mercoledì 23 novembre 2011

Questo è un Paese per giovani

Oggi pomeriggio all'Università Cattolica di Milano si è tenuto un bellissimo incontro di giovani, organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio, dal tema "Questo è un Paese per giovani. O almeno potrebbe diventarlo", in cui studenti di diverse esperienze e culture si sono confrontati su problemi di grande attualità, portando le loro esperienze e le loro storie. 
Oratori e pubblico erano interamente giovani (dai 20 ai 30 anni circa). Ad aprire il pomeriggio è stata Elisa Coviello del quartiere Marassi di Genova, che ha portato un'importantissima testimonianza di come è stato vissuto l'alluvione (con una versione profondamente discordante da quella presentata dai media), di come la normalissima pioggia del mattino si è trasformata inaspettatamente in qualcosa di tremendo e di come i due torrenti, sempre passati inosservati, si siano rivelati in tutta la loro pericolosa potenza sorprendendo le persone. Il racconto si è fatto appassionante nella descrizione dell'arrivo dei giovani a Genova per ripulire la città dal fango, della forza della solidarietà che ha unito le persone e bellissime erano le immagini dei cartelli di ringraziamento per l'aiuto ricevuto appesi dai genovesi ai negozi e alle finestre.
Louisse Glassier, invece, ha spiegato l'operato dell'associazione Naga, nell'aiuto alla gestione dei profughi arrivati in Lombardia a causa della recente guerra in Libia e degli iter burocratici con cui le persone che arrivano in Italia si trovano a fare i conti, senza la certezza che questo possa garantire loro un futuro nella legalità qui o altrove.
 
Virginia Invernizzi ha poi fatto un interessantissimo resoconto di come vive ed è organizzata la comunità cinese di Via Paolo Sarpi a Milano, della difficoltà di interagire con i non cinesi ma anche delle tenaglie amministrative che sono state applicate in quei luoghi e che, di fatto, hanno aumentato i problemi (esplosi poi nella rivolta dello scorso anno).  Per interagire con i bambini di quella comunità cinese (ma anche di altre comunità in altri quartieri), Sant'Egidio ha realizzato la Scuola della pace, di cui Virginia Invernizzi ha illustrato le modalità operative, l'idea di fondo di favorire il dialogo e l'incontro e da cui sono nate anche importanti amicizie tra i ragazzi che vi insegnano e le famiglie dei bambini che arrivano (famiglie che molto spesso necessitano di aiuto per comprendere la nostra lingua e di un tramite per comprendere regole e realtà italiane a loro estranee e per le quali i ragazzi fanno da mediatori culturali, diventando veri e propri punti di riferimento per esse).
L'intervento conclusivo è stato dell'affascinante Rascea El Nakoury, "una musulmana italiana": ragazza bellissima, dagli occhi grandi, il velo rosa sulla testa, dai tratti somatici "stranieri" ma nata e vissuta sempre in Italia e, ora, impiegata in banca, che ha raccontato della sua difficile vita da "doppia". Per tutti Rascea è una straniera solo per i suoi tratti somatici, anche se è nata e vissuta in Italia, anche se parla l'italiano meglio degli stessi italiani, anche se si sente più a casa sua in Italia che nel Paese d'origine della sua famiglia e, a causa della nostra legislazione, la è anche per lo Stato (con la conseguenza che fino ai 18 anni ha avuto necessità di un visto anche solo per andare in gita scolastica; sorte che capita anche oggi a tutti i ragazzini nati qui ma da genitori stranieri). Rascea El Nakoury ha messo in evidenza anche la necessità di essere "bravi il triplo" per farsi strada ed essere accettati dagli altri italiani e di faticare per superare quella visione un po' stereotipata che vede tutti gli stranieri come bisognosi di aiuto e non come protagonisti dei loro diritti (lei stessa è impegnata per aiutare gli altri in difficoltà stranieri e non).
Ne è seguito un appassionante dibattito tra ragazzi.
A colpire è stata la perfetta competenza mostrata dalle persone intervenute e dalla padronanza completa degli argomenti che hanno scelto di trattare (anche perché alcune erano storie vissute sulla propria pelle), facendolo molto meglio di come lo avrebbero fatto tanti adulti e risultando anche particolarmente interessanti e mai noiosi.
Colpisce anche l'assenza degli adulti (come sempre agli eventi organizzati e gestiti dai giovani ma la stessa cosa si verifica anche al contrario) e questo un po' spiace perché questi ragazzi (e probabilmente anche altri) hanno davvero tanto da dire e da insegnare ai loro coetanei ma anche a persone più grandi. Per chi lavora nel mondo dell'associazionismo, il confronto avviene in altre sedi e ad altri livelli perché, ovviamente, per operare in terreni così complessi come quello dell'integrazione e delle politiche per l'immigrazione occorrono sinergie con realtà molto grandi. L'impressione, però, è che il mondo degli adulti usi male questi ragazzi e li lasci soli in eventi belli come lo è stato quello di oggi, per utilizzarli magari come contorno e far recitare loro un copione ammorbidito per altre iniziative che servono a loro, un po' come delle figurine appiccite lì per far vedere che c'è anche la rappresentanza giovanile. I giovani pensano, ragionano, agiscono e sanno farlo anche molto bene ma c'è bisogno che gli adulti sappiano cogliere questo spessore che arriva dal mondo giovanile e non che si agisca come mondi separati che, ogni tanto, si incontrano per caso.

 

mercoledì 9 novembre 2011

Lega tra Crocifissi e lotta agli immigrati

Mirabelli (Pd): "Crocifisso in Regione Lombardia, strumentalizzazione demagogica della Lega"

 

Il Consiglio regionale della Lombardia ha approvato il progetto di legge della Lega sull'esposizione del crocifisso negli immobili regionali, con il Gruppo del Partito democratico fuori dall'Aula a segnare la netta contrarietà a una visione strumentale di un simbolo altamente religioso.
"Non ci creerà certo disagio vedere il crocefisso sui muri del nostro palazzo, ma ci mette a disagio il metodo con cui la Lega lo impone, che è assolutamente strumentale e inaccettabile tanto per i laici quanto per i cattolici. Che coerenza c'è con i valori cristiani in chi usa il crocifisso, un segno di pace e di unità per dividere, in chi dovrebbe accogliere e invece vuole cacciare gli immigrati e demonizza chi è diverso, in chi cerca di scaricare ogni problema sui più deboli anziché usare la solidarietà, in chi tollera comportamenti moralmente inaccettabili dai propri rappresentanti, quelli che dovrebbero essere punto di riferimento per i Paese e, ancora, in chi parla di Europa e di civiltà e poi propaganda la secessione e la Padania? La lega è tutto questo e non può certo lavarsi la coscienza strumentalizzando un simbolo come il crocefisso. E' nei comportamenti che laici e cattolici praticano i valori, non certo con la propaganda" - è quanto ha affermato il consigliere regionale Pd Franco Mirabelli durante la dichiarazione di voto (video).
 

lunedì 7 novembre 2011

Vecchioni alla manifestazione Pd

Durante la manifestazione del Partito Democratico a Roma, c'è stato un bellissimo concerto di Roberto Vecchioni, ecco il video:

domenica 6 novembre 2011

La contestazione a Renzi

A leggere i giornali, sulla manifestazione del Pd di ieri ci sono quasi sempre due tematiche di discussione: 1) l’evento in sé, la tanta gente che ha affollato piazza San Giovanni, i big del partito presenti, il discorso politico di Bersani; 2) la contestazione a Renzi.
La contestazione a Renzi ha tenuto banco anche in rete, in particolare su Twitter più o meno per tutta la durata della diretta della manifestazione e due erano sostanzialmente i messaggi diffusi che poi venivano rilanciati ripetutamente: il primo in cui si diceva, appunto, che il sindaco di Firenze era stato contestato e gli era stato detto “Vai ad Arcore, sei come Berlusconi” e un altro in cui si replicava che si può anche pensarla diversamente da Renzi ma era sbagliato contestarlo.
Curioso il secondo messaggio, anche perché la contestazione a Renzi in questione era stata fatta da militanti del Pd (oltretutto di Firenze) e non dai vertici. Non c’è stata la stessa reazione quando Bersani, dal palco, ha pronunciato l’assurda frase sulla comunicazione, con chiari riferimenti a Renzi (senza mai nominarlo).
Come sarebbe che Renzi non può essere contestato?
Non mi pare si sia detto lo stesso quando a ricevere le contestazioni, a settembre, è stato D’Alema a Genova.
Renzi è un esponente del partito come gli altri e, spesso, si è distinto proprio per i suoi modi forti e per le sue contestazioni al gruppo dirigente nazionale e allora, adesso che ha ottenuto visibilità, si abitui anche lui a ricevere applausi e contestazioni. Non si vive di soli applausi.
Siamo in democrazia ed esiste ancora la libertà di opinione e di espressione, quindi c’è tutto il diritto di contestare qualcuno se non si è d’accordo (oltretutto era una contestazione civilissima e di parole, non è che sia successo chissà che cosa).
Spiace vedere lo scontro di tifoserie pro e contro Renzi ma la base ha tutto il diritto di esprimere la propria opinione e anche di contestare, anche perché è un modo per far sapere come la si pensa. Discorso diverso per i vertici: a loro spetta il compito di smorzare gli angoli e trovare la quadra, soprattutto al segretario. Purtroppo, spesso, nel Pd avviene il contrario: c'è una base che troppo spesso tace o dice sì a tutto (anche a ciò che non va bene) e un segretario che invece martella chi alza un po’ la voce, per paura di vedere messo in discussione il suo ruolo.
Detto questo, Renzi e i suoi tifosi si rasserenino perché di applausi e di fischi per uno che vuole stare alla ribalta ce ne saranno sempre tanti anche in futuro.
 

sabato 5 novembre 2011

La comunicazione e la politica

È stata una manifestazione bellissima quella che ha organizzato il Partito Democratico ieri a Roma. C’era una piazza stracolma di gente già dalla mattina (del resto i primi treni hanno cominciato ad arrivare a Roma molto presto), tante bandiere, tanti stand che distribuivano spillette e altri materiali e le persone erano tutte felicissime di essere lì. Sul palco si sono alternate musica (non proprio tutta bellissima ma, insomma, ci si poteva accontentare) e parole (forse i tempi degli interventi andavano calibrati un po’ meglio) e, a parlare con chi era in quella piazza, si sentivano voci cariche di entusiasmo, di chi pensava che finalmente, forse, questa volta il Pd c’è davvero, non solo per far cadere Berlusconi, ma anche perché il partito esiste e ha preso forma e forza.
L’impressione complessiva è, dunque, quella di un evento perfettamente riuscito che può lasciare pienamente soddisfatti organizzatori e partecipanti e anche l’impatto mediatico dovrebbe necessariamente esser buono.
Era quasi tutto finito quando, in chiusura del suo discorso, Bersani ha detto l’unica cosa che non avrebbe mai dovuto dire: "La comunicazione sta alla politica come la finanza all'economia"...
Una sola frase sbagliata di Bersani ha rovinato una manifestazione bellissima.
Lo dico da “operatrice della comunicazione” impegnata nel Pd. Quella frase mi ha offesa profondamente: quando l’ho sentita mi sono chiesta per cosa e per chi stiamo lavorando, se il giudizio che ci viene riservato è questo?
Ovviamente si tratta di una frase semplificata: Bersani intendeva dire che non può essere il predominio delle forme comunicative sui contenuti da comunicare. Tuttavia, resta una frase sbagliata. Da giornalista, se avessi dovuto scrivere un pezzo, al di là degli aspetti politici, avrei messo quella frase in un titolone, scrivendo che il Pd pensa questo della comunicazione (perché il linguaggio semplificato giornalistico funziona così e perché quella frasetta rappresenta una notizia).
Ecco allora che qui emerge tutto il problema di Bersani perché con questa frase fuori luogo ha dimostrato perfettamente di non saper comunicare. Si può poi discutere del merito dei contenuti politici (che sono quelli che interessano per capire davvero che direzione prende il Pd), si può discutere (come hanno fatto alcuni su twitter) della forma comizio ormai vecchia e da rivedere ma resta che, dal punto di vista comunicativo, uno che se ne intende quella frase inappropriata non l’avrebbe detta. 
In realtà, però, Bersani non è sciocco e quella frase (che tra l’altro ha scatenato la polemica in rete un po’ da parte di tutti e viene ora portata avanti da Pippo Civati) non l’aveva rivolta tanto agli operatori della comunicazione quanto a Matteo Renzi e al suo "partito-format" sostenuto da alcuni commentatori sulle pagine dei quotidiani nei giorni scorsi. Probabilmente Bersani si è sentito attaccato per il suo essere “poco mediatico” e non deve aver gradito tutto il successo del sindaco di Firenze ottenuto più in virtù dei suoi aspetti comunicativi che non dei contenuti di cui si è fatto portatore e ha cercato rivendicare la forza della politica concreta, ma è stato un errore contrapporla così fortemente alla comunicazione.
Oltretutto, questo implica un altro problema interno perché è la dimostrazione del fatto che Bersani continua a non essere inclusivo verso chi la pensa diversamente da lui – più per debolezza, in realtà, perché il modo in cui ha posto la questione era quello di uno che cerca di difendere il proprio operato più che di uno che rilancia la sfida – ma il risultato è che ha chiuso la porta in modo anche molto pesante (e magari, dal suo punto di vista, ha pure ragione, con tutto ciò che gli ha detto e fatto contro Renzi).
I piddini della rete, da quando è cominciata la diretta della manifestazione, non hanno fatto che discutere e hanno messo alla ribalta tre argomenti: 1) bella manifestazione, 2) la contestazione a Renzi (però avvenuta da parte della base e non dai dirigenti), 3) la frase di Bersani sulla comunicazione.
A leggere le opinioni che circolano si percepisce in modo chiaro la divisione interna: la rete è schierata in prevalenza con Renzi e contro la frase di Bersani sulla comunicazione (del resto in rete si comunica e vige una forma molto più easy dell'impostazione bersaniana); la piazza, invece, è contro Renzi e dalla parte di Bersani (ma qui pesa il fatto che quella di ieri è stata una bella giornata e sono stati tutti contenti della riuscita della manifestazione e chi si porta dentro tanto entusiasmo non è certo interessato a simili sciocchezze, che si spera non finiscano sui giornali di domani).
La speranza è che i quotidiani si interessino della proposta politica espressa da Bersani e la polemica interna si chiuda lì oppure venga affrontata nelle sedi interne opportune, se non altro per rispetto delle persone che ieri erano in piazza e ci hanno messo tempo, passione, entusiasmo e anche tanta fatica, ma è difficile che qualche dirigente non colga l’occasione ghiotta per innescare una nuova guerriglia (Civati ha già cominciato).
Da operatrice della comunicazione, a Bersani mi permetto di suggerire di evitare certi svarioni perché più che rafforzarlo lo danneggiano e, anziché denigrare la comunicazione, farebbe meglio ad imparare le regole per comunicare bene perché i messaggi (che ci devono essere e devono essere corretti) se non trovano giusta forma non arrivano da nessuna parte.
 

domenica 30 ottobre 2011

Siamo esplosi

Siamo esplosi...
A leggere i giornali delle ultime settimane, ma anche a frequentare un po’ di riunioni e assemblee, l’impressione è che il Pd sia esploso in mille frammenti, che difficilmente insieme riescono a formare un puzzle di senso compiuto.
Ma questa è solo un’impressione, la realtà è più complessa.
La rottura ufficiale è arrivata ieri con lo scambio di battute infelici tra il segretario Bersani - che, dall’incontro dedicato ai giovani organizzato a Napoli, ha detto che «Bisogna mettersi a disposizione, non si può dare l’idea che un giovane per andare avanti deve scalciare, deve insultare. […] Guai a un ricambio secondo la logica del “vai via tu che vengo io perché sono più giovane”» - e Renzi (che gli ha risposto di non essere un asino che scalcia).

Querelle che poteva terminare lì e che, invece, è degenerata con un «non scambiare per nuove delle idee che sono un usato degli anni '80, perché con certe ricette facili e idee troppo semplici siamo finiti nei guai» da parte di Bersani riferito a Renzi e un «il modello di Pd per cui ci sono i dirigenti che danno la linea agli eletti, i quali sono chiamati ad andare dagli elettori a fare volantinaggio per spiegare, andava bene nel '900» da parte di Renzi riferito a Bersani.
Lo scontro c’è ed è anche molto acceso, inutile minimizzare o nascondere la testa sotto la sabbia fingendo di non vedere ciò che è evidente (come purtroppo ha fatto L’Unità, con buona pace dell’onestà intellettuale che i giornalisti dovrebbero cercare di avere quando scrivono un pezzo), solo che il problema che c’è non si chiama Renzi ma di chiama Bersani.
Al di là dello scambio di battute velenosette (e Renzi un po’ se l’è andata cercare perché, è vero che un segretario dovrebbe cercare di essere inclusivo, ma è anche comprensibile che dopo tutte le bordate di contestazioni ricevute, Bersani si offenda pure), infatti, i problemi che in queste settimane sono emersi all’interno del Pd vanno ben oltre al “caso Renzi”.
Prima di Renzi sono arrivati i “giovani turchi”(Fassina, Orfini, Orlando... tutti della segreteria Bersani, oltretutto) che hanno recentemente dato vita ad un incontro a L’Aquila che doveva essere aperto ma di fatto ne è emersa una piattaforma molto "di sinistra", soprattutto in materia economica; a questi hanno risposto i “giovani curdi” (Gianluca Lioni, di area Franceschini) con un documento di intenti "liberal" dal punto di vista economico; sempre di area “liberal” c'è MoDem (Veltroni, Fioroni, Gentiloni, i quali sono anche un po' “rottamatori” ma più nei confronti di Bersani e dei suoi per ragioni che vanno anche oltre la linea politica); poi sono arrivati Civati & Serracchiani (molto easy, sicuramente abbastanza liberal, nati come “giovani” ma poi allargatisi al resto del Pd ma soprattutto di maggior impatto mediatico rispetto alle altre aree) e alla fine si è aggiunto il Big Bang di Renzi (molto più duro nella critica alla linea del segretario, “di destra” per le scelte economiche e di welfare e decisamente più sveglio a comunicare). Ci sarebbe anche AreaDem di Franceschini, fino ad ora la componente più vicina alla segreteria Bersani (addirittura troppo in certi momenti) ma che in queste settimane è rimasta in silenzio o ha mostrato varie aperture qua e là, senza prendere posizioni troppo nette.
In questo quadro così composito, è chiaro che il problema di Bersani è serio: come mai ha lasciato lo spazio perché nascessero tutte queste aree di pensiero così divergenti dalla sua linea?
Da Bersani e dal suo giro si percepisce il vuoto (soprattutto a livello comunicativo) perché se c'era qualcosa di solido e di condiviso, tutte queste aree non sarebbero nate. Nel vuoto, infatti, è più facile inserirsi ed è più facile che ad imporsi sia chi urla di più (come Renzi) o chi è più giovane e quindi interpreta meglio il desiderio di rinnovamento che è emerso con chiarezza dalle ultime tornate elettorali, perché ha un’immagine meno “usurata” e, soprattutto, ha una maggior padronanza del linguaggio dei mezzi di comunicazione moderni (Civati, ad esempio, senza il web non sarebbe mai esistito e adesso rischia di essere uno dei soggetti candidabili al Parlamento esclusivamente in virtù del suo seguito virtuale, indipendentemente dalla consistenza del suo operato politico nel mondo reale e va bene che ci sia perché porta molti voti ma poi una volta eletto che contributo reale potrà dare all’Italia?!).
Al problema dell’incapacità di stare sui media di Bersani (anche la spinta di Crozza si sta ormai esaurendo) e dei componenti dell’attuale gruppo dirigente, con ovvie ripercussioni negative su tutto il fronte della comunicazione del Pd, in queste settimane, però è emerso che c’è anche un problema serio di idee: che linea politica vogliamo dare al Pd? Le linee dei giovani turchi, dei giovani curdi, di Civati-Serracchiani, di MoDem e di Renzi sono profondamente divergenti. Tutte hanno in comune che divergono dalla linea Bersani, ma ciascuno a modo suo. E allora com'è che Bersani ha vinto le primarie per la segreteria del Pd con tutti quei voti se poi la sua idea politica non piace a nessuno neanche nel partito? Ed è evidente che non piace a nessuno dato il proliferare di tutte queste iniziative di giovani e meno giovani, alcune di successo (magari un po’ caricato dai media) e altre meno.
Oggi siamo tutti impegnati a sprecare tempo a dissertare sul dualismo Renzi/Bersani e a schierarci da una parte o dall’altra ma il punto è che questo dualismo non ci porta da nessuna parte perché quello che occorre è sapere fare la sintesi delle posizioni (ad oggi troppo divergenti) e anche cercare di comunicarla bene sui media in modo da non lasciare spazio a dubbi che fanno sorgere iniziative dai toni più o meno accesi che poi ci fanno apparire come lacerati all'interno.
Evidentemente Bersani non è percepito come una figura di sintesi (nonostante lui abbia cercato più volte di conciliare istanze diverse e qualche apertura rispetto ai suoi inizi da segretario l’abbia anche fatta), oppure semplicemente non è in grado di comunicarla con sufficiente forza oppure ancora le aperture fatte fin qui non sono bastate.
Tuttavia, il problema resta.
Dal punto di vista comunicativo Bersani sui media non esiste e, quando parla, spesso sbaglia anche quando esprime concetti giustissimi e condivisibili e, questo, certamente non lo aiuta.
Eppure qui non è solo il solito gioco di indebolire il leader di turno (anche perché il “leader” non c'è, c’è appunto un segretario) ma è che proprio con il segretario non sembra essere più d'accordo nessuno e allora cosa sta lì a fare? Chi rappresenta?
Tutte le divergenze che si sono aperte nelle ultime settimane sembrano tanto posizionamenti precongressuali ma al momento non c’è alcun congresso aperto nel Pd e sarebbe sciocco aprirlo dato che ci potrebbero essere elezioni politiche a breve se il governo in carica non regge.
Però quello che viene messo in discussione da tutte le parti è la linea politica oltre che le persone del gruppo dirigente e questo va un po’ oltre il cercare di far venir fuori delle proposte per l’Italia.
Può essere anche che tutte le divergenze di queste settimane siano semplicemente posizionamenti elettorali per i più “vecchi” del partito, quelli che Renzi vorrebbe rottamare e che, invece, stanno facendo di tutto per alzare la voce e mettersi in luce in modo da guadagnarsi posti di privilegio ma a partecipare alle schermaglie sono anche i giovani (non solo quelli noti come Civati e Serracchiani ma anche quelli veri, della base, dai nomi sconosciuti per le platee mediatiche) che non giocano sui posizionamenti perché non hanno posti da prendere ma vogliono le idee e la politica e allora vuol dire che c'è un problema vero.
Un problema che non si può risolvere con la candidatura di Renzi a premier (che oltretutto si è tirato contro tante antipatie che difficilmente potrebbe ottenere buoni risultati) al posto di Bersani, perché le divergenze di vedute interne resterebbero.
Lo scontro Renzi/Bersani potrebbe aprire la strada ad un’altra figura in grado di mediare tra le due posizioni (e quindi tra i due grandi blocchi del Pd, quello più “a sinistra” e quello più “liberal”), non a caso si è fatto avanti Chiamparino (che smania dalla voglia di rimettersi in pista, alla faccia dei “dinosauri” da mandare in pensione).
Tuttavia, al di là delle candidature a premier o alla prossima segreteria, sarebbe il caso che, nel frattempo, il fronte interno si ricomponesse, anche perché simili schermaglie rappresentate sui giornali non fanno bene al Pd. Male ha fatto Bersani a non partecipare a nessuno degli eventi organizzati da questi gruppi in disaccordo con la sua linea: se la logica era quella di presentare delle idee, lui sarebbe dovuto andare ad ascoltarle (nel caso del Big Bang era sicuramente più difficile dati i toni volutamente contro utilizzati da Renzi); allo stesso modo spiace che tutta questa vivacità che c’è continui a restare lontana dai luoghi ufficiali della vita del partito, quelli in cui si prendono o si dovrebbero prendere le decisioni che contano, come ad esempio le Assemblee nazionali, le direzioni ecc. perché da lì di tutte queste proposte innovative e di queste modalità più friendly non se n’è mai vista neanche l’ombra e la colpa non è certamente solo di Bersani.

martedì 25 ottobre 2011

Non facciamone una questione generazionale

Sui giornali si vede spesso il dibattito interno al Pd ridotto ad una questione di nomi, di leadership e di candidature. Lo scontro sembra sempre infiammarsi tra occupatori di poltrone da una vita e per la vita e rottamatori in cerca di visibilità, con schiacciati nel mezzo altri soggetti che non stanno né da una parte né dall’altra e che faticano farsi spazio perché schiacciati da entrambi.
È un po’ triste che la politica si riduca a questo. È un po’ triste che anziché discutere di idee, di proposte (che pure ci sono, non sempre convergenti ma esistono come ha dimostrato anche l’ultimo evento di Bologna), si finisca sempre e solo a discutere di nomi e di posti.
I posti dovrebbero servire a delle persone per portare avanti delle idee e dei progetti che non devono essere solo quelli di chi li propone ma devono essere condivisi da una parte più larga possibile.
Sulle candidature, alla fine, ci sarà la guerra, come è sempre stato e come sempre sarà.
Personalmente, non mi interessa sapere se qualcuno ha fatto della politica la sua professione o se, invece, fa altro e alla politica si sente solo momentaneamente prestato.
Personalmente, mi interessa che chi fa politica la faccia bene e si occupi seriamente delle problematiche da affrontare nell’interesse dei cittadini.
Mi interessa che vengano candidate persone serie, competenti, capaci e possibilmente per bene. Non credo che il dato anagrafico debba essere determinante; sicuramente serve un certo ricambio ma non credo che sia corretta una “rottamazione” complessiva: le persone vanno giudicate singolarmente per ciò che hanno fatto, per il loro grado di competenza, per l’apporto di valore che sono state in grado di portare e per quello che possono offrire ancora.
E credo, inoltre, che le persone nuove debbano sapere convivere e confrontarsi con chi ha maggiore esperienza e chi ha maggiore esperienza debba essere in grado di accogliere le nuove leve invece di tirare su dei muri: si cresce insieme e nascono buone idee quando ci si confronta giovani con meno giovani e non quando ci si mette aprioristicamente uno contro l'altro. Alle giovani generazioni servono i consigli di chi ha maggiore esperienza; alle generazioni più adulte servono le idee nuove che possono arrivare solo chi è nato dopo. Il confronto è necessario perché è insieme che si possono trovare soluzioni per affrontare le sfide che abbiamo di fronte nel Paese, perché da soli si rischia molto spesso di non vedere i propri limiti e di andare a sbattere contro al muro senza neanche comprenderne il motivo.
È insieme che si costruisce e per tutti, non separati (poi magari certi soggetti potrebbero anche farsi da parte ma non credo si debba fare una questione puramente generazionale).
 

giovedì 13 ottobre 2011

Il Pd metta in campo la politica

Questa sera c'è stata l'assemblea del Pd della Zona 9 di Milano. C'è stata una certa confusione in merito all'interpretazione dell'ordine del giorno (per non dire che ne sono arrivati tre di natura diversa l'uno dall'altro). Ecco il mio intervento:
In un momento come questo, in cui il governo sembra sul punto di cadere e i cittadini non fanno altro che dare segni di insofferenza verso l’operato del governo, ogni giorno di più (lo hanno dimostrato con la tornata delle amministrative, con i referendum di giugno, con i risultati della raccolta di firme per la campagna referendaria per cambiare la legge elettorale e poi con manifestazioni continue); noi abbiamo il dovere di parlare di politica, di presentare le nostre proposte politiche.
Il tema del partito serpeggia al nostro interno da molto tempo e probabilmente si è fatto male a non affrontarlo prima. È giusto non nascondere la polvere sotto il tappeto, è giusto cercare di risolvere i nodi che da troppo tempo ci fanno apparire come divisi ma non è questo il momento di sprecare energie per incastrarci in una discussione che è solo nostra.
Non possiamo chiuderci adesso in una discussione organizzativa autoreferenziale che non interessa ai cittadini che ogni giorno si trovano a pagare il prezzo delle mosse sbagliate di questo governo.
Non possiamo farlo perché altrimenti non verremmo percepiti dai cittadini come l’alternativa. Magari poi ci voterebbero ugualmente pur di liquidare il centrodestra ma potrebbe non bastare.
Oggi c’è bisogno che il Pd si sintonizzi sulle richieste dei cittadini e cerchi dai dare loro delle risposte convincenti.
A mio avviso, due sono le richieste che emergono dai cittadini in questo momento: la prima è cambiare, rinnovare. C’è voglia di novità in questo Paese e il Pd ha il dovere di dare risposte politiche a questa esigenza, se non vuole essere spazzato via dal “vento” delle proteste di chi dice che “sono tutti uguali” e deve cominciare a farlo in fretta perché sembriamo sempre essere in ritardo rispetto agli accadimenti della società.
L’altra domanda che arriva dai cittadini è quella della partecipazione e allora dobbiamo fare vedere di essere aperti, di non avere paura di incontrare le domande dei cittadini, senza però rinunciare a elaborare noi delle proposte nostre.
Tutto questo c’è bisogno di farlo sul piano milanese e sul piano nazionale.
Sul piano cittadino perché, pur amando tutti moltissimo il neo sindaco Pisapia, spesso non riusciamo affatto a comprendere alcune decisioni della sua giunta (come l’aumento del costo dei biglietti del tram e la questione ecopass) e non possiamo rispondere ai cittadini semplicemente che erano previste nel programma o che non ci sono soldi perché la lista delle priorità da realizzare deve essere condivisa con la città e noi dobbiamo essere il tramite tra gli elettori e gli eletti, e non soltanto un comitato di volantinaggio di supporto nelle campagne elettorali.
Ci troviamo in una situazione molto pericolosa per il Paese, la crisi economica e la degenerazione di una parte della politica stanno producendo tensioni sociali fortissime.
Perché tutto non degeneri occorre che ci sia la politica, che la politica sia all’altezza delle situazioni che deve fronteggiare, che sia meno timida nell’affrontare i nodi. Noi, come Pd, dobbiamo inserirci in questo contesto. Il filo che si è spezzato tra cittadini e le istituzioni passa dalla politica e noi dobbiamo stare sui territori con le nostre proposte per cambiare il Paese, che vanno elaborate in fretta e presentate in modo chiaro e credibile, senza tentennamenti.
 

domenica 2 ottobre 2011

L'organizzazione e la politica

Il Pd milanese ha invitato gli iscritti ad essere partecipi del processo di costruzione del partito, attraverso una serie di forum e assemblee che ci guideranno verso la Conferenza sul Partito, individuando alcuni punti di discussione in merito alle questioni organizzative. Oggi il mio circolo ha svolto una bella e partecipata assemblea (in cui, però, ovviamente si è parlato di politica perché è questo il tema che a tutti interessa ora e non certo l'organizzazione) e una parte di ciò che segue è la riflessione che ho portato.

Ammetto che ho appreso con un certo stupore la decisione di affrontare ora la Conferenza sul Partito. È da quando abbiamo chiuso il congresso che in qualche modo il tema del partito serpeggia nelle nostre discussioni senza che ci sia mai stata voglia di affrontarlo davvero, forse per paura del gruppo dirigente di sfasciarsi e sempre con la scusa che il governo Berlusconi poteva cadere da un giorno all’altro. È stato un peccato perdere tutto questo tempo a nascondere la polvere sotto al tappeto, perché di tempo allora ce n’era parecchio, mentre ora sembriamo essere davvero sull’orlo del crollo del governo Berlusconi e, mentre gli italiani aspettano di capire cosa sarà del futuro del loro Paese (con la crisi che incombe, le manovre pesanti che si trovano sulle spalle e le promesse deluse da una classe di affaristi prestati alla politica per farsi gli affari propri), noi ci mettiamo a discutere di come vogliamo fare il partito.
Siamo un po’ surreali. Certo meglio farlo adesso che non farlo del tutto, però ci si poteva pensare prima.
Ci si poteva pensare prima anche a tante cose che abbiamo visto fare in modo un po’ frettoloso dai dirigenti nazionali del Pd negli ultimi tempi, come se aspettassero sempre l’imbeccata dai giornali, come se aspettassero sempre di capire se la gente si era accorta che qualcosa non andava e quindi occorreva agire oppure si poteva temporeggiare ancora un po’ (è accaduto con la questione del voto sulle province, con la storia dei tagli ai costi della politica, con la presentazione di proposte alternative alla manovra sbagliata di questo governo).
In questi giorni osservavo il malumore che c’è in partiti come Lega e Pdl, anche per motivi piuttosto gravi e, quindi, tutto sommato viene da pensare che noi stiamo molto meglio e abbiamo molti motivi per essere contenti. Eppure, nonostante questo è come se ci mancasse quello scatto che ci consente di fare il balzo in avanti che ci serve.
Sembra sempre che il Pd sia ad inseguire, anche quando magari ha delle sue proposte tenute nei cassetti da tempo o presentate quando tutta l’attenzione mediatica è concentrata su altro (si veda ad esempio la presentazione della proposta di riforma fiscale in coincidenza con l’esplosione dell’inchiesta sul caso Ruby).
E questo non è una questione da poco perché il rapporto con gli elettori passa da lì, passa da quello che comunichiamo e da come lo comunichiamo. Purtroppo, troppe volte, noi sembriamo asincroni rispetto agli accadimenti della società.
C’è bisogno di una maggiore reattività del partito di fronte agli accadimenti, una maggiore tempestività e anche una maggiore agilità decisionale nel partito.
Spesso si vedono i dirigenti nazionali ancora un po’ spaesati rispetto a questo clima pesante di antipolitica, dai tratti anche molto brutali e violenti verso la classe politica tutta indistintamente, per cui “tutti sono uguali”. L’impressione è che i nostri dirigenti nazionali siano rimasti prigionieri del “Palazzo” e non si siano bene resi conto di cosa stia accadendo nelle piazze, nonostante abbiano manifestazioni tutti i giorni fuori dalla porta del Palazzo in cui si trovano e questo li porta a dare risposte che, a volte, sembrano un po’ sfasate rispetto alla realtà e ciò aggrava la distanza che c’è tra i cittadini e i politici.
I politici, non la politica. Sembra, infatti, che i politici non riescano a capire perché tutto continui a sfociare nell’anti-politica e faticano a difendersi, anche quando magari hanno ragione. Le nostre idee, le nostre proposte diverse sono emerse poco.
Quello che la classe politica non comprende è che perché tutto non degeneri occorre che ci sia la politica, che la politica sia all’altezza delle situazioni che deve fronteggiare, che sia meno timida nell’affrontare i nodi (come ad esempio quello dei costi delle istituzioni, ma anche delle regole).
L’ultima tornata elettorale delle amministrative ha dimostrato chiaramente che le persone volevano dare una spallata al governo in carica (un’altra legnata l’hanno data con i referendum di giugno e un altro bel segnale hanno voluto mandarlo accorrendo in massa a firmare per il referendum per cambiare la legge elettorale, magari senza ben capire cosa firmavano). Ma l’ultima tornata elettorale ha anche dimostrato che c’è una grande voglia di cambiamento e di novità.
Noi dobbiamo farci interpreti di questa voglia di cambiamento e di novità che attraversa il Paese, perché altrimenti questo vento di rinnovamento finirà per travolgerci insieme al resto. Tutti i sondaggi ci danno in vantaggio probabilmente perché i cittadini hanno percepito che il Pd è l’unico partito grande e, quindi, in grado di poter mettere alla porta Berlusconi e, in qualche modo, garantire una certa stabilità di governo che gli altri non riescono a dare. Ma noi dobbiamo essere pronti a questo, non possiamo rischiare di deludere di nuovo gli elettori che vorranno darci fiducia e, soprattutto, dobbiamo saper far breccia in un elettorato nuovo rispetto ai soliti nostri affezionati perché dobbiamo garantirci un voto che non sia solo per l’oggi ma anche per il futuro.
E allora dobbiamo fare attenzione a come ci rapportiamo agli elettori e a quali messaggi mandiamo loro.
I dirigenti politici comunicano tutti i giorni con i loro elettori attraverso i giornali, le tv, la rete ma anche attraverso i loro atti in Parlamento. Il rapporto con i cittadini sta qui.
Io sento spesso i dirigenti del Pd parlare di “ricostruzione” e di scenari apocalittici che, purtroppo, certamente sono reali ma le parole sono importanti e noi dobbiamo fare attenzione a quelle che utilizziamo per comunicare.
Siamo sicuri che i cittadini italiani vogliano sentir parlare di “ricostruzione”? Siamo sicuri che vogliano “ricostruire” ciò che c’era?
A me pare che vogliano “cambiare”, “innovare”, “rinnovare”, seppure in un quadro di regole, etica, valori che il governo Berlusconi ha calpestato, ma non vogliono affatto a tornare a prima. Questo lo dico anche pensando alle generazioni più giovani, cresciute negli anni del berlusconismo e dei “disvalori” portati avanti da quel modello fatti di egoismo, furbizia, velinismo, ricchezza e successo come chiavi per aprire tutte le porte. Queste generazioni non sanno cosa c’era prima e non possono volerlo ma si può proporre loro qualcosa di diverso da questo.
Il nostro “ricostruire”, invece, a volte ci fa apparire un po’ “pesanti”: sembra che quello che offriamo per il futuro sia una sorta di “restaurazione” con qualche correzione.
Questo non va bene.
C’è voglia di novità e noi siamo percepiti come il “vecchio” anche nel linguaggio che utilizziamo.
Il Pd era nato per “innovare” e allora dobbiamo farci percepire come innovativi, che non vuol dire assolutamente buttare via tutto il patrimonio di regole e di valori (che anzi dobbiamo difendere con maggior forza e chiarezza di quanto non abbiamo fatto) e non vuol dire neanche spingersi verso destra o verso derive liberiste che sono quelle hanno causato la crisi in cui ci troviamo (senza contare che se siamo la copia sbiadita della destra gli elettori non ci votano, scelgono l’originale). Questo vuol dire, però, che dobbiamo essere in grado di metterci in sintonia con le richieste dei cittadini, ascoltare la domanda di cambiamento e presentare proposte in grado di soddisfarli ma che, allo stesso tempo, rimettano al centro delle nostre politiche i valori tipicamente del centrosinistra, quali la solidarietà, l’accoglienza, la tutela del bene pubblico in quanto bene comune, la tutela dei diritti, l’etica nell’amministrazione della cosa pubblica e anche nei comportamenti degli uomini pubblici (che dovrebbero essere i nostri rappresentanti nelle istituzioni e non “uomini di potere”), la libertà dei mezzi di informazione, la tutela dei ceti più deboli senza che a pagarne le spese sia solo il ceto medio, la cultura, l’istruzione…
Questo lo dobbiamo fare in fretta perché solo così gli elettori potranno percepirci in modo chiaro e scegliere se stare dalla nostra parte o no.

martedì 20 settembre 2011

Diciannove sere di Festa Democratica

Diciannove sere di Festa Democratica. Diciannove sere di musica, incontri, chiacchierate dentro e fuori dagli stand, amici che ci sono venuti a trovare e persone incontrate per caso con cui abbiamo scambiato opinioni, impressioni e a cui abbiamo lasciato un po’ di materiale informativo.
Tanti gli ospiti importanti che hanno preso parte ai dibattiti, dagli esponenti del Pd come Enrico Letta, Patrizia Toia, Marina Sereni, Giuseppe Fioroni, Paolo Gentiloni, Massimo D’Alema, Pier Luigi Bersani, Piero Fassino (recuperato in un intervento durante l’assemblea degli amministratori), poi altri uomini della politica come Bruno Tabacci e Giuliano Pisapia e poi ancora Livia Pomodoro, Armando Spataro, Nando Dalla Chiesa, Susanna Camusso. Tante anche le serate andate a buca, come quella con Rosy Bindi (fuggita al congresso episcopale di Ancona dopo la chiusura della Festa Pd di Pesaro, disertando Milano), Walter Veltroni (ufficialmente negli Stati Uniti, ufficiosamente non si sa), Piero Fassino (recuperato il giorno seguente in tutt’altro contesto ma purtroppo la sua assenza non ha fermato la sfilata dei ragazzi dei centri sociali travestiti da No-Tav che hanno attraversato la festa e lanciato un paio di fumogeni nello spazio dibattiti) e Dario Franceschini (a cui comunque era stata riservata una collocazione davvero infelice, nel primo pomeriggio dell’ultimo giorno di festa, quando notoriamente si fanno gli scatoloni): buchi troppo importanti per passare inosservati dalle tante persone che erano arrivate appositamente alla Festa per ascoltarli e che non l’hanno presa bene perché è vero che gli impegni e gli imprevisti possono sempre capitare a persone che svolgono una funzione così importante ma è anche vero che così tante assenze di peso e tutte di seguito lasciano pensare male e spiace vedere che una città importante come Milano (che oltretutto, quest’anno, anche grazie all’impegno del Pd, ha vinto le elezioni comunali con Giuliano Pisapia) sia stata lasciata scoperta come se fosse una provincia di serie B e come se i volontari agli stand che hanno lavorato alla Festa e il pubblico presente non meritassero nemmeno una visita. Visite che, invece, il sindaco Pisapia ha fatto per due volte (trovando sempre un vastissimo pubblico ad accoglierlo e ascoltarlo), arrivando con la metropolitana e fermandosi poi, un po’ intimidito, a salutare i volontari agli stand. Pisapia è intervenuto alla Festa Democratica per parlare di Milano, ovviamente, ma è poi ritornato per partecipare anche ad un incontro dedicato al problema delle carceri, della giustizia e delle forze dell’ordine.
Alle forze dell’ordine è stata anche dedicata una serata, in cui hanno parlato Emanuele Fiano, Marco Minniti ma anche Gabriele Ghezzi (esponente del sindacato della polizia e anche consigliere comunale a Milano).
Alla Festa Democratica, infatti, hanno trovato ospitalità diversi incontri dedicati a problematiche specifiche e a settori ben definiti della città, come quello sulle case popolari con l’assessore Lucia Castellano, il consigliere regionale Franco Mirabelli, la capogruppo Pd al Comune Carmela Rozza e esponenti dei sindacati e degli inquilini; ma anche il dibattito sulla mobilità urbana e metropolitana che ha visto la partecipazione dell’assessore Pierfrancesco Maran, o ancora quello sul “land grabbing” (la “rapina delle terre”) con esponenti del mondo dell’associazionismo e delle ONG impegnate in missioni in Africa… Tutti incontri molto partecipati, anche se, per lo più da persone interessate direttamente da quelle problematiche e dai cosiddetti “addetti ai lavori”. Tantissimi anche gli incontri che hanno avuto come protagoniste e come oggetto di discussione le donne, con particolare interesse riscosso da Susanna Camusso per il suo acceso intervento in difesa dei diritti delle lavoratrici.
Di maggior richiamo per tutti, in ogni caso, sono stati ovviamente i dibattiti con protagonisti i principali personaggi della politica nazionale ma anche quelli dedicati al tema della mafia e della legalità, questi ultimi, in particolare, hanno avuto un pubblico più largo rispetto a quello degli elettori del Pd e, non era difficile, incontrare in sala molti simpatizzanti dell’Idv. Così come un pubblico ampio è stato raccolto nella serata in cui si è discusso dei costi della politica dove, tra gli ospiti, ad intervenire c’è stato anche Bruno Tabacci, sempre molto diretto e abile nello strappare applausi. E poi, nel corso delle serate, non era difficile incontrare elettori di Rifondazione o Sinistra Ecologia e Libertà, ma in questo caso più interessati agli aspetti della “festa” (quindi ristoranti e bancarelle) che non ai dibattiti in programma.
Tra gli interventi da ricordare ci sono stati quelli di Enrico Letta che ha raccontato di quando Alemanno ha varcato la soglia della sede del Pd per partecipare all’incontro aperto agli amministratori locali, chiedendo aiuto contro i tagli messi in pratica dalla manovra del governo; o di Patrizia Toia che ha denunciato lo stupore e lo sconcerto che il premier Berlusconi suscita in Europa per i suoi comportamenti; e poi Massimo D’Alema che ha affermato che “se la legge elettorale rimane quella vigente, il Pd avrà la necessità di far scegliere ai cittadini chi candidare al Parlamento con le primarie”; o ancora molto piacevole il dibattito sulla necessità del pluralismo dell’informazione (sebbene poco partecipato) con Gentiloni che, nonostante la serietà degli argomenti, ha visto una discussione molto serena e un po’ “da salotto”; così come di grande rilievo e interesse è stato l’incontro (purtroppo semideserto perché in concomitanza con D’Alema) sul tema delle intercettazioni e della proposta della cosiddetta “legge-bavaglio”.
Molto interessanti, a dire il vero, erano anche gli incontri con personalità meno conosciute ma indubbiamente molto preparate, come quello dedicato alle amministrazioni del Pd del Nord, in cui hanno preso la parola, tra gli altri, Roberto Reggi (sindaco di Piacenza) e Roberto Cornelli (nella veste di sindaco di Cormano); oppure l’incontro di commemorazione dell’11 settembre che si è poi incentrato sulle tematiche della sicurezza e della politica estera con interventi di Stefano Menichini e Furio Colombo e il “giovane” Andrea Orlando.
E proprio su questi “giovani” del Pd, che in realtà non sono giovani in senso stretto ma lo sono sicuramente molto di più della generazione di Bersani e D’Alema, c’è da riflettere perché spesso si fanno portatori di discorsi fumosi, complessi, controversi che, indipendentemente dall’essere d’accordo o meno con quanto dicono, quello che emerge è la loro paura di mostrarsi a confronto con i dirigenti di altre generazioni e l’impressione che si impegnino a fare uno sfoggio eccessivo di un linguaggio complesso per il semplice motivo che sentono la necessità di mostrarsi all’altezza della situazione e di far sapere che sono adeguatamente preparati. Il risultato, purtroppo, è spesso controproducente perché, pur facendo vedere che davvero si sono impegnati e preparati, in realtà le persone che ascoltano non riescono a comprendere il senso dei concetti che esprimono e quale sia la tesi che alla fine vogliono dimostrare ed è un peccato perché in questo modo finiscono per marginalizzarsi anziché emergere, come invece ci sarebbe bisogno.
Il pubblico della Festa, oltretutto, quest’anno è stato particolarmente critico e surriscaldato: l’atmosfera è stata indubbiamente diversa dagli anni passati, la crisi economica ha pesato e si è avvertita nei portafogli delle persone (sempre meno disposte a spendere) ma anche negli umori (più cupi e che portavano spesso a reazioni più incattivite e più critiche nei confronti di ogni cosa, anche le più banali).
Altro dato da notare di quest’anno è che le persone non sono più interessate a leggere: gli scorsi anni i giornali Europa e L’Unità, distribuiti gratuitamente in ogni spazio della Festa, andavano a ruba perché, indipendentemente dall’orientamento che esprimevano, c’era almeno la curiosità di sfogliarli; mentre ora, per lo più, restavano lì senza che nessuno mostrasse il minimo interesse a prenderli. L’impressione è che dopo gli eccessi dell’informazione falsata e addomesticata (operata per lo più dalla televisione), le persone siano diventate diffidenti e, in qualche caso anche indifferenti a ciò che scrivono i giornali e questo è un problema perché è vero che oggi esistono altre fonti per informarsi, come ad esempio la rete, ma è indice anche del fatto che viene meno il ruolo di mediazione che è proprio della professione giornalistica e che dovrebbe garantire che a diffondersi siano solo informazioni attendibili. Con le notizie che scavalcano i giornalisti e, soprattutto con una parte di giornalisti che si sottomettono ai poteri forti di turno facendo perdere credibilità all’intera categoria (in cui operano anche professionisti seri), in realtà non si ottiene la libertà dell’informazione ma solo il rischio che a trionfare siano quelle notizie (vere o false che siano) confezionate meglio da mani esperte dei mezzi di comunicazione e diffuse in modo più ampio sui media disponibili, lasciando il cittadino in balia di propagande contrapposte.
Se i giornali non venivano guardati, grandissime richieste, invece, c’erano per il firmare per il referendum per cambiare la legge elettorale: il banchetto è stato letteralmente preso d’assalto ogni sera e i moduli sono sempre finiti molto rapidamente. Segno che le persone, più che mostrare attenzione al fatto che stavano firmando in favore del sistema elettorale maggioritario ma con il ripristino della legge elettorale Mattarellum che prevede i collegi uninominali, si sono semplicemente limitate a recepire che si firmava “contro il Porcellum che prevede liste bloccate e parlamentari nominati dai capi e fedeli ad essi anziché ai cittadini” e hanno percepito anche questo nuovo referendum come un modo per dare un altro segnale al governo in carica dopo la “legnata” che avevano già voluto dare con le elezioni amministrative e con i referendum di giugno. Una sera, a raccogliere le firme, è stato presente al banchetto anche Arturo Parisi.
Complessivamente sono state diciannove serate intense, di gente, musica, piadine e patatine fritte, pioggia che rovinava i week end, giovani che la notte animavano lo Stand Up, bagni rotti, dopofesta al pianobar, ospiti attesi e mai arrivati e ospiti non voluti e invece presentissimi, illusioni di stare a dieta al ristorante tibetano, bandiere che non si attaccavano alle pareti dello stand e ganci troppo alti per riuscire a chiuderli, materiali da distribuire, programmi (completamente sfasati) da recuperare, persone da incontrare e altre da evitare accuratamente… Difficile dire come le persone che sono venute alla Festa ci abbiano percepiti ma noi ci siamo divertiti.
p.s.: Il mio ricordo più bello della festa è, senza dubbio, l’incontro con il sindaco Giuliano Pisapia. Dopo una campagna elettorale straordinaria, rivederlo da sindaco e scoprire che è sempre la stessa persona normale, un po’ timido e discreto, è come vedere un sogno che si materializza.

Video “Quanto ci costa davvero la politica” con interventi di Franco Mirabelli, Marina Sereni, Bruno Tabacci, Erminio Quartiani 
Video “30 anni dalla riforma della polizia” con interventi di Emanuele Fiano, Gabriele Ghezzi, Marco Minniti 
Video dell'incontro dedicato agli anni di piombo con interventi di Luigi Zanda e Armando Spataro 

 
Alcune foto della Festa Democratica di Milano
Festa Democratica di Milano - settembre 2011