democratici dell’area milanese, come ha sottolineato Arianna Censi (responsabile enti locali del Pd provinciale), la quale ha ricordato il lavoro svolto e tutt’ora in corso del gruppo che si è costituito per progettare le politiche su questo argomento.
“Milano, pur essendo una grande città, è piccola se paragonata alle altre capitali europee e per questo bisogna insistere sul tema dell’area metropolitana, soprattutto per la gestione di settori come la mobilità e i trasporti”, ha ricordato Arianna Censi, sottolineando che oggi il capoluogo lombardo agisce secondo una mentalità accentratrice rispetto ai Comuni della Provincia e questo non va bene.
“Oggi – ha precisato Censi – non è più sufficiente cercare di coordinare le politiche dei singoli Comuni ma serve studiare le politiche su un’area metropolitana, anche perché le risorse sono poche e, oltre che cercare di spendere meno, bisogna spendere meglio per saper dare risposte adeguate ai cittadini”.
Daniela Gasparini, sindaco di Cinisello, ha evidenziato che tempo addietro si registrava comunque una maggior collaborazione anche tra amministratori locali mentre, ora, con la crisi, tutti sono stati presi dall’ansia di chiudere i bilanci e hanno lasciato da parte i rapporti con le altre realtà.
“Servono politiche nuove e strategie nuove – ha rilanciato Gasparini – ma serve anche capire come metterle in pratica nel concreto perché parlare non basta”.
Il sindaco di Cinisello ha poi polemizzato sull’assenza di Milano dall’Anci Regionale, lasciata in gestione a Gallera che però è un rappresentante della precedente amministrazione.
Andrea Checchi, neo-eletto sindaco di San Donato Milanese, si è mostrato soddisfatto del fatto che una discussione su queste tematiche sia parte anche del lavoro del Partito Democratico e non più solo lasciata gestire dagli amministratori ma, tuttavia, ha sottolineato la necessità di allargare il consenso alla base che, ad oggi, è ancora troppo distante.
Anche Augusto Schieppati è intervenuto per ricordare il ruolo del partito in questa discussione e per raccontare l’esperienza di lavoro all’interno del gruppo che si è costituito e in cui sono emerse molte competenze che hanno saputo portare dei contributi originali. Problemi centrali evidenziati durante i lavori sono stati, secondo Schieppati, i temi dei trasporti e anche della gestione dei rifiuti e di tutti quei servizi che oggi ogni Comune ha in gestione singolarmente ma che, per il futuro, occorrerebbe riorganizzare e mettere insieme.
Il Partito Democratico, sia milanese che nazionale, tuttavia, secondo Schieppati, non ha ancora saputo mettere al centro della discussione la tematica dell’area metropolitana, tanto che non vi è stata alcuna riunione della Direzione in proposito, mentre sarebbe bene che gli eletti nei vari organismi avessero ben chiaro qual è la posizione del Pd in merito.
L’incontro è stato chiuso da Matteo Mauri, responsabile delle infrastrutture nella segreteria nazionale del Partito Democratico, il quale ha segnalato come a Roma il tema dell’area metropolitana sia totalmente estraneo alla discussione perché visto come un vezzo degli amministratori locali, mentre, invece, a Milano è sentito come un modo da parte degli amministratori per riuscire a dare risposte concrete ai cittadini e questo consentirebbe anche di ridurre la distanza tra cittadini e politica e, quindi, di non dare spazio alle argomentazioni dell’antipolitica.
Anche la Regione, secondo Mauri, non ha alcun interesse a sollecitare il tema dell’area metropolitana, in quanto si vedrebbe sottrarre delle competenze.
Mauri, tuttavia, ha evidenziato alcuni passaggi non del tutto approvati all’interno della discussione sull’area metropolitana, in particolare ha contestato l’idea che il sindaco del capoluogo possa diventare il sindaco di tutta l’area ma anche l’idea di porre un commissario, secondo l’esponente Pd, è pericolosa in quanto si sta spingendo perché alcuni presidenti di Provincia si dimettano e, dato che per legge non possono essere indette nuove elezioni per il Consiglio Provinciale, verrebbero sostituiti dalla figura del commissario.
“In questa fase difficile per la politica, le elezioni amministrative hanno dimostrato come i cittadini abbiano voluto dare credito al Partito Democratico e adesso tocca a noi”, ha rilanciato Mauri in chiusura del suo intervento.
 

domenica 24 giugno 2012

Dibattito sulle politiche dell'abitare alla Festa Pd di Cinisello

Venerdì sera alla Festa Democratica di Cinisello Balsamo (Milano) si è parlato di housing sociale, case popolari e politiche dell’abitare: temi di grande interesse che hanno visto la partecipazione di un pubblico numeroso e gli interventi del consigliere regionale della Lombardia Franco Mirabelli, del sindaco di Cinisello Daniela Gasparini, di Gabriele Rabaiotti (esperto del settore) e di alcuni rappresentanti della cooperativa Uniabita, coordinati dalla consigliera comunale di Cinisello Lia Strani.
“Negli ultimi anni sono cambiate le esigenze abitative – ha esordito Daniela Gasparini, sindaco di Cinisello – Oggi, c’è un nuovo bisogno di alloggi sociali e, per questo, è più che mai necessaria una collaborazione tra il pubblico e il privato”.
“La crisi – ha ricordato il sindaco - ha accentuato il bisogno di case in affitto perché le persone, non soltanto quelle economicamente più fragili, oggi faticano ad avere risorse per sostenere un mutuo”.
Eppure rispondere alla domanda di casa non è semplice, perché, ha sottolineato la Gasparini “Non ci sono soggetti che aiutano gli enti locali a fare una programmazione e, per quanto riguarda la delicata questione delle case popolari, un grande problema è costituito da chi entra e poi non esce più (mentre una soluzione di questo tipo dovrebbe essere solo temporanea), togliendo posto ad altri che magari ne hanno maggior necessità”.
Due le priorità da affrontare subito, secondo il sindaco di Cinisello: avviare uno sportello casa e riformare l’Aler (ente gestore di alloggi popolari).
I rappresentanti della cooperativa Uniabita hanno colto l’occasione per ricordare come oggi vi sia una distanza troppo elevata tra la domanda di case e l’offerta e, per far fronte alla mutata situazione economica, a loro avviso, può essere utile mettere sul mercato una diversa tipologia di case, ad esempio con meno servizi interni al proprio appartamento e più spazi comuni.
“Oggi è necessaria una rigenerazione sociale: il modello di casa, spesso, coincide con un modello dell’abitare. – hanno concluso gli esponenti di Uniabita - La cooperativa può mettere dentro servizi ma poi gli enti locali devono spingere e attivarsi per una rigenerazione urbanistica”.
Punto di vista un po’ particolare, invece, quello di Gabriele Rabaiotti, esperto di housing sociale, il quale ha attaccato duramente il concetto di proprietà privata imperante in Italia. “Oggi c’è il sogno della casa - ha esordito Rabaiotti in apertura di discorso – ma la casa è un servizio. La casa non è nostra: è a nostra disposizione, fino a quando ne abbiamo bisogno e fino a quando non c’è qualcun altro che ne ha più bisogno di noi”.
Secondo l’esperto, oggi, l’Italia sta male perché ha troppa proprietà privata: “Oggi, l’affitto costa più del mutuo, perché per anni si è sostenuta la proprietà con denaro pubblico. Ma la verità è che mentre si paga il muto, la casa è della banca, non è tua!”.
Il problema da affrontare, secondo Rabaiotti, è che oggi “Ci sono case senza abitanti e abitanti senza case. C’è, quindi, un problema di redistribuzione dei beni e per questo vi sono le agenzie immobiliari, che hanno il compito di incrociare domanda e offerta. In alcune città ci sono anche delle agenzie immobiliari sociali”.
Più politico l’intervento del consigliere regionale del Pd, Franco Mirabelli (video del suo intervento), il quale ha ricordato che già da prima dello scoppio della crisi, dal punto di vista dell’abitazione, si viveva una fase di grande difficoltà, in cui gran parte dei lavoratori dipendenti (circa 70% dei cittadini che in provincia di Milano guadagnano meno di 1.500 euro al mese) non aveva accesso alla casa, né sul mercato della vendita, né sul mercato dell’affitto.
Il tema dell’accesso alla casa, quindi, secondo Mirabelli, è un tema più ampio e che coinvolge molte più persone di quelle che – per redditi molto bassi – hanno diritto alla casa popolare, perché ci sono altre fasce di reddito intermedie che non hanno alcuna possibilità.
La crisi ha, indubbiamente, aggravato il problema secondo il consigliere regionale, in quanto si è creata una vera e propria emergenza abitativa, perché anche chi era riuscito a comprare la casa, oggi, fa molta fatica a continuare a pagare il mutuo, così come chi vive in affitto fa fatica a pagarlo.
“Non c’è più la rete di protezione che in parte era garantita dal Fondo Sostegno Affitti perché non ci sono più soldi pubblici e tutto questo sta portando ad una crisi che riguarda chi cerca casa ma anche le imprese che costruiscono casa”, ha sottolineato Mirabelli, evidenziando che “Il mercato edilizio è il 19% del Pil della Lombardia. Oggi è tutto fermo, non vengono nemmeno ritirati i permessi a costruire perché poi le case non si vendono”.
Le ricette che ha usato il settore pubblico anni fa per affrontare questo tema non sono più valide oggi, per Mirabelli, il quale ha ricordato anche che al momento non ci sono risorse pubbliche: “Il bilancio triennale dell’edilizia sociale pubblica in Lombardia quest’anno potrà contare su 150 milioni di euro, quello precedente contava su 600 milioni di euro e quello ancora prima su un miliardo e mezzo di euro. Le risorse pubbliche, quindi, sono venute a mancare. La conseguenza di questo è che i quartieri popolari non saranno più come li abbiamo conosciuti e c’è il rischio che si trasformino in ghetti e che siano soggetti ad un degrado rapido”.
Anche per questo motivo, secondo il consigliere regionale Pd, oggi, la priorità diventa il tema dell’housing sociale, in cui si mettono insieme pubblico e privato e, in questo contesto, la cooperazione diventa una grande risorsa.
“A Milano e provincia e in una parte del Piemonte la cooperazione è stata l’unica risposta a chi voleva una casa in affitto a canoni accessibili”, ha ricordato Mirabelli.
Venendo al compito della Regione, Franco Mirabelli ha segnalato alcuni provvedimenti riguardanti la casa: “Il pubblico non ha soldi e ci mette le aree standard per costruire progetti di housing sociale. Le leggi garantiscono anche gli operatori che assegnano case in affitto a canoni contenuti garantendo alcuni criteri di efficienza energetica. Ci sono poi incentivi per il riuso di edifici di terziario vuoti, affinché vengano trasformati, cambiandone anche la destinazione d’uso, in modo da evitare un ulteriore consumo di suolo”.
Sul tema delle case popolari, Mirabelli ha affermato che devono essere un’opportunità per persone che vivono serie difficoltà economiche e, quando queste vengono superate, si deve aiutare queste persone a passare ad un’altra casa. “Il problema è che queste persone non trovano casa sul mercato e il 92% di chi vive in case popolari in Milano e provincia è ancora dentro i parametri per cui ha ottenuto questo alloggio e, spesso, si tratta di anziani soli”, ha ricordato Mirabelli.
“Non penso che una casa popolare possa essere tramandata di padre in figlio, però, è impensabile che chi ha un reddito di 24 mila euro debba abbandonare la casa popolare”, ha affermato Mirabelli, rivendicando la battaglia fatta per innalzare la soglia al limite di 34 mila euro, con la possibilità ai gestori di non applicarlo e di applicare a queste persone canoni più alti (che, oltretutto, consentirebbero anche maggiori entrate nelle casse di Aler, da sempre a corto di risorse). Per Mirabelli, questo è un punto importante in quanto “Chi ha redditi così finirebbe in mezzo alla strada perché non ha altre possibilità né di affitto né di vendita, inoltre, mandando via persone con un reddito meno basso rispetto agli altri inquilini si provocherebbe un aggravarsi della situazione delle case popolari perché verrebbero condannate ad essere ancora di più luoghi di emarginazione”.
Sempre nel tentativo di limitare il degrado e di non lasciare alloggi vuoti, il consigliere Pd ha sottolineato che, grazie ad una delibera, oggi è possibile scalare le graduatorie per assegnare alloggi troppo piccoli per famiglie, ad altre persone anziane e giovani soli.
Un problema, invece, che, secondo Mirabelli, è un ulteriore effetto della crisi economica che ha prodotto l’aumento della morosità delle case popolari, diventata del 40% “perché anche se non è alto l’affitto poi sono alte le spese e, sulle pensioni minime, incidono moltissimo”: “Al di là di una quota di illegalità – ha precisato il consigliere regionale - c’è, infatti, anche una quota di persone che non ce la fanno economicamente”.
Critico su Aler anche Mirabelli, che ha definito l’ente gestore troppo lento nel suo apparato burocratico e che sarebbe da riformare in modo consistente, anche orientandolo verso l’housing sociale, anche perché – ha ribadito il consigliere – “I ritardi delle politiche pubbliche sommati alla crisi stanno provocando un disastro”.
Infine, Mirabelli ha evidenziato che oggi “C’è bisogno di un cambio culturale, non solo perché sono cambiate le domande ma perché sono impossibili le risposte di prima. Dalla crisi non si esce come ci si è entrati. Non ci saranno gli stessi modelli di consumo. Bisogna ripensare complessivamente anche le politiche dell’abitare”. “Oggi, pensare che l’obiettivo per un lavoratore precario possa essere l’acquisto della casa è sbagliato ed è sbagliato che questo diventi un sogno”, ha ribadito il consigliere Pd, chiarendo che “Si deve ragionare come si ragiona in tutta Europa, pensando ad un Paese in cui le case di proprietà non sono l’80% ma il 30-40%, pensando anche ad una mobilità lavorativa da una città all’altra”.
Secondo Mirabelli, quindi, “Bisogna sapere che la priorità è l’affitto, bisogna dare case in affitto e su questo bisogna riconvertire tutte le politiche”.
 

domenica 17 giugno 2012

Patrizia Toia alla Festa Pd di Cinisello

C’era tantissima gente sabato alla Festa del Partito Democratico di Cinisello Balsamo (Milano). Complice la giornata di sole, ad affollare stand, area giochi e ristorante sono arrivati in parecchi già dal pomeriggio, dove, tra le varie iniziative, era in corso un dibattito a cui hanno partecipato Patrizia Toia (parlamentare europea del Partito Democratico), Luciano Fasano (assessore al Comune di Cinisello e docente universitario) e Carmine Pacente (presidente di Ideura), con il coordinamento di Giuseppe Sacco (Capogruppo Pd al Comune di Cinisello). Molti gli argomenti discussi nel corso dell’incontro, con una particolare attenzione alle problematiche europee e alle ricadute che queste hanno sui singoli Stati, a partire dalla gestione della crisi economica, a come è stato affrontato il problema della Grecia, fino agli assetti politici e decisionali dell'Unione Europea.
Luciano Fasano, nel suo intervento di apertura ha ricordato come l’Europa sia una costruzione originale, nata da grandi personalità che fanno parte del patrimonio politico e culturale del centrosinistra e che ha preso corpo dal dopoguerra. “Oggi l’Europa è necessaria se vogliamo rispondere ai Paesi emergenti del Brics, perché i singoli Stati da soli non sono sufficienti”, ha ricordato Fasano.
Fasano ha poi analizzato il quadro attuale in cui sono emerse idee fortemente antieuropee che insistono nel voler far vedere quanto costa l’euro, ma ha segnalato che nel nostro continente vi sono anche dei nazionalismi non antieuropeisti.
In merito alla vicenda greca, Fasano (ma anche gli altri relatori), ha commentato che non è pensabile lasciare che un Paese esca dall’Unione perché l’Europa non si salva dividendosi.
Un intervento più politico e meno di analisi è stato, invece, quello di Carmine Pacente, il quale, in apertura, ha segnalato come le decisioni prese in Europa appaiono troppo spesso lontane da noi mentre, in realtà, incidono fortemente sulla nostra quotidianità. Gli enti locali, secondo Pacente, sono l’organismo che può dimostrare ai cittadini la vicinanza dell’Europa, attingendo ai fondi dei programmi comunitari e quindi allineando le loro scelte politiche alle indicazioni proposte dell’UE.
Secondo Pacente, attualmente ci troviamo ad un bivio in cui “l’Europa si rilancia o si disgrega”: “Dopo gli slanci delle Commissioni Delors e Prodi, con Barroso si è prodotta una fase di stallo, si è verificato un certo immobilismo delle istituzioni comunitarie e, contemporaneamente, sono riemersi forti nazionalismi”, ha commentato il presidente di Ideura. L’elezione diretta del Presidente dell’Unione Europea e l’attribuzione ad esso di più poteri, secondo Pacente, potrebbero essere un modo per rilanciare l’Europa e farla sentire più vicina ai cittadini, così come il rafforzamento dei poteri del Parlamento Europeo (che oggi è l’unico organismo votato direttamente dai cittadini).
Patrizia Toia (video dell'intervento) ha portato il punto di vista di chi opera dentro le istituzioni europee e ne ha spiegato il funzionamento, ricordando anche come l’Unione inizialmente sia stata anche un modello da imitare per altre realtà di altri continenti che guardando a noi hanno incominciato a realizzare a loro volta una serie di aggregazioni.
“Queste - ha segnalato Toia - sono settimane molto dure, c’è sempre un’ansia e un’attesa che si avverte molto”. In Europa si sono spesso fatti un po’ di passi avanti e un po’ di marce indietro ma questa volta, secondo l’europarlamentare del Pd, il bivio è molto serio perché è aggravato dalla crisi e la voce del Parlamento Europeo è ancora troppo debole: “I Paesi indebitati che non riescono a far fronte al loro debito vengono messi sotto attacco ma l’Europa non è stata in grado di dare risposte sufficienti a risolvere le situazioni. Ci sono state risposte parziali e tardive sulle difficoltà dei Paesi, senza contare che la Spagna è stata trattata con molti più favori rispetto alla Grecia. Le risposte europee parziali e tardive dell’Europa hanno aggravato la situazione della Grecia”, ha ammonito Toia, evidenziando che “L’Europa ha lasciato solo Papandreu che, invece, avrebbe potuto fare una figura egregia”.
Tutto questo, secondo la deputata europea avviene per un’incapacità politica ma anche un progetto incompiuto dell’Europa che ne limita le azioni: “I leader europei sono inadeguati, sembra che abbiano paura di fare l’Europa”, ha ricordato Toia. L’Europa, inoltre, ha fatto presente Patrizia Toia, la fanno anche i governi nazionali che devono prendere le decisioni nel Consiglio. Venendo all’Italia, Toia ha sottolineato che Mario Monti è una delle poche figure accreditate in Europa e che quando parla viene anche ascoltato (magari poi non seguono le sue indicazioni però almeno lo ascoltano, mentre prima si mancava totalmente di credibilità e vi era addirittura della derisione). “Gli incontri Merkel-Sarkozy, invece, tradivano completamente lo spirito unitario perché pretendevano di far procedere tutto con accordi intergovernativi a due (mentre gli Stati membri dell’Unione sono 27)”, ha insistito l’esponente Pd, puntualizzando sul fatto che “Serve un’Europa che si assuma più responsabilità e che, con una scelta coerente, non permetta a nessuno Stato di fallire”.
Sulle misure messe in capo dall’Europa per venire incontro alle esigenze degli Stati, Toia ha ricordato il ruolo del Fondo Salva Stati, che avrebbe dovuto essere un meccanismo transitorio e, invece, è diventato permanente.
È giusto, secondo Toia, vincolarsi per dare delle garanzie ma i parametri di Maastricht avrebbero dovuto servire proprio a questo e non li ha rispettati nessuno. Oggi, il Fiscal Compact ha parametri molto più stringenti, ma c’è anche un problema di chi è legittimato a controllare e dare indicazioni (il Parlamento Europeo, che viene tagliato fuori da questi meccanismi, in realtà è stato votato dai cittadini, gli altri organismi no). Tuttavia, “Le forze politiche in campo non hanno tutti la stessa risposta alla crisi”, ha ricordato Toia in conclusione e del suo intervento e oggi “L’Europa deve andare fino in fondo a compiere il suo progetto”.

sabato 16 giugno 2012

L’innovazione nella gestione ambientale come business

Platea di industriali quella che ha partecipato al convegno organizzato venerdì mattina a Milano da Certiquality sul tema “L’innovazione nella gestione ambientale come business”. I lavori, moderati da Dario De Andrea del Sole 24 Ore, si sono aperti con il saluto di Antonio Colombo Direttore Generale di Assolombarda (sede che ha ospitato l’incontro), in quale ha ricordato le condizioni in cui si trova l’Italia, Paese importatore di materie prime (comprese le materie energetiche) e di come sia dimostrato che, dati alla mano, l’innovazione porta benefici consistenti alle imprese. Per questo, secondo Colombo, è necessario che vi siano investimenti per promuovere la ricerca, a tutti i livelli, senza la quale non è possibile alcuna innovazione e anche garantire l’assistenza a progetti di valenza internazionale, oltre che incentivare una cultura diffusa della sostenibilità.
In merito a questo, Colombo ha ricordato l’adesione da parte di Assolombarda ai principi della Carta di Sostenibilità di Confindustria, oltre che la formazione di un “green economy network” tra imprese di settori diversi. “Dal risparmio energetico generato dall’innovazione si possono avere enormi benefici, grazie ai quali eviteremmo anche drastiche manovre di governo come quelle che ci siamo ritrovati a subire”, ha concluso Colombo.
Ernesto Oppici, Presidente di Certiquality, ha invece tracciato un quadro generale delle tematiche che sarebbero state poi approfondite dai vari relatori presenti, inquadrando così l’oggetto della discussione della mattinata.
Di sostenibilità economica, sociale e ambientale, secondo il modello di sviluppo affermatosi di recente e che trova la sua rappresentazione nella ISO 26000, ha parlato invece Umberto Chiminazzo, Direttore Generale di Certiquality. Chiminazzo ha ricordato lo scenario mondiale attuale, secondo cui, crescendo la classe media nei diversi continenti sono cambiati i modelli di consumo ed è aumentata “l’impronta” che l’uomo lascia sul Pianeta. “Se tutto dovesse continuare ad andare avanti in questo modo, avremmo bisogno di altri Pianeti come la Terra perché questo da solo non ci basterebbe”, ha affermato Chiminazzo, segnalando, quindi, la necessità di trovare altri modelli di sviluppo per ridurre “l’impronta” lasciata dall’uomo sull’ambiente. La strada da percorrere, secondo il Direttore Generale di Certiquality è quella di andare verso una società del “riciclo e del riuso” e, in questo senso, c’è ancora molto da fare dato che, ad oggi, il 40% dei rifiuti prodotti – dicono le statistiche – finisce ancora in discarica.
“Le aziende che iniziano ad innovare, tuttavia, innescano un percorso virtuoso di solito e non si fermano alla prima innovazione ma proseguono su quella strada”, ha chiarito Chiminazzo, segnalando che oggi, molti punti di riferimento normativi e ideali arrivano dalle direttive europee.
“Uno studio dell’Università Bocconi afferma che vi è un legame positivo tra rating ambientale e rendimento azionario delle imprese, in parte dovuto ai risultati che esse ottengono e in parte anche per il loro comunicare attenzione alla sostenibilità”, ha affermato Chiminazzo in chiusura del suo intervento.
Patrizia Toia, deputata europea e vicepresidente della Commissione ITRE Industria Ricerca Energia al Parlamento Europeo, ha ricordato il ruolo rilevante delle istituzioni europee in materia di legislazione attenta alla sostenibilità. Deficit dell’Unione, secondo l’europarlamentare, è quello della lentezza decisionale: “Le decisioni in Europa vengono prese in codecisione da Parlamento, Commissione e Consiglio. Ogni volta che si prende una decisione, occorre attendere l’approvazione di tutti gli Stati membri e si rischia, così, di perdere tempo prezioso che nei fatti vanifica l’intento della scelta stabilita”, ha precisato Toia.
“Da tempo l’Europa si trova in una fase di stasi”, ha evidenziato Patrizia Toia, segnalando che nel tentativo di superare questo momento difficile sono state elaborate diverse strategie, prima fra tutte quella di Lisbona che aveva l’intento di promuovere un’Europa della conoscenza e, quindi, puntava molto sulla formazione per ottenere poi una competitività basata sulla qualità. La strategia, pur essendo giusta, purtroppo – ha ricordato Toia – non è stata dotata degli strumenti perché potesse essere operativa: “Difficile puntare su conoscenza e innovazione se poi si tagliano le università”, ha ricordato la parlamentare europea.
Poi Toia ha ricordato la Strategia Europa 2020, che impone di andare verso uno sviluppo intelligente, sostenibile e inclusivo. In merito alla questione della conoscenza, si inserisce in questa Strategia, il programma quadro Horizon 2020 per la ricerca e l’innovazione, per cui il bilancio europeo ha previsto 80 miliardi di investimenti. Un altro programma europeo è COSME dedicato alle PMI, di cui Patrizia Toia è relatrice.
Oggi, tuttavia, il problema è l’eccessivo costo delle materie prime (oltre che la loro reperibilità) e dell’energia che comportano un aggravio per molte industrie; per questo, secondo Toia, occorre cominciare a pensare ad un altro modello di sviluppo rispetto a quello attuale, che vada verso un uso più attento e oculato delle risorse (e anche più diversificato per quanto riguarda le fonti energetiche ma anche la scelta di elementi meno dannosi rispetto ad altri) e che punti di più sul riciclo e il riutilizzo. Una parte importante la giocherà la riconversione delle fonti energetiche, secondo l’europarlamentare, la quale ha ricordato che attualmente la Germania è molto avanti in termini di green economy ma non è sufficiente che un solo Paese lo sia, occorre una visione complessiva europea.
In materia di energia, attualmente, al Parlamento Europeo è in discussione la direttiva sull’efficienza energetica ma, dato che pone obiettivi vincolanti, sgraditi a molti Stati, per arrivare ad una più rapida approvazione anche da parte del Consiglio, probabilmente – ha precisato Toia – si andrà verso modifiche di compromesso.
“L’Europa è molto più accessibile di quanto si creda, è l’Italia che troppo spesso non è in grado di riprendersi le poche risorse che dà perché non si mette in linea con i programmi europei”, ha concluso Patrizia Toia.
Un interessante intervento è stato poi quello di Angelo Paris, Director of Design, Construction and Operations EXPO 2015, il quale, attraverso tabelle e slide ha mostrato tutti i progetti in via di realizzazione a Milano per la costruzione dell’Expo. Mostrando i dati, Paris ha ricordato che Expo prevede 1,3 miliardi di investimenti pubblici per il sito espositivo e 400 milioni di contributi provenienti da aziende private, senza contare che ogni Paese aderente compie degli investimenti per la gestione del proprio spazio e si tratta di soldi che entrano a Milano, come quelli che dovrebbero arrivare dal turismo legato all’evento.
Ad oggi sono 87 i Paesi che hanno già presentato la loro adesione ufficiale (ne sono previsti 140) e 35 di questi hanno già nominato un Commissario che si occuperà di gestire la loro presenza qui.
Il settore privato, ha ricordato Paris, contribuisce anche per la parte infrastrutturale e servono ancora investimenti nei servizi che dovrebbero venire compensati da partnership, merchandising e altro materiale turistico o per visitatori.
Sono già state acquisite partnership che consentono di non dover acquisire servizi aggiuntivi: Paris ha fatto gli esempi di Telecom, Enel, Cisco e Accenture che forniranno reti e servizi. “In questo caso, si tratta di partner con forte accezione tecnologica perché ci consentono di costruire la piattaforma di base, ma poi serviranno anche partnership legate alla mobilità sostenibile, alle soluzioni bancarie e, ovviamente, quelle più tematiche legate ai temi dell’Expo, ha ribadito Paris.
Per il sito espositivo i lavori – affidati alla CNC di Ravenna - sono cominciati nell’ottobre 2011 e dovrebbero proseguire fino a novembre 2013, mentre da luglio-agosto 2012 fino metà 2013 verranno aperti bandi di gara per i manufatti. Questi dovranno tutti rispettare i canoni della sostenibilità.
Ad oggi, ha spiegato Paris, si sta portando avanti il progetto per le vie d’acqua (che è complementare al sito espositivo in quanto consente di far arrivare l’acqua lì dentro ed è un sistema di riconnessione ambientale del Nord-Ovest milanese) che si collega al progetto di ristrutturazione e rivitalizzazione della Darsena che il Comune aveva avviato dal 2003, e che vedrà la realizzazione di un percorso ciclopedonale per la ricostruzione di una mobilità dolce.
Occorrerà poi la progettazione di edifici sostenibili che tengano conto dei processi di riuso dei rifiuti e dei criteri di sostenibilità per quanto riguarda le architetture a tempo.
Toni un po’ diversi, invece, quelli utilizzato dall’avvocato Paola Ficco, docente all’Università La Sapienza di Roma, la quale ha espresso perplessità su molte norme che regolano la disciplina del diritto ambientale, contestando anche la difficoltà delle imprese di avere un referente legislativo in materia perché troppo spesso la legislazione regionale si sovrappone a quella nazionale e oggi c’è l’assenza della sovranità da parte delle istituzione pubbliche su questo terreno. L’ambiente, secondo l’avvocato Fitto, è qualcosa di complesso e indeterminato e non può essere “regolato dal diritto ma con il diritto” e oggi, comunque, le imprese sono più attente agli effetti della loro produzione.
La mattinata è poi proseguita con altri interventi, focalizzati sui diversi aspetti della questione ambientale legata all’innovazione.
 

mercoledì 13 giugno 2012

Expo 2015: la partita si complica

Mio articolo pubblicato su Il Nord.com
La sfida di mettere in piedi Expo 2015 a Milano non è mai stata semplice, ma negli ultimi mesi la situazione è sembrata davvero precipitare. Dopo una fase, legata alla giunta Moratti, di liti, immobilismo, discussioni sui terreni, ricerca di finanziamenti mai arrivati, le cose sembravano essersi rimesse in carreggiata almeno in parte e molti lavori erano partiti, seppur con grande ritardo.
L’annuncio di lunedì di dimissioni da Commissario all’Expo da parte di Giuliano Pisapia all’Assemblea di Assolombarda, però, hanno creato non poco scompiglio.
Decisione inattesa quella del sindaco di Milano, presa a sua detta in polemica con il governo Monti che non aveva mostrato la dovuta considerazione all’evento e non era venuto incontro alle richieste del Comune di una deroga al patto di stabilità oltre che di aiuti per le risorse necessarie a finanziare la manifestazione.
Decisione che aveva scatenato diverse reazioni nelle parti politiche, prima fra tutti quella del Presidente della Regione Lombardia, altro Commissario all’Expo, che inizialmente si era mostrato solidale verso il sindaco di Milano ma subito dopo ne aveva preso le distanze e aveva criticato la sua decisione di lasciare l’incarico.
Anche la risposta di Mario Monti non si è fatta attendere, il quale ha invitato Pisapia a ripensarci, con il suo consueto stile asettico.
Tuttavia, in questa vicenda, oltre ad esserci in gioco Expo e la credibilità internazionale dell’Italia, si sta giocando anche una partita politica tutta interna.
Non a caso, infatti, gli esponenti del Partito Democratico, appena arrivata la notizia delle dimissioni di Pisapia da Commissario all’Expo, non hanno perso occasione per invitare Formigoni a fare altrettanto. Il tema, oltretutto, era già stato sollevato qualche giorno prima con la richiesta da parte di Matteo Salvini, della Lega, a Formigoni di lasciare l’incarico in Expo per occuparsi della Lombardia.
La Lega, come si evince, è sempre più insofferente all’alleanza con il Presidente della Regione Lombardia, ma che non ha altre possibili alternative da giocarsi dati gli esiti delle ultime amministrative e, quindi, non potendo liberarsi di Formigoni al Pirellone prova almeno a smarcarsene su Expo.
In questo dissidio, il Partito Democratico ha pensato di infilarsi per vedere di capitalizzare un risultato politico: “Salvini non si preoccupi: presenteremo noi una mozione per impegnare il Presidente ad abbandonare il suo ruolo in Expo visto che non è in grado di svolgerlo. Sappiamo, così, di poter contare sul voto dei leghisti”, aveva dichiarato il consigliere regionale del Pd Franco Mirabelli.
Detto fatto, la mozione per sollecitare un’uscita di scena di Formigoni da Expo è stata presentata, a prima firma proprio del consigliere Mirabelli.
“EXPO 2015 può essere uno strumento per una strategia di crescita che il Governo, la Regione, l’Amministrazione di Milano hanno il dovere di condurre a termine con successo per contrastare un declino altrimenti inevitabile che ci porterebbe a soccombere rispetto ad aree ed economie ben più dinamiche delle nostre. L’esposizione universale insieme alla possibilità di lanciare i temi di nuova cultura ossia la sicurezza alimentare, il diritto al cibo, l’agricoltura di prossimità e lo sviluppo sostenibile e rappresenta inoltre per la Lombardia l’opportunità dare un impulso per completamento di un sistema di infrastrutture per l’accessibilità ai siti dell’esposizione ma anche per una mobilità sostenibile nell’intera area regionale. Cogliere le opportunità di EXPO 2015 deve significare concorrere a costruire una Regione Smart che ambisce a coniugare crescita e sostenibilità come opportunità per tornare autorevolmente a giocare un ruolo di player internazionale”, si legge nel testo della mozione, in cui, tuttavia, si sottolinea anche che “il 4 di agosto mancheranno 1.000 giorni all’inaugurazione dell’evento e in quadro infrastrutturale presenta ancora numerose incognite; il grado di preparazione delle comunità regionali nella programmazione di eventi da collegare alle attività espositive risulta frammentata”.
E, poi ancora, “Preso atto che da ripetute dichiarazioni rilasciate alla stampa il Presidente della Regione ha perso la fiducia dei suoi alleati come Commissario generale di Expo, che auspicandone le dimissioni indeboliscono l’autorevolezza della sua funzione rispetto agli interlocutori esterni”, con un chiaro riferimento alla Lega e alle parole di Salvini. Fino a “In questi mesi il Commissario generale dell’EXPO è stato sempre più impegnato nell’attività di autodifesa dai rilievi mossi dalla stampa circa il suo operato e sempre più distratto dalle sue funzioni di Commissario generale” e per questo si “Invita il Presidente Formigoni a rassegnare le dimissioni da Commissario generale dell’EXPO Milano 2015 e che il Governo, come sua espressione diretta, individui una figura autorevole capace di dedicare il suo tempo e le competenze per la risuscita dell’Esposizione”.
Ma questa del Pd non è l’unica mozione che invita Formigoni a lasciare l’incarico in Expo, anche la Lega, infatti, ne ha annunciata una sua (per evitare di convogliare i suoi voti sulla mozione dell’opposizione).
Tuttavia, l’iniziativa non deve essere caduta nel vuoto se, nel pomeriggio di martedì, dopo vari rivolgimenti, lo stesso Formigoni ad un certo punto ha paventato l’idea, poi subito archiviata, di seguire l’esempio di sindaco di Milano e lasciare la poltrona di Commissario all’Expo. "Il compito di Commissario all’Expo mi è stato assegnato dal governo nazionale e non dal consiglio regionale: con il consiglio intendo confrontarmi e ascoltarne le ragioni, ma questa è la situazione", ha chiuso, infine, Formigoni.
Di fatto, al momento la vicenda resta aperta perché anche Giuliano Pisapia, che prima si era detto irremovibile sulla sua decisione, poi ha ammorbidito i toni e ha dichiarato di voler attendere un incontro con Monti prima di prendere una decisione definitiva.
In tutto questo pasticcio politico nazionale e lombardo, l’unico dato certo è che con Expo si è drammaticamente in ritardo, i fondi scarseggiano e quindi le opere necessarie rallentano e la data dell’evento si avvicina.