mercoledì 23 maggio 2012

Grillo e i media

Negli ultimi mesi, giornali e televisioni non hanno fatto altro che parlare di Beppe Grillo e del suo movimento (il quale, però, viene presentato appunto come “di Grillo” o “i grillini”). Grande è l’aspettativa che i media hanno creato intorno al personaggio che mancava dalle scene televisive da anni e vi è rientrato prepotentemente e assiduamente grazie a pochi comizi in piazza. Dopo la vittoria alle comunali di Parma, Comacchio e Mira (tutti comuni che prima erano governati dal centrodestra pur essendo nella rossissima Emilia), Grillo viene accreditato da tutti come il vincitore delle elezioni, cosa che non è (dato che numericamente sono molti di più i comuni vinti da una coalizione di centrosinistra e l’unico partito che ha resistito e anche bene è il PD).
Ma la notizia di questo fenomeno “nuovo” è troppo ghiotta perché i media la accantonino e, allora, come è tipico del loro linguaggio, la enfatizzano, la esaltano (a volte la distorcono pure) fino a darle una rilevanza che non ha o almeno non nel modo in cui vogliono farla intendere.
Oltretutto si prende la città di Parma come esempio del “grillismo”, l’ex comico stesso l’ha definita la sua “Stalingrado” che aprirà la strada per conquistare “Berlino”, ma la città emiliana non può essere esempio di niente perché la situazione disastrosa in cui versava è un’anomalia assoluta in tutta Italia: ci sono esponenti della precedente giunta indagati, altri in carcere, altri accusati di ruberie e corruzione… Insomma, un terreno più che fertile per un voto di protesta tout court, dove ci sono cittadini giustamente arrabbiatissimi e in cui è molto più facile che a vincere sia chi urla contro tutti i politici dicendo che fanno tutti schifo allo stesso modo. Oltretutto si tratta di voti prevalentemente del centrodestra (quindi di elettori ancora più arrabbiati e delusi per le vicende di Pdl e Lega e che hanno idee politiche ben diverse da quelle del centrosinistra per cui sarebbe difficile anche un loro voto all’altra coalizione).
Tuttavia, la conquista di “Berlino” è possibilissima: i sondaggi Ipsos quotano il Movimento 5 Stelle al 18% in caso di elezioni nazionali e a questo dato ci si arriva non solo per la forte ondata di antipolitica che ingloba voti di protesta di gente arrabbiata che non vede l’ora di spazzare via tutti i partiti esistenti (e soprattutto le persone che li rappresentano) ma ci arriva in prevalenza grazie all’enfatizzazione mediatica del fenomeno di Grillo ad opera di giornali e tv.
Sistema di potere che oltretutto Grillo ha sempre mostrato di amare poco, tanto che ha cercato anche di vietare agli esponenti del “suo” movimento di andare in tv e rilasciare interviste. Tuttavia, Grillo, pur non rilasciando dichiarazioni, in tv e sui giornali c’è ripetutamente tutti i giorni e ne è ben consapevole. I media indirizzano le opinioni e le percezioni delle persone: lo sanno quelli che li gestiscono, lo sapeva Berlusconi (che, infatti, ci metteva i suoi uomini al comando) e adesso lo sa Grillo che, di fatto, è mediaticamente aiutato gratis.
Il rischio è che si crei un effetto simile a quello della Polverini, passata dal salotto di Ballarò alla poltrona di Presidente della Regione Lazio, i cui meriti (della candidatura e della vittoria) le derivavano solo dalle apparizioni televisive. insomma, "stanno creando un mostro". La tv amplifica e potenzia un fenomeno che di per sé è già sicuramente molto interessante, ma forse è presentato in modo non troppo corretto.
Tutti, infatti, continuano ad essere interessati a Grillo e ai suoi comizi in cui se la prende con tutto e con tutti, ma pochi hanno scoperto il Movimento 5 Stelle. Il ruolo dei giornalisti, invece, dovrebbe essere quello di cercare la notizia scavando dentro i fatti per coglierne l'essenza, fare emergere la realtà. Qui tutti rincorrono l'apparenza. In realtà Grillo potrebbe valere meno di come lo presentano o comunque è un fenomeno diverso da come viene divulgato.
Da questo punto di vista è interessante l’intervista rilasciata al Messaggero dal nuovo sindaco di Parma, che è del Movimento 5 Stelle ma ha preso subito le distanze dal suo guru.
Forse adesso inizierà la “caccia ai grillini” da parte dei media ma questo potrebbe essere utile perché si scoprirebbe anche che cosa pensano (al di là della protesta e dei comizi a battutacce di Grillo, che la gente va sentire solo per il gusto di vedere uno spettacolo gratis o il fenomeno del momento, ma che poi alla fine potrebbe non contare molto). L’impressione, infatti, è che “i grillini” non siano affatto un’estensione di Grillo e, oltretutto, loro hanno preso i voti e magari potrebbe essere interessante capire chi sono (non solo per curriculum ma politicamente). Sarebbe utile che i giornalisti cominciassero ad andare a vedere anche i programmi con cui i candidati del Movimento 5 Stelle hanno vinto e sarebbe curioso sentire cosa pensano le persone che hanno votato quei candidati (anche per pura protesta) cosa pensano dei loro programmi. Forse il fenomeno si depotenzierebbe, forse tutto questo presunto elettorato potrebbe non esser più tale; a meno che la rabbia verso gli altri partiti sia talmente forte da far decidere che piuttosto che votarli si sia disposti anche a votare per un programma che non si condivide affatto (cosa che può succedere se gli esponenti degli attuali partiti non si mettono presto in sintonia con le richieste del Paese e non aprono una grande fase di rinnovamento).
 

martedì 15 maggio 2012

Disciplina di bilancio e fiscal compact

Ieri pomeriggio si è svolto un interessante incontro – sebbene assolutamente deserto - presso la sede della Rappresentanza della Commissione Europea a Milano, sul tema del “nuovo Trattato sulla disciplina di bilancio: luci e ombre del Fiscal Compact”. La discussione è stata aperta da Franco Praussello (Università di Genova), il quale ha affermato che solo in particolari circostanze (che non sono quelle attuali) l’austerità aiuta la crescita. Per tempi come i nostri, di “recessione pesante” - qualcuno si sbilancia e parla anche di “depressione” - l’austerità genera un circolo vizioso, in quanto provoca la caduta del reddito delle persone e, di conseguenza, cade anche il gettito fiscale e, quindi, diventa difficile reperire risorse per ripagare il debito.
Praussello ha ricordato che è stata la Germania a chiedere il Fiscal Compact. In Germania, la parola “debito” significa anche “colpa”, ma non è possibile, secondo Praussello, che a risanare il debito sia solo chi ha sbagliato perché da soli non hanno le capacità. Per questo, per Praussello, l’Unione fiscale attuale è squilibrata e si basa solo sull’austerità, mentre serve rilanciare la crescita e, per farlo, non sono sufficienti le riforme strutturali ma servirebbero un po’ di politiche keynesiane.
Sulla stessa lunghezza d’onda è stato Paolo Petracca (Presidente ACLI Milano), che ha illustrato un’indagine realizzata dalle ACLI su 170 mila persone (monitorate per 4 anni), per vedere come la crisi ha inciso sull’impoverimento dei ceti medi delle provincie di Milano e Monza e Brianza (territorio di loro competenza).
Dall’indagine svolta dalle ACLI, ha spiegato Petracca, risulta che c’è chi ha perso il lavoro e non ha più reddito, pochi hanno avuto ammortizzatori sociali, altri hanno solo dovuto difendersi dal costo della vita (i pensionati sono quelli che hanno avuto un impoverimento più leggero, dovuto al fatto che le loro pensioni non sono aumentate mentre è salito il costo della vita).
Le famiglie monoreddito hanno perso mediamente il 4,8%, per motivi di cassa integrazione, cambio di contratti di lavoro al ribasso e salari reali bassi rispetto all’aumento del carico fiscale; per cui non hanno retto.
Le famiglie con due redditi hanno avuto il -2,8% di perdita del loro reddito reale.
Sono in una situazione molto grave i padri e le madri separate.
Venendo alle tematiche europee, Petracca ha affermato che “Sentiamo ancora il sogno dell’Europa”, anche ha perso presa nell’opinione pubblica dal fallimento della Costituzione in poi. Oggi, secondo i dati IPSOS (l’istituto guidato da Pagnoncelli), sono meno del 50% gli italiani che hanno fiducia nell’Europa e questo non era mai accaduto prima: l’Italia era il Paese più europeista in assoluto.
Il tema dell’austerità ha sicuramente ragioni fondate, secondo Petracca, che ha ricordato che in Italia c’è una percentuale altissima lavoro nero, troppa evasione fiscale, troppi capitali esportati all’estero e mai rientrati neanche con lo scudo fiscale, ma che comunque è indispensabile che vengano attuate misure per la crescita e, soprattutto, occorre una maggior attenzione al tema dell’occupazione.
Per questo, secondo Petracca, possono essere utili gli Eurobond per trovare risorse da investire. Da questo punto di vista, Petracca ha ribadito che le Acli sono favorevoli all’intervento pubblico in economia, anche perché “si sono investiti miliardi di soldi pubblici per salvare la finanza senza mettervi neanche delle regole; ancora oggi non c’è un controllo e girano prodotti spazzatura”.
In merito al Fiscal Compact, Petracca ha segnato che questo ha già segnato negativamente Grecia, Portogallo, Spagna e Slovenia, mentre serve invertire la tendenza, perché manca la prospettiva di un futuro per i cittadini; meglio sarebbe – secondo il Presidente delle ACLI di Milano – “un modello di sviluppo fondato sulla redistribuzione piuttosto che su una crescita impari, come è quello attuale”.
Antonio Longo (Direttore del circolo culturale Altiero Spinelli di Milano) ha precisato che “Siamo cresciuti immaginando l’Europa come fattore di progresso e negli ultimi anni non è stato più così”, definendo poi “inquietanti” le dichiarazioni della Merkel in merito alla possibilità che l’Unione possa andare avanti senza la Grecia, perché si tratta di “un messaggio politico sbagliato, perché poi la stessa sorte potrebbe toccare ad altri”.
Opinione un po’ diversa in materia di debiti e rigore quella della parlamentare europea Francesca Balzani (PD-S&D), la quale ha esordito dicendo di essere rimasta segnata dall’esperienza di assessore al bilancio al Comune di Genova e dalla presa di coscienza dei debiti di tutti i Comuni (in quanto, in precedenza, si è fatto di tutto con il debito, senza alcun controllo o paletto). Secondo Francesca Balzani è sbagliato dire di “usare il debito per la crescita”, in quanto “è delicato e pericoloso maneggiare le risorse pubbliche”. Il debito è sempre un problema, secondo la Balzani, perché un nuovo premier che arriva, se non trova i soldi, non può fare niente al di là della normale amministrazione. Forse “austerità” non è il termine corretto ma, per la deputata europea occorre almeno parlare di “responsabilità” nell’amministrare le risorse pubbliche e il Fiscal Compact va in questa direzione, anche se certamente non contiene misure per la crescita.
Queste, secondo l’europarlamentare, possono arrivare dagli Eurobond (verso i quali anche Barroso si è mostrato favorevole) e dalla tassa sulle transazioni finanziarie, che possono generare risorse da investire.
Con la tassa sulle transazioni finanziarie (che voleva essere un po’ il “secondo tempo” del rigore, per la crescita), si era partiti in anticipo ma il consenso dentro al Parlamento Europeo è altalenante: prima ci sono state forti spinte in avanti e poi si sono fatte delle marce indietro e comunque non tutte le forze presenti sono favorevoli a questo provvedimento, per questo è difficile prevedere la tempistica con cui questa tassa potrà entrare in vigore. Tuttavia, secondo la deputata europea, la tassa sulle transazioni finanziarie potrebbe essere una risposta politica forte a questa situazione, per creare un mercato più trasparente e sano.
Francesca Balzani ha anche ricordato che è difficile chiedere agli Stati di fare politiche per la crescita, mentre è più facile chiedere di coordinare meglio le loro politiche (ad esempio in tema di energia, infrastrutture) per dare una direzione agli investimenti, in modo che sia l’UE a fare gli investimenti che gli Stati da soli non possono fare perché non hanno risorse sufficienti (infrastrutture energetiche, trasporti). Così come sarebbe necessario coordinare meglio le politiche nazionali a quelle europee per avere accesso ai fondi europei.
Antonio Padoa Schioppa (Università di Milano) si è d’accordo con Francesca Balzani sul fatto che vanno prese sul serio le politiche tedesche per il risanamento e, citando Tommaso Padoa Schioppa, ha affermati che “Il risanamento è compito degli Stati, la crescita è compito dell’Europa”. Per questo, a suo avviso, il Parlamento Europeo deve chiedere con forza un certo tipo di politiche, anche “minacciando” Consiglio Europeo e Commissione, in quanto il Parlamento Europeo è un organo politico e rappresenta i cittadini europei. Un ruolo chiave, in questo senso, secondo Padoa Schioppa deve giocarlo Schulz, presidente del Parlamento Europeo, che – a suo parere, in Germania non aveva fatto una gran politica ma qui può giocare le sue carte per fare una politica più ambiziosa, in quanto per fare dei grandi investimenti di soldi pubblici è necessario un aggancio democratico e questo è rappresentato dal Parlamento Europeo. Strumento da utilizzare per fare pressione su Consiglio e Commssione, secondo Padoa Schioppa, è il Bilancio europeo.
A questo ha risposto Francesca Balzani dicendo che è vero che, in teoria, il Parlamento Europeo può bocciare il bilancio ma questo farebbe molto contenti i Paesi antieuropeisti perché risparmierebbero il 2,5% dell’inflazione. Inoltre, bocciare il bilancio significherebbe bloccare subito i fondi strutturali e politiche di coesione (quindi, si andrebbero a penalizzare i Paesi più poveri). Meglio, secondo la Balzani, fare negoziati su altre cose, anche che ruotano intorno al bilancio e che rientrano tra gli interessi del Consiglio (ad esempio il progetto nucleare). I Paesi antieuropeisti nel Consiglio, inoltre, godono di grande prestigio (come ad esempio la Gran Bretagna) mentre quelli europeisti contano poco o sono stati poco presenti (come è stata l’Italia fino a poco tempo fa). Oggi, secondo Francesca Balzani, c’è la speranza che cambino gli assetti dentro Consiglio e Commissione (che sono a maggioranza di destra). Il Parlamento Europeo lavora in equilibrio con questi due organi e il suo compito non è facile.

 

venerdì 11 maggio 2012

Serata al Circolo di Affori

Franco Mirabelli - Mariangela RusticoBella serata politica quella trascorsa mercoledì 9 maggio al Circolo Pd di Affori, dove - con Mariangela Rustico (coordinatrice Pd della Zona 9) e Franco Mirabelli (Consigliere Regionale) - si è discusso di Regione Lombardia e si è fatta una prima analisi dei risultati elettorali dei comuni della provincia di Milano.
Ad aprire la discussione è Mariangela Rustico che ha presentato un po’ il nuovo scenario a cui hanno dato luogo le elezioni amministrative, con 6 comuni già conquistati dal centrosinistra in provincia di Milano e molti altri che andranno al ballottaggio in forte vantaggio rispetto al centrodestra. “Il Partito Democratico ha tenuto bene”, ha commentato la coordinatrice del Pd della zona, ricordando che “rischiavamo un risultato molto più critico” data la forte ondata di antipolitica che tende ad equiparare tutti e a prendersela indistintamente con tutti. Diversa è la situazione del Pdl che si è frantumato, secondo Mariangela Rustico anche perché “non è un partito, non ha un’anima e gli elettori si sono sentiti tutti liberi”.
“C’è una crisi grandissima del centrodestra: non c’è più, non ha una leadership e un progetto credibile”, è stato il commento di Franco Mirabelli agli esiti elettorali. “Il fallimento del Pdl e della Lega non sono dovuti esclusivamente all’ondata di antipolitica e agli scandali di questi mesi”, ha sottolineato Mirabelli, segnalando che “c’è stato soprattutto un loro fallimento politico”. Un fallimento evidente in Lombardia, dove Pdl e Lega sono nati e hanno avuto maggior forza perché hanno cercato di farsi interpreti delle domande del Nord, di chi voleva liberarsi dall’apparato statale, dall’eccesso di burocrazia e anche dalle tasse. Un fallimento delle ricette proposte da Pdl e Lega per rispondere alle esigenze del Nord e senza le quali ora resta un vuoto e tocca al Pd riempirlo.
“Non è più il tempo di ipotizzare un partito del Nord o di rincorrere altri”, ha affermato Mirabelli, segnalando che “adesso dobbiamo mettere in campo un progetto nazionale in grado di rispondere alle domande del Nord”.
In merito alle vicende della Lega, il consigliere regionale, ha detto che quella in atto è una “faida profonda interna che non si ricomporrà” e, conseguentemente, tutto il campo del centrodestra dovrà ricomporsi e sarà diverso da quello attuale.
Guardando i dati elettorali, secondo Mirabelli, è preoccupante che vi sia un astensionismo così alto per delle elezioni in cui si vota per i sindaci: “il dato dell’astensionismo indica che c’è una distanza sempre più ampia tra i cittadini e le istituzioni”, ha commentato il consigliere. La crisi della politica ha coinciso ed è stata alimentata dalla crisi sociale e questo, per Mirabelli, si è tradotto in un non voto o nel voto al Movimento Cinque Stelle. Movimento quello dei grillini che Mirabelli ha ricordato che non va sottovalutato perché la loro vicenda ricorda molto gli inizi della Lega. “Noi dobbiamo togliere l’acqua di cui sia alimenta il movimento di Grillo”, ha chiarito Mirabelli, affermando che “provvedimenti come quelli sulla riduzioni dei rimborsi elettorali che si è votato in Parlamento o quello sulla trasparenza dei bilanci e sullo statuto dei partiti – che si spera vengano presto calendarizzati e approvati – vanno in questa direzione”.
Secondo Mirabelli c’è stato anche il tentativo di far passare l’idea che tutti sono uguali per voler rimuovere i fallimenti del governo Berlusconi ma, con questo voto, i cittadini hanno dimostrato chiaramente di sapere chi ha delle responsabilità per la situazione in cui siamo arrivati.
“Il centrosinistra ha conquistato comuni come Cernusco o Pieve Emanuele ed è arrivato al ballottaggio in luoghi dove fino a poco tempo fa era impensabile, come Legnano e Magenta”, ha commentato Mirabelli, segnalando che l’analisi dei risultati andrebbe fatta tenendo presente che a questa tornata elettorale si sono presentate numerose liste civiche legate al Pd per dare maggiore forza ai candidati e che, comunque, in questo scenario, in cui “ci sono macerie ovunque, c’è un partito che tiene ed è il Pd e questo dobbiamo rivendicarlo ed esserne orgogliosi”.
“La crisi sociale ha provocato la crisi del sistema politico. – ha evidenziato Franco Mirabelli - Il risultato ottenuto dal Partito Democratico non va minimizzato: siamo in un sistema politico terremotato e dentro ad una crisi sociale che ha prodotto questo terremoto in tutta Europa. Nessun commentatore aveva previsto che il Pd avrebbe tenuto in questo scenario”. “Abbiamo retto, nonostante gli scandali Lusi e Penati, perché siamo un partito, perché non abbiamo cercato la risposta in un leader ma abbiamo cercato la partecipazione con le primarie e discutiamo (a volte anche troppo sui giornali) e questo ci fa essere un partito popolare, radicato sul territorio e da lì riusciamo a costruire un rapporto con i cittadini”, ha affermato il consigliere, rivendicando che “Dobbiamo scommettere sul Pd, il Paese deve scommettere sul Pd. L’alternativa a questo è il populismo, si chiami Grillo o Montezemolo”.
In un quadro in cui la politica fatica a trovare risposte nazionali e ad essere incisiva perché ci sono centri decisionali sovranazionali che scavalcano gli Stati, secondo Mirabelli, è facile che trovi spazio chi cavalchi le proteste e, nei prossimi mesi, cercheranno di colpire chi è rimasto in piedi e quindi il Pd deve essere preparato a questo. “Se non ci fosse stata la crisi, il disagio sociale e famiglie che sono passate dall’essere ceto medio al non avere più niente, non sarebbe stato così facile attecchire per l’antipolitica”, ha sottolineato Mirabelli.
In questo scenario, secondo il consigliere Pd, quattro sono le tematiche su cui puntare: innanzitutto occorre recuperare il tema della credibilità perché “non dobbiamo lasciare passare l’idea che siamo tutti uguali” e questo è possibile mandando segnali concreti come quello sul taglio dei rimborsi elettorali; poi un altro tema è quello della necessità di mettere mano al patto di stabilità per permettere ai comuni che hanno i soldi di usarli per finanziare progetti concreti e utili; una proposta da portare avanti è poi quella di utilizzare i soldi recuperati dalla lotta all’evasione fiscale per sostenere chi non ha reddito; e infine una riforma elettorale che vada verso il doppio turno alla francese (come previsto dal documento approvato dall’Assemblea Nazionale). Per fare tutto questo, secondo Mirabelli, ci vorrà del tempo ed è impossibile andare alle urne ad ottobre.
Venendo alle vicende della Regione Lombardia, Franco Mirabelli ha sottolineato che ormai si è esaurita la spinta propulsiva di Formigoni e il governatore resta chiuso nel palazzo e pensa solo a difendersi degli scandali che lo hanno travolto. La crisi di Formigoni coincide con la crisi del centrodestra ed è sicuramente una crisi morale, in quanto ci sono 8 assessori di giunte attuali o precedenti, scelti personalmente da Formigoni, che sono inquisiti e alcuni sono anche stati condannati o si trovano in carcere e, a questo, “non si può rimediare semplicemente con un rimpasto di giunta”, ha denunciato il consigliere Pd. Rimpasti che – ha segnalato Mirabelli - oltretutto, non sono stati fatti nel tentativo di rilanciare l’azione politica per la Lombardia, ma solo per sostituire delle persone arrestate o perché mancavano le donne (come ha stabilito il tribunale) e queste sostituzioni sono state fatte secondo logiche interne alle fratture della Lega e al congresso del Pdl.
La crisi morale si lega anche ad una crisi politica di quello che è stato un modello, un sistema di potere che è stato costruito in questi anni, secondo Mirabelli che ha segnalato come questo si veda anche in Consiglio Regionale dove tutto si regge su rapporti di scambio all’interno della maggioranza composta da Pdl e Lega (per cui vengono approvate legge incostituzionali come quella sul dare la precedenza agli insegnanti lombardi nelle scuole o la legge Harlem contro i negozi di kebab, ma vengono anche spartiti posti in Asl, ospedali e società). “Oggi c’è una maggioranza che non è in grado di dare niente alla Regione” ha commentato Mirabelli, ricordando che, invece, “la Lombardia, con le sue potenzialità dovrebbe essere la locomotiva per aiutare ad uscire dalla crisi”. Mirabelli, però, ha segnalato anche che, con questi risultati elettorali, è chiaro che il centrodestra resterà arroccato ancora di più in Consiglio Regionale perché Pdl e Lega non sono in grado di andare da nessun altra parte e, in caso di elezioni, potrebbero perdere tutto.
Mirabelli ha denunciato un sistema centralista di gestione e delle nomine che ha portato alla costruzione di un sistema opaco in cui scarseggia la trasparenza. Anche per questo, secondo Mirabelli, sarebbe necessario un limite ai mandati perché altrimenti il rischio di concentrare troppo potere su una sola persona per troppo tempo provoca delle degenerazioni.
“Oggi, l’unico posto in cui il centrodestra ha la maggioranza in Lombardia è il Consiglio Regionale e il fatto che, dopo questi risultati elettorali, Formigoni si sia affrettato a dire che la sua maggioranza è salda, non fa altro che contribuire all’aumento della distanza che c’è tra i cittadini e la politica”, ha commentato Mirabelli, segnalando che in questo modo, si rischia di dimostrare che “la politica sta da un’altra parte rispetto a quanto hanno chiesto i cittadini con il voto”.
Mirabelli ha precisato che il Partito Democratico, a breve, chiederà che Formigoni si dimetta da Commissario all’Expo e presenterà un’altra mozione di sfiducia al governatore ma, considerati i numeri in Consiglio Regionale, è difficile che passi. Merito del Partito Democratico in Regione, però, è quello di esser riuscito a tenere unite tutte le opposizioni e su questo occorre continuare a lavorare: “Dobbiamo essere bravi a costruire una proposta politica con un’alleanza tra le forze politiche e le forze della società civile che vogliono un cambiamento in Lombardia”. Mirabelli ha anche ricordato che la Regione è un’istituzione molto importante, dove si giocano le politiche per la casa, la sanità e altri settori chiave e su questo occorre fare iniziativa politica, mentre troppo spesso ci si è concentrati esclusivamente su Comune e Provincia. “Serve dare l’idea di una Regione diversa, non centralista e trasparente. Dobbiamo cominciare a dire cosa vogliamo fare e che il candidato presidente sarà scelto con le primarie. Serve anche avviare un percorso per cominciare a mettere insieme le competenze e far relazionare i vari mondi, per costruire una credibilità sui progetti che si vogliono portare avanti”, ha concluso Mirabelli.
 

domenica 6 maggio 2012

L'Italia non è la Francia

Sono molto contenta per la Francia e spero che la vittoria di Hollande possa essere l'avvio di un cambiamento per tutta la politica europea.
Non sono così ottimista, però, sul riflesso che questa vittoria possa avere in Italia: la situazione con cui l'Italia andrà alle urne è molto differnte da quella con cui ci è andata la Francia.
La Francia aveva un governo politico di destra uscito dalle urne e non un governo tecnico supportato da una maggioranza composita, aveva una situazione economica molto differente da quella in cui versiamo noi.
Il rischio è che da noi si riproducano ben altri esiti. La speranza è che la svolta francese consenta cambiamenti nella politica europea e, solo con questi, si può auspicare ad un risultato analogo in Italia.

sabato 28 aprile 2012

Incontro Milano-Lombardia

Domenica mattina, alla Casa di Alex, abbiamo discusso di "Milano-Lombardia: Il nuovo corso politico del Comune; un ciclo politico che si chiude in Regione". Insieme a Franco Mirabelli (Consigliere Regionale PD della Lombardia - testo del suo intervento pdf), Marco Granelli (Assessore a Sicurezza e Coesione Sociale Comune di Milano), Mattia Stanzani (Presidente della Commissione Bilancio del Comune di Milano), Andrea Bina (Capogruppo PD in Consiglio di Zona 9) abbiamo cercato di fare un bilancio delle scelte della nuova giunta che guida la Città e di far luce su quanto sta avvenendo in Regione, dove il sistema di potere instaurato da Formigoni sembra non reggere più.


 

giovedì 26 aprile 2012

Lezione di Giuliano Amato all'Università Cattolica

Qualche tempo fa Giuliano Amato è stato all’Università Cattolica di Milano per tenere una lezione agli studenti sull’Unione Europea e la sua Costituzione. Amato ha iniziato il suo discorso raccontando la storia della nascita dell’Unione, ricordando che nei primi decenni di vita, la CEE si è sviluppata lungo un unico filone che era improntato a farne quasi una federazione europea. “I padri fondatori dell’Unione Europea volevano ridurre la sovranità degli Stati nazionali per privarli delle unghie con cui si erano fatti la guerra l’un l’altro” – ha segnalato Amato – “Avevano già l’idea di fare un’Europa federale con un parlamento eletto direttamente dai cittadini, ma all’inizio quel modello non riuscì a passare e si è cominciato con un semplice allargamento della Comunità Economica, rinunciando momentaneamente alla comunità politica, pur cercando di far rientrare quel progetto lì dentro. In pratica, si è avviato un percorso”. Di fatto, con questo, si è innescato un processo di crescita dell’interesse europeo e di scambi pacifici tra gli Stati che ha funzionato. Con il tempo, ha proseguito Amato, sono anche nati i diritti dei cittadini europei che gli Stati membri non possono violare ed è cresciuto il fronte costituzionale.
“Si è arrivati davvero ad eleggere un Parlamento europeo, superando le delegazioni dei parlamentari nazionali e questa è stata una conquista importante perché l’Europa è la prima organizzazione internazionale che ha un Parlamento direttamente eletto. Di fatto, questo, si poi tradotto in una codecisione legislativa tra Parlamento Europeo e Consiglio”, ha affermato Amato, segnalando che “Il Presidente della Commissione Europea, pur essendo eletto dagli Stati membri, deve poi ricevere il voto di fiducia dal Parlamento”.
Con il Trattato di Maastricht si è arrivati alla moneta unica e quindi – secondo Amato - siamo giunti in prossimità dello Stato europeo: “Il Trattato di Maastricht, da questo punto di vista, rappresenta il punto più alto del processo di integrazione europea, però, è stato anche il momento dell’avvio di una politica di coordinamento tra gli Stati, i quali si sono avvalsi dell’Europa per coordinare le proprie politiche nazionali”, ha detto Amato. Questo è stato positivo solo in parte, secondo Amato, in quanto, quando si aprono dei negoziati, le soluzioni a cui possono dare luogo sono molteplici. “Per lo più, è successo che gli Stati inadempienti chiedevano deroghe sapendo che ne avrebbero concesse altrettante in futuro”, ha ricordato Giuliano Amato, segnalando che “Per reggere la moneta unica, invece, serve un’area economica più equilibrata. Con la situazione europea, se crolla uno Stato rischia di trascinarsi dietro tutti gli altri perché mancano gli strumenti per intervenire. La realtà è che nessuno voleva creare una vera integrazione e si è preferito convincersi che i singoli Stati non sarebbero mai crollati perché il coordinamento della politiche economiche sarebbe stato sufficiente per impedirlo”.
Inizialmente, questo gioco ha funzionato perché i mercati hanno guardato alla zona euro nel suo insieme, ma con l’arrivo della crisi, hanno cominciato ad osservare i singoli Paesi per trovare chi ripagava il debito e chi no.
Adesso, per Amato, tutti gli strumenti che vengono adottati sono una necessità, perché si capisce che l’euro è a rischio, ma di fatto non vi è alcuna volontà reale di adottare quegli strumenti.
“Qualcuno (la Germania) è felice perché adesso chi non pagava comincia a pagare il suo debito e le sue colpe (il termine debito in tedesco si traduce anche in colpa). Il risultato è che la Germania si è messa contro la Grecia ma anche contro l’Italia e gli Stati del Sud e questo mina il processo di integrazione perché manca la fiducia reciproca”, ha affermato Amato.
Un altro aspetto trattato da Amato è quello del duplice livello di legislazione: “Gli europei hanno bisogno di sentirsi rappresentati sia in quanto europei che in quanto appartenenti ai singoli Stati: ci sono diversi aspetti della nostra vita per cui ci sentiamo meglio tutelati dalla legislazione nazionale che non da quella europea e il problema è emerso chiaramente anche quando si è accennato all’ipotesi di stilare un codice civile europeo. Siamo dentro ad un sistema complesso, in cui alcune cose le abbiamo affidate alla legislazione europea e altre sono rimaste alla legislazione nazionale”, ha affermato il professore.
Di fatto, per Amato, “l’Unione Europea è un’ermafrodita” e “Siamo destinati a vivere in questa condizione ibrida non si sa per quanto tempo ma il punto è capire se in questo modo funziona tutto o meno”.
Fino ad oggi, secondo il professore, l’Unione Europea non è sufficientemente democratica e non funziona: il Consiglio Europeo è diventato il luogo in cui si tracciano le priorità politiche per l’UE (il Trattato di Lisbona ratifica questo), ma il Consiglio Europeo è fatto da ministri che rispondono ai loro Stati nazionali.
“La Merkel – ha affermato Amato - ha ideato il fiscal compact per agire senza avere l’interferenza del Parlamento” e questo significa che “C’è una forte ambiguità del livello esecutivo europeo, in quanto sono in due a fare le leggi: Consiglio e Commissione”.
Un altro problema, secondo il professore, è quello dell’efficienza.
“Occorrono politiche per la crescita ma se gli Stati nazionali possono solo ridurre le spese, da dove devono arrivare le risorse da investire?”, ha domandato Amato.
“Siamo in un sistema ibrido e l’ibridazione colpisce situazioni che altrimenti potrebbero funzionare meglio”, ha sottolineato Amato.
In merito alla politica fiscale, poi, il professore ha detto che “Italia e Spagna hanno approvato il fiscal compact non perché fossero d’accordo ma perché ritenevano che fosse un modo per permettere alla Germania di recuperare la fiducia nei confronti dei Paesi del Sud. Siamo tutti intorno alla Merkel a cantare disciplina”.
Per Amato, “L’Europa era stata madre e ha portato dei benefici. Ora l’Europa viene associata alla Merkel ed entrambe vengono viste come matrigna, soprattutto in Grecia”. “Serve riprendere il percorso che deve portare ad una maggiore integrazione, non ci sono alternative: l’unica alternativa è il disfacimento”, ha concluso il professore.
 

mercoledì 14 marzo 2012

Incontro con Fiano e Mirabelli

Domenica mattina al circolo Pd abbiamo incontrato Emanuele Fiano (parlamentare Pd - video) e Franco Mirabelli (consigliere regionale Pd - video) e con loro abbiamo provato a fare un bilancio dei primi 100 giorni del governo Monti per comprendere meglio cosa è stato fatto e quali azioni sono state impostate per il futuro. Immancabili anche alcuni chiarimenti sul ruolo del Partito Democratico, il questo scenario nuovo che si è venuto a creare e qualche accenno alle vicende che, da un po' di tempo, stanno segnando negativamente la Regione Lombardia.
Qui il video dei loro interventi>>


venerdì 9 marzo 2012

Cittadini si diventa


Da molti anni l’Italia è diventato un Paese di immigrazione. Nel nostro Paese vivono oltre 4 milioni e mezzo di immigrati e oltre mezzo milione di bambini nati qui ma con genitori arrivati da altri Stati che parlano italiano, frequentano le scuole qui, tifano per le squadre di calcio italiane e sognano per il loro futuro ciò che desideriamo anche per noi. Una realtà vivace e variegata che conosciamo troppo poco e che necessita di una legislazione adeguata.
Di tutto questo abbiamo parlato lo scorso 4 marzo alla Casa di Alex di Milano, in un incontro dal tema "Cittadini si diventa. Prospettive e testimonianze sul diritto di cittadinanza", con interventi - coordinati da me - di Virginia Invernizzi (Comunità di Sant’Egidio - video), Rascea El Nakouri, (Associazione per i Diritti Civili - video), Daniela Pistillo (responsabile del Forum Immigrazione Pd Milano - video), Stefano Pasta, (Comunità di Sant’Egidio - video), Arianna Censi (responsabile Enti Locali Pd Milano - video). Al dibattito hanno partecipato anche Luciano Ghio (Naga e Cesil), Franco Mirabelli (Consigliere Regionale - video), Enrico Borg (Consigliere Provinciale - video) e Vittorio Sardo (Circolo Pd Niguarda). 

 

sabato 3 marzo 2012

Il Pd oltre Monti

Continua il dibattito intorno al governo Monti e alla maggioranza che lo sostiene. A gettare benzina sul fuoco ci ha pensato Berlusconi che, giorni fa, ha detto che Pd, Pdl e Udc dovrebbero presentarsi insieme alle elezioni del 2013 per proseguire l’opera riformatrice del governo Monti, nell’interesse dell’Italia.
Una frase detta da Berlusconi nel tentativo di risolvere i problemi interni al Pdl (in cui sono in corso i congressi) ma che mira a far breccia sul disagio e la crisi dei consensi che tutti i sondaggi mostrano esserci anche negli altri partiti e che ha trovato subito, però, il no secco di Bersani.
Un “no” doveroso ma che non è così scontato nello scenario nuovo che si è configurato.
Il governo Monti è sostenuto dai voti in Parlamento di Pd, Pdl e Udc e il Pd è il partito che maggiormente si è speso affinché questo governo avesse vita (un po’ perché era l’unica possibilità per far uscire di scena Berlusconi e un po’ perché la situazione italiana era drammatica e urgeva dare una svolta repentina che il passaggio dalle urne non avrebbe potuto dare).
Nel Pd, però, è anche dove si registrano le maggiori perplessità: il partito, si sa, è composto da tante anime con visioni spesso un po’ troppo discordanti tra loro ma a far sorgere malumori in questo caso è stato il divario molto forte tra le aspettative che si sono create con l’uscita di scena di Berlusconi e le reali mosse della prima fase del governo Monti.
Le prime mosse del governo Monti (in particolare la riforma delle pensioni, necessaria ma sicuramente non proprio equa per alcune fasce e una gran parte dell’elettorato del Pd è composto proprio da pensionati e iscritti alla Cgil che su questo tema tanto hanno protestato) abbinate anche ad un certo terrorismo comunicativo messo in pratica da quasi tutti i quotidiani hanno creato una prima spaccatura nell’opinione pubblica.
In favore di Monti e dei suoi Ministri restavano la stima personale, l’apprezzamento per la dimostrazione di sobrietà, di competenza per il ruolo che si trovavano a ricoprire, la riconquistata dignità sul piano internazionale: tutte caratteristiche che nell’epoca dei governi Berlusconi non esistevano e che certamente hanno prodotto una sorta di felice stupore nell’opinione pubblica.
Ma non si campa solo di questo. Poi, certo, c’è chi vede “il bicchiere mezzo pieno” e chi lo vede “mezzo vuoto” ma è chiaro che tutte le doti personali e professionali degli esponenti del governo devono accompagnarsi a corrette scelte governative.
Nel giudicare queste scelte, l’opera riformatrice del governo Monti e la direzione che le nuove leggi stanno prendendo entra in scena la visione politica che ciascuno ha ed ecco allora che sorgono i problemi concreti.
Questo governo è sostenuto da una maggioranza strana, con visioni piuttosto distanti tra loro e le riforme approvate sono tendenzialmente il frutto di un compromesso tra le parti: alcune scelte sono gradite prevalentemente al centrodestra, altre al centrosinistra. Ciascuno si trova, poi, sul territorio a fare i conti con il proprio elettorato che magari avrebbe voluto quelle riforme un po’ diverse da come sono uscite e qui si gioca la sfida vera.
Non si può andare dai propri elettori a dire che va tutto bene e che siamo tutti molto soddisfatti quando loro vengono a segnalarci che registrano un problema e che soddisfatti non li sono per niente. Non lo si può fare perché altrimenti si finirebbe per sembrare lontani dalla realtà quotidiana che le persone si trovano a vivere e rischieremmo di perdere per strada pezzi che invece vogliono stare con noi ma hanno bisogno di qualche chiarimento in più.
Personalmente, non ho mai amato le tifoserie acritiche e anche in questo contesto le comprendo poco perché non è facendo il tifo che si riuscirà a spiegare alle persone che davvero stanno vivendo dei problemi sulla propria pelle che devono sopportare i sacrifici perché non c’è altra strada.
Concordo, invece, con un’analisi scritta da Guelfo Fiore sul quotidiano Europa, in cui si dice “sì a Monti ma senza esagerare”, perché sicuramente questo governo ha fatto alcune riforme giuste e altre necessarie (anche se piacciono poco al Pd o semplicemente il Pd le avrebbe fatte un po' diversamente), sicuramente era l’unica via per far uscire l’Italia dal baratro e altri sforzi saranno necessari ma credo anche che ci sia una parte di persone (nostri elettori e non) che da quelle riforme si sono trovati un po' “travolti” e non le si possono ignorare o liquidare con frasi da tifoseria o semplicemente assicurando loro che va tutto bene così oppure che certe scelte le abbiamo subite e non possiamo farci niente. Dobbiamo sapere che senza questo governo e senza molte di queste scelte (comprese quelle impopolari) avremmo avuto il baratro ma non possiamo ignorare che alcuni problemi restano e che l'equità non la si vede molto bene.
E qui sorge un altro problema che è quello della frase lanciata da Berlusconi su un dopo-Monti con una coalizione targata Pd-Pdl-Udc.
Bersani ha liquidato il tutto con un “non se ne parla nemmeno”, Franceschini si è affrettato a rassicurare che concorda con la risposta del segretario e ha fatto bene a chiarire la sua posizione (che non è così scontata e, comunque, non è detto che sia definitiva dati i rivolgimenti piuttosto repentini che hanno avuto le sue posizioni politiche nel Pd dal congresso ad oggi), i veltroniani tacciono ma spingono perché Monti resti come candidato Premier (del resto spingerebbero chiunque purché non fosse Bersani e, in questa fase, non hanno tutti i torti).
Il quadro, però, è complesso come ha ben raccontato Goffredo De Marchis in un articolo di Repubblica: c’è una parte del Pd che sostiene convintamente Monti e le sue scelte (comprese quelle più liberal) ed è appunto il gruppo che fa capo a Veltroni ma anche a Fioroni e parte dell’area legata a Franceschini; c’è la necessità di presentarsi in modo forte e innovativo di fronte agli elettori (e i partiti in questo momento sono decisamente poco attraenti, secondo i sondaggi) e c’è la necessità di decidere che impronta dare al Partito Democratico (e qui emerge in modo netto la spaccatura tra liberal e labour che tutti i giorni si contendono le pagine dei giornali, in particolare sul tema del lavoro, con toni guerreschi piuttosto vergognosi che più che far apparire il Pd come un luogo di più anime lo fanno apparire come un partito pesantemente spaccato e litigioso fino ad oscurare quale sia la posizione ufficiale, sempre che questa conti qualcosa per davvero).
Tornando agli schemi elettorali, fu Franceschini, molto tempo fa, a lanciare l’idea di un’alleanza costituzionale (che però si fermava all’Udc e terzo polo) per ricostruire l’Italia. Adesso i tempi sono diversi e la situazione in campo è troppo fluida per capire cosa si configurerà per il futuro.
Una cosa è certa: i partiti così come sono hanno poche speranze di sopravvivere; tutti i sondaggi mostrano un calo pesante della fiducia da parte dei cittadini mentre Monti registra un grande consenso, tanto che tutti gli schieramenti si sono affrettati a offrirgli una candidatura a Premier anche nel 2013.
Monti per ora si nega e non può fare altrimenti perché essendo a capo di un governo sostenuto da schieramenti opposti non potrebbe certo continuare a reggere se dovesse dichiararsi come rappresentante di una parte sola, così come sarebbe difficile che il suo operato non venisse poi riletto in chiave di parte se alla fine del mandato dovesse scegliere di schierarsi con uno dei due schieramenti. Da qui la scappatoia proposta da Berlusconi del continuare a stare insieme con Monti messo a capo della coalizione: un tentativo, insomma, che potrebbe essere utile a tutti i partiti in campo per sopravvivere poggiandosi sulla credibilità di un “Papa straniero”.
Una scappatoia che, però, potrebbe anche rivelarsi mortale perché è un po’ difficile spiegare agli elettori che ci si presenta alle elezioni come alleati di coloro che si erano contrastati fino al giorno prima e con cui, comunque, restano visioni politiche piuttosto divergenti.
In particolare, il problema lo si avrebbe per il Partito Democratico: è difficile pensare che gli elettori del Pd non sappiano che gli esponenti del Pdl sono gli stessi che in questi anni hanno portato avanti le scelte di Berlusconi, che le hanno votate in Parlamento (convinti o no lo hanno fatto) e ci hanno portato nel baratro per cui è dovuto intervenire Monti e per cui ora si stanno facendo molti sacrifici per uscirne e altri dovranno essere fatti.
Non è una questione di mettersi necessariamente contro. “Il Governo Monti ha l'indubbio merito di portarci fuori dalla contrapposizione frontale, su cui vorrei ricordare Berlusconi è allegramente vissuto per molti anni, che ha reso impossibile fare delle vere riforme in questo Paese. Però sarebbe assolutamente sbagliato lasciar passare l'idea che non ci siano più differenze, che ora si siano miracolosamente create le condizioni per un'ammucchiata indistinta”, ha scritto, qualche giorno fa, Marina Sereni ed è vero perché ci sono riforme che vanno condivise sempre ma poi ci sono anche scelte politiche che, invece, sono chiaramente l'espressione di una parte perché ne rappresentano le idee. Il Pd ha lottato per mesi e ancora lotta contro le argomentazioni dell’antipolitica per dire che “Non siamo tutti uguali” e non si capirebbe se si finisse con il presentarsi alle elezioni insieme a quelli che dovrebbero essere avversari.
Non è una questione di creare lo scontro ma è che non abbiamo gli stessi approcci ai problemi e, soprattutto, non abbiamo tutti le stesse identiche soluzioni (ad esempio il Pd non la pensa allo stesso modo di Sacconi sul lavoro o non condivide la riforma Gelmini sull’istruzione), sarebbe piuttosto grave il contrario perché non si capirebbe più perché scegliere una parte o l'altra. Il centrosinistra deve presentarsi come alternativo al centrodestra, non come la sua fotocopia sbiadita o addirittura suo succube.
Qui sorge il terzo e più importante problema: il partito. I partiti, lo vediamo dalle analisi dei sondaggisti - ma basta andare un po’ per strada a chiacchierare con la gente per accorgesene - non godono di grande simpatia e allora è più che mai necessaria un’opera di rinnovamento. Il Partito Democratico, se vuole non solo superare questa fase particolare ma anche configurarsi come un progetto valido e credibile per il futuro, dovrebbe cominciare a trovare dentro di sé la forza di rinnovarsi, aprirsi e rimettersi al passo con i tempi.
Non è una questione di rottamazione o giovanilismo: Monti riesce ad apparire come “nuovo” e “credibile” pur non essendo né “nuovo” né tanto meno “giovane”.
Il Pd e i suoi dirigenti, invece, appaiono quasi tutti “vecchi” (non di età ma di impostazione, di approccio, di immagine fin troppo usurata) e in giro c'è voglia di aria nuova.
Ecco allora che se, da un lato, il Pd ha la necessità di non regalare Monti e la sua azione riformatrice alla destra, dall’altro lato vi è anche la necessità di non appiattirsi su Monti come se da soli non si fosse in grado di proporre altro. Il Pd deve trovare il modo di liberare le risorse che ha dentro (e dove queste non ci sono, non deve avere paura di andarle a cercare fuori) per diventare un soggetto politico moderno, attraente, innovatore (che non può voler dire diventare “di destra”), saper elaborare ricette nuove per risolvere i problemi del mondo di oggi, che certamente non corrispondono a quelli del passato, senza continuare a ridursi in una lotta sterile tra liberal e labour ma cercando una sintesi condivisa e di concreta applicazione.
 

mercoledì 29 febbraio 2012

Si torna alla politica

Sembrava uno dei tanti coordinamenti di circolo. Avevamo un po' di questioni pratiche all'ordine del giorno riguardanti il consiglio di zona e alcune iniziative da mettere in piedi. Si prospettava più o meno la solita serata, quando all'improvviso qualcuno ha detto una frase un po' fuori dalle righe. E poi è arrivato un altro intervento, ancora più fuori dalle righe del precedente. E poi un altro ancora. Così la discussione è decollata. Siamo partiti dal governo Monti per poi passare al ruolo del Pd in relazione con questo governo, fino al bisogno di fare chiarezza in merito ad alcuni posizionamenti del Pd sulle questioni del lavoro, del rapporto con i sindacati, il modello Marchionne. E poi i sondaggi, gli scenari futuri, le possibili svolte del centrodestra. Insomma, più che un coordinamento di circolo sembrava un'assemblea e dato il continuo susseguirsi degli interventi (anche dei due nuovi e giovani iscritti che così finalmente hanno avuto modo di esprimersi un po') è emerso chiaramente il bisogno di tornare alla politica, di parlarne e di parlarci per chiarirci anche al nostro interno perché è evidente che quanto accaduto negli ultimi mesi è stata una svolta molto importante e che dobbiamo ancora comprendere e rielaborare se vogliamo poi essere efficaci anche all'esterno. E' stata una bella serata, caratterizzata da un'appassionante discussione politica come non ne vedevo da tempo, neanche nelle varie assemblee che ogni tanto facciamo, perché qui c'era semplicemente la voglia di esprimersi mentre in altri momenti, spesso, si è più attenti ai posizionamenti che non al contenuto di cui discutere.